Esclusiva/Malasanità

Ecco come si muore in un ospedale calabrese




 

Di Vincenzo Brancatisano

 

30 AGOSTO 2006 – E’ la mattina del 6 agosto 2006. Un uomo giunge in ospedale a Vibo Valentia con un’ambulanza del 118. E’ in barella e sta molto male, viene parcheggiato in corridoio, passa il tempo inutilmente. Anche i presenti si accorgono che sta diventando cianotico. “Finalmente lo portano dentro”, ci racconta una testimone, una donna che s’era recata in pronto soccorso per portare a propria volta un congiunto e che ha dato una mano al personale del 118 a far scender il paziente dal mezzo. Con la signora si trova un medico amico di famiglia che si rende conto delle condizioni dell’uomo: è in piena crisi cardiaca. L’infermiera chiama il medico di PS, che lo porta in astanteria. Poi le cose precipitano. I medici del pronto soccorso, dopo alcune manovre di “emergenza” col defibrillatore, decidono di “portarlo su”. La testimone ci racconta che l’infermiera le confida: “Pe cchista vota ccia fici”. Per questa volta ce l’ha fatta, ma non è così, la crisi riesplode, si defibrilla di nuovo. Passa il tempo, il paziente viene portato in sala operatoria. Poco dopo scende un’infermiera, dice che il paziente è morto, e confida alla testimone che quel poveretto le ha detto: “Oggi aspetto i figli che arrivano dal Nord, ma temo che stavolta non faccio in tempo a vederli”. Intanto la testimone è entrata con il proprio congiunto e può dunque assistere involontariamente alla sfuriata di una dottoressa, forse un’anestesista scesa dalla sala operatoria. Chiede di sapere perché cazzo le mandano su i pazienti morti. Perché non se li tengono giù? Noi ci chiediamo perchè non li lasciano morire direttamente in corridoio. La testimone è impietrita. Decide che denuncerà tutto ai figli. Per questo il giorno dopo si reca alla camera ardente. Parla con i figli. Loro si dicono consolati perché “ci hanno detto i medici che papà è arrivato in ospedale privo di conoscenza, almeno non ha sofferto”. Lei ribatte che non è andata così. Spiega loro che lei stessa lo ha aiutato a scendere dall’ambulanza, che ha assistito con altri alla sua agonia e le racconta dei suoi ultimi pensieri dedicati ai figli, che stanno arrivando dal nord e che forse non vedrà. Si dice disponibile a testimoniare semprechè loro siano intenzionati a denunciare e lascia loro il numero di telefono. I congiunti dell’uomo imprecano contro i medici, ma poi stringono le spalle e fanno capire che la cosa per loro finisce là, interpretando fedelmente il senso di ineluttabilità dei calabresi ben rappresentata da Corrado Alvaro con la figura degli alberi travolti dalla fiumara che attendono che passi la piena. “Siamo un popolo senza dignità”, commenta la testimone.  



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