Viaggio nel Paese dell'Arcobaleno
Reportage dal Sudafrica (*)
Servizio e fotografie di Vincenzo Brancatisano


(Johannesburg, aprile-maggio 2001) - "Thank God, thank God". Ti ringraziamo, Dio, per averci consentito di aiutare gli italiani a trovare anche l'ultima valigia… Sono le dieci del mattino quando lasciamo il Royal Hotel di Pilgrim's Rest, la prima città mineraria del Sudafrica, un villaggio dal sapore pionieristico che evoca l'epopea della corsa all'oro di fine '800. Per una nostra disattenzione, il portellone del carrello portabagagli del pulmino su cui viaggiamo da giorni lungo i più bei itinerari della North Province si apre in uno dei tornanti più inclinati della strada panoramica che ci conduce verso l'ingresso meridionale dell'immenso Kruger National Park. Così, a una a una, molte delle nostre valigie cadono in strada a nostra insaputa.
Una ventina di chilometri dopo, Adriaan, che sta alla guida del mezzo, e che per quasi due settimane ci guida per migliaia di chilometri, guarda con sospetto il retrovisore. "Cosa vogliono?", si chiede. Poi scala la marcia e rallenta. Infine accosta, mentre un camioncino bianco ci affianca. La nostra guida fa scorrere il deflettore e si rivolge all'autista del camioncino, un uomo nero sui trent'anni. Di fianco siede un bambino dagli occhi vispi, ben vestito, e una donna, che potrebbe essere sua moglie. Dietro, sul cassone scoperto, stanno sedute cinque persone, alcune sono donne. Vanno a lavorare. Adriaan scambia qualche battuta in lingua zulù con l'autista del mezzo. Non capisco nulla di quello che dicono e solo alla fine del loro breve colloquio intuisco tutto dal volto di Adriaan che fa trasparire un segno di riconoscenza verso quella gente che ci stava seguendo da tempo e che ora ci aveva finalmente agganciati. Adriaan tira il freno a mano, si libera della cintura di sicurezza e mi guarda. Dice: "Non conosco questa gente, ma ci hanno portato le valigie…". Meravigliati più dall'onestà di quelle persone che mai avevamo visto, che non dall'inconveniente, scendiamo per recuperare le valigie. A mano a mano che cadevano dal carrello, esse venivano raccolte e adagiate con cura sul cassone. Hanno raccolto tutte le valigie, tranne una, sfuggita alla vista. Una nostra compagna ci rimane male, se ne accorge l'autista del mezzo, che fa scendere dal furgoncino tutti i suoi colleghi di lavoro. Fa salire Adriaan col quale torna indietro alla ricerca dell'ultima valigia.
Nell'attesa, ci sdraiamo tutti isieme nel prato assolato e insieme fresco dal quale si domina una enorme distesa di eucalipti e acacie che si stagliano nel cielo azzurro della mattina. Giusto il tempo di scambiarci qualche informazione e di prendere coscienza del bel gesto di quella povera gente ed ecco che il furgoncino rientra. Con esso anche l'ultima valigia. Le donne nere, sedute sul prato, in attesa frenetica come noi, si lasciano andare in un canto liberatorio: "Thank, God…". Sembrano più riconoscenti, loro, verso Dio, per averci trovato le nostre valigie, di quanto noi non siamo riconoscenti verso loro per avere conservato intatta la natura della quale stiamo godendo in tanti giorni di sublime incanto. Giorni irripetibili e insieme da ripetere al più presto. Anche perché sono tante le province del Sudafrica, compresa quella di Cape Town, omessa dal nostro già fittissimo itinerario.
È questa la gente del Sudafrica? Certamente non sarà tutta così. Tuttavia, sto ammettendo con me stesso che c'è una bella differenza tra l'idea che mi ero fatta prima di raggiungere Johannesburg, in aprile, e il clima che sto respirando quotidianamente in questa terra. Mi avevano raccontato dei pericoli che avrei corso andando nel Sudafrica, della criminalità, del rancore post apartheid dei neri verso i bianchi. Mi avevano intimato di stare attento e avevo ascoltato tante storie che al ritorno in Italia archivierò nella cartella delle favole. Erano racconti per sentito dire, tratti da testimonianze che mai traevano origine da impres sioni raccolte direttamente sul posto. È vero, tante famiglie bianche benestanti oggi vivono in ville blindate, con il giardino sormontato da muretti anti-tutto vigilati da cani addestrati, almeno così si racconta anche quaggiù. E si racconta di persone che girano armate per autodifesa. Non è una una notizia, questa, per un italiano.





Quanta confusione
Prima di muovervi verso la Repubblica del Sudafrica, come vi auguro di poter fare almeno una volta nella vita, provate a telefonare al vostro gestore telefonico italiano di fiducia per verificare quanto vi costerà, una volta che sarete laggiù, telefonare in Italia col cellulare o ricevere telefonate dall'Italia sempre sul vostro radiomobile. Le risposte dell'operatore saranno precise e dettagliate. Sarete resi edotti su ogni dettaglio, non ultimo il costo degli sms. Il tutto, però, sarà condito da un imbarazzo che ho sperimentato una prima volta e che ho voluto verificare con una seconda telefonata alcuni giorni dopo. L'operatore mi ha chiesto: "Dovrebbe dirmi per favore in quale stato preciso del Sudafrica intende recarsi…". Quando ho fatto per la terza volta la stessa telefonata e per la terza volta mi è stato chiesto quale fosse lo stato del Sudafrica che mi interessava, mi sono convinto della fondatezza delle preoccupazioni del South African Tourism ,che da alcuni anni si sta facendo in quattro per fare arrivare turisti nella terra conosciuta per i diamanti e per l'apartheid, ma anche per la natura incontaminata e per il primo trapianto di cuore, oltre che per i prodigiosi vigneti. A ulteriore verifica mi sono recato presso un'agenzia turistica modenese per chiedere qualche depliant sul Sudafrica. Me ne sono stati dati tre, molto belli. Che però si concentravano su Namibia, Zimbabwe, Botswana e Mozambico, oltre che Sudafrica… Le maggiori difficoltà, mi spiegano i responsabili italiani dell'ente, sono proprio quelle indotte dalla confusione tra Sudafrica e Africa del Sud e dalla diffusa ignoranza sulla realtà del paese, che tante volte si abbatte pure sugli operatori turistici, nei confronti dei quali l'ex Satour ha avviato un'azione di marketing che nei mesi scorsi ha interessato alcune città del nord Italia (vedi articolo a parte).





L'Africa che alza la testa
Carichiamo le valigie sul nostro carrello, ringraziamo i nostri amici africani, che tornano al lavoro, e ci dirigiamo verso il Kruger. Altre meraviglie ci aspettano nei giorni a seguire.
Ma il nostro viaggio verso i parchi e le riserve sudafricane era iniziato alcuni giorni prima, martedi 24 aprile, subito dopo la visita di due giorni della fiera del turismo Indaba di Durban, organizzata ogni anno con successo crescente dal South African Tourism, un'occasione per tanti operatori del posto per farsi conoscere nel mondo. L'occasione, soprattutto negli ultimi due anni, per tanti operatori piccoli e piccolissimi, di trovare uno sbocco concreto alla propria creatività. Le potenzialità turistiche di questa terra vulcanica sono sterminate, gli abitanti ne hanno crescente consapevolezza, il ruolo dello stato e del governo è quello di agevolarne la crescita, il mercato deve fare la sua parte. Ma se un numero crescente di operatori italiani riesce a mandare turisti in Sudafrica, anche l 'Italia potrà dire di avere fatto la propria parte, dovuta, nel rilancio e nello sviluppo di un'Africa che comincia timidamenlte ad alzare la testa. Faccio questa considerazione proprio lo stesso giorno in cui nella capitale Pretoria, trentasette grandi multinazionali del farmaco si ritirano dalla causa che avevano intentato contro una legge voluta dall'ex presidente Nelson Mandela. Con questa legge il Sudafrica avrebbe potuto produrre i farmaci anti Aids nella loro composizione generica, riuscendo a praticare un prezzo dodici volte inferiore rispetto a quello imposto dalle ditte detentrici del brevetto sugli stessi. Per evitare una indecorosa caduta di immagine davanti a quel mondo civile che di tanto in tanto si sveglia, le ditte hanno deciso di rinunciare alla causa e hanno consentito l'entrata in vigore della legge. Davide ha battuto Golia…
Chissà che ciò non sia più grande rispetto a un semplice dettaglio della storia di un continente intero che potrebbe davve ro fare leva sul rilancio del Sudafrica. Si racconta che fuori dagli uffici del South African Tourism di Johannesburg, su un marciapiedi, una donna di colore, chiamiamola Jane, proponeva ai passanti belle e colorate collanine fatte a casa o addirittura sul posto. Una mattina, alcuni responsabili dell'ufficio decidono di convocare la donna. Fu fatta sloggiare da quel posto, che pure garantiva alla donna qualche rand per mandare avanti la famiglia. Aveva molestato qualcuno? Aveva macchiato il decoro della zona, come succede nelle città di provincia del nord Italia, dove hanno vita difficile ambulanti e artisti di strada? Macchè! "Senta signora - le hanno detto più o meno negli uffici quella mattina - lei vende due o tre collane al giorno, riuscendo a raggiungere solo pochi possibili acquirenti. Noi le offriamo una sede dove potrebbe lavorare insieme ad altre donne come lei. Il vostro lavoro sarà reso più produttivo e soprattutto noi ci impegneremo ad attivare una r ete di vendita allargata dei prodotti. Che ne pensa?". La donna accettò e ora, dopo circa due anni, produce collane acquistate in tutto il mondo. Non è una favola metropolitana, ma è quanto ci racconta Annemarie Ferns, general manager per l'Europa del South African Tourism, soddisfatta del successo dell'iniziativa, che oggi cammina da sola, ma con le gambe di oltre duemila donne che affiancano Jane…





Verso la prima riserva
Visitata la fiera, e non prima di avere gustato il fragore delle onde dell'Oceano Indiano in un pomeriggio molto caldo, voliamo a Johannesburg, dove ci aspetta Adriaan con il suo pulmino. Sarà lui, esperta e preziosa guida bianca parlante lingua italiana (quale indizio di una parte della sua vita trascorsa nel milanese) a condurci lungo l'intero itinerario. Che inizia con un pernottamento da mille e una notte presso il nuovissimo hotel "Palazzo Montecasino Intercontinental", specie se la notte trascorre al casinò adiacente, inscenato a giorno dentro un villaggio ricostruito in stile italiano anni sessanta, con un cielo azzurro che non sembra per nulla una finzione.
Ci ritroviamo tutti alle 9 del mattino seguente. Carichiamo i bagagli sul pulmino. La giornata si presenta molto bene. Il cielo azzurro, stavolta, è più che una favola, l'aria è ancora fresca, ma promette di riscaldarsi in breve tempo. Siamo diretti verso la catena montuosa del Waterberg (208 5 m) a nord di Johannesburg, riscoperta meta turistica, resa suggestiva dalle affascinanti riserve naturali. La strada è molto spaziosa, il traffico assai scarso. L'erba è alta, la terra, ai lati, sembra quella buona terra che quando c'è acqua mette a frutto tutta la sua fertilità. I tratti asfaltati di tanto tanto si interrompono e lasciano spazio a tratti sterrati di un colore rossastro piacevole.
Arriviamo al Mabula Lodge che sono le 12.40. Il Mabula è tra i lodge più vicini a Johannesburg, rivelandosi tra i più velocemente raggiungibili dal viaggiatore. Pranziamo nel campo principale della riserva privata Mabula. Il campo è decisamente attrezzato per ogni esigenza. C'è la piscina con ruscelletto adiacente, la palestra con sauna, il campo da squash, tre sale conferenze, l'angolo internet, oltre alle camere anche tre suite. Dopo un pranzo dal sapore malese e dopo una indecorosa quanto infruttuosa ricerca di un espresso al bar, saltia mo su due jeep alla volta del campo tendato Kwafubesi. Ci rendiamo conto ben presto che l'espresso non avrebbe aggiunto eccitazione a quella, intensa, indotta dai panorami che via via si presentano alla nostra vista, mentre siamo accovacciati sui nostri mezzi. Arriviamo alle tende. La mia porta il nome di Buffalo ed è quella situata più lontano rispetto all'alloggio dei rangers. Ci sarà da preoccuparsi? Mah! Mentre la raggiungo a piedi noto la presenza, a poche centinaia di metri, di due enormi giraffe che affondano la testa dall'alto verso il basso dentro i rami degli alberi. Mi fermo a osservarle e non mi par vero che la mia vista riesca a perdersi a chilometri di distanza. Faccio un giro su me stesso a mo' di girotondo e lascio scorrere gli occhi sul profilo infinito della savana e finalmente capisco che sono in Africa. Adagio lo zaino in tenda e raggiungo gli altri alla jeep. Partiamo per il nostro primo assolato safari.





Notte magica nella savana
Il nostro ranger ha l'occhio buono. Riesce ad avvistare un rinoceronte, in lontanzanza, e ci porta vicino all'animale con molta discrezione. Spesso si ferma a osservare le tracce di grossi animali che a noi sarebbero sfuggite. Sono peste di un elefante e sono peste fresche. L'animale potrebbe essere vicino ma non lo vedremo, almeno per stasera. Vedremo tanti altri animali, soprattutto antilopi della specie impala, giraffe maestose e zebre. Il ranger ha l'occhio buono ma ha anche un buon fucile con due colpi in canna, agganciato sopra il cruscotto del fuoristrada.
Torniamo al campo che è notte. Il cielo in questo periodo cede presto all'oscurità, e quando sono le otto di sera sembra di essere già nel cuore della notte. Tanto più che in questo campo non c'è l'elettricità. Le luci delle torce sono sufficienti per consentirci di raggiungere le tende, giusto per le pulizie, prima di ritrovarci a tavola assieme ai rangers e alle loro donne, che in nostra assenza hanno preparato ogni ben di Dio. Il fuoco accompagna danzante la nostra cena al lume di candela. Il fuoco e le candele sono l'unica fonte di luce in un paesaggio che toglie il respiro. Ma a ben guardare non è proprio così: qualche milione di stelle molto appuntite si stagliano contro il cielo che poche ore prima era di un azzurro secco. Mi sdraio per terra e lo osservo mentre una iena si lascia andare in un pianto terrificante. Il lamento si accorda in breve tempo con il verso di un uccello notturno. Mi pare provenga dalle parti della mia tenda, che tra un po' devo raggiungere per la notte. Mi accompagna uno dei rangers, che poi saluto, e che ci verrà a svegliare alle sei in punto per la ripresa del safari. Un ululato poi un altro e un altro ancora mi fanno ridere, e non so perché, mentre serro la doppia cerniera della parete d'ingresso della tenda. Ho chiuso bene, ma l'Africa è ormai dentro. Non prendo sonno subito perché la mente è davvero eccitata. Ma c'è pure un rumore che proviene dall'esterno che non dà pace. Un animale, di cui non oso immaginare l'identità, picchia con ritmo regolare e instancabile il becco (o il muso?) contro la tenda, proprio a dieci centimetri dalla mia testa. Le tante rassicurazioni prevalgono e alla fine il sonno ha il sopravvento. Mi sveglia l'alba, poco prima che il ranger venga a svegliarci. Dischiudo la tenda e rimango folgorato da due immagini: quella di un sole rossastro che si inerpica maestosamente lungo il tratto lontano che divide la savana dall'infinito, e la presenza di uno sciacallo, proprio vicino allo steccato. Vorrei fermare il tempo.
Un caffè alle prime luci dell'alba, tutti insieme sulla veranda, poi si riparte sulla jeep. Stavolta, a pantaloncini maglietta e cappello, abbiamo aggiunto qualche indumento in più perché la temperatura, anche se non freddissima, è comunque fresca. Tre ore di safari, alcune decine di fotografie a paesaggi incantevoli e anima li selvatici.
La mattina del 25 aprile lasciamo Mabula, saliamo nuovamente sul pulmino di Adriaan per raggiungere il lussuoso lodge Shidzidzi & Nungubane. La strada è spesso in terra battuta, la terra è quasi sempre di colore rosso. Dopo un lungo tragitto fanno capolino i pali che sospendono i fili dell'elettricità e che assomigliano a quelli che si vedevano negli anni sessanta nell'Italia meridionale, sormontati da grosse cappe in ceramica bianca. Pali e fili sono l'unico accenno di modernità in un paesaggio che rimanere incontaminato. Il cielo è oggi azzurrissimo.





Arrivati a Warmbad, ci immettiamo sulla R 516 e procediamo verso sinistra. Un ragazzo nero seduto sotto una quercia alza la mano destra azzardando un saluto. Quando noi gli rispondiamo, il suo viso si illumina grazie al candore dei denti bianchi che emergono dalle labbra carnose. Poco più avanti ci fermiamo in un drugstore. Warmbad conta circa duemila abitanti ma nel piccolo negozio c'è di tutto, molti sono i prodotti europei e italiani. C'è pure un Internet cafè, a due isolati più in là, ne avevo visto l'insegna e Adriaan me lo conferma. Ripartiamo.
A destra e a sinistra della strada si ergono lussuosi appartamenti che pare siano gestiti in multiproprietà. Più avanti, sulla destra, si notano le povere baracche dove sono concentrati i meno fortunati, quasi sempre si tratta di neri. Sono molte le città le cui periferie ospitano bidonvilles e case messe su alla bell'e meglio. Adriaan dice che prima di Mandela la situazione era pessima, al meno ora questa gente ha una casa. È per questo che molti, quaggiù, chiamano queste case "le case di Mandela". Ciò che colpisce è la dignità di questa gente, almeno questa è l'idea che uno si fa passando velocemente lungo la strada. Arriviamo nella cittadina di Nylstroom (Corrente del Nilo), che si fa annunciare da alcuni campi da tennis. Qui facciamo rifornimento di carburante. Poi è la volta di Valwater, di Hermanusdorings e di Matlabas. Trascorrono interi quarti d'ora senza che incontriamo una macchina. Ariviamo al lodge Shidzidzi & Nungubane in mattinata. Il gruppo si divide in due perché due sono i punti di alloggio, entrambi incantevoli per la bellezza degli appartamentini e dei panorami entro cui essi si inquadrano quasi con un tocco di arte sopraffina. Ci riuniamo poco dopo e partiamo per il nostro safari con Vincent, il ranger che gestisce il posto con la moglie. La jeep si inerpica lungo strade ora assolate ora rese ombrose da alberi giganteschi, che ospitano uccelli di vario genere. Acacie, seringa, ficus, salici. Sul cielo plana un'aquila. Due zebre sentinella registrano la nostra presenza, più avanti incontriamo un branco nutritissimo di animali in bianconero. Ed ecco gli impala, vittime sacrificali del bush. Nascondono con orgoglio la propria disperazione, in attesa di sfuggire all'ennesimo attacco della leonessa di turno. Ci guardano con circospezione, poi il piccolo branco se la dà a zampe. Scendiamo lungo un percorso sconnesso e finalmente giungiamo a destinazione. Avvistiamo branchi di nyala, e di kudu striati di bianco e con le corna intrecciate. Vincent sa che siamo romantici e vi arriviamo giusto in tempo per goderci il commiato del sole su un piccolo lago proprio mentre un ippopotamo emerge dall'acqua aprendo paurosamente la bocca. Un coccodrillo, intanto, si riposa sulla riva. Il ranger improvvisa un picnic e ci raduniamo per fare merenda mentre al sole ormai tramontato succedono acuni riflessi, prima rossi poi arancione, che colorano di sé la vasta prateria che abbiamo di fronte.
Consumiamo la cena in un recinto assieme al ranger e alla sua giovane moglie e poi ci godiamo il fuoco del boma. Peccato non ci sia il tempo per le ore piccole, la sveglia stavolta è per le 5.
Dopo il safari mattutino, partiamo, in tarda mattinata, verso Tzaneen, direzione est. Ci aspettano tre ore di viaggio, molto ricchi di contrasti dal punto di vista paesaggistico. Alle tre del pomeriggio facciamo tappa a Pietersburg, la città più importante della regione, capitale della Provincia del Nord, situata a metà strada tra Pretoria e il confine con lo Zimbabwe. Che sia un efficiente punto di riferimento commerciale, oltre che culturale, ce ne accorgiamo anche da un piccolo particolare: solo cinque minuti per saltare giù dal pulmino, cercare una banca e fare bancomat in quattro, presso uno sportello automatico. La gente mi pare ospitale. Mentre siamo in sosta, all'ango olo di una strada affollata, accosta una macchina. Tre ragazze di colore sorridono e ci chiedono di dove siamo: "Italia? Wooow…", e ripartono salutando. Ripartiamo anche noi.
Lungo la strada, si ergono le solite bidonvilles. Sulla destra, ai bordi, un bambino porta una tanica di 40 litri di acqua su una carriola. Ci precede un furgone. Sul cassone sono seduti quattro uomini neri di età diversa. Adriaan dice che in genere questa gente non è considerata dai bianchi. Ma tutte le volte che i bianchi li salutano loro sono molto felici di questo gesto. Dunque faccio un cenno con la mano e loro salutano sorridendo. Assumono un fascino particolare le distese di aloe, che accompagnano certe curve della R71. Arriviamo all'hotel Coach House di Aghata nel pomeriggio. Il delizioso Coach House è stato costruito sulle fondazioni di un vecchio albergo e su quelle della stazione di posta costruita ad Aghata durante gli anni febbrili della corsa all'oro, alla fine dell'800. Sorge su uno sperone che domina la valle di Letsile e i picchi della sontuosa scarpata dei Drakensberg, che corre vertiginosamente per oltre 300 chilometri.
Il giorno dopo è il 27 aprile, festa nazionale. È la settima volta, dal 1994, che il Sudafrica, oggi presieduto da Thabo Mbeki, festeggia il freedom day, dopo la fine dell'apartheid. Sui muri dei negozi campeggiano locandine con la foto di Nelson Mandela, il leader nero dell'African National Congress e della lotta per i diritti civili arrestato nel 1963 e liberato dal presidente F.W. De Klerk l'11 febbraio 1990. Premio Nobel per la pace, e a sua volta presidente del Sudafrica dal 1994, si deve soprattutto a lui se il temuto bagno di sangue post apartheid non si sia mai verificato. Dopo secoli di repressione dei neri, oggi massicciamente al governo, la riconciliazione in atto con i bianchi, certo tutta da scrivere, e soprattutto tra i banchi di scuola, è un esempio per il mondo intero.
Ci dirigiamo verso il Blyde River Canyo n. Lungo 32 km, è il terzo canyon del mondo per grandezza e rappresenta una delle meraviglie naturali del paese. Dalla Finestra di Dio (God's Window) dominiamo panorami spettacolari. La tappa finale della giornata, comunque, è la celebre cittadina pionera di Pilgrim's Rest, dove passeremo una notte suggestiva. Ci fermiamo presso un mercatino, dove incontriamo quattro turisti italiani, gli unici. Sono, manco a dirlo, napoletani e questo è strano perché il marketing sudafricano pare rivolto soprattutto verso gli italiani del nord. Sono soddisfatti: due coppie, viaggio libero, poco più di due milioni e mezzo a testa per 12 giorni.
Pilgrim's Rest è oggi un monumento nazionale in ricordo di quella che fu la baraccopoli messa su nel 1873 da minatori e cercatori d'oro accorsi da ogni parte. I tratti pionieristici del piccolo villaggio traspaiono da ogni indizio che s'incontra: dalla banca all'emporio, dagli alloggi degli avventurieri all'albergo, il Royal Hotel, dove dormiamo, e la cui struttura ricorda in qualche modo vecchi film western. La nostra cena, come al solito ricca dei sapori tipici della tradizione africana, si conclude con un fuori programma improvvisato dai camerieri di colore che al termine del servizio e prima di salire sul loro pulmino che li porterà a casa, inscenano un coro accompagnato da una danza che ci coinvolge…

 

 

L'Arca di Noè
L'indomani si parte finalmente per l'immenso Parco Kruger. Ci accompagnano le grandi distese di eucalipti che furono importati dall'Australia e che oggi servono alle industrie del legno. Stavolta ci sistemiamo presso il Protea Kruger Gate Lodge.
Il Parco Nazionale del Kruger è grande quanto una grande regione italiana, 368 chilometri di lunghezza per 50/80 chilometri di larghezza. Ha otto entrate. Noi entriamo dal Paul Kruger Gate. "Se non chiudiamo ora questa piccola parte del Lowveld - aveva detto Paul Kruger, alla fine dell'800 - i nostri nipoti non sapranno mai che aspetto ha un leone, o un cudù o un'antilope alcina…". L'ex presidente della Repubblica Boera era preoccupato della rapida diminuzione degli animali selvatici, braccati dai cacciatori, e oggi il parco è il fiore all'occhiello dei 18 parchi nazionali del Sudafrica, grazie anche ai sistemi avanzati di conservazione e di gestione dell'ambiente. Oggi il parco ospita 300 specie di alberi, 507 di uccelli , 33 di anfibi, 50 di pesci, 147 di mammiferi, 114 di rettili. Non rimane che entrare sull'Arca di Noè, per essere ricevuti da sua maestà il leone, e dall'intera comitiva di bestie selvatiche. Giriamo con il nostro pulmino per ore lungo i percorsi più belli, che ci consentono di godere suggestivi panorami ma soprattutto flora e fauna. È d'obbligo trovarsi all'ingresso entro le 18. Rientriamo e ceniamo presso il boma del Protea, dopo una opportuna spruzzata di repellente per le zanzare, anche se è il periodo dell'anno meno rischioso per la malaria.
Domenica mattina ci attende il trasferimento per Skukuza dove i rangers ci aspettano nel piazzale di fronte al piccolo aeroporto, per il trasferimento in jeep al lodge della riserva privata Mala Mala. Alcune nuvole cumuliformi si stagliano brevemente sul cielo. Ma le nuvole, si sa, non cambiano il cielo, che rimane generosamente sempre azzurro sul nostro cammino. Ci sistemiamo nei nostri alloggi paradisiaci, mentre due ridicoli facoceri pascolano davanti alle rooms, puntati goffamente sulle ginocchia. Due ore di sole in piscina per un relax appena impensierito dalla presenza, nelle vicinanze, di un enorme elefante, poi la tradizionale tazza di tè inglese sulla veranda panoramica. Infine, si riparte per l'inizio del safari serale con il ranger plurialureato in scienze botaniche e veterinarie, che si fa in quattro per far farci godere ogni particolare. Si nota subito che i ranger amano gli animali. La perlustrazione è ricca di emozioni. Giusto per elencare qualcuna: l'incontro con leone, leonessa e cuccioli, l'avvistamento molto ravvicinato di un leopardo, quando il buio è ormai calato, l'introduzione sempre al buio in un branco di centinaia di bufali giustamente indispettiti. Si riprende all'alba…





Una città da 8 milioni di abitanti
Ripartiamo per Johannesburg, quasi 8 milioni di abitanti, che raggiungiamo nel tardo pomeriggio, dopo un viaggio tranquillo di cinque ore in autostrada, un po' offuscato dalle nuvole che in serata cedono il passo a una pioggia fastidiosa, la prima. Nessuno corre oltre i limiti di velocità, mi sembra di essere sulle autostrade austriache, dove ad ogni angolo potresti trovare una pattuglia di poliziotti che ti ferma e che ti controlla anche il tasso alcolico nel sangue. Solo che qui non sono riuscito ancora a scorgere un poliziotto in due settimane. Ma come? Adriaan mi spiega che in Sudafrica c'è un buon tasso di autodisciplina del traffico, che io interpreto come civismo. Che traspare dalle luci intermittenti delle macchine e dei furgoni, che si illuminano tutte le volte che ci sorpassano, in segno di riconoscenza (ancora una volta!) per avere noi agevolato quel sorpasso. Mi vengono in mente i semafori delle nostre città, dove in ogni momento si inscenano sfide da formula uno, come nelle autostrade. E alla voce civismo devo registrare le difficoltà che abbiamo incontrato in questi giorni sudafricani nell'esercizio del nostro quotidiano fumare. In quasi tutti i luoghi chiusi.
Pernottiamo all'hotel Michelangelo, situato nel quartiere residenziale di Sandton, con quattro piani sotterranei illuminati a giorno, dove è possibile perdersi tra negozi, ristoranti, bar, librerie, cinema…

Tra le baracche di Soweto
Trascorriamo il 1° maggio a Soweto (SOuth WEstern TOwnship) nel sobborgo crudele che accoglie due milioni di neri. Avrei voluto visitare una scuola e intervistare maestri e alunni di questo quartiere dentro cui il 16 giugno 1976 ebbero inizio i violenti tumulti contro la repressione. Ma il 1° maggio è festa anche a Soweto. Dunque entriamo in un povero bar, in compagnia di due giovani artisti, Lorenz e Mandala e di un aspirante imprenditore. Ce li ha presentati Adriaan, uomo bianco cresciuto a sua volta in mezzo ai neri. Ascoltiamo goffamente i loro sogni, mentre una decina di ragazzotti guarda su un enorme schermo l'immancabile partita di rugby. La cameriera che ci serve al tavolo confessa di lavorare dalle 8 alle 8 senza pausa pranzo, ma il compenso non è di quelli che consentono di affrancarsi dal circolo vizioso della povertà, che condanna da sempre il sud del mondo. Eppure c'è chi riesce a risparmiare, anche qui a Soweto. Ci riescono i proprietari delle case, tan te, acquistate con prestiti che le banche accordano solo a lavoratori con reddito fisso, muniti di garanzie (sai che notizia per un italiano…). Se no che ci stanno a fare quegli enormi manifesti con donne sorridenti che promettono miracoli da detersivi, cellulari e mutui bancari ad ogni angolo di strada? Thank, God.





Il South African tourism in Italia
L'ufficio italiano del South African tourism è diretto da Lidia Martinuzzi, affiancata da Cristina Secco. Lidia, nata in Sudafrica da genitori friulani, da qualche anno si è trasferita a Milano con lo scopo di fare qualcosa di importante per quella terra, vulcanica come lei e che a lei ha dato molto. Era con noi in Africa durante una parte del nostro viaggio, e sarebbe rimasta ancora se i "Befana-Befana", così vengono qui definiti affettuosamente i giocatori della nazionale di calcio, non avessero giocato contro l'Italia a Perugia, la sera del 26 aprile scorso. Lei era là, allo stadio Renato Curi, quella sera, per promuovere il Sudafrica, perché questa sente essere quasi una missione. Una missione che si pone in piena sintonia con gli obiettivi del South African tourism, che in Europa ha sei uffici (Inghilterra, Francia, Germania, Olanda, Austria e Italia) che fanno capo a Francoforte, tutti energicamente stimolati dal Owen Leed, il nuovo direttore marketin ng dell'ufficio centrale di Johannesburg, che vuole puntare tutto sulla promozione. Tanto che è stato deciso di affidare il gruppo italiano all'agenzia milanese di pubbliche relazioni, la Business Press. Il motivo è legato alla consapevolezza che non solo tra i potenziali turisti, ma anche tra le agenzie a cui essi si rivolgono, sovente c'è tanta ignoranza. "Spesso - osserva Cristina Secco, che ci ha seguiti nel viaggio - si arriva a confondere il Sudafrica con l'Africa del Sud e a non sapere che esiste un paese che si chiama così e che, peraltro, si caratterizza molto rispetto ad altri paesi dell'Africa del Sud. Si pensa di consenguenza al Sudafrica come a un paese lontano, difficilmente da gestire, pericoloso, con malattie". È anche per questo che in aprile l'ex Satour (la denominazione è stata sostituita da poco con l'attuale per evitare che si pensasse a un tour operator) ha attivato una serie di incontri in hotel con agenzie e tour operators di 5 città italiane: Modena, Firenze, Brescia, Abano e Trento, per un totale di 370 agenzie incontrate. "Lei lo sa - mi chiede Cristina - quante mani di operatori si sono alzate per dire che avevano visitato il sudafrica? Solo dieci!". E si capisce che se un cliente è indeciso su dove andare, l'agenzia difficilmente propone con entusiasmo un luogo che non conosce. Ma chi in Sudafrica ci è stato, come turista, mette in moto un passaparola positivo che si autoalimenta giorno dopo giorno. Conclude Cristina: "Il grado di soddisfazione è alto. Sono tanti coloro che ci telefonano per chiederci materiale informativo e nell'occasione ci spiegano di essere stati motivati da conoscenti che si sono trovati bene quaggiù".
Nello stesso palazzo milanese ha sede la South African Airwais, la compagnia di bandiera che collega Sudafrica ed Europa con 37 voli settimanali. Ha 10.470 impiegati e conta una flotta di 50 aeromobili, altri 25 in ordine, molti dei quali g arantiscono un volo (sempre notturno) davvero confortevole anche grazie alla nuova configurazione dei sedili a bordo. Dai primi anni '90 la compagnia non collega il paese con l'Italia. Le coincidenze più agevoli sono a Zurigo, Francoforte e Londra. Il volo Londra-Johannesburg dura 11 ore. È forte e concreto l'impegno della compagnia aerea nel favorire gli obiettivi del South African Tourism, come confermato da due suoi managers contattati in sudafrica, Giorgio Basile e Dario Morandotti.

 

INFO:
South African Tourism
Via Mascheroni n. 19 - Milano
Tel. 02.43911150

INFORMAZIONI GENERALI
Il Paese del'Arcobaleno. Il censimento del 1995 ha fatto registrare, nella Repubblica del Sudafrica, 41 milioni di abitanti di cui il 74% di pelle nera. Questi ultimi sono suddivisi in una decina di gruppi etnici. I bianchi sono di origine olandese, tedesca, britannica e francese. Completano l'arcobaleno i coloured e gli asiatici. Gli italiani stabili in Sudafrica sono circa 40.000.
Ingresso. Non c'è bisogno di visto, basta il passaporto valido per soggiornare fino a sei mesi.
Fuso orario. Stesso orario con l'Italia quando da noi vige l'ora legale.
Clima. Le stagioni sono invertite rispetto all'Europa. Il periodo invernale europeo coincide con l'estate sudafricana, con temperature medie oscillanti tra 22° e 33° C di giorno.
Telefono. I cellulari GSM sono abilitati in Sudafrica.
Moneta. La divisa nazionale è il rand che vale circa 300 lire. Il cambio è favorevole rispetto alla lira. Le carte di credito sono accettate e funzionano gli sportelli bancomat con tessera italiana.
Lingua. Si parlano 11 lingue ufficiali, ma l'inglese è parlato dappertutto.
Sulle strade. Si guida a sinistra.
Vaccinazioni e aspetti medici. La profilassi antimalarica è richiesta per l'area del Parco Kruger (Mpumalanga) e la zona di Durban (KwaZulu-Natal), nel periodo delle piogge (da ottobre a marzo). Nessun effetto collaterale viene associato al consumo di acqua del rubinetto e di cibi in genere.
Elettricità. La corrente è a 210-220 volts, ed è bene portarsi con sé un riduttore per le spine italiane, perché non sempre gli alberghi e i lodge ne hanno a sufficienza per tutti i clienti.
Essenziali: Macchina fotografica, molte pellicole, un buon binocolo, cappello e occhiali da sole.

 

Il consiglio
Un libro da leggere:

James A. Michener
L'ALLEANZA
Romanzo d'avventura - 1018 pagine - Lire 24.000
Bompiani
Quindicimila anni fa quando i Boscimani San furono costretti a muoversi verso Sud attraverso l'ostile deserto africano in cerca di risorse d'acqua, aveva inizio la grande avventura del Sudafrica. Eroismo, forza, determinazione, sopraffazione: dalla civiltà degli Zimbabwe ai primi esploratori portoghesi e olandesi, dai violenti conflitti del XIX secolo alla devastante guerra boera, fino ai problemi dell'apartheid ai giorni nostri. James A. Michener (Premio Pulitzer nel 1947) unisce alla rigorosa ricostruzione di due civiltà, quella indigena e quella dei colonizzatori, personaggi di fantasia eccezionali, emblematici, indimenticabili per umanità e profondità di sentimenti.

(*) Servizio e fotografie di Vincenzo Brancatisano.

Pubblicato su Master Viaggi, n° 10, Giugno 2001

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