Vincenzo Brancatisano
La scelta di
Dionigio
"Scegliti un mestiere" gli disse Betto "ma sceglitelo da te, se ce n'è uno
che ti piace. Il cappio al collo mettitelo con le tue mani" [Vasco Pratolini - "Metello"]

Primo capitolo
"Alle domande più importanti si finisce sempre per rispondere con l'intera esistenza. Non ha importanza quello che si dice nel frattempo, in quali termini e con quali argomenti ci si difende. Alla fine, alla fine di tutto, è con i fatti della propria vita che si risponde agli interrogativi che il mondo ci rivolge con tanta insistenza". [Sandor Màrai - "Le Braci"]
***
La mattina del 20 dicembre 1964 un sole sempre più
malato stentava a penetrare la rada caligine che s'era adagiata con grossolana
impertinenza sulle superfici delle strade e sui tetti delle cascine. Le foglie
delle viti piantate a quinconce grondavano minuscole perle di rugiada sui prati
umidi mentre un'ombra non proprio definita arrotolandosi lungo le pareti delle
costruzioni compitava con mestizia le fessure che dividevano, a una a una, le
pietre a vista. Era da poco trascorsa l'alba eppure sembrava che annottasse.
Dionigio Bonini s'era alzato più presto del solito. Con i lineamenti tirati di
chi non ha preso sonno durante la notte guardò a lungo fuori dalla finestra.
Era un uomo di corporatura normale. La sua fronte alta era sormontata da
capelli che avevano iniziato anzitempo a brizzolare e quella con la canizie
poteva considerarsi, finora, l'unica battaglia persa senza gloria. Amava
vestire con decoro e indossava quasi sempre la giacca e la cravatta e quando
usciva non si separava mai dal cappello grigio. E infatti, già a quell'ora di
domenica, sebbene sapesse che sarebbe uscito molto più tardi visto ciò che lo
attendeva, egli s'era preparato di tutto punto come tutte le altre mattine.
L'abitudine all'eleganza, del resto, riusciva ad amplificare gli effetti della
sua limpidezza d'animo a vantaggio di chi gli stava vicino. Quando dialogava
con qualcuno, a casa o al lavoro, non era difficile scorgerlo con l'indice
rivolto verso l'alto, ciò che gli conferiva l'autorità di uno che sa tutto
quanto occorre sapere quando si lotta per raggiungere un risultato. Ma ora
Dionigio Bonini non parlava con nessuno.
Era difficile vederlo sorridere in famiglia consumato com'era sempre dai suoi
pensieri e quando i pensieri erano ancora più intensi dell'ordinario e per caso
si trovava seduto alla scrivania per finire una pratica o vicino a un tavolo
intento a guardare la televisione Dionigio Bonini esasperava senza avvedersene
il movimento oscillatorio della gamba destra che costringeva la punta della
scarpa a sfregare sul pavimento per un tempo sufficientemente lungo affinchè i
pantaloni si consumassero anzitempo a livello del ginocchio che a sua volta
faceva attrito contro la scrivania o contro il tavolo.
Quella mattina Dionigio Bonini sorrise ancora meno. Osservò un gruppo di
braccianti le cui facce il sole trascorso aveva solcato come fanno gli aratri
impietosi al tempo del maggese. Gli uomini avanzavano lesti e vocianti ai
margini della provinciale e indossavano scarponi che non erano stati puliti
bene la sera prima al rientro dai campi e anche i calzoni abbondanti sulle
anche e sulle ginocchia erano inzaccherati all'altezza delle caviglie.
Scherzavano ed esasperavano coi loro sogghigni bonari la dignità che hanno i
braccianti quando, in tempo di carestia, sentono di essere prossimi a una lunga
giornata di fatica.
A Dionigio Bonini parve che il più basso del gruppo, che teneva il passo a un
cane macilento e discreto, si stesse per voltare in direzione della sua
finestra con l'intenzione di salutare. Un altro appariva indaffarato con una
copia del quotidiano il quale annunciava gli ultimi sviluppi del caso che
teneva banco da giorni. Era fallita anche la settima votazione per la
sostituzione del capo dello Stato, il candidato Saragat s'era ritirato dalla
competizione, almeno per ora, mentre il professor Giunchi, medico curante del
presidente della Repubblica Segni, colpito da paralisi cerebrale il 7 agosto,
consigliava di attendere una giornata meno umida per trasferire lo statista
presso la sua nuova casa all'Eur.
"Buongiorno, geometra Bonini", proferì l'uomo basso mentre gli altri
operai lo emularono in coro alzando la mano senza tuttavia arrestare il passo.
L'altro chiuse il giornale e salutò anch'esso levandolo in aria.
"Buongiorno, buongiorno a voi", rispose il geometra con una voce
molto bassa e con un ampio gesto del braccio. Guardò a lungo i lavoratori fino
a sbirciarli mentre annegavano nella nebbia, poi si ritrasse, si tolse le lenti
con estrema cura e guardò ancora fuori come per avere un'altra rappresentazione
della bruma che era ancora là, sospesa tra la notte e il giorno. Inforcò di
nuovo gli occhiali con la montatura quadrata, si mise le mani in tasca e senza
avere il tempo di pensare ad altro si sentì solo come non si era mai sentito
prima.
In fondo gli stava bene.
Tanti anni prima sua moglie lo aveva avvisato: un giorno, gli ripeteva ogni
volta con voce grave, ti accorgerai finalmente che-la-tua-scelta-è-stata-un-errore.
Ma Dionigio Bonini non aveva ascoltato e aveva preferito seguire la rotta del
cuore. Aveva lasciato un posto di lavoro sicuro, che tanti altri in paese
avrebbero invece desiderato, e aveva assunto l'incarico di presidente del
consiglio di amministrazione della cooperativa agricola "Odoardo
Focherini" di San Martino Spino, nella Bassa modenese, una delle prime
cooperative nate negli anni che stazionavano a ridosso delle lotte agrarie
iniziate dai contadini modenesi subito dopo la fine della seconda guerra
mondiale e che tre mesi prima, il 15 settembre 1964, avevano avuto culmine
nell'abolizione della mezzadria (1). Il nuovo compenso di Dionigio Bonini, neo
dirigente della cooperativa bianca che tanto piacque al senatore e ministro
democristiano Giuseppe Medici il quale nel 1960 nel corso di una visita si
complimentò coi soci "perché questa è una delle poche volte che non debbo
pentirmi di essere stato l'artefice della costituzione di un ente economico
agrario che non mi abbia lasciato deluso", era modesto e largamente
inferiore a quello a cui aveva rinunciato poiché allora usava che i dirigenti
delle cooperative non percepissero stipendi da favola. Anche per questa ragione
la famiglia s'era vista privata della sicurezza economica in un periodo
difficile della storia italiana.
Faceva molto freddo quella mattina. Più tardi Dionigio Bonini avrebbe
affrontato i soci della cooperativa e avrebbe pronunciato il suo pensiero. Dopo
si sarebbe sentito meglio, forse. Ma per ora, ahimè, c'era tutto il tempo per
le riflessioni. Aveva speso una vita per un ideale e ora, a quarantasette anni
e con un nuovo futuro da inventare, l'ideale medesimo, che aveva visto tradursi
in pratica, doveva fare i conti con il nuovo atteggiamento dei suoi compagni di
strada che non accettavano più di perseverare nei sacrifici di un tempo e
pretendevano una più consistente distribuzione degli utili aziendali. Dionigio
Bonini aveva favorito, durante la sua presidenza, la limitazione dell'entità
dei compensi destinati ai soci a vantaggio di un costante rilancio degli
investimenti che permisero alla cooperativa di conseguire risultati apprezzati
da molti. Chi lo avversò ritenne eccessivamente alti i rischi e troppo elevati
gli oneri connessi alla politica degli investimenti e la frattura divenne tanto
insanabile che il presidente si ritrovò in minoranza (2).
Superato il crocicchio che ora aveva davanti altri bivi si sarebbero presentati
sulla sua strada negli anni a seguire ma in questo momento avvertiva l'urgenza
quasi incolmabile di fornire molte risposte a se stesso. Altre risposte sapeva
di dovere dare a chi gli stava vicino. Dionigio Bonini non si sentiva un nudo
alla meta giacchè aveva tante risorse da spendere in futuro, eppoi aveva messo
al riparo l'avvenire della famiglia con alcune accortezze che si riveleranno
vincenti, a riprova della spiccata intelligenza di un uomo che mai si lasciò
andare in contegni da temerario. Ma ora egli era solo e di una solitudine che
nessuno poteva colmare, era come in balìa alla violenza delle parole e al
turbinio di frasi che ruzzolavano nella sua testa come un masso sceso da un
precipizio poiché non riusciva a fermare la sua attenzione su un solo ricordo:
"…Io invece ho posposto la mia famiglia alla cooperativa, trascuravo i
miei interessi personali per fare i vostri…", pensò.
E pensò ancora: "Mia moglie era inasprita proprio per questo, mentre voi,
sia pur di poco miglioravate le vostre condizioni, le nostre, quelle della mia
famiglia, peggioravano…".
Solo con se stesso dialogava con i pensieri più irriverenti. Sentiva di aver
dato la vita alla cooperativa e sapeva pure che, nonostante "le calunnie e
le accuse fatte alla mia persona", e nonostante i "torti e le offese
ricevute", avrebbe rifatto le stesse scelte come farebbe ogni uomo che
antepone sempre le necessità interiori alle contingenze in qualche misura
differibili della vita. L'eleganza di Dionigio Bonini non avrebbe mai
consentito che un discorso, per quanto duro, si trasformasse in uno strumento
di offesa, in un corpo contundente contro un'assemblea nei confronti della
quale egli nutriva un indubbio risentimento. Era il risentimento
dell'innamorato tradito, nel cuore e nella mente, a rendere angosciose le sue
parole. L'angoscia infatti non esploderà. Semmai essa andava implodendo in quelle
stesse viscere entro cui più tumultuose erano scorse e avrebbero continuato a
scorrere con tenacia e coerenza e fino alla morte le passioni più cocenti.
Avrebbe voluto che la cooperativa continuasse a ispirare la propria attività ai
principi originari e che i guadagni prodotti fossero reinvestiti in blocco
nell'impresa per ricapitalizzare un'azienda in costante espansione nonostante
difficoltà e taluni errori di prospettiva che pure non mancarono. Fu messo in
minoranza dall'assemblea e passò la linea voluta da coloro che ritenevano
invece necessario e giusto che gli utili fossero distribuiti ai soci, una tesi
legittima alla quale nondimeno egli non intese mai piegarsi.
Molti anni dopo, quando il conflitto sulle cooperative diventò tema di scontro
politico con proposte di legge di ispirazione liberista mirate a colpire le
agevolazioni previste per la cooperazione, considerata non più rispondente alle
finalità mutualistiche originarie, Dionigio Bonini non c'era più. Per questo
motivo egli si perse pure alcuni avvenimenti epocali che lasceranno il segno.
Come i fatti di Modena del 7 novembre 2001.
Quel giorno i lavoratori delle cooperative di consumo invadono il più grande
ipermercato coop italiano e protestano contro le condizioni di lavoro. "Il
sangue lo doneremo all'Avis!", minaccia un cartello dall'alto contenuto
simbolico. Un macellaio coop, che indossa una maglietta con la scritta 'Coop
uguale Confindustria', racconterà alla stampa: "Trent'anni fa lavoravo da
un privato, andai in cooperativa a prendere la metà dei soldi perché mi sentivo
in casa mia. Oggi, se vai alla trattativa per l'integrativo ti trovi davanti
dei giovanotti che hanno fatto la Bocconi e ti trattano peggio dei
padroni" (3).
Lottano per il rinnovo del contratto, questi lavoratori, e per il miglioramento
della loro situazione economica, nella stessa epoca in cui i sostenitori delle
cooperative, non convinti delle "ingenerose proteste", raccolgono
firme contro il disegno governativo nel quale coop rosse e coop bianche intravedono
un attacco alla solidarietà sociale. Trascorrono due mesi. Le cooperative,
rosse e bianche, si alleano per evitare il paventato tracollo epocale mentre il
governo è impegnato in uno scontro titanico con i sindacati anche sul fronte
della riforma del fisco e del mercato del lavoro. Quest'ultima questione,
inaspritasi sul tema dei licenziamenti senza giusta causa, porterà alla prima
rottura del nuovo millennio tra Cgil e Cisl-Uil, culminata con lo sciopero
generale non unitario del 18 ottobre 2002. Anche questo dolore fu risparmiato a
Dionigio Bonini che nel sindacato Cisl modenese era diventato nel frattempo e
fino alla sua morte un irrinunciabile punto di riferimento per i lavoratori
della terra.
Faceva freddo quella mattina e i suoi pensieri corsero presto verso gli anni
più movimentati della sua esistenza. Erano anni di miseria. Il posto fisso di
impiegato comunale, proprio per questo, non era da buttare. Chiunque altro
avrebbe fatto carte false per stare al posto suo in municipio a Mirandola. In
tanti addirittura lo derisero per una scelta che si faticava a comprendere. Il
parroco di San Martino, don Oscar Martinelli, fu tra i pochissimi che non
gridarono allo scandalo. Anzi non riuscì a dissimulare un certo compiacimento
per la scelta passionale del suo parrocchiano del quale evidentemente egli
conosceva assai bene la determinazione. Don Oscar, figlio di Vitaliano e
Amabilia Calzolari, era uomo di paese e di tutti conosceva tutto. Iniziò la
carriera in piena guerra, quando Monsignor Virgilio Della Zuanna, vescovo di
Carpi, lo ordinò sacerdote a Carpi il 30 maggio 1942. Resse la Parrocchia di
San Martino Spino dal 21 dicembre 1947 fino al 7 ottobre 1991, dopo essere
stato Vicario a Gavello dal 1942 al 1947. Sei mesi dopo morì in ospedale nella
città dei Pio.
Don Oscar fu molto attivo nel sociale. Il 9 gennaio 1952 il parroco presentò
domanda alla Direzione Generale del Fondo per il Culto presso il Ministero
dell'Interno, allegando una perizia minuziosa, per chiedere un contributo per
la copertura delle spese necessarie al consolidamento della chiesa, alla
ristrutturazione del campanile e della canonica "che per vetustà
minacciano in tutto o in parte di cadere" (4). Il 12 dicembre 1956, in
occasione dei fatti di Ungheria e della crisi per il Canale di Suez, Don Oscar
intervenne con un articolo dai forti connotati politici. Vi si leggeva:
"Carissimi parrocchiani, noi tutti che viviamo il tempo presente
certamente siamo tranquilli quando gli avvenimenti del mondo ci dicono pace e
sicurezza, si scuote invece il nostro animo quando il mondo si agita nella
rivoluzione e nella guerra. […]. I due avvenimenti a cui ho accennato oltre ad
essere una violazione alla libertà sono una minaccia alla pace, all'equilibrio
dell'economia mondiale, alla serenità della politica internazionale (5).
Due anni dopo si svolsero le elezioni politiche italiane per la terza
legislatura che precederà la nascita del primo, brevissimo governo centrista
Fanfani, con Democrazia Cristiana e Psdi a Palazzo Chigi. Durante la campagna
elettorale, don Oscar Martinelli scrisse una lettera ai parrocchiani: "Nel
segreto della cabina dove andate a votare - avvertì il prete - vi vede solo
Iddio. Egli vede se commettete una vigliaccheria non dando il voto o dandolo
apposta sbagliato, vede a chi date il voto dal quale domani dipenderà il bene o
la rovina della nostra patria" (6). L'iniziativa del parroco di San
Martino Spino non fu certo originale, anzi si pose in piena sintonia con le
parole di Pio XII°, sceso nell'agone politico durante la campagna elettorale
del 1948, pochi giorni dopo che i carri armati sovietici ebbero conquistato
Praga: "Chi non è cieco vede - tuonò il Pontefice - chi non è intorpidito
sente […]. La grande ora della coscienza cristiana è suonata. O questa
coscienza si desta a una grande e vitale consapevolezza della sua missione: e
allora è la salute. Ovvero - e che a Dio non piaccia - questa coscienza non si
sveglia che a metà, non si dà coraggiosamente a Cristo, e allora il verdetto,
il terribile verdetto di Lui non è meno formale: chi non è con me è contro di
me!". Pietro Nenni fece giustamente notare che "le elezioni non si
combatteranno per Cristo o contro Cristo, per l'America o contro l'America, per
la Russia o contro la Russia, le elezioni si faranno per i consigli di gestione,
per la nazionalizzazione dei grandi complessi industriali, per la riforma
agraria, per tutti i problemi che la classe borghese ha eluso da mezzo
secolo". Ma quelle elezioni furono vinte dalla Dc con il 48 per cento dei
voti, un consenso che manterrà fino a quando il partito non sarà costretto a
toccare gli interessi delle classi conservatrici, una riforma agraria che
produrrà lo spostamento a destra degli equilibri elettorali.
Uomo energico e risoluto, don Oscar sapeva trovare
i modi giusti per orientare le masse verso la direzione più consona alla
volontà di Dio. Scriveva così il 1 giugno 1966 al suo popolo: "In questo
tempo i lavori della campagna tengono faticosamente impegnati nel lavoro dei campi
i nostri parrocchiani. Il lavoro della campagna è l'unico mezzo che abbiamo a
San Martino Spino per ricavare i mezzi per il sostentamento delle nostre
famiglie. Gesù condanna l'oziosità. Il servo pigro che non fa fruttare con il
lavoro il talento, cioè quanto Dio gli ha dato in dote per fare del bene, è
gettato nelle tenebre esteriori, cioè nell'inferno. Ognuno di noi riceve dal
Signore dei doni di intelligenza e volontà tali per cui c'è chi fa un mestiere
e chi un altro. Il lavoro deve essere nobilitato nell'ordine tecnico cioè
dev'essere razionale, produttivo. Nell'ordine morale: giusta retribuzione dal
lavoro, orario prudente, lavoro adeguato alla condizione di una persona,
all'età. […]" (7).
***
Nelle ore del primo imbunire di una giornata di fine settembre del 1960, e
dunque qualche giorno prima che Dionigio Bonini desse le dimissioni da
impiegato in municipio, Don Oscar Martinelli fu avvicinato dalla moglie di lui,
Carmen Calanca, quasi dieci anni più giovane del marito che aveva sposato nel
1949 esattamente due giorni dopo l'anniversario della Liberazione. La data è importante
poiché le nozze erano state programmate per il 25 aprile ma poi, come si vedrà,
dovettero essere spostate all'improvviso. Da quel matrimonio erano nati due
figli, un altro sarebbe arrivato nel 1962. Don Oscar si trovò di fronte una
moglie e una madre afflitta che lo pregò di fare opera di persuasione nei
confronti del marito affinchè rinunciasse al malsano proposito.
"Glielo-dica-Lei-padre-La-prego-glielo-dica-Lei…".
"Ma figliuola, suo marito sta facendo un'opera di bene per la
comunità…".
"Padre-non-me-ne-importa-niente-delle-opere-di-bene!", meditò la
donna.
Carmen Calanca in quel momento ebbe la percezione esatta dei tempi duri che
avrebbero atteso lei e i suoi figli, dopo che in casa sua aveva fatto irruzione
la decisione - "inconcepibile, inconcepibile!" - di un marito che non
si voleva piegare al destino già disegnato di piccolo borghese degli anni del
boom e della Fiat cinquecento per tutti.
Dionigio Bonini volle-fortissimamente-volle quello che poi fece non solo perchè
aveva imparato da tempo immemorabile a coniugare al plurale i propri valori - e
da questo punto di vista egli sapeva che nessuna donna al mondo avrebbe mai
potuto cambiare la testa al proprio compagno se quest'ultimo non fosse stato
tra quelli che si lasciano vellicare con indulgente leggerezza dalle lusinghe
fedifraghe dell'individualismo - ma anche perché Dionigio Bonini per molti
aspetti apparteneva a quella categoria di uomini che pur destinati a incidere
sul corso degli eventi appaiono, ai più distratti, non del tutto legati alla
realtà. Tanto che pensando a loro - "O noi pochi/ noi pochi e felici/
noi banda di fratelli" (8) - viene in mente, almeno quando si
verificano le condizioni, chi afferma che "il maschile autentico non è
infatti molto concreto, qualità piuttosto femminile (anche se è d'uso dire il
contrario) e legata all'esperienza e capacità della donna nell'occuparsi della
sopravvivenza" (9).
L'economia italiana cresceva a dismisura ma l'Italia e con essa Modena e le sue
campagne crescevano a due velocità. Tanti diritti dovevano essere ancora
conquistati e - dunque - o si sta da una parte o si sta dall'altra. Dionigio
Bonini vide nella cooperazione la leva che i lavoratori della terra avevano a
portata di mano per affrancarsi dalla miseria. Il suo amore per la cooperazione
è l'amore che si impossessa di un uomo nel preciso momento in cui percepisce
che l'ideale in cui crede è a un passo dalla realizzazione pratica. Quell'amore
scoccò nelle sue arterie con lo stesso fervore e con lo stesso trasporto che
aveva animato i pionieri inglesi di Rochdale, gli operai tessili che nel 1844
costituirono la prima "Società cooperativa egualitaria" di consumo,
nell'intento di impedire, così recitava lo statuto, "che gli operai, oltre
a essere sfruttati dal loro padrone, siano sfruttati anche dai bottegai".
Si sentiva forte, Dionigio Bonini, perché senza mai dimenticare il suo ruolo di
marito e di padre avvertiva di essere dalla parte della ragione. La stessa
Costituzione italiana era dalla sua. Lo scopo mutualistico delle cooperative
era stato consacrato nell'art. 45 della giovane Carta nazionale. I soci
cooperatori avrebbero ottenuto beni e servizi nonché occasioni di lavoro
migliori rispetto a quelli di mercato. Allora il movimento cooperativo era nato
da un anelito collettivo - di origine cristiana e marxista - alla guerra contro
i padroni e le loro leggi, le leggi di mercato fatte apposta per rendere i
padroni sempre più padroni e i servi sempre più asserviti. Per restituire
all'uomo la dignità di uomo. Nei nostri anni Cinquanta, l'idea di cooperazione
rappresentava il sogno più grande di coloro che sognavano di più. Un sogno che
si materializzava in alcuni valori di riferimento rivoluzionari per
l'imprenditoria italiana: il principio di solidarietà, il rifiuto del profitto
e la maledizione dell'extra profitto, il reinvestimento dei guadagni, il
lavorare-meno-lavorare-tutti, la devoluzione disinteressata del patrimonio
sociale in caso di liquidazione dell'azienda, il principio della porta aperta,
l'equazione "una-testa-un-voto", la forza della pluralità dei soci
contro la forza del capitale, e altri ancora. Tutto ciò continuerà a fasi
alterne negli anni Sessanta e Settanta e durerà anche nei due decenni a
seguire. Solo che nei decenni a seguire, la cooperazione, destinata a diventare
forte che più forte non si può, subirà una modificazione genetica. Nata per
contrastare il mercato e per difendere consumatori e lavoratori dalle logiche
liberiste e neoliberiste a un certo punto la cooperazione si accorgerà che se
vuole continuare ad esistere deve scendere a patti col mercato. La mano
invisibile del Mercato azzarderà la sua allettante proposta:
con-noi-o-contro-di-noi. Ma se state contro di noi vi faremo secchi in poco
tempo. Prendere o lasciare. Fatte salve tante eccezioni, le cooperative
diventeranno sempre più simili alle imprese commerciali con scopo di lucro,
all'interno di esse nascerà per legge (10) la figura dei soci sovventori,
soci-più-importanti-dei-soci, che in cooperativa possono entrare all'unico
scopo di speculare e, pur con gli accorgimenti e le attenuazioni pensati per
meno tradire il dettato costituzionale che vieta ai cooperatori intendimenti
meramente lucrativi, gli istituti capitalistici introdotti nella disciplina
delle coop assumeranno nel tempo un grande valore simbolico. Alla fine il
Mercato porgerà l'altra mano, più visibile, e con essa presenterà il conto. Ora
che siete come le altre imprese - tesi semplicistica, sempre contestata dai
cooperatori anche con argomentazioni fondate ma sempre più vicina alla realtà -
si aboliscano, questa è la pretesa, le agevolazioni e i privilegi non più
giustificati.
Carmen Calanca non apprezzò mai la scelta del marito poiché aveva paura del
futuro. Ebbe in uggia le cooperative e non è difficile immaginare che analoga
antipatia le avrebbe procurato qualunque altro impegno sociale del marito anche
perchè quando i due s'erano conosciuti e innamorati, la signorina non si
aspettava che un giorno le parti si sarebbero in qualche misura invertite.
"E ti vengo a cercare con la scusa di vederti parlare
perché mi piace ciò che pensi e che dici,
perché in te vedo le mie radici"
[Franco Battiato - "E ti vengo a cercare"]
Dopo che per tempi incomputabili aveva garantito la serenità alle libellule e
la frescura al sottobosco e ai muschi e alle betulle una schiera imponente di
olmi alti e di lecci orgogliosi cede alle fiamme di un incendio appiccato a
tradimento mentre nel tentativo ridicolo di segnalare l'invasione il pigro
usignolo abbandona il nido sulla pianta che si è immolata per prima e osserva
impotente dall'alto il fuoco che scorre da un albero all'altro insensibile agli
argini indifferente alla mancanza di vento e tuttavia assai avido di sterpi
secchi e spinosi e di ceppaie morte e della torba spazientita. È l'amore.
La fiamma s'accese una sera di novembre del 1946 alla Volta dei Secchi di
Gavello dove i Calanca abitavano in una casa di campagna e la signorina Carmen
poco più che ventenne non dovette attendere molto per comprendere che stava per
verificarsi qualcosa di irreparabile. Dionigio Bonini fu pervaso dal medesimo
sentimento verso la giovane figlia di Arturo Calanca, con il quale il geometra
del Comune di Mirandola stava per entrare in affari. Dionigio Bonini era andato
a trovarlo a casa con la speranza di riuscire a vendergli un'assicurazione
sulla vita che da mesi cercava di piazzare tra le famiglie del posto. Praticava
il secondo lavoro macinando severo chilometri di strade sterrate e polverose
con una bicicletta di colore nero fiammante, lo stesso mezzo di trasporto con il
quale di lì a poco inaugurò un avanti e indietro amoroso da casa sua a casa di
lei fino a quando le due case divennero un'unica dimora.
Lei colpì lui e lui si dichiarò presto ma lei, per quanto affascinata
dall'uomo, lo fece tribolare per un tempo che a lui fu sufficiente per
ritrovarsi disarmato del tutto. Lui era più vecchio di dieci anni e come se non
bastasse era pure figlio di genitori separati dato che la mamma Zelmira Greco,
donna caparbia e altera, dopo alcuni tentativi di riavvicinamento, aveva rotto
senza ripensamenti di sorta il legame con il marito Italo. Si riassumevano in
ciò gli argini che lei eccepiva alle fiamme, ubbie solitarie e inconsistenti di
fronte a un incendio multicolore.
Lui rimase miseramente affatturato dagli occhi a mandorla accesi e materni
della ragazza la quale in quell'occasione trovò una scusa per rimanere in
salotto mentre i due uomini dibattevano da due ore e venticinque minuti in
merito all'utilità di certe clausole contrattuali decisamente incomprensibili e
ascoltava con composto interesse le parole di Dionigio Bonini affascinata dalla
proprietà di linguaggio del venditore di polizze che aveva conosciuto le città,
dal suo contegno assai educato e piacevole, dalla scioltezza dei modi e dalla
postura che incuteva tenerezza. Non fu semplice comprendere il motivo della
deflagrazione ma l'incontro furtivo di sguardi vellicanti produsse nell'uomo
quel misterioso scompiglio sul quale la scienza non ha indagato compiutamente
ma che dovrà pure interessare qualche arteria principale se non addirittura
l'aorta dato che in quelle fasi di panico il cuore lascia la cassa toracica e
prende a battere anche nelle estreme periferie del corpo indifeso con rintocchi
sempre meno discreti.
Sussiegosa nella misura che occorreva per stare in pace con se stessa ma in
balìa anch'ella al sentimento giacchè passavano i giorni le settimane e i mesi
ed ella non pensava che a lui la signorina Carmen Calanca accettò il
corteggiamento di Dionigio Bonini, perso ormai tra pedalate, premure e inviti
al ballo, e agevolò quella corte con contegno e grande maestria.
Esisteva a quei tempi, a Gavello, un'unica sala da ballo dove i giovani del
paese si riunivano quando con fatica arrivava il sabato. I ragazzi si
avvicinavano alle ragazze e porgevano loro la mano ma questo succedeva di
solito, dato che anche alle ragazze era consentito, per ben due volte ogni
sera, di scegliersi un cavaliere. Erano quelli i momenti di maggiore intensità
per Dionigio Bonini il quale in attesa di quella cernita tremenda e crudele si
caricava di compassata tensione ma poi si inorgogliva e tornava in sè quando
ella lo preferiva a tutti gli altri. Ballavano a lungo con passione e trasporto
poi lui la aiutava a indossare il cappotto e la riaccompagnava a casa.
Passarono i giorni e presero a incontrarsi anche di domenica pomeriggio,
nondimeno ci volle molto tempo prima che la madre di Carmen gli dicesse: ormai
ci conosciamo, se vuole può rimanere a cena con noi.
Erano giorni felici e spensierati con tante promesse per un futuro che era alle
porte. Gli abitanti di Volta dei Secchi avevano adocchiato il geometra che
veniva in bicicletta da Tre Gobbi di Gavello per incontrare la sua innamorata e
ne avevano annotato orari e abitudini. Gli volevano bene poiché era nella
natura del giovanotto polarizzare la fiducia di chi gli stava vicino e lui
ricambiò la generosità a quella gente che aveva bisogno di una spiegazione o di
un suggerimento perché lui era geometra ed è chiaro che dovesse saper tutto su
suddivisione di beni, misurazione di poderi e frazionamenti e, soprattutto, su
come muoversi per ottenere un sussidio di povertà.
Nelle povere campagne modenesi, dove dilagava l'analfabetismo e lo
sfruttamento, documenta lo storico Giuliano Muzzioli, s'era più che dimezzata
la produzione di uva e di latte, la produzione di carne era scesa del trenta
per cento e del quaranta la produzione di frutta senza che ciò incidesse sui
rendimenti degli agrari che invece rimanevano stabili a dimostrazione della
loro scarsa propensione a investire (11). Fu quello un periodo molto caldo sul
piano delle rivendicazioni sociali dei lavoratori della terra, che diedero un
energico contributo alla ripresa economica con l'attuazione
"violenta" di preziose opere di bonifica su terreni privati e
demaniali. Si trattava dello "sciopero a rovescio" mutuato
dall'esperienza mantovana e attuato nel contesto della grande mobilitazione dei
braccianti del settembre 1947. I lavoratori spiazzarono le aspettative degli
agrari e si recarono in massa sulle loro tenute e misero a dimora piante di
frutta e vigneti migliorando sensibilmente le condizioni dei terreni e dei
canali e di seguito rivendicarono nei confronti dei privati e dello Stato la
retribuzione per il lavoro svolto. Muzzioli conclude che nell'occasione si
produsse una insperata alleanza tra braccianti e mezzadri, che non aveva
equivalenti nel passato, con i mezzadri che "suggerivano ai braccianti
quali lavori, colture, tecniche e modalità seguire per ottenere i migliori
risultati" (12). L'organo del Pci "La Verità", rifererendo dei
lavori del convegno provinciale di Federbraccianti tenuto il 18 settembre 1947,
rilanciò il resoconto di Bruno Masserotti, che raccontava: "Gli agrari
avrebbero voluto farci scioperare. Certamente avrebbero resistito fino a marzo,
con grida di giubilo. Noi infatti avremmo portato allo sciopero 20.000
disoccupati e altri 20.000 che lavoravano a rotazione di 10 giorni al mese. La
cosa non poteva andare così e non andrà com'è nei loro desideri. Noi dicemmo
'tutti al lavoro' e questo appello martedì 9 settembre si tradusse in 5000
nuovi occupati, con una spesa di 4 milioni giornalieri per gli agrari. Sono i
contadini che indicano il genere di lavori utili al fondo" (13).
Nondimeno, l'efficacia dello sciopero a rovescio era subordinata alla
condizione che i lavoratori spuntassero il compenso per il lavoro svolto e
tuttavia non commissionato. Ma per giungere al risultato i manifestanti furono
costretti a mettere in atto azioni tumultuose, e financo violente in casi
estremi, contro le case degli agrari e le loro piantagioni (14), tanto che
questi ultimi ricorsero più volte alla magistratura. Lo storico Muzzioli svela
che al tempo dei comunisti al governo una circolare di Palmiro Togliatti,
allora ministro della Giustizia, "invitava la magistratura ad astenersi dall'intervenire
per i ricorsi inoltrati dagli agrari in tutti i casi in cui la vertenza avesse
avuto carattere collettivo o fosse stata condotta da un'organizzazione
sindacale. La decisione venne giudicata dagli agrari come un'intollerabile
interferenza ed essi contestarono al governo il diritto di interporsi in tale
materia" (15). Non è dato sapere se la magistratura modenese avesse resistito-resistito-resistito
all'interferenza del ministero della giustizia. Certo è che nel 1947 Togliatti
non era più ministro da tempo, dopo che nel giugno di un anno prima comunisti e
socialisti erano stati cacciati dal governo, e la richiesta degli agrari di
fare intervenire polizia e carabinieri in occasione di ogni vertenza fu quasi
sempre accontentata. L'ultimo quadrimestre del 1947 registrò un bollettino di
guerra, denunciato dal sindacato: "Novantaquattro incriminati, 2.800
fermati, 10 feriti, 337 percossi. La polizia distrusse inoltre 50 biciclette e
ne danneggiò altre 3.000 colpendo in tal modo anche la dignità dei braccianti e
dei mezzadri" (16). Per comprendere meglio il clima sociale di quell'anno
è utile ricordare che il tesseramento differenziato scaturito dal censimento
annonario del 1947 rivelò che il 69 per cento dei modenesi rientrava nella
categoria A, quella dei poveri: ben settantaduemila individui, con un reddito
inferiore alle trentamila lire. Il 21 per cento era catalogato nella categoria
B e il 10 per cento era titolare della tessera C, quella dei ricchi, con un
reddito superiore alle cinquantamila lire (17). Il fatto, denunciato da un
quotidiano (18), che un noto borsanerista modenese che guadagnava non meno di
ventimila lire al giorno si fosse dichiarato nullatenente per ottenere la
tessera dei poveri, rifletteva da canto suo la tendenza al cannibalismo
presente in tutte le epoche a qualunque latitudine.
L'alleanza tra mezzadri e braccianti si riprodusse ben presto nelle relazioni
con i coltivatori diretti e questa diede ben presto un contributo alla
costituzione di cooperative agricole che migliorarono molto le condizioni degli
uomini e dei luoghi anche se per molto tempo ancora la miseria ebbe il
sopravvento. Le parole del Papa pronunciate nel 1958 a piazza San Pietro e
rivolte ai braccianti sono assai significative: "Non possiamo omettere di
richiamare la vostra attenzione su un particolare gruppo, che fra tutti è più
economicamente depresso, meno sviluppato socialmente e meno tutelato; vogliamo
dire il gruppo rappresentato dalle categorie dei braccianti, la cui condizione
sta aggravandosi per il peso della disoccupazione e della sotto-occupazione,
specialmente nelle zone di piccola proprietà frammentata".
"E in quanto ai soggetti, che lavoravano a uso dei proprietari, la loro paga (secondo gli ultimi patti di lavoro conquistati con lunghe battaglie sociali) era per esempio questa: per una giornata lavorativa di sedici ore, tre quarti di litro d'olio (alle donne la metà)". [Elsa Morante - "La Storia"].
Le lotte agrarie segnarono la formazione
dell'innamorato e corteggiatore Dionigio Bonini, che mai si distaccò
dall'innata e irrinunciabile passione per il sociale. S'era sparsa la voce che
lui non dicesse no a nessuno e dunque era facile che lui trascorresse interi
pomeriggi domenicali a casa di Carmen, o più spesso davanti al suo cancello,
dato che molti lo attendevano al suo arrivo o alla sua partenza verso Tre
Gobbi, applicatissimo nel dare consigli e nel dirimere dubbi.
Non si sa bene se un matrimonio fissato per il 25 aprile 1949 avesse in qualche
modo per Dionigio Bonini un valore simbolico, certo è che a causa di un lutto
familiare i due dovettero sposarsi il 28, in una giornata non festiva e con tre
giorni di ritardo rispetto alla data annunciata. Fu una cerimonia austera alla
quale parteciparono i parenti più stretti che per risparmiare fecero la spola
in bicicletta tra la chiesa e la casa degli sposi. Questi ultimi invece vi
andarono a bordo di un'automobile, presa a noleggio solo per quel giorno.
La luna di miele non ci fu - anzi le uniche sortite da casa si riassumevano
nella passeggiata domenicale che li conduceva a messa - e dal canto loro i
compaesani si accorsero della presenza in San Martino di una nuova famiglia
poichè una forestiera dagli occhi a mandorla lavorava accanto a Fedora, sorella
di Dionigio Bonini, dietro al bancone del bar Sabbioni al piano terra della
palazzina di via Valli dove Carmen e Dionigio erano andati ad abitare la sera
delle nozze. Poco più di sette mesi dopo, dato che era morta la nonna di
Dionigio Bonini la quale fino a quel giorno abitava con sua figlia Zelmira
Greco, quest'ultima li raggiunse, perché non restasse sola, e la nuova famiglia
di via Valli si allargò ancor prima che nascesse il primogenito.
Zelmira Greco fu sempre molto determinata con il figlio e, facendo leva sullo
stato di soggezione filiale su cui le mamme più incoscientemente apprensive e
severe si appoggiano per mantenere il controllo della situazione, cercò di
dissuadere l'uomo. Ma anche stavolta le pressioni furono vane e Dionigio Bonini
si rivelò a sua volta più affine a suo padre, sebbene quest'ultima
similitudine, giustificata più dalla coincidenza di certi avvenimenti originali
che non dalla personalità dei due, sia appropriata solo in parte.
L'attenzione sociale era caduta su Italo Bonini quando da giovane egli aveva
fatto una scelta di vita, interessante per lui ma stravagante per l'epoca.
Anch'esso dipendente dello Stato quale buttero del Centro Rifornimento
Quadrupedi di San Martino Spino, un giorno lasciò il posto fisso per
intraprendere un'attività in proprio. Acquistò una carrozza e istituì un
servizio di trasporto privato tra San Martino e Mirandola. Non credo che
dobbiamo spingerci fino a ritenere che la rottura fosse stata determinata
unicamente da questa decisione, certo è che Italo Bonini fu messo presto alla
porta dall'austera Zelmira. La donna si separò dal marito dopo la nascita del
terzo figlio e tornò presso la casa paterna, con i bambini a seguito, giacchè
alcuni tentativi di riconciliazione si rivelarono vani ed ella preferì mantener
fede alla propria decisione ponendo fine a un matrimonio in cui non credeva
più. Si rendeva conto assai bene di quanto quel gesto fosse coraggioso poiché
si attendeva che di lì a poco il mondo intero sarebbe caduto sulle proprie
spalle.
Era il 1925. La mamma di Zelmira Greco, in preda a un fastidioso disturbo
dell'umore, vide aggravarsi il proprio stato di salute tanto che si rese
necessario un ricovero nell'ospedale psichiatrico di Reggio Emilia. Poi il
ricovero divenne si prolungò e per stare vicino alla mamma, Zelmira Greco
trasferì la propria famiglia a Reggio. In breve tempo ella fu costretta a
modificare lo stile di vita fino a quel momento fondato sulla propria
condizione di proprietaria terriera. Divenne una salariata e si adattò a ogni
tipo di lavoro che fosse utile al mantenimento della famiglia, andò a lavorare
in fonderia e pure in campagna a spander letame nei campi, accettò di fare la
donna di compagnia per una gentildonna di Reggio, profuse ciascuno di questi
sforzi nel bruciante desiderio di garantire la scuola ai suoi tre figli che
presto completarono le medie. Chi la conobbe la ricorda come "donna
austera, irreprensibile, intraprendente e di ampia cultura, amante della musica
classica, dall'intelligenza acuta, piccola inventrice, riconoscibile per la
forte tenacia, abile contrattatrice, donna d'onore, difficilmente depressa,
anzi lungimirante, dal dialogo breve ma fortemente incisivo, rispettosa e
reverente verso i più deboli, generosa o meglio altruista ma per niente
ingenua, instancabile lavoratrice per sua natura portata alla praticità,
carente nell'abilità diplomatica, ma permeata di alti sentimenti e di
fortissima sensibilità che sapeva molto ben serbare o nascondere" (19).
La donna era dotata di un carattere forte che incise profondamente nella
formazione di Dionigio Bonini. Ma nell'occasione che qui si narra non servì a
molto l'azione persuasiva che mamma Zelmira mise in atto nei confronti del
figlio. Quest'ultimo, come succede non di rado a coloro che più degli altri
subiscono nell'adolescenza le violenze morali di un'educazione rigida, era
divenuto assai indipendente di spirito. Se gli era passata per la testa l'idea
di lasciare un lavoro per intraprenderne un altro, sia pure più precario del
primo, voleva dire che la scelta che stava per fare era per lui la scelta giusta.
Molto tempo dopo, ironia della sorte, un figlio di Dionigio Bonini rinuncerà a
un lavoro sicuro per aprire un negozio. Ci aspetteremmo a questo punto che
Dionigio Bonini sia contento dell'atteggiamento volitivo e intraprendente del
figlio. E invece no. Dionigio Bonini ci rimarrà molto male. È la solita
debolezza dei padri, che non poche volte si lasciano trascinare dalla
convinzione che i propri figli non siano in grado di affrontare la vita con lo
stesso coraggio al quale essi stessi avevano un tempo affidato i propri sogni.
Per la famiglia di Dionigio Bonini la decisione di lui di lasciare il posto
presso il Comune di Mirandola fu un mezzo disastro, almeno all'inizio
dell'avventura. Anche i figli - che pure comprenderanno e ammireranno sempre di
più la passione del padre - certo non compresero in prima battuta. Ce ne
vollero di battute. La moglie pensava a cosa sarebbe stato di loro, il giorno
in cui - nella denegata ipotesi che ciò potesse malauguratamente avverarsi… -
lui fosse stato messo in minoranza e licenziato da presidente della
cooperativa. Che si sorvolasse sullo stipendio sconclusionatamente
ridimensionato rispetto a quello percepito come impiegato. Ma il giorno che
fosse stato lasciato a spasso - sì, il giorno che ora si materializzava tra le pieghe
della bruma sospesa tra le viti e i tetti delle cascine - che ne sarebbe stato
di lei e dei suoi ragazzi?
Però Nora, che in certe contingenze
familiari era brava come una leonessa e provvida come una formica, riusciva a
mantenere la famiglia senza troppe angustie" [Elsa Morante - "La Storia"]
La vita cominciava a diventare magra e occorreva far di tutto perché si
riuscisse a mettere insieme il pranzo con la cena. Per fortuna la vita di
campagna aveva i propri vantaggi e tra i vantaggi si potevano trovare la
verdura e le uova fresche, la carne di pollo e altri alimenti a buon mercato.
Ma i formaggini Milkana, come la mettiamo con i formaggini Milkana?
Le piccole forme a spicchio, bianche e profumate, che tanto piacevano agli
scolaretti in special modo durante il quarto d'ora di ricreazione erano appena
usciti sul mercato. Erano gli anni Sessanta, gli anni della ripresa economica,
il benessere nazionale si andava spalmando anche su San Martino, ma nella
famiglia Bonini i formaggini non si spalmavano. Si tagliavano in due. Per
fortuna il formaggino era di spessore alto e, dividendolo in due, mamma Carmen
vi ricavava il companatico per due panini. Ma la zolletta di cioccolato, che
pareva essere la leccornia più accattivante del fornaio, era consentita solo
una volta alla settimana.
Ricordano Amedeo Osti Guerrazzi e Claudio Silingardi che a quei tempi Eliseo
Ferrari, in una seduta del VI° congresso provinciale della Camera confederale
del lavoro, sostenne la necessità di una incisiva battaglia sindacale perché
tutte le famiglie avessero "una casa dignitosa, arredata con prodotti
moderni con largo uso di elettrodomestici, perché la motorizzazione si estenda
e tutti ne beneficino, perché più vitto, più vestiti, più giornali, libri di
cultura entrino in tutte le case, perché ognuno possa godere il riposo al mare
e ai monti e l'assistenza medica farmaceutica, perché più lunghe siano le ore
di riposo, di studio, di svago e meno quelle di lavoro…" (20). Il
benessere si diffondeva e con esso si espandeva la disponibilità di beni sempre
più voluttuari. Modena e la sua provincia avevano conosciuto la fame, la
miseria e l'emigrazione. I modenesi subodoravano, ora, una ricchezza che si
sarebbe presentata puntuale e quasi improvvisa, certo non regalata. Si voleva
forse esorcizzare il passato? Certo, in pochi decenni, scrivono gli storici, si
passa "dalla pellagra al problema del sovrappeso" (21), mentre
l'avvento della plastica rivoluzionava la vita, e le cucine a gas e i
frigoriferi lenivano la vita delle donne. Le vacanze estive incutevano
allegria. Il dopoguerra era finito, ora era tempo di boom e di miracolo
economico. Davanti all'agenzia di Enzo Gualtieri, in viale Trento e Trieste a
Modena, alcuni modelli fiammanti della Lambretta 50 J e 125 J con
il motore Superplastic indicavano che s'era schiusa, per i più
fortunati, una via veloce e spensierata al futuro.
In casa Bonini si andava più a rilento, ma non fu mai fame. Anzi, il decoro fu
sempre presente in famiglia, sebbene si trattasse di un decoro spesso appesantito
da una certa apprensione. E se anche Dionigio Bonini avrebbe voluto che i suoi
figli andassero sempre vestiti di tutto punto, egli dovette vederli più volte
con le toppe ai calzoni. Il geometra con la passione per le cooperative era
consapevole dei momenti di difficoltà e sosteneva e incoraggiava la famiglia
alla cautela. Apprezzava, ad esempio, quando la madre e la moglie attingevano
all'orto prolifico e al pollaio generoso, piuttosto che alla bottega costosa.
Ci fu spesso aria di accesa discussione, in casa, che non si tradusse mai in
tensione distruttiva. Ma non è detto che la tensione sarebbe stata minore se
quel padre e quel marito si fosse ritrovato a svolgere un lavoro più redditizio
qualora quest'ultimo fosse stato capace di rubargli l'anima giorno dopo giorno.
Del resto, non si può escludere che l'unico strumento lealmente utilizzabile
contro la pretenziosità del tempo che passa, nonché indispensabile per non
cedere la limpidezza di spirito e la bellezza del corpo anche quando gli anni che
rimangono non sono un granchè, vada ricercato nella capacità di mantenersi
tanto più fedeli alle proprie aspirazioni intellettuali.
Quando in casa, anche decine di anni dopo, gli si rimprovererà:
"Hai-lasciato-il-posto-fisso-hai-rinunciato-allo-stipendio-sicuro",
lui incasserà senza dire nulla. In quelle circostanze Dionigio Bonini aveva la
grande intelligenza di tacere.
Che egli non fosse poco intelligente lo dimostra la sua storia. Ma non fu
neppure un temerario, e questo lo abbiamo già appurato. Il geometra sapeva che
la sua famiglia sarebbe andata incontro a tempi duri, ma sapeva pure che
sarebbe stata una difficoltà temporanea. Di certo, questo pure egli sapeva, se
fosse morto lui la sua famiglia non sarebbe stata ridotta sul lastrico.
Dionigio Bonini, che di terra ne capiva, aveva i piedi ben saldi al suolo e
mentre si occupava con grande passione dei suoi sogni e della sua cooperativa
si preoccupava pure, con determinazione e lucidità, di costruire un futuro per
sé e per i suoi cari senza mai trasformare in rendita di posizione gli
incarichi privati e pubblici che gli saranno affidati nel corso di una vita.
Dionigio Bonini conosceva leggi e decreti, ordinanze e circolari, norme e
sanzioni, numeri e tabelle. La sua giornata era spesso un leggere e far di
conto. Il suo senso spiccato della previdenza farà sì che egli, da anziano,
riuscirà ad andare in pensione col riscatto di tutti gli anni di lavoro e
riuscirà pure ad avere la pensione da ex impiegato del Comune di Mirandola.
Prima di decidere di lasciare il posto fisso, infatti, Dionigio Bonini aveva
letto e e metabolizzato le delibere comunali, da cui traeva fonte il suo
impiego, e aveva passato notti in bianco a far conti e proiezioni matematiche,
stando attento a non commettere errori fatali nella ricostruzione della
carriera. Intanto aveva dato la propria disponibilità alla sorella Fedora,
impiegata alle Poste di Gavello, come supplente in caso di assenza di lei in
ufficio. La legge prevedeva questa possibilità e anche quella legge lui
conosceva. Ma era come se Dionigio Bonini conoscesse anche una legge che ancora
non c'era e che sarebbe stata emanata alcuni anni dopo. Quella legge introdurrà
il diritto di accedere all'impiego di ruolo nelle Poste, senza concorso, a
patto che si fosse data la propria disponibilità come supplente negli uffici
postali della provincia in periodi precedenti. Quando quella legge uscirà e lui
ne approfitterà per essere assunto alle Poste, sarà come un cerchio che si
chiude secondo le migliori previsioni.
Tra i tanti pensieri che occupavano la sua mente c'era la preoccupazione di
evitare problemi ai suoi ragazzi. Al massimo, pensava, si tratterà di far
sacrifici per qualche anno: poi - diceva ai suoi figli che osservavano con
malcelata rassegnazione il suo volto accigliato - avrete tutti un impiego, una
famiglia e una casa tutta per voi. Coraggio!
Quando domenica 20 dicembre 1964 inforcò di prima mattina gli occhiali con la
montatura quadrata e si mise le mani in tasca con la bruma che fuori dalla
finestra stava sospesa tra la notte e il giorno Dionigio Bonini ebbe
quest'ultimo pensiero e trasalì.
Note al primo capitolo (1) La legge 15 settembre 1964, n. 756, entrata in vigore il giorno successivo,
dispone che "A decorrere dalla data di entrata in vigore della presente
legge, non possono essere stipulati nuovi contratti di mezzadria. I contratti
stipulati in violazione del divieto di cui al precedente comma sono
nulli". La legge tuttavia conteneva disposizioni di salvaguardia per i
contratti stipulati in epoca precedente.
(2) In un verbale del 1964 del collegio sindacale della coop Focherini si
legge: "Abbiamo avuto modo di osservare che l'amministrazione della
società ha cercato di tener conto dei suggerimenti dati in precedenti occasioni
dal collegio sindacale e in particolare di non procedere ad investimenti senza
prima avere i fondi necessari e senza la certezza delle rese. […] Dall'esame
del bilancio, che giudichiamo meritevole della nostra approvazione, risulta
pure che la situazione debitoria è sensibilmente diminuita". "Appare
pure che la maggior retribuzione oraria ai soci è dovuta al minor impiego di
ore lavorative". "Riteniamo di richiamare l'attenzione di tutti in
questo momento abbastanza incoraggiante della Società affinchè sia di sprono
per risolvere e affrontare nel modo migliore gli impegni futuri. Non mancano le
premesse per un effettivo e rapido miglioramento generale".
(3) Michele Smargiassi, "Coop uguale Confindustria - Al supermarket rosso
cade il tabù dello sciopero - Modena, la Cgil in corteo dentro il Grandemilia"
. La Repubblica, 8 novembre 2001.
(4) Dall'Archivio parrocchiale di San Martino Spino, 9 gennaio 1952.
(5) Bollettino Parrocchiale di San Martino Spino - Anno VI
(6) "Il Buon Pastore, "Anno VIII N° 5 - Maggio 1958. Per il testo
integrale, vedi appendice a pag. 109.
(7) Bollettino parrocchiale "Echi di vita parrocchiale di San Martino
Spino", 1 giugno 1966.
(8) William
Shakespeare - "Enrico V".
(9) Claudio Risè, "Essere uomini",
Edizioni Red, 2000, pag. 43.
(10) Novità introdotta dalla Legge 59/1992 che estenderà a tutte le cooperative
la figura già prevista dall'art. 2548 del Codice civile per le mutue
assicuratrici.
(11) Cfr. Giuliano Muzzioli, "Storia delle città italiane. Modena",
editori Laterza, Bari 1993, pag. 301
(12) Ibidem, pag. 304.
(13) La Verità, 20 settembre 1947. Citato anche in "Le campagne modenesi
nella ricostruzione", di Mauro Francia, nel volume "La ricostruzione
in Emilia Romagna", a cura di Pier Paolo D'Attorre, Pratiche Ed. 1980,
pagg. 119-132.
(14) Vedi anche Mauro Francia, op. cit. 301.
(15) Giuliano Muzzioli, op cit. pag. 307.
(16) Ibidem, pag. 308
(17) Vedi "Molti poveri e pochi ricchi", Gazzetta di Modena, diretta
da Guglielmo Zucconi, 6 ottobre 1947, pag. 2.
(18) Ibidem.
(19) Testimonianza di Ciro Bonini.
(20) Amedeo Osti Guerrazzi, Claudio Silingardi, "Storia del sindacato a
Modena, 1880-1980", Casa
editrice Ediesse, Roma 2002, pag. 119.
(21) Ibidem, pag. 114.

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AUTORE: Vincenzo Brancatisano
TITOLO: La scelta di Dionigio
PAGINE: 112
PREZZO: 15 euro
ISBN: 88-901017-0-9
EDITORE: MondoNuovo: Modena, dicembre 2002
ACQUISTO ON LINE E ANTEPRIMA
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Il protagonista della storia vera, che l'autore racconta in questo libro con forza narrativa a tratti suggestiva e romanzata ma sempre rispettosa della genuinità degli eventi, è uno di quegli uomini che hanno il privilegio e la traversia di avvertire che la propria vita ha un senso, una precisa direzione. Subito dopo la fine della seconda guerra mondiale, il geometra Dionigio Bonini rinuncia a un impiego sicuro per assumere la presidenza di una cooperativa in un periodo molto difficile della storia italiana, caratterizzato da fame e miseria, pervaso da una forte tensione collettiva e descritto nel libro in maniera rigorosa e coinvolgente. La decisione dell'uomo, ispirata a una passione profonda per l'ideale, scatena gravi conflitti nella sua famiglia per il disagio economico cui essa andrà incontro a causa della modestia del nuovo compenso. Ma un altro conflitto è destinato a catturare il lettore fin dalla prima pagina. È il conflitto vissuto dal protagonista quando sarà; messo in minoranza dai suoi soci che non se la sentiranno più di perseverare nei sacrifici, che pure avevano fatto grande la cooperativa, e pretenderanno una più consistente distribuzione degli utili dell'azienda. Deluso dalla deriva neoliberista cui le cooperative iniziano ad andare incontro, rimasto senza lavoro e memore delle più funeste previsioni della moglie che s'era opposta inutilmente alla sua scelta, ma che non smette mai di stargli vicino, Dionigio Bonini guarderà al futuro con tenacia e ottimismo e, divenuto sindacalista, conquisterà l'ammirazione di un numero sterminato di lavoratori, che difenderà sempre con passione e severità. Solo il cancro, che busserà alla sua porta appena la famiglia si sarà finalmente riappropriata del suo inquieto congiunto, riuscirà a evitargli altri grandi dispiaceri: la deriva della politica, gli attacchi del governo alla cooperazione, la rottura dell'unità sindacale.
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"... Non fu semplice comprendere il motivo della deflagrazione ma l'incontro furtivo di sguardi vellicanti produsse nell'uomo quel misterioso scompiglio sul quale la scienza non ha indagato compiutamente ma che dovrà interessare qualche arteria principale se non addirittura l'aorta dato che in quelle fasi di panico il cuore lascia la cassa toracica e prende a battere anche nelle estreme periferie del corpo indifeso con rintocchi sempre meno discreti..."
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"...Non è dato sapere se la magistratura modenese avesse
resistito-resistito-resistito
all'interferenza del ministero della giustizia. Certo è che nel 1947 Togliatti non era più; ministro da tempo, dopo che nel giugno di un anno prima comunisti e socialisti erano stati cacciati dal governo, e la richiesta degli agrari di fare intervenire polizia e carabinieri in occasione di ogni vertenza fu quasi sempre accontentata..."
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"...Lo facevano i comunisti e lo facevano i democristiani e quello studio, umile e faticoso, consentiva al confronto politico, sia pure aspro e conflittuale come è sempre utile che sia, di mantenersi nei limiti della decenza, della lealtà, del rigore intellettuale, dell'educazione, ciò; che a sua volta agevolava la salvaguardia di un terreno comune considerato patrimonio indivisibile: la sacralità delle istituzioni, il rispetto dei ruoli, la venerazione dei valori conquistati col sangue, l'intransigenza circa la tutela dei diritti di libertà acquisiti e dei diritti sociali sempre in bilico come lo sono i pescherecci quando prendono il mare aperto..."
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Libera Chiesa in non molto libero Stato
"…Durante la campagna elettorale, don Oscar Martinelli scrisse una lettera ai parrocchiani: 'Nel segreto della cabina dove andate a votare - avvertì il prete - vi vede solo Iddio. Egli vede se commettete una vigliaccheria non dando il voto o dandolo apposta sbagliato, vede a chi date il voto dal quale domani dipenderà il bene o la rovina della nostra patria. Se domani vi saranno: guerre, rivoluzioni, disoccupazione, fame, miseria non sarà non altro che per colpa di ognuno di noi che non ha forse votato, o ha votato sbagliato, o ha votato per partiti dove si sapeva esservi uomini incapaci e cattivi. La Madonna ci benedica e ci aiuti a dare alla nostra Italia un volto cristiano…"
Nota dell'autore: il libro contiene il testo integrale del lungo e imbarazzante documento della Chiesa.
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