Vincenzo Brancatisano
La scelta di Dionigio

"Scegliti un mestiere" gli disse Betto "ma sceglitelo da te, se ce n'è uno
che ti piace. Il cappio al collo mettitelo con le tue mani" [Vasco Pratolini - "Metello"]






Primo capitolo

"Alle domande più importanti si finisce sempre per rispondere con l'intera esistenza. Non ha importanza quello che si dice nel frattempo, in quali termini e con quali argomenti ci si difende. Alla fine, alla fine di tutto, è con i fatti della propria vita che si risponde agli interrogativi che il mondo ci rivolge con tanta insistenza". [Sandor Màrai - "Le Braci"]


***


La mattina del 20 dicembre 1964 un sole sempre più malato stentava a penetrare la rada caligine che s'era adagiata con grossolana impertinenza sulle superfici delle strade e sui tetti delle cascine. Le foglie delle viti piantate a quinconce grondavano minuscole perle di rugiada sui prati umidi mentre un'ombra non proprio definita arrotolandosi lungo le pareti delle costruzioni compitava con mestizia le fessure che dividevano, a una a una, le pietre a vista. Era da poco trascorsa l'alba eppure sembrava che annottasse.
Dionigio Bonini s'era alzato più presto del solito. Con i lineamenti tirati di chi non ha preso sonno durante la notte guardò a lungo fuori dalla finestra. Era un uomo di corporatura normale. La sua fronte alta era sormontata da capelli che avevano iniziato anzitempo a brizzolare e quella con la canizie poteva considerarsi, finora, l'unica battaglia persa senza gloria. Amava vestire con decoro e indossava quasi sempre la giacca e la cravatta e quando usciva non si separava mai dal cappello grigio. E infatti, già a quell'ora di domenica, sebbene sapesse che sarebbe uscito molto più tardi visto ciò che lo attendeva, egli s'era preparato di tutto punto come tutte le altre mattine. L'abitudine all'eleganza, del resto, riusciva ad amplificare gli effetti della sua limpidezza d'animo a vantaggio di chi gli stava vicino. Quando dialogava con qualcuno, a casa o al lavoro, non era difficile scorgerlo con l'indice rivolto verso l'alto, ciò che gli conferiva l'autorità di uno che sa tutto quanto occorre sapere quando si lotta per raggiungere un risultato. Ma ora Dionigio Bonini non parlava con nessuno.
Era difficile vederlo sorridere in famiglia consumato com'era sempre dai suoi pensieri e quando i pensieri erano ancora più intensi dell'ordinario e per caso si trovava seduto alla scrivania per finire una pratica o vicino a un tavolo intento a guardare la televisione Dionigio Bonini esasperava senza avvedersene il movimento oscillatorio della gamba destra che costringeva la punta della scarpa a sfregare sul pavimento per un tempo sufficientemente lungo affinchè i pantaloni si consumassero anzitempo a livello del ginocchio che a sua volta faceva attrito contro la scrivania o contro il tavolo.
Quella mattina Dionigio Bonini sorrise ancora meno. Osservò un gruppo di braccianti le cui facce il sole trascorso aveva solcato come fanno gli aratri impietosi al tempo del maggese. Gli uomini avanzavano lesti e vocianti ai margini della provinciale e indossavano scarponi che non erano stati puliti bene la sera prima al rientro dai campi e anche i calzoni abbondanti sulle anche e sulle ginocchia erano inzaccherati all'altezza delle caviglie. Scherzavano ed esasperavano coi loro sogghigni bonari la dignità che hanno i braccianti quando, in tempo di carestia, sentono di essere prossimi a una lunga giornata di fatica.
A Dionigio Bonini parve che il più basso del gruppo, che teneva il passo a un cane macilento e discreto, si stesse per voltare in direzione della sua finestra con l'intenzione di salutare. Un altro appariva indaffarato con una copia del quotidiano il quale annunciava gli ultimi sviluppi del caso che teneva banco da giorni. Era fallita anche la settima votazione per la sostituzione del capo dello Stato, il candidato Saragat s'era ritirato dalla competizione, almeno per ora, mentre il professor Giunchi, medico curante del presidente della Repubblica Segni, colpito da paralisi cerebrale il 7 agosto, consigliava di attendere una giornata meno umida per trasferire lo statista presso la sua nuova casa all'Eur.
"Buongiorno, geometra Bonini", proferì l'uomo basso mentre gli altri operai lo emularono in coro alzando la mano senza tuttavia arrestare il passo. L'altro chiuse il giornale e salutò anch'esso levandolo in aria.
"Buongiorno, buongiorno a voi", rispose il geometra con una voce molto bassa e con un ampio gesto del braccio. Guardò a lungo i lavoratori fino a sbirciarli mentre annegavano nella nebbia, poi si ritrasse, si tolse le lenti con estrema cura e guardò ancora fuori come per avere un'altra rappresentazione della bruma che era ancora là, sospesa tra la notte e il giorno. Inforcò di nuovo gli occhiali con la montatura quadrata, si mise le mani in tasca e senza avere il tempo di pensare ad altro si sentì solo come non si era mai sentito prima.
In fondo gli stava bene.
Tanti anni prima sua moglie lo aveva avvisato: un giorno, gli ripeteva ogni volta con voce grave, ti accorgerai finalmente che-la-tua-scelta-è-stata-un-errore. Ma Dionigio Bonini non aveva ascoltato e aveva preferito seguire la rotta del cuore. Aveva lasciato un posto di lavoro sicuro, che tanti altri in paese avrebbero invece desiderato, e aveva assunto l'incarico di presidente del consiglio di amministrazione della cooperativa agricola "Odoardo Focherini" di San Martino Spino, nella Bassa modenese, una delle prime cooperative nate negli anni che stazionavano a ridosso delle lotte agrarie iniziate dai contadini modenesi subito dopo la fine della seconda guerra mondiale e che tre mesi prima, il 15 settembre 1964, avevano avuto culmine nell'abolizione della mezzadria (1). Il nuovo compenso di Dionigio Bonini, neo dirigente della cooperativa bianca che tanto piacque al senatore e ministro democristiano Giuseppe Medici il quale nel 1960 nel corso di una visita si complimentò coi soci "perché questa è una delle poche volte che non debbo pentirmi di essere stato l'artefice della costituzione di un ente economico agrario che non mi abbia lasciato deluso", era modesto e largamente inferiore a quello a cui aveva rinunciato poiché allora usava che i dirigenti delle cooperative non percepissero stipendi da favola. Anche per questa ragione la famiglia s'era vista privata della sicurezza economica in un periodo difficile della storia italiana.
Faceva molto freddo quella mattina. Più tardi Dionigio Bonini avrebbe affrontato i soci della cooperativa e avrebbe pronunciato il suo pensiero. Dopo si sarebbe sentito meglio, forse. Ma per ora, ahimè, c'era tutto il tempo per le riflessioni. Aveva speso una vita per un ideale e ora, a quarantasette anni e con un nuovo futuro da inventare, l'ideale medesimo, che aveva visto tradursi in pratica, doveva fare i conti con il nuovo atteggiamento dei suoi compagni di strada che non accettavano più di perseverare nei sacrifici di un tempo e pretendevano una più consistente distribuzione degli utili aziendali. Dionigio Bonini aveva favorito, durante la sua presidenza, la limitazione dell'entità dei compensi destinati ai soci a vantaggio di un costante rilancio degli investimenti che permisero alla cooperativa di conseguire risultati apprezzati da molti. Chi lo avversò ritenne eccessivamente alti i rischi e troppo elevati gli oneri connessi alla politica degli investimenti e la frattura divenne tanto insanabile che il presidente si ritrovò in minoranza (2).
Superato il crocicchio che ora aveva davanti altri bivi si sarebbero presentati sulla sua strada negli anni a seguire ma in questo momento avvertiva l'urgenza quasi incolmabile di fornire molte risposte a se stesso. Altre risposte sapeva di dovere dare a chi gli stava vicino. Dionigio Bonini non si sentiva un nudo alla meta giacchè aveva tante risorse da spendere in futuro, eppoi aveva messo al riparo l'avvenire della famiglia con alcune accortezze che si riveleranno vincenti, a riprova della spiccata intelligenza di un uomo che mai si lasciò andare in contegni da temerario. Ma ora egli era solo e di una solitudine che nessuno poteva colmare, era come in balìa alla violenza delle parole e al turbinio di frasi che ruzzolavano nella sua testa come un masso sceso da un precipizio poiché non riusciva a fermare la sua attenzione su un solo ricordo:
"…Io invece ho posposto la mia famiglia alla cooperativa, trascuravo i miei interessi personali per fare i vostri…", pensò.
E pensò ancora: "Mia moglie era inasprita proprio per questo, mentre voi, sia pur di poco miglioravate le vostre condizioni, le nostre, quelle della mia famiglia, peggioravano…".
Solo con se stesso dialogava con i pensieri più irriverenti. Sentiva di aver dato la vita alla cooperativa e sapeva pure che, nonostante "le calunnie e le accuse fatte alla mia persona", e nonostante i "torti e le offese ricevute", avrebbe rifatto le stesse scelte come farebbe ogni uomo che antepone sempre le necessità interiori alle contingenze in qualche misura differibili della vita. L'eleganza di Dionigio Bonini non avrebbe mai consentito che un discorso, per quanto duro, si trasformasse in uno strumento di offesa, in un corpo contundente contro un'assemblea nei confronti della quale egli nutriva un indubbio risentimento. Era il risentimento dell'innamorato tradito, nel cuore e nella mente, a rendere angosciose le sue parole. L'angoscia infatti non esploderà. Semmai essa andava implodendo in quelle stesse viscere entro cui più tumultuose erano scorse e avrebbero continuato a scorrere con tenacia e coerenza e fino alla morte le passioni più cocenti. Avrebbe voluto che la cooperativa continuasse a ispirare la propria attività ai principi originari e che i guadagni prodotti fossero reinvestiti in blocco nell'impresa per ricapitalizzare un'azienda in costante espansione nonostante difficoltà e taluni errori di prospettiva che pure non mancarono. Fu messo in minoranza dall'assemblea e passò la linea voluta da coloro che ritenevano invece necessario e giusto che gli utili fossero distribuiti ai soci, una tesi legittima alla quale nondimeno egli non intese mai piegarsi.
Molti anni dopo, quando il conflitto sulle cooperative diventò tema di scontro politico con proposte di legge di ispirazione liberista mirate a colpire le agevolazioni previste per la cooperazione, considerata non più rispondente alle finalità mutualistiche originarie, Dionigio Bonini non c'era più. Per questo motivo egli si perse pure alcuni avvenimenti epocali che lasceranno il segno. Come i fatti di Modena del 7 novembre 2001.
Quel giorno i lavoratori delle cooperative di consumo invadono il più grande ipermercato coop italiano e protestano contro le condizioni di lavoro. "Il sangue lo doneremo all'Avis!", minaccia un cartello dall'alto contenuto simbolico. Un macellaio coop, che indossa una maglietta con la scritta 'Coop uguale Confindustria', racconterà alla stampa: "Trent'anni fa lavoravo da un privato, andai in cooperativa a prendere la metà dei soldi perché mi sentivo in casa mia. Oggi, se vai alla trattativa per l'integrativo ti trovi davanti dei giovanotti che hanno fatto la Bocconi e ti trattano peggio dei padroni" (3).
Lottano per il rinnovo del contratto, questi lavoratori, e per il miglioramento della loro situazione economica, nella stessa epoca in cui i sostenitori delle cooperative, non convinti delle "ingenerose proteste", raccolgono firme contro il disegno governativo nel quale coop rosse e coop bianche intravedono un attacco alla solidarietà sociale. Trascorrono due mesi. Le cooperative, rosse e bianche, si alleano per evitare il paventato tracollo epocale mentre il governo è impegnato in uno scontro titanico con i sindacati anche sul fronte della riforma del fisco e del mercato del lavoro. Quest'ultima questione, inaspritasi sul tema dei licenziamenti senza giusta causa, porterà alla prima rottura del nuovo millennio tra Cgil e Cisl-Uil, culminata con lo sciopero generale non unitario del 18 ottobre 2002. Anche questo dolore fu risparmiato a Dionigio Bonini che nel sindacato Cisl modenese era diventato nel frattempo e fino alla sua morte un irrinunciabile punto di riferimento per i lavoratori della terra.

Faceva freddo quella mattina e i suoi pensieri corsero presto verso gli anni più movimentati della sua esistenza. Erano anni di miseria. Il posto fisso di impiegato comunale, proprio per questo, non era da buttare. Chiunque altro avrebbe fatto carte false per stare al posto suo in municipio a Mirandola. In tanti addirittura lo derisero per una scelta che si faticava a comprendere. Il parroco di San Martino, don Oscar Martinelli, fu tra i pochissimi che non gridarono allo scandalo. Anzi non riuscì a dissimulare un certo compiacimento per la scelta passionale del suo parrocchiano del quale evidentemente egli conosceva assai bene la determinazione. Don Oscar, figlio di Vitaliano e Amabilia Calzolari, era uomo di paese e di tutti conosceva tutto. Iniziò la carriera in piena guerra, quando Monsignor Virgilio Della Zuanna, vescovo di Carpi, lo ordinò sacerdote a Carpi il 30 maggio 1942. Resse la Parrocchia di San Martino Spino dal 21 dicembre 1947 fino al 7 ottobre 1991, dopo essere stato Vicario a Gavello dal 1942 al 1947. Sei mesi dopo morì in ospedale nella città dei Pio.
Don Oscar fu molto attivo nel sociale. Il 9 gennaio 1952 il parroco presentò domanda alla Direzione Generale del Fondo per il Culto presso il Ministero dell'Interno, allegando una perizia minuziosa, per chiedere un contributo per la copertura delle spese necessarie al consolidamento della chiesa, alla ristrutturazione del campanile e della canonica "che per vetustà minacciano in tutto o in parte di cadere" (4). Il 12 dicembre 1956, in occasione dei fatti di Ungheria e della crisi per il Canale di Suez, Don Oscar intervenne con un articolo dai forti connotati politici. Vi si leggeva: "Carissimi parrocchiani, noi tutti che viviamo il tempo presente certamente siamo tranquilli quando gli avvenimenti del mondo ci dicono pace e sicurezza, si scuote invece il nostro animo quando il mondo si agita nella rivoluzione e nella guerra. […]. I due avvenimenti a cui ho accennato oltre ad essere una violazione alla libertà sono una minaccia alla pace, all'equilibrio dell'economia mondiale, alla serenità della politica internazionale (5).
Due anni dopo si svolsero le elezioni politiche italiane per la terza legislatura che precederà la nascita del primo, brevissimo governo centrista Fanfani, con Democrazia Cristiana e Psdi a Palazzo Chigi. Durante la campagna elettorale, don Oscar Martinelli scrisse una lettera ai parrocchiani: "Nel segreto della cabina dove andate a votare - avvertì il prete - vi vede solo Iddio. Egli vede se commettete una vigliaccheria non dando il voto o dandolo apposta sbagliato, vede a chi date il voto dal quale domani dipenderà il bene o la rovina della nostra patria" (6). L'iniziativa del parroco di San Martino Spino non fu certo originale, anzi si pose in piena sintonia con le parole di Pio XII°, sceso nell'agone politico durante la campagna elettorale del 1948, pochi giorni dopo che i carri armati sovietici ebbero conquistato Praga: "Chi non è cieco vede - tuonò il Pontefice - chi non è intorpidito sente […]. La grande ora della coscienza cristiana è suonata. O questa coscienza si desta a una grande e vitale consapevolezza della sua missione: e allora è la salute. Ovvero - e che a Dio non piaccia - questa coscienza non si sveglia che a metà, non si dà coraggiosamente a Cristo, e allora il verdetto, il terribile verdetto di Lui non è meno formale: chi non è con me è contro di me!". Pietro Nenni fece giustamente notare che "le elezioni non si combatteranno per Cristo o contro Cristo, per l'America o contro l'America, per la Russia o contro la Russia, le elezioni si faranno per i consigli di gestione, per la nazionalizzazione dei grandi complessi industriali, per la riforma agraria, per tutti i problemi che la classe borghese ha eluso da mezzo secolo". Ma quelle elezioni furono vinte dalla Dc con il 48 per cento dei voti, un consenso che manterrà fino a quando il partito non sarà costretto a toccare gli interessi delle classi conservatrici, una riforma agraria che produrrà lo spostamento a destra degli equilibri elettorali.

Uomo energico e risoluto, don Oscar sapeva trovare i modi giusti per orientare le masse verso la direzione più consona alla volontà di Dio. Scriveva così il 1 giugno 1966 al suo popolo: "In questo tempo i lavori della campagna tengono faticosamente impegnati nel lavoro dei campi i nostri parrocchiani. Il lavoro della campagna è l'unico mezzo che abbiamo a San Martino Spino per ricavare i mezzi per il sostentamento delle nostre famiglie. Gesù condanna l'oziosità. Il servo pigro che non fa fruttare con il lavoro il talento, cioè quanto Dio gli ha dato in dote per fare del bene, è gettato nelle tenebre esteriori, cioè nell'inferno. Ognuno di noi riceve dal Signore dei doni di intelligenza e volontà tali per cui c'è chi fa un mestiere e chi un altro. Il lavoro deve essere nobilitato nell'ordine tecnico cioè dev'essere razionale, produttivo. Nell'ordine morale: giusta retribuzione dal lavoro, orario prudente, lavoro adeguato alla condizione di una persona, all'età. […]" (7).


***


Nelle ore del primo imbunire di una giornata di fine settembre del 1960, e dunque qualche giorno prima che Dionigio Bonini desse le dimissioni da impiegato in municipio, Don Oscar Martinelli fu avvicinato dalla moglie di lui, Carmen Calanca, quasi dieci anni più giovane del marito che aveva sposato nel 1949 esattamente due giorni dopo l'anniversario della Liberazione. La data è importante poiché le nozze erano state programmate per il 25 aprile ma poi, come si vedrà, dovettero essere spostate all'improvviso. Da quel matrimonio erano nati due figli, un altro sarebbe arrivato nel 1962. Don Oscar si trovò di fronte una moglie e una madre afflitta che lo pregò di fare opera di persuasione nei confronti del marito affinchè rinunciasse al malsano proposito.
"Glielo-dica-Lei-padre-La-prego-glielo-dica-Lei…".
"Ma figliuola, suo marito sta facendo un'opera di bene per la comunità…".
"Padre-non-me-ne-importa-niente-delle-opere-di-bene!", meditò la donna.
Carmen Calanca in quel momento ebbe la percezione esatta dei tempi duri che avrebbero atteso lei e i suoi figli, dopo che in casa sua aveva fatto irruzione la decisione - "inconcepibile, inconcepibile!" - di un marito che non si voleva piegare al destino già disegnato di piccolo borghese degli anni del boom e della Fiat cinquecento per tutti.
Dionigio Bonini volle-fortissimamente-volle quello che poi fece non solo perchè aveva imparato da tempo immemorabile a coniugare al plurale i propri valori - e da questo punto di vista egli sapeva che nessuna donna al mondo avrebbe mai potuto cambiare la testa al proprio compagno se quest'ultimo non fosse stato tra quelli che si lasciano vellicare con indulgente leggerezza dalle lusinghe fedifraghe dell'individualismo - ma anche perché Dionigio Bonini per molti aspetti apparteneva a quella categoria di uomini che pur destinati a incidere sul corso degli eventi appaiono, ai più distratti, non del tutto legati alla realtà. Tanto che pensando a loro - "O noi pochi/ noi pochi e felici/ noi banda di fratelli" (8) - viene in mente, almeno quando si verificano le condizioni, chi afferma che "il maschile autentico non è infatti molto concreto, qualità piuttosto femminile (anche se è d'uso dire il contrario) e legata all'esperienza e capacità della donna nell'occuparsi della sopravvivenza" (9).
L'economia italiana cresceva a dismisura ma l'Italia e con essa Modena e le sue campagne crescevano a due velocità. Tanti diritti dovevano essere ancora conquistati e - dunque - o si sta da una parte o si sta dall'altra. Dionigio Bonini vide nella cooperazione la leva che i lavoratori della terra avevano a portata di mano per affrancarsi dalla miseria. Il suo amore per la cooperazione è l'amore che si impossessa di un uomo nel preciso momento in cui percepisce che l'ideale in cui crede è a un passo dalla realizzazione pratica. Quell'amore scoccò nelle sue arterie con lo stesso fervore e con lo stesso trasporto che aveva animato i pionieri inglesi di Rochdale, gli operai tessili che nel 1844 costituirono la prima "Società cooperativa egualitaria" di consumo, nell'intento di impedire, così recitava lo statuto, "che gli operai, oltre a essere sfruttati dal loro padrone, siano sfruttati anche dai bottegai". Si sentiva forte, Dionigio Bonini, perché senza mai dimenticare il suo ruolo di marito e di padre avvertiva di essere dalla parte della ragione. La stessa Costituzione italiana era dalla sua. Lo scopo mutualistico delle cooperative era stato consacrato nell'art. 45 della giovane Carta nazionale. I soci cooperatori avrebbero ottenuto beni e servizi nonché occasioni di lavoro migliori rispetto a quelli di mercato. Allora il movimento cooperativo era nato da un anelito collettivo - di origine cristiana e marxista - alla guerra contro i padroni e le loro leggi, le leggi di mercato fatte apposta per rendere i padroni sempre più padroni e i servi sempre più asserviti. Per restituire all'uomo la dignità di uomo. Nei nostri anni Cinquanta, l'idea di cooperazione rappresentava il sogno più grande di coloro che sognavano di più. Un sogno che si materializzava in alcuni valori di riferimento rivoluzionari per l'imprenditoria italiana: il principio di solidarietà, il rifiuto del profitto e la maledizione dell'extra profitto, il reinvestimento dei guadagni, il lavorare-meno-lavorare-tutti, la devoluzione disinteressata del patrimonio sociale in caso di liquidazione dell'azienda, il principio della porta aperta, l'equazione "una-testa-un-voto", la forza della pluralità dei soci contro la forza del capitale, e altri ancora. Tutto ciò continuerà a fasi alterne negli anni Sessanta e Settanta e durerà anche nei due decenni a seguire. Solo che nei decenni a seguire, la cooperazione, destinata a diventare forte che più forte non si può, subirà una modificazione genetica. Nata per contrastare il mercato e per difendere consumatori e lavoratori dalle logiche liberiste e neoliberiste a un certo punto la cooperazione si accorgerà che se vuole continuare ad esistere deve scendere a patti col mercato. La mano invisibile del Mercato azzarderà la sua allettante proposta: con-noi-o-contro-di-noi. Ma se state contro di noi vi faremo secchi in poco tempo. Prendere o lasciare. Fatte salve tante eccezioni, le cooperative diventeranno sempre più simili alle imprese commerciali con scopo di lucro, all'interno di esse nascerà per legge (10) la figura dei soci sovventori, soci-più-importanti-dei-soci, che in cooperativa possono entrare all'unico scopo di speculare e, pur con gli accorgimenti e le attenuazioni pensati per meno tradire il dettato costituzionale che vieta ai cooperatori intendimenti meramente lucrativi, gli istituti capitalistici introdotti nella disciplina delle coop assumeranno nel tempo un grande valore simbolico. Alla fine il Mercato porgerà l'altra mano, più visibile, e con essa presenterà il conto. Ora che siete come le altre imprese - tesi semplicistica, sempre contestata dai cooperatori anche con argomentazioni fondate ma sempre più vicina alla realtà - si aboliscano, questa è la pretesa, le agevolazioni e i privilegi non più giustificati.
Carmen Calanca non apprezzò mai la scelta del marito poiché aveva paura del futuro. Ebbe in uggia le cooperative e non è difficile immaginare che analoga antipatia le avrebbe procurato qualunque altro impegno sociale del marito anche perchè quando i due s'erano conosciuti e innamorati, la signorina non si aspettava che un giorno le parti si sarebbero in qualche misura invertite.

"E ti vengo a cercare con la scusa di vederti parlare perché mi piace ciò che pensi e che dici, perché in te vedo le mie radici" [Franco Battiato - "E ti vengo a cercare"]

Dopo che per tempi incomputabili aveva garantito la serenità alle libellule e la frescura al sottobosco e ai muschi e alle betulle una schiera imponente di olmi alti e di lecci orgogliosi cede alle fiamme di un incendio appiccato a tradimento mentre nel tentativo ridicolo di segnalare l'invasione il pigro usignolo abbandona il nido sulla pianta che si è immolata per prima e osserva impotente dall'alto il fuoco che scorre da un albero all'altro insensibile agli argini indifferente alla mancanza di vento e tuttavia assai avido di sterpi secchi e spinosi e di ceppaie morte e della torba spazientita. È l'amore.
La fiamma s'accese una sera di novembre del 1946 alla Volta dei Secchi di Gavello dove i Calanca abitavano in una casa di campagna e la signorina Carmen poco più che ventenne non dovette attendere molto per comprendere che stava per verificarsi qualcosa di irreparabile. Dionigio Bonini fu pervaso dal medesimo sentimento verso la giovane figlia di Arturo Calanca, con il quale il geometra del Comune di Mirandola stava per entrare in affari. Dionigio Bonini era andato a trovarlo a casa con la speranza di riuscire a vendergli un'assicurazione sulla vita che da mesi cercava di piazzare tra le famiglie del posto. Praticava il secondo lavoro macinando severo chilometri di strade sterrate e polverose con una bicicletta di colore nero fiammante, lo stesso mezzo di trasporto con il quale di lì a poco inaugurò un avanti e indietro amoroso da casa sua a casa di lei fino a quando le due case divennero un'unica dimora.
Lei colpì lui e lui si dichiarò presto ma lei, per quanto affascinata dall'uomo, lo fece tribolare per un tempo che a lui fu sufficiente per ritrovarsi disarmato del tutto. Lui era più vecchio di dieci anni e come se non bastasse era pure figlio di genitori separati dato che la mamma Zelmira Greco, donna caparbia e altera, dopo alcuni tentativi di riavvicinamento, aveva rotto senza ripensamenti di sorta il legame con il marito Italo. Si riassumevano in ciò gli argini che lei eccepiva alle fiamme, ubbie solitarie e inconsistenti di fronte a un incendio multicolore.
Lui rimase miseramente affatturato dagli occhi a mandorla accesi e materni della ragazza la quale in quell'occasione trovò una scusa per rimanere in salotto mentre i due uomini dibattevano da due ore e venticinque minuti in merito all'utilità di certe clausole contrattuali decisamente incomprensibili e ascoltava con composto interesse le parole di Dionigio Bonini affascinata dalla proprietà di linguaggio del venditore di polizze che aveva conosciuto le città, dal suo contegno assai educato e piacevole, dalla scioltezza dei modi e dalla postura che incuteva tenerezza. Non fu semplice comprendere il motivo della deflagrazione ma l'incontro furtivo di sguardi vellicanti produsse nell'uomo quel misterioso scompiglio sul quale la scienza non ha indagato compiutamente ma che dovrà pure interessare qualche arteria principale se non addirittura l'aorta dato che in quelle fasi di panico il cuore lascia la cassa toracica e prende a battere anche nelle estreme periferie del corpo indifeso con rintocchi sempre meno discreti.
Sussiegosa nella misura che occorreva per stare in pace con se stessa ma in balìa anch'ella al sentimento giacchè passavano i giorni le settimane e i mesi ed ella non pensava che a lui la signorina Carmen Calanca accettò il corteggiamento di Dionigio Bonini, perso ormai tra pedalate, premure e inviti al ballo, e agevolò quella corte con contegno e grande maestria.
Esisteva a quei tempi, a Gavello, un'unica sala da ballo dove i giovani del paese si riunivano quando con fatica arrivava il sabato. I ragazzi si avvicinavano alle ragazze e porgevano loro la mano ma questo succedeva di solito, dato che anche alle ragazze era consentito, per ben due volte ogni sera, di scegliersi un cavaliere. Erano quelli i momenti di maggiore intensità per Dionigio Bonini il quale in attesa di quella cernita tremenda e crudele si caricava di compassata tensione ma poi si inorgogliva e tornava in sè quando ella lo preferiva a tutti gli altri. Ballavano a lungo con passione e trasporto poi lui la aiutava a indossare il cappotto e la riaccompagnava a casa. Passarono i giorni e presero a incontrarsi anche di domenica pomeriggio, nondimeno ci volle molto tempo prima che la madre di Carmen gli dicesse: ormai ci conosciamo, se vuole può rimanere a cena con noi.
Erano giorni felici e spensierati con tante promesse per un futuro che era alle porte. Gli abitanti di Volta dei Secchi avevano adocchiato il geometra che veniva in bicicletta da Tre Gobbi di Gavello per incontrare la sua innamorata e ne avevano annotato orari e abitudini. Gli volevano bene poiché era nella natura del giovanotto polarizzare la fiducia di chi gli stava vicino e lui ricambiò la generosità a quella gente che aveva bisogno di una spiegazione o di un suggerimento perché lui era geometra ed è chiaro che dovesse saper tutto su suddivisione di beni, misurazione di poderi e frazionamenti e, soprattutto, su come muoversi per ottenere un sussidio di povertà.
Nelle povere campagne modenesi, dove dilagava l'analfabetismo e lo sfruttamento, documenta lo storico Giuliano Muzzioli, s'era più che dimezzata la produzione di uva e di latte, la produzione di carne era scesa del trenta per cento e del quaranta la produzione di frutta senza che ciò incidesse sui rendimenti degli agrari che invece rimanevano stabili a dimostrazione della loro scarsa propensione a investire (11). Fu quello un periodo molto caldo sul piano delle rivendicazioni sociali dei lavoratori della terra, che diedero un energico contributo alla ripresa economica con l'attuazione "violenta" di preziose opere di bonifica su terreni privati e demaniali. Si trattava dello "sciopero a rovescio" mutuato dall'esperienza mantovana e attuato nel contesto della grande mobilitazione dei braccianti del settembre 1947. I lavoratori spiazzarono le aspettative degli agrari e si recarono in massa sulle loro tenute e misero a dimora piante di frutta e vigneti migliorando sensibilmente le condizioni dei terreni e dei canali e di seguito rivendicarono nei confronti dei privati e dello Stato la retribuzione per il lavoro svolto. Muzzioli conclude che nell'occasione si produsse una insperata alleanza tra braccianti e mezzadri, che non aveva equivalenti nel passato, con i mezzadri che "suggerivano ai braccianti quali lavori, colture, tecniche e modalità seguire per ottenere i migliori risultati" (12). L'organo del Pci "La Verità", rifererendo dei lavori del convegno provinciale di Federbraccianti tenuto il 18 settembre 1947, rilanciò il resoconto di Bruno Masserotti, che raccontava: "Gli agrari avrebbero voluto farci scioperare. Certamente avrebbero resistito fino a marzo, con grida di giubilo. Noi infatti avremmo portato allo sciopero 20.000 disoccupati e altri 20.000 che lavoravano a rotazione di 10 giorni al mese. La cosa non poteva andare così e non andrà com'è nei loro desideri. Noi dicemmo 'tutti al lavoro' e questo appello martedì 9 settembre si tradusse in 5000 nuovi occupati, con una spesa di 4 milioni giornalieri per gli agrari. Sono i contadini che indicano il genere di lavori utili al fondo" (13).
Nondimeno, l'efficacia dello sciopero a rovescio era subordinata alla condizione che i lavoratori spuntassero il compenso per il lavoro svolto e tuttavia non commissionato. Ma per giungere al risultato i manifestanti furono costretti a mettere in atto azioni tumultuose, e financo violente in casi estremi, contro le case degli agrari e le loro piantagioni (14), tanto che questi ultimi ricorsero più volte alla magistratura. Lo storico Muzzioli svela che al tempo dei comunisti al governo una circolare di Palmiro Togliatti, allora ministro della Giustizia, "invitava la magistratura ad astenersi dall'intervenire per i ricorsi inoltrati dagli agrari in tutti i casi in cui la vertenza avesse avuto carattere collettivo o fosse stata condotta da un'organizzazione sindacale. La decisione venne giudicata dagli agrari come un'intollerabile interferenza ed essi contestarono al governo il diritto di interporsi in tale materia" (15). Non è dato sapere se la magistratura modenese avesse resistito-resistito-resistito all'interferenza del ministero della giustizia. Certo è che nel 1947 Togliatti non era più ministro da tempo, dopo che nel giugno di un anno prima comunisti e socialisti erano stati cacciati dal governo, e la richiesta degli agrari di fare intervenire polizia e carabinieri in occasione di ogni vertenza fu quasi sempre accontentata. L'ultimo quadrimestre del 1947 registrò un bollettino di guerra, denunciato dal sindacato: "Novantaquattro incriminati, 2.800 fermati, 10 feriti, 337 percossi. La polizia distrusse inoltre 50 biciclette e ne danneggiò altre 3.000 colpendo in tal modo anche la dignità dei braccianti e dei mezzadri" (16). Per comprendere meglio il clima sociale di quell'anno è utile ricordare che il tesseramento differenziato scaturito dal censimento annonario del 1947 rivelò che il 69 per cento dei modenesi rientrava nella categoria A, quella dei poveri: ben settantaduemila individui, con un reddito inferiore alle trentamila lire. Il 21 per cento era catalogato nella categoria B e il 10 per cento era titolare della tessera C, quella dei ricchi, con un reddito superiore alle cinquantamila lire (17). Il fatto, denunciato da un quotidiano (18), che un noto borsanerista modenese che guadagnava non meno di ventimila lire al giorno si fosse dichiarato nullatenente per ottenere la tessera dei poveri, rifletteva da canto suo la tendenza al cannibalismo presente in tutte le epoche a qualunque latitudine.
L'alleanza tra mezzadri e braccianti si riprodusse ben presto nelle relazioni con i coltivatori diretti e questa diede ben presto un contributo alla costituzione di cooperative agricole che migliorarono molto le condizioni degli uomini e dei luoghi anche se per molto tempo ancora la miseria ebbe il sopravvento. Le parole del Papa pronunciate nel 1958 a piazza San Pietro e rivolte ai braccianti sono assai significative: "Non possiamo omettere di richiamare la vostra attenzione su un particolare gruppo, che fra tutti è più economicamente depresso, meno sviluppato socialmente e meno tutelato; vogliamo dire il gruppo rappresentato dalle categorie dei braccianti, la cui condizione sta aggravandosi per il peso della disoccupazione e della sotto-occupazione, specialmente nelle zone di piccola proprietà frammentata".

"E in quanto ai soggetti, che lavoravano a uso dei proprietari, la loro paga (secondo gli ultimi patti di lavoro conquistati con lunghe battaglie sociali) era per esempio questa: per una giornata lavorativa di sedici ore, tre quarti di litro d'olio (alle donne la metà)". [Elsa Morante - "La Storia"].

Le lotte agrarie segnarono la formazione dell'innamorato e corteggiatore Dionigio Bonini, che mai si distaccò dall'innata e irrinunciabile passione per il sociale. S'era sparsa la voce che lui non dicesse no a nessuno e dunque era facile che lui trascorresse interi pomeriggi domenicali a casa di Carmen, o più spesso davanti al suo cancello, dato che molti lo attendevano al suo arrivo o alla sua partenza verso Tre Gobbi, applicatissimo nel dare consigli e nel dirimere dubbi.
Non si sa bene se un matrimonio fissato per il 25 aprile 1949 avesse in qualche modo per Dionigio Bonini un valore simbolico, certo è che a causa di un lutto familiare i due dovettero sposarsi il 28, in una giornata non festiva e con tre giorni di ritardo rispetto alla data annunciata. Fu una cerimonia austera alla quale parteciparono i parenti più stretti che per risparmiare fecero la spola in bicicletta tra la chiesa e la casa degli sposi. Questi ultimi invece vi andarono a bordo di un'automobile, presa a noleggio solo per quel giorno.
La luna di miele non ci fu - anzi le uniche sortite da casa si riassumevano nella passeggiata domenicale che li conduceva a messa - e dal canto loro i compaesani si accorsero della presenza in San Martino di una nuova famiglia poichè una forestiera dagli occhi a mandorla lavorava accanto a Fedora, sorella di Dionigio Bonini, dietro al bancone del bar Sabbioni al piano terra della palazzina di via Valli dove Carmen e Dionigio erano andati ad abitare la sera delle nozze. Poco più di sette mesi dopo, dato che era morta la nonna di Dionigio Bonini la quale fino a quel giorno abitava con sua figlia Zelmira Greco, quest'ultima li raggiunse, perché non restasse sola, e la nuova famiglia di via Valli si allargò ancor prima che nascesse il primogenito.
Zelmira Greco fu sempre molto determinata con il figlio e, facendo leva sullo stato di soggezione filiale su cui le mamme più incoscientemente apprensive e severe si appoggiano per mantenere il controllo della situazione, cercò di dissuadere l'uomo. Ma anche stavolta le pressioni furono vane e Dionigio Bonini si rivelò a sua volta più affine a suo padre, sebbene quest'ultima similitudine, giustificata più dalla coincidenza di certi avvenimenti originali che non dalla personalità dei due, sia appropriata solo in parte.
L'attenzione sociale era caduta su Italo Bonini quando da giovane egli aveva fatto una scelta di vita, interessante per lui ma stravagante per l'epoca. Anch'esso dipendente dello Stato quale buttero del Centro Rifornimento Quadrupedi di San Martino Spino, un giorno lasciò il posto fisso per intraprendere un'attività in proprio. Acquistò una carrozza e istituì un servizio di trasporto privato tra San Martino e Mirandola. Non credo che dobbiamo spingerci fino a ritenere che la rottura fosse stata determinata unicamente da questa decisione, certo è che Italo Bonini fu messo presto alla porta dall'austera Zelmira. La donna si separò dal marito dopo la nascita del terzo figlio e tornò presso la casa paterna, con i bambini a seguito, giacchè alcuni tentativi di riconciliazione si rivelarono vani ed ella preferì mantener fede alla propria decisione ponendo fine a un matrimonio in cui non credeva più. Si rendeva conto assai bene di quanto quel gesto fosse coraggioso poiché si attendeva che di lì a poco il mondo intero sarebbe caduto sulle proprie spalle.
Era il 1925. La mamma di Zelmira Greco, in preda a un fastidioso disturbo dell'umore, vide aggravarsi il proprio stato di salute tanto che si rese necessario un ricovero nell'ospedale psichiatrico di Reggio Emilia. Poi il ricovero divenne si prolungò e per stare vicino alla mamma, Zelmira Greco trasferì la propria famiglia a Reggio. In breve tempo ella fu costretta a modificare lo stile di vita fino a quel momento fondato sulla propria condizione di proprietaria terriera. Divenne una salariata e si adattò a ogni tipo di lavoro che fosse utile al mantenimento della famiglia, andò a lavorare in fonderia e pure in campagna a spander letame nei campi, accettò di fare la donna di compagnia per una gentildonna di Reggio, profuse ciascuno di questi sforzi nel bruciante desiderio di garantire la scuola ai suoi tre figli che presto completarono le medie. Chi la conobbe la ricorda come "donna austera, irreprensibile, intraprendente e di ampia cultura, amante della musica classica, dall'intelligenza acuta, piccola inventrice, riconoscibile per la forte tenacia, abile contrattatrice, donna d'onore, difficilmente depressa, anzi lungimirante, dal dialogo breve ma fortemente incisivo, rispettosa e reverente verso i più deboli, generosa o meglio altruista ma per niente ingenua, instancabile lavoratrice per sua natura portata alla praticità, carente nell'abilità diplomatica, ma permeata di alti sentimenti e di fortissima sensibilità che sapeva molto ben serbare o nascondere" (19).
La donna era dotata di un carattere forte che incise profondamente nella formazione di Dionigio Bonini. Ma nell'occasione che qui si narra non servì a molto l'azione persuasiva che mamma Zelmira mise in atto nei confronti del figlio. Quest'ultimo, come succede non di rado a coloro che più degli altri subiscono nell'adolescenza le violenze morali di un'educazione rigida, era divenuto assai indipendente di spirito. Se gli era passata per la testa l'idea di lasciare un lavoro per intraprenderne un altro, sia pure più precario del primo, voleva dire che la scelta che stava per fare era per lui la scelta giusta.
Molto tempo dopo, ironia della sorte, un figlio di Dionigio Bonini rinuncerà a un lavoro sicuro per aprire un negozio. Ci aspetteremmo a questo punto che Dionigio Bonini sia contento dell'atteggiamento volitivo e intraprendente del figlio. E invece no. Dionigio Bonini ci rimarrà molto male. È la solita debolezza dei padri, che non poche volte si lasciano trascinare dalla convinzione che i propri figli non siano in grado di affrontare la vita con lo stesso coraggio al quale essi stessi avevano un tempo affidato i propri sogni.
Per la famiglia di Dionigio Bonini la decisione di lui di lasciare il posto presso il Comune di Mirandola fu un mezzo disastro, almeno all'inizio dell'avventura. Anche i figli - che pure comprenderanno e ammireranno sempre di più la passione del padre - certo non compresero in prima battuta. Ce ne vollero di battute. La moglie pensava a cosa sarebbe stato di loro, il giorno in cui - nella denegata ipotesi che ciò potesse malauguratamente avverarsi… - lui fosse stato messo in minoranza e licenziato da presidente della cooperativa. Che si sorvolasse sullo stipendio sconclusionatamente ridimensionato rispetto a quello percepito come impiegato. Ma il giorno che fosse stato lasciato a spasso - sì, il giorno che ora si materializzava tra le pieghe della bruma sospesa tra le viti e i tetti delle cascine - che ne sarebbe stato di lei e dei suoi ragazzi?

Però Nora, che in certe contingenze familiari era brava come una leonessa e provvida come una formica, riusciva a mantenere la famiglia senza troppe angustie" [Elsa Morante - "La Storia"]

La vita cominciava a diventare magra e occorreva far di tutto perché si riuscisse a mettere insieme il pranzo con la cena. Per fortuna la vita di campagna aveva i propri vantaggi e tra i vantaggi si potevano trovare la verdura e le uova fresche, la carne di pollo e altri alimenti a buon mercato. Ma i formaggini Milkana, come la mettiamo con i formaggini Milkana?
Le piccole forme a spicchio, bianche e profumate, che tanto piacevano agli scolaretti in special modo durante il quarto d'ora di ricreazione erano appena usciti sul mercato. Erano gli anni Sessanta, gli anni della ripresa economica, il benessere nazionale si andava spalmando anche su San Martino, ma nella famiglia Bonini i formaggini non si spalmavano. Si tagliavano in due. Per fortuna il formaggino era di spessore alto e, dividendolo in due, mamma Carmen vi ricavava il companatico per due panini. Ma la zolletta di cioccolato, che pareva essere la leccornia più accattivante del fornaio, era consentita solo una volta alla settimana.
Ricordano Amedeo Osti Guerrazzi e Claudio Silingardi che a quei tempi Eliseo Ferrari, in una seduta del VI° congresso provinciale della Camera confederale del lavoro, sostenne la necessità di una incisiva battaglia sindacale perché tutte le famiglie avessero "una casa dignitosa, arredata con prodotti moderni con largo uso di elettrodomestici, perché la motorizzazione si estenda e tutti ne beneficino, perché più vitto, più vestiti, più giornali, libri di cultura entrino in tutte le case, perché ognuno possa godere il riposo al mare e ai monti e l'assistenza medica farmaceutica, perché più lunghe siano le ore di riposo, di studio, di svago e meno quelle di lavoro…" (20). Il benessere si diffondeva e con esso si espandeva la disponibilità di beni sempre più voluttuari. Modena e la sua provincia avevano conosciuto la fame, la miseria e l'emigrazione. I modenesi subodoravano, ora, una ricchezza che si sarebbe presentata puntuale e quasi improvvisa, certo non regalata. Si voleva forse esorcizzare il passato? Certo, in pochi decenni, scrivono gli storici, si passa "dalla pellagra al problema del sovrappeso" (21), mentre l'avvento della plastica rivoluzionava la vita, e le cucine a gas e i frigoriferi lenivano la vita delle donne. Le vacanze estive incutevano allegria. Il dopoguerra era finito, ora era tempo di boom e di miracolo economico. Davanti all'agenzia di Enzo Gualtieri, in viale Trento e Trieste a Modena, alcuni modelli fiammanti della Lambretta 50 J e 125 J con il motore Superplastic indicavano che s'era schiusa, per i più fortunati, una via veloce e spensierata al futuro.
In casa Bonini si andava più a rilento, ma non fu mai fame. Anzi, il decoro fu sempre presente in famiglia, sebbene si trattasse di un decoro spesso appesantito da una certa apprensione. E se anche Dionigio Bonini avrebbe voluto che i suoi figli andassero sempre vestiti di tutto punto, egli dovette vederli più volte con le toppe ai calzoni. Il geometra con la passione per le cooperative era consapevole dei momenti di difficoltà e sosteneva e incoraggiava la famiglia alla cautela. Apprezzava, ad esempio, quando la madre e la moglie attingevano all'orto prolifico e al pollaio generoso, piuttosto che alla bottega costosa.
Ci fu spesso aria di accesa discussione, in casa, che non si tradusse mai in tensione distruttiva. Ma non è detto che la tensione sarebbe stata minore se quel padre e quel marito si fosse ritrovato a svolgere un lavoro più redditizio qualora quest'ultimo fosse stato capace di rubargli l'anima giorno dopo giorno. Del resto, non si può escludere che l'unico strumento lealmente utilizzabile contro la pretenziosità del tempo che passa, nonché indispensabile per non cedere la limpidezza di spirito e la bellezza del corpo anche quando gli anni che rimangono non sono un granchè, vada ricercato nella capacità di mantenersi tanto più fedeli alle proprie aspirazioni intellettuali.
Quando in casa, anche decine di anni dopo, gli si rimprovererà: "Hai-lasciato-il-posto-fisso-hai-rinunciato-allo-stipendio-sicuro", lui incasserà senza dire nulla. In quelle circostanze Dionigio Bonini aveva la grande intelligenza di tacere.
Che egli non fosse poco intelligente lo dimostra la sua storia. Ma non fu neppure un temerario, e questo lo abbiamo già appurato. Il geometra sapeva che la sua famiglia sarebbe andata incontro a tempi duri, ma sapeva pure che sarebbe stata una difficoltà temporanea. Di certo, questo pure egli sapeva, se fosse morto lui la sua famiglia non sarebbe stata ridotta sul lastrico. Dionigio Bonini, che di terra ne capiva, aveva i piedi ben saldi al suolo e mentre si occupava con grande passione dei suoi sogni e della sua cooperativa si preoccupava pure, con determinazione e lucidità, di costruire un futuro per sé e per i suoi cari senza mai trasformare in rendita di posizione gli incarichi privati e pubblici che gli saranno affidati nel corso di una vita.
Dionigio Bonini conosceva leggi e decreti, ordinanze e circolari, norme e sanzioni, numeri e tabelle. La sua giornata era spesso un leggere e far di conto. Il suo senso spiccato della previdenza farà sì che egli, da anziano, riuscirà ad andare in pensione col riscatto di tutti gli anni di lavoro e riuscirà pure ad avere la pensione da ex impiegato del Comune di Mirandola. Prima di decidere di lasciare il posto fisso, infatti, Dionigio Bonini aveva letto e e metabolizzato le delibere comunali, da cui traeva fonte il suo impiego, e aveva passato notti in bianco a far conti e proiezioni matematiche, stando attento a non commettere errori fatali nella ricostruzione della carriera. Intanto aveva dato la propria disponibilità alla sorella Fedora, impiegata alle Poste di Gavello, come supplente in caso di assenza di lei in ufficio. La legge prevedeva questa possibilità e anche quella legge lui conosceva. Ma era come se Dionigio Bonini conoscesse anche una legge che ancora non c'era e che sarebbe stata emanata alcuni anni dopo. Quella legge introdurrà il diritto di accedere all'impiego di ruolo nelle Poste, senza concorso, a patto che si fosse data la propria disponibilità come supplente negli uffici postali della provincia in periodi precedenti. Quando quella legge uscirà e lui ne approfitterà per essere assunto alle Poste, sarà come un cerchio che si chiude secondo le migliori previsioni.
Tra i tanti pensieri che occupavano la sua mente c'era la preoccupazione di evitare problemi ai suoi ragazzi. Al massimo, pensava, si tratterà di far sacrifici per qualche anno: poi - diceva ai suoi figli che osservavano con malcelata rassegnazione il suo volto accigliato - avrete tutti un impiego, una famiglia e una casa tutta per voi. Coraggio!
Quando domenica 20 dicembre 1964 inforcò di prima mattina gli occhiali con la montatura quadrata e si mise le mani in tasca con la bruma che fuori dalla finestra stava sospesa tra la notte e il giorno Dionigio Bonini ebbe quest'ultimo pensiero e trasalì.




Note al primo capitolo
(1) La legge 15 settembre 1964, n. 756, entrata in vigore il giorno successivo, dispone che "A decorrere dalla data di entrata in vigore della presente legge, non possono essere stipulati nuovi contratti di mezzadria. I contratti stipulati in violazione del divieto di cui al precedente comma sono nulli". La legge tuttavia conteneva disposizioni di salvaguardia per i contratti stipulati in epoca precedente.
(2) In un verbale del 1964 del collegio sindacale della coop Focherini si legge: "Abbiamo avuto modo di osservare che l'amministrazione della società ha cercato di tener conto dei suggerimenti dati in precedenti occasioni dal collegio sindacale e in particolare di non procedere ad investimenti senza prima avere i fondi necessari e senza la certezza delle rese. […] Dall'esame del bilancio, che giudichiamo meritevole della nostra approvazione, risulta pure che la situazione debitoria è sensibilmente diminuita". "Appare pure che la maggior retribuzione oraria ai soci è dovuta al minor impiego di ore lavorative". "Riteniamo di richiamare l'attenzione di tutti in questo momento abbastanza incoraggiante della Società affinchè sia di sprono per risolvere e affrontare nel modo migliore gli impegni futuri. Non mancano le premesse per un effettivo e rapido miglioramento generale".
(3) Michele Smargiassi, "Coop uguale Confindustria - Al supermarket rosso cade il tabù dello sciopero - Modena, la Cgil in corteo dentro il Grandemilia" . La Repubblica, 8 novembre 2001.
(4) Dall'Archivio parrocchiale di San Martino Spino, 9 gennaio 1952.
(5) Bollettino Parrocchiale di San Martino Spino - Anno VI
(6) "Il Buon Pastore, "Anno VIII N° 5 - Maggio 1958. Per il testo integrale, vedi appendice a pag. 109.
(7) Bollettino parrocchiale "Echi di vita parrocchiale di San Martino Spino", 1 giugno 1966.
(8) William Shakespeare - "Enrico V".
(9) Claudio Risè, "Essere uomini", Edizioni Red, 2000, pag. 43.
(10) Novità introdotta dalla Legge 59/1992 che estenderà a tutte le cooperative la figura già prevista dall'art. 2548 del Codice civile per le mutue assicuratrici.
(11) Cfr. Giuliano Muzzioli, "Storia delle città italiane. Modena", editori Laterza, Bari 1993, pag. 301
(12) Ibidem, pag. 304.
(13) La Verità, 20 settembre 1947. Citato anche in "Le campagne modenesi nella ricostruzione", di Mauro Francia, nel volume "La ricostruzione in Emilia Romagna", a cura di Pier Paolo D'Attorre, Pratiche Ed. 1980, pagg. 119-132.
(14) Vedi anche Mauro Francia, op. cit. 301.
(15) Giuliano Muzzioli, op cit. pag. 307.
(16) Ibidem, pag. 308
(17) Vedi "Molti poveri e pochi ricchi", Gazzetta di Modena, diretta da Guglielmo Zucconi, 6 ottobre 1947, pag. 2.
(18) Ibidem.
(19) Testimonianza di Ciro Bonini.
(20) Amedeo Osti Guerrazzi, Claudio Silingardi, "Storia del sindacato a Modena, 1880-1980", Casa
editrice Ediesse, Roma 2002, pag. 119.
(21) Ibidem, pag. 114.

 


AUTORE: Vincenzo Brancatisano

TITOLO: La scelta di Dionigio

PAGINE: 112

PREZZO: 15 euro

ISBN: 88-901017-0-9

EDITORE: MondoNuovo: Modena, dicembre 2002

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Il protagonista della storia vera, che l'autore racconta in questo libro con forza narrativa a tratti suggestiva e romanzata ma sempre rispettosa della genuinità degli eventi, è uno di quegli uomini che hanno il privilegio e la traversia di avvertire che la propria vita ha un senso, una precisa direzione. Subito dopo la fine della seconda guerra mondiale, il geometra Dionigio Bonini rinuncia a un impiego sicuro per assumere la presidenza di una cooperativa in un periodo molto difficile della storia italiana, caratterizzato da fame e miseria, pervaso da una forte tensione collettiva e descritto nel libro in maniera rigorosa e coinvolgente. La decisione dell'uomo, ispirata a una passione profonda per l'ideale, scatena gravi conflitti nella sua famiglia per il disagio economico cui essa andrà incontro a causa della modestia del nuovo compenso. Ma un altro conflitto è destinato a catturare il lettore fin dalla prima pagina. È il conflitto vissuto dal protagonista quando sarà; messo in minoranza dai suoi soci che non se la sentiranno più di perseverare nei sacrifici, che pure avevano fatto grande la cooperativa, e pretenderanno una più consistente distribuzione degli utili dell'azienda. Deluso dalla deriva neoliberista cui le cooperative iniziano ad andare incontro, rimasto senza lavoro e memore delle più funeste previsioni della moglie che s'era opposta inutilmente alla sua scelta, ma che non smette mai di stargli vicino, Dionigio Bonini guarderà al futuro con tenacia e ottimismo e, divenuto sindacalista, conquisterà l'ammirazione di un numero sterminato di lavoratori, che difenderà sempre con passione e severità. Solo il cancro, che busserà alla sua porta appena la famiglia si sarà finalmente riappropriata del suo inquieto congiunto, riuscirà a evitargli altri grandi dispiaceri: la deriva della politica, gli attacchi del governo alla cooperazione, la rottura dell'unità sindacale.

 

 

"... Non fu semplice comprendere il motivo della deflagrazione ma l'incontro furtivo di sguardi vellicanti produsse nell'uomo quel misterioso scompiglio sul quale la scienza non ha indagato compiutamente ma che dovrà interessare qualche arteria principale se non addirittura l'aorta dato che in quelle fasi di panico il cuore lascia la cassa toracica e prende a battere anche nelle estreme periferie del corpo indifeso con rintocchi sempre meno discreti..."

 

 

"...Non è dato sapere se la magistratura modenese avesse resistito-resistito-resistito all'interferenza del ministero della giustizia. Certo è che nel 1947 Togliatti non era più; ministro da tempo, dopo che nel giugno di un anno prima comunisti e socialisti erano stati cacciati dal governo, e la richiesta degli agrari di fare intervenire polizia e carabinieri in occasione di ogni vertenza fu quasi sempre accontentata..."

 

"...Lo facevano i comunisti e lo facevano i democristiani e quello studio, umile e faticoso, consentiva al confronto politico, sia pure aspro e conflittuale come è sempre utile che sia, di mantenersi nei limiti della decenza, della lealtà, del rigore intellettuale, dell'educazione, ciò; che a sua volta agevolava la salvaguardia di un terreno comune considerato patrimonio indivisibile: la sacralità delle istituzioni, il rispetto dei ruoli, la venerazione dei valori conquistati col sangue, l'intransigenza circa la tutela dei diritti di libertà acquisiti e dei diritti sociali sempre in bilico come lo sono i pescherecci quando prendono il mare aperto..."

 

Libera Chiesa in non molto libero Stato
"…Durante la campagna elettorale, don Oscar Martinelli scrisse una lettera ai parrocchiani: 'Nel segreto della cabina dove andate a votare - avvertì il prete - vi vede solo Iddio. Egli vede se commettete una vigliaccheria non dando il voto o dandolo apposta sbagliato, vede a chi date il voto dal quale domani dipenderà il bene o la rovina della nostra patria. Se domani vi saranno: guerre, rivoluzioni, disoccupazione, fame, miseria non sarà non altro che per colpa di ognuno di noi che non ha forse votato, o ha votato sbagliato, o ha votato per partiti dove si sapeva esservi uomini incapaci e cattivi. La Madonna ci benedica e ci aiuti a dare alla nostra Italia un volto cristiano…"
Nota dell'autore: il libro contiene il testo integrale del lungo e imbarazzante documento della Chiesa.



 

La scelta di Dionigio - Rassegna stampa Consulta




Primo capitolo del libro "La scelta di Dionigio" di Vincenzo Brancatisano.




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