Docenti, tutti sulla stessa barca



 

Di Vincenzo Brancatisano

 

28 OTTOBRE 2006 – Si respira un brutto clima tra i docenti precari. Molti di loro si dicono poco rassicurati dalle dichiarazioni del ministro Fioroni e dal viceministro Bastico in merito al destino delle graduatorie.

Solo l’approvazione finale della Finanziaria, comunque, consentirà di trarre le conclusioni più appropriate e rispettose della verità. Intanto proponiamo alcune riflessioni.

I precari della scuola sono precari perché hanno lavorato e lavorano da anni, molti addirittura da decenni, su cattedre scoperte. Dunque si tratta solo di garantire il minimo di sicurezza sociale, dovuto, a chi già lavora da anni e da decenni per la scuola, attraverso un’assunzione definitiva. Che peraltro non costerebbe molto di più rispetto a quanto lo Stato spende per pagare, a tempo determinato, quegli stessi lavoratori. Anzi, lo Stato potrebbe anche risparmiare. L’assunzione in ruolo dei docenti precari non è destinata a produrre incrementi apprezzabili di costo per le casse dello Stato, come erroneamente si crede. Analisi condotte da associazioni di insegnanti – si veda il Libro Bianco redatto dalla Gilda – indicano chiaramente come la preoccupazione, peraltro legittima, è destituita di fondamento. Ma il dato ora emerge in maniera solenne visto quanto si legge nella Relazione tecnica allegata al Disegno di Legge Finanziaria 2007. Con quest’ultima il governo ha programmato – sia pure con molte riserve, alcune esplicite, altre un po’ meno esplicitate – un piano triennale di assunzioni in ruolo.

La citata Relazione prima ribadisce che:

“Tra i fattori che concorrono a comporre la qualità complessiva del sistema istruzione, figura anche la capacità di garantire agli alunni la presenza stabile degli insegnanti, al fine di assicurare un efficace apprendimento. In quest’ottica, e anche al fine di dare una positiva soluzione al precariato della scuola, la norma prevede la definizione di un piano triennale di immissione in ruolo — per gli anni 2007-2009 — per circa 150.000 unità di il personale docente”.

Poi spiega che:

 “Il proposto piano pluriennale, avente comunque carattere programmatico, non determina incrementi di spesa per il trattamento economico del personale interessato, considerata la consistenza numerica dei prevedibili collocamenti a riposo”.

Infine si scopre che l’assunzione dei precari comporterebbe addirittura un risparmio per le casse dello Stato. Vi si legge:

“Al fine del computo della minore spesa, rispetto all’attuale, derivante dai collocamenti a riposo, va tenuto conto che le fuoriuscite previste in base alla serie storica per il triennio 2007-2009, determinano riduzioni della spesa di personale, scaturenti dalla differenza dell’importo fra stipendi del personale collocato a riposo, concentrati nelle fasce di anzianità dai 28 ai 34 anni, e gli stipendi degli immessi in ruolo. A tal fine è stato utilizzato lo stipendio medio lordo Stato, relativo alle tre fasce che vanno dai 21 anni di anzianità in poi. Parallelamente alla riduzione complessiva della spesa di personale per singolo anno scolastico, derivante dalle fuoriuscite, si è valutata la spesa relativa al trattamento economico spettante al personale interessato dalle previste immissioni in ruolo. Per la corretta determinazione dell’andamento complessivo di quest’ultima spesa, è da considerare che l’immesso in ruolo percepisce lo stipendio iniziale della qualifica, e, solo a seguito della conclusione del procedimento di ricostruzione di carriera, percepirà lo stipendio aggiornato, coi relativi arretrati”.

In un articolo (“Per la scuola la manovra non cambierà”) apparso sulla Tecnica della scuola di oggi si legge, tra l’altro, una preoccupante ipotesi: “Se i sindacati si "accontenteranno" della certezza del rinnovo contrattuale, è molto probabile che il testo della legge resti davvero quello attuale”.

Secondo noi, se i sindacati si accontentassero di un rinnovo contrattuale e di disinteressassero del destino dei lavoratori precari si perpetrerebbe la violazione dell’art. 2 della  Costituzione che impicitamente impone (non consiglia, ma “impone”) l’adempimento dei doveri di solidarietà economica e sociale. La solidarietà non è la beneficenza, come pure spesso si crede erroneamente. Solidarietà (dal latino “solidum”) è sentirsi parte di un tutto, è il sentirsi tutti sulla stessa barca, è quel principio per onorare il quale l’art. 2 della Costituzione chiede il pagamento delle imposte (dal verbo “imporre”), solidarietà è un principio per onorare il quale i sindacati della scuola dovrebbero (devono) rinunciare ai pochi o molti spiccioli da dare ai docenti di ruolo e imporre (“imporre”) la copertura di tutti i posti vacanti, come pure era stato promesso in campagna elettorale. La mancata assunzione dei precari che pure lavorano annualmente quasi senza soluzione di continuità è espressione di sfruttamento del lavoro. Senza se, senza ma. I sindacati della scuola lo sanno e la Relazione tecnica l’hanno letta da tempo. Dovrebbero inorridire sapendo che i tecnici del ministero mettono nero su bianco, sia pure a fin di bene, il fatto che “l’immesso in ruolo percepisce lo stipendio iniziale della qualifica, e, solo a seguito della conclusione del procedimento di ricostruzione di carriera, percepirà lo stipendio aggiornato, coi relativi arretrati”. Dovrebbero inorridire. E invece continuano a firmare contratti collettivi che condannano i precari ad accontentarsi delle briciole pur di garantire a chi è già garantito qualche piccolo obolo. Naturalmente dopo avere controfirmato la norma del contratto collettivo secondo cui “in nessun caso il contratto di lavoro a tempo determinato si può trasformare in rapporto di lavoro a tempo indeterminato”. Ma… non sarebbe più giusto, più etico, più strategico, più costituzionale, più solidaristico, più… sindacale, per un sindacato, richiamare la sensibilità dell’egoista popolo dei docenti di ruolo attraverso la leva della mancata accettazione di una contrattazione collettiva che se ne infischi di chi rimane indietro pretendendo invece che sia interrotta finalmente l’indecenza dell’abuso di contratti a termine e il conseguente sfruttamento dei docenti precari della scuola? Può essere credibile uno Stato che da un lato condanna l’abuso dei contratti a termine e i cui Ispettori del lavoro pretendono che l’Atesia assuma a tempo indeterminato i giovani dei suoi call center perché teme che dietro al loro (peraltro breve) precariato si possa nascondere la violazione di diritti e di dignità e che dall’altro assume e paga a intermittenza i propri lavoratori che, nei fatti, lavorano a tempo indeterminato?

 

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Infine, per fornire nuovi elementi di dibattito, destinato a diventare rovente nei prossimi giorni, il sito www.vincenzobrancatisano.it  propone ai propri visitatori la lettura di un documento molto critico appena ricevuto da Scuolanostra.  

 

 

testo ricevuto da

“Scuola nostra”

 

Perché le rassicurazioni del ministro fioroni non ci rassicurano affatto

 

       Lo stato di fibrillazione che è stato prodotto in questi giorni dall’annunciata obliterazione - in quanto canale di accesso al ruolo - delle Graduatorie Permanenti di cui alla Legge 124/1999, estensive, come è noto, delle precedenti graduatorie per soli titoli (il cosiddetto ‘doppio canale’) che da decenni garantiscono un accesso prioritario per l’assunzione a tempo indeterminato a chi già lavora nella scuola ha motivazioni precise e circostanziate e non deriva né da un atteggiamento pregiudiziale né da isterismi immotivati.

       Il doppio canale nasce, formalmente, con la Legge 417 del 27/12/1989 ma esso, fuor dall’essere un privilegio per i beneficiari, rappresentava una condizione peggiorativa rispetto a provvedimenti più garantisti prodotti negli anni precedenti. Si pensi, per esempio, che già con la Legge 270/1982 e la Legge 326 del 16/07/1984 venivano istituite ‘graduatorie ad esaurimento’ per i precari già in servizio ai fini dell’assunzione per l’accesso alle quali era sufficiente avere  una nomina da parte del Provveditore.

       Alle preoccupazioni di cui sopra il Ministro Fioroni e il Viceministro Bastico hanno risposto che il piano di assunzioni previsto in Finanziaria (piano, ricordiamocelo, strettamente vincolato alle future disponibilità finanziarie e alle fluttuazioni dell’organico di diritto, da anni sotto attacco da parte delle leggi finanziarie) garantirebbe l’assunzione dei docenti attualmente in servizio.

       Per la verità questa argomentazione deve essere parsa inverosimile allo stesso Ministro, se è vero che, nel giro di pochi giorni, siamo passati dalla garanzia per tutti i docenti precari, a quelli che hanno ‘almeno tre anni’ di servizio (non è chiaro ancora attraverso quale meccanismo). Aspettiamo di vedere come evolverà la vicenda nei prossimi giorni ma il punto sostanziale è che quel famoso piano, anche nell’ipotesi (verso cui molti dimostrano un fervido e motivato scetticismo) che venisse realizzato, non garantirebbe affatto l’assunzione degli insegnanti precari. Né della totalità. Né della maggior parte.

       Ed è per questo che, nell’ambito dell’iniziativa definita “Settimana dei precari” e promossa dal sito www.scuolanostra.it abbiamo cercato, con il prezioso aiuto della nostra ‘community’, di fare il punto su questi numeri che ci appaiono, ogni istante di più, azzardati, così come ci paiono sempre meno rassicuranti le rassicurazioni che ci sono state fornite.

       Cerchiamo di capire le ragioni del diffuso pessimismo dei precari della scuola.

      

       E se un giorno tutti i precari si rifiutassero di lavorare da precari?

       Chissà perché, nei calcoli del Ministero, l’organico di fatto non figura mai. Sembra che le cattedre fino al 30 giugno non siano cattedre. E invece lo sono eccome! Nella prassi degli ultimi anni il novero di tali posti è aumentato a dismisura. Come dicevamo sopra, le assunzioni a tempo indeterminato erano la conseguenza, in altri tempi, anche di una semplice nomina annuale. Oggi, invece, ogni cavillo è buono per trasformare un OD in un OF…

       Ora: cosa succederebbe se nessuno accettasse contratti part-time o fino al termine delle attività didattiche?

       Semplicemente la scuola italiana smetterebbe di funzionare.

       E dunque: se le cose stanno così – e così stanno! – perché la politica non accetta una volta e per sempre che il precariato fa parte del sistema? Perché serviamo quando si parla di doveri e non esistiamo quando si parla di diritti? Come si può, anche lontanamente, immaginare di eliminare graduatorie per incarichi, proiettate in un’ottica a medio termine di immissione in ruolo, senza eliminare, contemporaneamente, anche il concetto stesso di organico di fatto?

       Perché, delle due l’una: o si dice agli insegnanti che si devono accontentare di un posto per un anno o due e poi cambiare mestiere perché la strada per il ruolo è un’altra o si trasformano tutti i posti ‘disponibili’ in posti ‘vacanti’.

 

       I pensionamenti

       Il piano di assunzioni riguarderebbero, nella migliore delle ipotesi, tutte le disponibilità di cattedre prodottesi negli anni del governo di Centro-destra (il quale, notoriamente, ha bloccato per due anni le assunzioni, per un terzo anno ha coperto la metà del turn-over, con il risultato di gonfiare ai massimi storici degli ultimi quaranta anni la percentuale dei precari). Ma, se non bastasse, con la famosa ‘gobba’ dei pensionamenti fino al 2010 come la mettiamo? In che conto vanno le cattedre da venire? Se davvero venissero assunti i docenti attualmente occupati cosa succederebbe alle decine di migliaia di neoassunti del prossimo triennio sui posti lasciati vacanti da chi sta per essere collocato a riposo? E se le assunzioni non fossero 150.000 ma il trend fosse simile a quello dell’ultimo quinquennio, o anche leggermente migliore, il risultato quale sarebbe? Semplice: verrebbe applicato a malapena il turn-over dei prossimi tre anni.

       Certo potrebbero dirci che stiamo mettendo il carro davanti ai buoi, che non sappiamo come andrà a finire. La politica tenga conto, però,  - ne tenga ben conto! - che questo sentimento di sfiducia è largamente diffuso tra i lavoratori della scuola.       Del resto, come disse qualcuno che ha attraversato la politica degli ultimi due quarti di secolo da un osservatorio decisamente privilegiato: ‘A pensar male si fa peccato ma ci si azzecca sempre’.

       Alla politica la parola, adesso: vediamo se, per una volta, veniamo positivamente stupiti…

 

       Passaggi di cattedra e di ruolo

       La storia degli ultimi anni ci insegna che la mobilità ‘verticale’, cioè il passaggio dagli ordini di scuola inferiori a quelli superiori è ‘monodirezionale’. Nessuna chiede il passaggio di ruolo dalle medie alla scuola dell’infanzia, nessuno dalle superiori alla  primaria. E’ vero sempre il contrario. Il risultato è che oggi è estremamente più semplice essere immessi in ruolo alle materne e riconvertirsi nei licei che essere assunti dopo decenni di supplenze alle superiori. Chi li fa questi conti?

       Nessuno, a quanto pare…Noi sì, però…

 

       Le categorie protette

       Quando si sente parlare di “guerre tra poveri”, onestamente, non si può fare a meno di sentire il sangue ribollire. Si, perché intanto non siamo poveri – e neanche poverini! – (e se lo siamo è solo perché, da anni, veniamo trattati come veniamo trattati). In secondo luogo perché non siamo tutti uguali, non abbiamo gli stessi diritti di stabilizzazione, non abbiamo la stessa professionalità, non siamo intercambiabili e, se ci si consente, non siamo numeri!

       E’ venuta finalmente l’ora che si metta a fuoco un fenomeno che passa sempre sotto silenzio. Forse perché, a parte il carattere ‘scivoloso’ della questione, gli interessati sono persone che entrano nel sistema a tutti gli effetti, sono latori di diritti, di tessere sindacali, di voti nelle elezioni RSU, e via così.

       Ma se chi è garantito può ragionare in termini attendistici chi non lo è più, chi sta per perdere tutto, non può certo permettersi di tacere oltre. Vista anche la situazione.

       Occorre che si consideri, finalmente, che la metà dei neoassunti, in tutte la classi di concorso e  in tutte le province, vengono dalle categorie protette. Non esiste diga a questo fenomeno. E non solo: se le graduatorie dei concorsi sono statiche e, quindi, esauribili in quanto alle categorie in questione le Graduatorie Permanenti sono dinamiche e ogni anno le liste dei disabili vengono sostanziosamente rimpinguate. Il risultato è che annualmente migliaia di precari storici vengono estromessi dal ruolo e, al loro posto, si collocano aventi diritto selezionati in base alla Legge 68/1999.

       Come fa il Ministro a dire che i precari verranno assunti? A quali precari si riferisce? A quelli che già lavorano veramente o a quelli che andranno a prendersi il ruolo? I due elenchi non coincidono!

       Non sono mai coincisi.

       Non coincideranno neanche fino al 1 settembre 2010!

       Che lo si sappia! Lo si dica, una buona volta. E se tocca a noi precari dirlo lo diremo noi. Ma che ci ascoltino. Tanto la verità è sotto gli occhi di tutti. Hai voglia a negarla.

       E sia chiaro: questa non è una guerra tra poveri. E’ solo dire le cose come stanno. Il senso e le motivazioni della Legge 68 sono certo comprensibili, condivisibili, consoni allo spirito della Costituzione che assicura il diritto al lavoro ai disabili. Quello che va detto, però, - e va detto - è che il fenomeno è dilagante. La percentuale del 46% di invalidità è raggiungibile anche con patologie che consentono un normale inserimento nel mondo del lavoro senza l’aiuto di corsie altamente preferenziali. E, soprattutto, la percentuale massima del 50% annuo dei neoassunti è assurda: la metà delle assunzioni significa che la metà dei precari storici vengono, sistematicamente, estromessi dal ruolo all’ultimo momento. Finora il fenomeno non ha portato a una sommossa popolare perché, con il doppio canale, chi perdeva il ruolo si accontentava, anche se a malincuore, di lavorare un altro anno, e poi un altro, e poi un altro ancora, con gli incarichi annuali. Ma adesso il sistema sta cambiando: e la soluzione scelta assomiglia molto al fare piazza pulita! E chi c’è, c’è, e chi non c’è si arrangia!

       Per cui se occorre che si dica che l’Imperatore è nudo lo diremo noi. Perché tanto, ormai, che abbiamo più da perdere?

       Qui non si dice che non debbano esser più fatte assunzioni dalle categorie protette. Si dice, però,  che le due percentuali - quella di invalidità minima e quella delle assunzioni massime - combinate insieme, creano una situazione insostenibile. Una delle due va rivista. O si innalza la percentuale alle disabilità altamente invalidanti o, molto meglio, si abbassa la percentuale massima di assunzioni annue da riserva non oltre il 10-15%.

 

       Il famoso piano di assunzioni

       Visto dal basso…

        Dovrebbe essere chiaro, ormai, perché siamo così poco tranquilli. E basterà qualche esempio del reclutamento reale (non quello dei numeri grossi, visti dall’alto) per capire il motivo di tanta preoccupazione. Un’analisi statistica sistematica comporterebbe risorse enormi, ma basteranno pochi esempi per capire di cosa parliamo. E basteranno anche a rendersi conto che, per i meccanismi accennati sopra, l’estromissione dal lavoro dei precari veri, cioè quelli che attualmente lavorano – anche da parecchi anni – in base alle Graduatorie Permanenti, è un fenomeno che interessa tutta la penisola.

       Alla comunità di Scuolanostra è stata fornita una griglia di rilevazione dati per la propria classe di concorso, utile a fotografare la situazione delle nomine in ruolo rispetto a quelle annuali per l’anno in corso. E’ stata, inoltre, considerata una forbice minimo/massimo, corrispondente a due possibili ipotesi previsionali: una pessimistica (circa 90.000 assunzioni nel triennio) e una ottimistica (le famose 150.000). I dati raccolti sono stati moltiplicati per un coefficiente di 1,5, corrispondente a 30.000 nomine annue e moltiplicato ulteriormente per 3 anni scolastici (per un totale, nell’ipotesi peggiore, di 90.000 assunzioni entro il 1 settembre 2010). Analogamente è stato applicato un coefficiente di 2,5, corrispondente a 50.000 nomine annue e moltiplicato ulteriormente per 3 anni scolastici (per un totale, nell’ipotesi migliore, di 150.000 assunzioni entro il 1 settembre 2010). Ecco alcuni esempi:

 

Classe di concorso

Immessi in ruolo as 2006/07

Nominati annuali attualmente in servizio

Stima triennio con 30.000 posti all’anno

Stima triennio con 50.000 assunzioni all’anno

Ipotesi peggiore quanti docenti perderebbero il lavoro

Ipotesi migliore quanti docenti perderebbero il lavoro

 

LECCE

AO59

3

Posto 53 / 144

13,5

22,5

104

77

 

VENEZIA

A346

1

128

4,5

7,5

124

121

A345

2

94

9

15

85

79

A245

0

34

0

0

0

34

A246

0

25

0

0

0

25

A446

0

11

0

0

0

11

A546

0

52

0

0

0

52

 

GENOVA

A059

5

101 (18 ore al 31/08) 144 (compresi gli spezzoni)

24

41

77 (120 considerando gli spezzoni)

60 (103 considerando gli spezzoni)

 

BARI

A048

2

85 (Appello del 18/10/2006)

9

15

76

70

EEEE

74

Posto 1171 (Appello del 15/09/2006)

333

555

838

616

 

FIRENZE

A019

1

65

4,5

7,5

61

58

 

NAPOLI

A029

3

Posto 300 (Appello del 9/10/2006)

13,5

21

287

279

A042

1

100

4,5

7,5

95

92

A043

33

769 (Calendario del 3 ottobre)

148

247

621

522

 

       Chi vuole potrà esercitarsi a mettere in discussione la validità statistica di questi brevi esempi. Ma bisognerebbe essere davvero indisponibili a vedere per non rendersi conto di che situazione si verrebbe a creare se le priorità e i diritti garantiti dal doppio canale fino ad oggi venissero cancellati, come pure, in questi giorni, abbiamo pensato, a ragion veduta, possa succedere.

       La percentuale degli estromessi dal lavoro oscillerebbe, nella maggior parte dei casi, tra l’80% e il 95%.

       Allucinante!

       Anche a guardare i numeri dall’alto.

        Figuriamoci dal basso…

 

       Nuovo sistema di reclutamento: la ‘Cosa’

 

       Il dibattito degli ultimi anni sulla riforma del reclutamento dei docenti è ruotato, sostanzialmente, attorno a due assunti.

       Il primo è che i ‘concorsi per titoli ed esami’, vecchia maniera (l’ultimo, svolto tra il 1999 e il 2001, coinvolse svariate centinaia di migliaia di candidati, tanto da essere definito il ‘concorso del secolo’) hanno tempi lunghi, sono estremamente costosi, estenuanti per i candidati e per l’Amministrazione e non sempre immuni dal relativismo docimologico delle varie commissioni e sottocommissioni, dalle specificità territoriali, ecc. Queste argomentazioni, del resto, sono niente affatto nuove. Si pensi che, già negli anni tra il 1968 e il 1973, il movimento dei docenti precari chiese a più riprese  l’abolizione dei concorsi ordinari.

       Il secondo è che la strada da percorrere dovrebbe passare attraverso un accordo sinergico tra università a scuola, al fine di coniugare le competenze disciplinari, la preparazione didattico-pedagogica e l’esperienza sul campo. La strada aperta dalle SISS, alla fine degli anni Novanta, avrebbe dovuto sfociare, senza trami, nelle nuove lauree specialistiche, processo questo, per larga parte, tutto da definire e non privo di pericolose derive ideologiche, qualora non gestito in maniera oculata e serena.

       Va da sé, però, che tutto questo doveva e dovrà avvenire previo un ampio dibattito di tutte le forze in campo (compresi i sindacati), nel rispetto dei diritti acquisiti dai lavoratori e senza shock per il sistema scolastico. Un dibattito di così vecchia data non merita certo di essere risolto con due righe rabberciate in una legge di bilancio - che liquidano ben dieci leggi promulgate dal 1971 ad oggi - o con l’autoreferenzialità con cui lo ha trattato la riforma Moratti. L’Art. 5 della Legge 53 ha messo, infatti, il sistema scolastico di fronte al fatto compiuto e, purtroppo, la vicenda della prima Finanziaria dell’Unione induce a credere che sia esistita, negli ultimi anni, una certa premura a buttare a mare il vecchio per lanciarsi a capofitto in un futuro molto fumoso. Un’ansia di nuovismo trasversale, questa, motivata, forse, dall’impellente desiderio da parte degli atenei di gestire la partita delle assunzioni nella scuola ma che dimentica un dato fondamentale che i nostri lettori vivamente ci segnalano: l’ingrediente sostanziale per diventare buoni insegnanti è fare esperienza in classe. E in questa ottica i concorsi per soli titoli, prima, e le graduatorie permanenti, poi, sono stati strumenti fondamentali.

       La maggior parte di chi insegna oggi è entrato nella scuola molto prima di essere assunto in ruolo. Dall’esperienza degli incarichi a tempo determinato e poi indeterminato degli anni Sessanta e Settanta, si è passati al doppio canale. Congiunti alla macchinosità delle procedure concorsuali questi meccanismi hanno garantito una selezione gravosissima per i docenti, garanzia, aldilà di ogni possibile dubbio, che chiunque entrasse in ruolo conosceva nei minimi particolari il lavoro che sarebbe andato a svolgere. Lo Stato, grazie a questi dispositivi, ha sempre avuto la possibilità di valutare, non una ma mille volte, tutti gli aspiranti all’assunzione.

       In questa ottica il precariato è stato funzionale, oltre che alla stessa sopravvivenza del servizio scolastico, anche alla selezione nei riguardi di eventuali incapacità a svolgere il proprio lavoro.

       Semmai i problemi sono stati altri: troppo spesso, per esempio, si è confuso, nei decenni scorsi, il diritto al lavoro è la pratica della solidarietà con la tendenza a travalicare qualunque diritto acquisito dai docenti con molta anzianità di servizio pre-ruolo a favore di meccanismi, accettabili nelle motivazioni, ma del tutto eccessivi nelle dimensioni. E la già citata Legge 68/99 ne è la dimostrazione.

       Grazie al cielo, però, se l’importanza dell’esperienza sul campo sfugge a una parte del mondo politico, essa non sfugge certo ai nostri alunni, alle loro famiglie e neanche a chi nella scuola, da precario o di ruolo, ci lavora.

       Il sondaggio realizzato nei giorni scorsi su questo tema e le interviste proposte a molti colleghi nell’ambito della Settimana dei precari ne sono la dimostrazione. Ecco, infatti, i risultati del primo, eseguito su un campione di 318 votanti dal 23 al 28 ottobre:



       Come si vede l’esperienza sul campo è considerata largamente prioritaria ai fini di un reale potenziamento della professionalità.

       Da ciò conseguono due osservazioni:

1)                  La formazione teorica, qualunque essa sia stata, ha un valore minoritario rispetto alla pratica dell’insegnamento. Viene da chiedersi, del resto, quanto questo dato accomuni la docenza ad altri percorsi professionali diversi dall’insegnamento.

2)                  L’esperienza dei precari è un bene talmente prezioso che sarebbe semplicemente folle sperperarne anche solo una piccola percentuale sotto forma di estromissione dal sistema di una parte dei docenti già laureati abilitati, formati, specializzati, ‘tirocinati’, perfezionati, rodati, ecc. ecc…Ma cosa devono dimostrare ancora questi docenti?

       Eppure tutti sembrano conoscere questa semplice realtà tranne chi ha il potere di decidere in materia.

       Tra le tante testimonianze pervenuteci ne citiamo alcune, scegliendole tra le più rappresentative.

       Ambra

       Formazione e aggiornamento sono fondamentali, ma non servono a nulla senza il lavoro sul campo. Insegnanti che vantano titoli su titoli, se privi di esperienza diretta, non possono e non devono essere concorrenziali con i colleghi che hanno trascorso anni a contatto diretto con gli studenti. L’estromissione dei precari, oltre che per i diretti interessati, sarebbe un problema grave per l’intero sistema scuola che si regge proprio sul supporto di questo ‘esercito’. Si rischierebbe, a mio avviso, di lasciare scoperte, o comunque affidate a figure improvvisate, intere classi

       Maria

      “ Lo studio delle proprie discipline di base rappresenta senz’altro un punto di partenza imprescindibile per la formazione di un insegnante ma, appunto, solamente un punto di partenza. E’ solo sul campo, in mezzo agli alunni, attraverso il feed-back e la continua interazione con loro,  che si scoprono gli orientamenti formativi più adatti alla propria crescita professionale e più utili all’acquisizione e al consolidamento  delle competenze che fanno di un insegnante, un buon insegnante. Una riforma di tale entità non può assolutamente essere  inclusa in una legge finanziaria, nel tentativo per di più, di occultarla e camuffarla con un ipotetico quanto improbabile piano di assunzioni. E’ indispensabile che una tale riforma, che nulla ha a che fare con il risanamento economico del paese, venga discussa in una sede parlamentare più idonea e che alla discussione abbiano accesso le parti sociali direttamente chiamate in causa, in grado di far comprendere le strategie più adeguate alla risoluzione del problema.”

       Silvia

       “Ritengo sia fondamentale provare “sul campo” le strategie di insegnamento progettate a tavolino, compiere una continua ricerca in campo didattico-educativo adattando continuamente il proprio metodo di lavoro alla situazione reale, rivedendo la propria discilplina con gli occhi dei discenti, confrontandosi con colleghi della stessa e di  altre discipline. […] ci vuole una legge che dia valore alla professionalità acquisita e che “sponsorizzi” l’entrata nella scuola dei docenti precari veri e non di tutti quelli che pretendono di essere considerati tali.”

       Salvatore

       L’estromissione degli attuali  precari dal sistema “sarebbe un enorme problema e creerebbe una paralisi del sistema. Le conseguenze sarebbero gravi nella continuità del sistema scolastico, nella didattica, nella resa e nella formazione degli alunni. […] Una riforma del reclutamento è incoerente con gli obiettivi di una legge di bilancio. Tale riforma dovrebbe essere molto più graduale, dovrebbe garantire continuità”.

       Giovanni

      Non si possono sviluppare teorie senza un necessario lavoro sul campo. Gli insegnanti, soprattutto i precari, in questo senso dovrebbero essere maggiormente valorizzati e retribuiti…hanno una esperienza infinita grazie al lavoro presso diverse scuole che spesso hanno realtà e problematiche diverse” La cancellazione delle Graduatorie Permanenti “Sarebbe un disastro per tutti , soprattutto per gli allievi”

 

 

       Conclusioni

       Nelle pagine precedenti abbiamo presentato alcuni freddi numeri: non ci si dimentichi, però,  - non lo si dimentichi mai - che dietro ogni numero c’è un lavoratore; un persona con una storia, responsabilità sociali, figli, mutui da pagare, bisogni, stanchezza, aspettative sacrosante e antiche di stabilizzazione. In una parola: diritti!

       La cancellazione delle Graduatorie Permanenti assomiglierebbe alla cancellazione di un’intera generazione di docenti, una sciagura dalle conseguenze sociali inimmaginabili, un disastro mai visto nel nostro Paese.

       Rifletta il Governo prima di prendersi una responsabilità del genere. Rifletta sul fatto che le difficoltà politiche di questa maggioranza potrebbero farci trovare, tra un anno o due, aldilà delle sue stesse buone intenzioni, di fronte a una nuova tempesta legislativa, come è successo nel 2001, con la Legge 333 che snaturò le intenzioni, pur buone, della Legge 124.

       I precari della scuola non si preoccupano solo delle intenzioni di questo governo: pensano anche a cosa succederebbe se la maggioranza cambiasse. In quel caso, come nel luglio del 2001, la tela di Penelope rischierebbe di dipanarsi di nuovo in maniera devastante per la categoria. E nessuno scaricabarile sarebbe ipotizzabile perché è un fatto che oggi, qui, adesso si sta smantellando un meccanismo di certezze per barattarlo con un sistema tutto da venire che parrà pure bello nella mente di una parte della maggioranza ma non è né chiaro, né sicuro, né tranquillizzante, né condiviso.

       Questa Finanziaria ci sta togliendo certezze per darci chissà cosa, chissà come e chissà quando. E le sta togliendo proprio a quelle centinaia di migliaia di persone che hanno contribuito, in maniera decisiva, alla vittoria elettorale del Centro-sinistra.

       Nessuno di noi, politicamente parlando, se lo dimenticherà.

       Ci rifletta bene chi adesso ha il compito di rifletterci e crede di avere ancora l’intenzione di presentarsi, tra qualche tempo, di fronte all’elettorato. (Testo redatto da www.scuolanostra.it)

     

 

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