Caso Welby, eutanasia della verità




 

Di Vincenzo Brancatisano

 

22 DICEMBRE 2006 – Il caso Welby rilancia la discussione sull’eutanasia ma complica la vita a quanti non riescono a comprendere come mai il medico che ha staccato il respiratore a Piergiorgio Welby, malato di distrofia muscolare, lasciandolo morire, così come lui aveva ripetutamente chiesto, non sia stato arrestato per omicidio. Non ci hanno sempre raccontato che l’eutanasia equivale, in Italia, all’omicidio del consenziente, in quanto tale punibile con una pena che va dai 6 ai 12 anni di reclusione? Molti si stanno chiedendo a questo punto come mai non siano scattate le manette. La verità è che anche questa vicenda dolorosa si inserisce nell’ambito delle false verità che si sono sedimentate in Italia nel corso degli ultimi decenni. Il problema dell’eutanasia – che peraltro viene spesso praticata in modo clandestino e ipocrita negli ospedali come ben sanno parenti e amici di persone decedute dopo malattie dolorose e infami – non è stato mai affrontato in Italia per motivi che non hanno nulla a che fare con il Diritto. Basterebbe leggere la Costituzione per rendersi conto che nessuno può essere costretto a curarsi contro la propria volontà se non in casi nei quali il non curarsi potrebbe produrre effetti pericolosi sulla salute altrui. E mentre le scuole tollerano addirittura i bambini di genitori che si sottraggono all’obbligo delle vaccinazioni rese obbligatorie dalla legge adducendo prove a favore della loro pericolosità per la salute, noi ancora facciamo finta che esista in Italia l’obbligo di sopravvivere contro la propria volontà. Staccare il respiratore al paziente aderendo alla sua volontà non è uccidere un consenziente. Staccare il respiratore a quel paziente equivale alla soddisfazione del diritto assoluto e incondizionato che la Costituzione (non i salotti televisivi) riconosce (non “attribuisce”, riconosce) a tutti.  E allora perché non raccontare la verità ai cittadini? Noi non tifiamo nè per l’eutanasia né per la vita a tutti i costi e dunque non entriamo nel merito di una questione per la quale è serio dire che non abbiamo la soluzione in tasca perché essa attiene all’intimo delle coscienze. Tuttavia denunciamo qui – in linea con quanto facciamo sempre – l’ennesimo esempio di manipolazione della verità. Il medico che ha staccato il respiratore a Welby non è in carcere per il semplice motivo che non ha commesso alcun reato, e in campo penale non è consentito applicare il principio ermeneutico dell’analogia con reati simili, a meno di pensare che soddisfare la richiesta del paziente di non volersi sottoporre a cure inutili sia un omicidio. Anzi (comunque la pensiate) quel medico ha applicato la Costituzione. Alla quale le leggi e dunque anche il codice penale devono uniformare la propria lettera e il proprio spirito. La verità è che il problema dell’eutanasia in Italia non esiste, esiste solo il baccano attorno all’eutanasia, come per ogni altra questione importante. Il problema è stato risolto dalla Costituzione nel 1948. Ma c’è chi – per spiegare all’opinione pubblica frastornata il motivo per cui nessuno punisce il medico in questione – ipotizza l’esistenza di una nuova “configurazione giuridica”. Noi non siamo d’accordo: non c’è bisogno di alcuna nuova configurazione per scagionare il medico così come non occorre alcuna nuova configurazione per scagionare una persona denunciata per avere osservato il cielo. Vi proponiamo qui di seguito una riflessione sulla libertà di cura contenuta nel libro di diritto farmaceutico intitolato “Sentenze di vita” (Vincenzo Brancatisano, dicembre 2000, con prefazione di Linda Sandulli, giudice del Tar del Lazio) e dedicato al diritto d’accesso alla Multiterapia Di Bella. Con quelle 322 pagine si è voluto dimostrare (con successo, visto che le tesi dell’autore sono state recepite anche dalla giurisprudenza) che esiste in Italia il diritto di accedere gratuitamente (libertà “positiva” di cura) ai farmaci che costituiscono la Multiterapia Di Bella, come ben sanno centinaia di pazienti che hanno ottenuto la condanna delle Asl a somministrare gratis farmaci che stando anche a perizie mediche giurate hanno prodotto benefici nei casi singoli, ad onta del verdetto della comunità scientifica (anch’esso smontato da noi) secondo il quale la cura Di Bella è tossica e inefficace. Ma  si è pure dato per scontato (sei anni orsono) che l’ordinamento giuridico italiano riconosce quanto meno la libertà “negativa” di cura e cioè il diritto di ciascuno di rifiutare ogni e qualsiasi terapia non gradita.   

 

 

Dal volume “Sentenze di vita”

 di Vincenzo Brancatisano




 

 

[…] il diritto soggettivo (right) degli individui alla sopravvivenza è indipendente dalla decisioni del potere politico e dalle determinazioni della pubblica amministrazione, quantunque improntate alla comprensibile esigenza di contenere le spese pubbliche, e ha un pieno riscontro, in Italia, nel diritto oggettivo (law) e – sia chiaro – nel diritto oggettivo positivo (ius in civitate positum),  cioè nell’insieme di norme giuridiche in vigore nel periodo storico in cui il caso si inserisce.

L’ordinamento giuridico italiano vigente – dunque: non già un ipotetico diritto naturale o un ordinamento de jure condendo – garantisce al paziente in cura con farmaci a lui prescritti dal medico secondo scienza e coscienza (ivi compresi quelli contenuti nella terapia Di Bella) la libertà (negativa) di curarsi senza restrizioni che possano colpire lui (libertà di cura) o il proprio medico (libertà di terapia). È del tutto trascurabile, in questo senso, il parere di coloro che ritengono addirittura inesistente la libertà negativa e cioè che si sia invece in presenza di uno Stato che vincola i consociati alle cure che esso stesso ritenga più utili. Chi scrive confida molto nella ratio – giuridica e politica – del secondo comma dell’art. 32 della nostra Costituzione, laddove si sancisce che “nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge”. Norma, questa, che va coordinata con l’art. 13, Cost., sulla libertà (personale) di difendere la propria integrità fisica e psichica.

Peraltro, è stato sostenuto in dottrina che, “nel ribaltamento dell’ottica paternalistica” dell’ordinamento, “il carattere personalistico stesso della nostra Costituzione non implica né il dovere da parte dello Stato di imporre la salute ai singoli né il dovere dei singoli di mantenersi sani”5. Si potrebbe obiettare che il dovere individuale di stare in salute sia in realtà funzionale al diritto della collettività al contenimento della spesa sanitaria che si renderebbe necessaria per curarlo: ma l’argomentazione non appare risolutiva. Infatti, se si comprendono, a questo proposito, le limitazioni alla libertà personale imposte agli individui attraverso vari obblighi di facere (ad esempio: compra e indossa il casco, altrimenti ti punisco) non si comprende invece la carenza normativa in merito a divieti che sarebbero altrettanto funzionali alla salvaguardia della salute collettiva e, quindi, al contenimento della spesa pubblica, ma che non vengono adottati. Ad esempio: ancorchè sia acquisito nella letteratura scientifica che le cuffiette per ascoltare la musica producono danni irreparabili all’udito, a nessun legislatore viene in mente di apportare limitazioni nell’uso e quindi nell’acquisto dell’oggetto. Stesso ragionamento vale per le sigarette, ma vale anche per la vendita di automobili capaci di superare di gran lunga i limiti di velocità imposti a salvaguardia della salute. In quest’ultimo caso, la contraddizione è lampante. 

Quel che si vuole affermare è che, nell’ambito della programmazione degli interventi a tutela della salute, difficilmente uno Stato adotta decisioni che possano imbrigliare l’economia. Difficilmente lo Stato dirà a un cittadino: non fare questo. Molto più facilmente lo Stato gli dirà: fa’ quest’altro. Poiché il non facere danneggia l’economia, mentre il facere la rilancia, anche se determinati non facere si rivelerebbero molto più proficui sul piano della salvaguardia della salute e del contenimento della spesa.

L’inciso appena esposto potrebbe illuminarci in merito alla materia in esame. Dove trovano, infatti, la propria giustificazione situazioni come l’adozione di moltissimi protocolli terapeutici standardizzati – nonostante la propria, documentata inutilità, se non dannosità –, la diffusa pratica dell’accanimento terapeutico, l’ostruzionismo esasperato opposto nei confronti di pratiche innovative e meno costose? E perché i farmaci generici (i cosiddetti principi attivi)(*) privi di brevetto, non vengono prescritti dai medici, né vengono usati negli ospedali pubblici (fatte salve rare eccezioni), e vengono preferiti loro i molto più costosi farmaci brevettati ma contenenti lo stesso principio attivo? L’esigenza di contenere la spesa sanitaria non può valere a giorni alterni. Poiché se valesse a giorni alterni mal si concilierebbe con la certezza del diritto.

Comunque, è rimasta del tutto isolata la dottrina (e anche la giurisprudenza) che ritiene insussistente il diritto soggettivo dell’individuo alla libertà (negativa) di cura. Sul punto specifico della libertà (negativa) di curarsi con la terapia Di Bella, in definitiva, tutti o quasi tutti concordano, anche se rimane sullo sfondo la pesante perdita di credibilità dell’Istituto superiore di sanità che avrebbe voluto assistere a provvedimenti restrittivi e repressivi consequenziali al proprio verdetto (“cura inutile e tossica”), provvedimenti che invece non ci sono stati.

Dunque, l’aspetto della questione su cui le opinioni divergono si riassume nel quesito attorno all’eventualità che l’ordinamento garantisca pure la libertà positiva, cioè l’opportunità di attingere ai farmaci, indipendentemente dalle condizioni economiche soggettive. Il diritto alla salute è catalogato tra i diritti sociali: è un diritto, cioè, per vedere soddisfatto il quale l’individuo non può prescindere da un atteggiamento attivo e fattivo dello Stato (Stato Sociale). La domanda è: ciò vale anche per il caso Di Bella? Può, il malato che ha scelto di curarsi con la terapia Di Bella, in assenza di alternative terapeutiche, pretendere di ricevere gratuitamente l’erogazione dei farmaci corrispondenti? O invece, pur riconosciuta una mera titolarità di libertà negativa, egli stesso, libero di curarsi come crede, non può pretendere di gravare sulla collettività?

È su questo delicatissimo punto che divergono le opinioni della dottrina e pure le determinazioni della giurisprudenza6.  […]  [Tratto dal libro “Sentenze di vita” di Vincenzo Brancatisano, Ed. Travel Factory, Dicembre 2.000]

 

 

(*) Oggi tutti parlano di farmaci generici. Quando il libro uscì, nel 2000, l’argomento era un tabù.

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