Ennesima violazione dei diritti umani per docenti e Ata assunti a tempo determinato

Insegnante precario? Se vuoi votare devi pagare

Se il seggio è lontano ha diritto a permessi non retribuiti.  La discriminazione, voluta dal contratto collettivo firmato dai sindacati, e valida anche in caso di concorsi, esami e motivi personali, colpisce il precario anche se candidato e voglia fare campagna elettorale

 

Di Vincenzo Brancatisano

 

23 marzo 2006 – Sei un lavoratore precario e vuoi votare e magari sei anche candidato e vorresti fare campagna elettorale? Ahi, ahi, ahi. Dovrebbero essere un momento democratico e invece le elezioni politiche di aprile mettono in evidenza l’ennesima umiliazione dei diritti fondamentali dell’uomo, quale il diritto all’uguaglianza delle persone davanti alla legge. Umiliazione che, stando alle proteste, viene ancora una volta perpetrata dal contratto collettivo firmato dai sindacati della scuola. La discriminazione riguarda i docenti e il personale amministrativo fuori sede in ordine al diritto di usufruire del permesso per recarsi alle urne. In sostanza, mentre il personale di ruolo che volesse partecipare alla consultazione elettorale potrà avvalersi, nei fatti, dei generici permessi retribuiti, previsti dall’art. 15 comma 2 del contratto collettivo firmato il 24 luglio 2003, i lavoratori precari hanno sì il diritto di recarsi alle urne ma per farlo devono usufruire dei permessi non retribuiti (che tolgono anche l’anzianità pensionistica) previsti dall’art. 19 comma 7. L'apartheid contrattuale dei lavoratori precari della scuola non è dunque solo economica ma investe molti aspetti della posizione lavorativa di professionisti precari che pure svolgono la medesima attività dei colleghi assunti a tempo indeterminato, e che spesso non conoscono le norme vessatorie del contratto collettivo. Si pensi ai permessi per motivi personali, o per motivi di famiglia e a quelli per la partecipazione a concorsi ed esami. Se sono usufruiti dai precari (art. 19) essi sono senza assegni e interrompono l’anzianità di servizio anche ai fini pensionistici. Per non parlare di malattie e infortuni. Torniamo al diritto al voto. In prossimità delle elezioni centinaia di docenti fuori sede stanno inondando di richieste i presidi e le proprie associazioni per sapere come fare per recarsi alle urne. I fatti stanno così. I lavoratori pubblici iscritti nelle liste ellettorali di un comune diverso da quello di servizio hanno diritto (compreso il viaggio) a un giorno se il seggio elettorale dista tra i 350 e i 700 chilometri da quello di servizio, o a due giorni per distanze superiori a 700 chilometri o verso le isole. Tuttavia, il permesso potrà essere ottenuto solo nel caso che l’interessato abbia chiesto il trasferimento di residenza ma non lo abbia ancora ottenuto per motivi a lui non imputabili. Se il lavoratore invece ha mantenuto la propria residenza (e lo può fare) nel comune d’origine, potrà usufruire solo dei permessi generici prima citati. Che sono retribuiti per il personale di ruolo ma non retribuiti per i docenti a tempo determinato, i quali perderanno anche l’anzianità di servizio (ma spesso non lo sanno) per i giorni dedicati al voto. Ugualmente discriminati sono i docenti e il personale amministrativo assunti con contratto a tempo determinato che vogliano partecipare, come candidati, alla propria campagna elettorale. Ad essi spettano solo sei giorni di permesso non retribuito, mentre al personale di ruolo spettano i permessi retribuiti, le ferie, e l’eventuale aspettativa, in questo caso non retribuita. Per non subire la pesante perdita economica, che si aggiunge alle spese di viaggio, molti lavoratori precari rinunceranno così al voto. Stando alle testimonianze raccolte, chi invece si recherà alle urne in un comune lontano unirà il permesso alla settimana di vacanza pasquale, grazie a un generoso certificato medico. Così per tre giorni molte scuole, specie le elementari, rimarranno sguarnite di personale.

 

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