Docenti, tutti sulla stessa barca

28 OTTOBRE 2006 – Si respira un brutto clima tra i docenti precari. Molti di loro si dicono poco rassicurati dalle dichiarazioni del ministro Fioroni e dal viceministro Bastico in merito al destino delle graduatorie.
Solo
l’approvazione finale della Finanziaria, comunque, consentirà di trarre le
conclusioni più appropriate e rispettose della verità. Intanto proponiamo
alcune riflessioni.
I precari della scuola sono precari perché hanno lavorato e
lavorano da anni, molti addirittura da decenni, su cattedre scoperte. Dunque si
tratta solo di garantire il minimo di sicurezza sociale, dovuto, a chi già
lavora da anni e da decenni per la scuola, attraverso un’assunzione definitiva.
Che peraltro non costerebbe molto di più rispetto a quanto lo Stato spende per
pagare, a tempo determinato, quegli stessi lavoratori. Anzi, lo Stato potrebbe
anche risparmiare. L’assunzione in ruolo dei docenti precari non è destinata a
produrre incrementi apprezzabili di costo per le casse dello Stato, come
erroneamente si crede. Analisi condotte da associazioni di insegnanti – si veda
il Libro Bianco redatto dalla Gilda – indicano chiaramente come la
preoccupazione, peraltro legittima, è destituita di fondamento. Ma il dato ora
emerge in maniera solenne visto quanto si legge nella Relazione tecnica allegata
al Disegno di Legge Finanziaria 2007. Con quest’ultima il governo ha
programmato – sia pure con molte riserve, alcune esplicite, altre un po’ meno
esplicitate – un piano triennale di assunzioni in ruolo.
La citata Relazione prima ribadisce che:
“Tra i fattori che concorrono a comporre la qualità
complessiva del sistema istruzione, figura anche la capacità di garantire agli
alunni la presenza stabile degli insegnanti, al fine di assicurare un efficace
apprendimento. In quest’ottica, e anche al fine di dare una positiva soluzione
al precariato della scuola, la norma prevede la definizione di un piano
triennale di immissione in ruolo — per gli anni 2007-2009 — per circa 150.000
unità di il personale docente”.
Poi spiega che:
“Il proposto
piano pluriennale, avente comunque carattere programmatico, non determina
incrementi di spesa per il trattamento economico del personale interessato,
considerata la consistenza numerica dei prevedibili collocamenti a riposo”.
Infine si scopre che l’assunzione dei
precari comporterebbe addirittura un risparmio per le casse dello Stato. Vi si
legge:
“Al fine del computo della minore spesa, rispetto
all’attuale, derivante dai collocamenti a riposo, va tenuto conto che le
fuoriuscite previste in base alla serie storica per il triennio 2007-2009,
determinano riduzioni della spesa di personale, scaturenti dalla differenza
dell’importo fra stipendi del personale collocato a riposo, concentrati nelle
fasce di anzianità dai 28 ai 34 anni, e gli stipendi degli immessi in ruolo. A
tal fine è stato utilizzato lo stipendio medio lordo Stato, relativo alle tre
fasce che vanno dai 21 anni di anzianità in poi. Parallelamente alla riduzione
complessiva della spesa di personale per singolo anno scolastico, derivante
dalle fuoriuscite, si è valutata la spesa relativa al trattamento economico
spettante al personale interessato dalle previste immissioni in ruolo. Per la
corretta determinazione dell’andamento complessivo di quest’ultima spesa, è da
considerare che l’immesso in ruolo percepisce lo stipendio iniziale della
qualifica, e, solo a seguito della conclusione del procedimento di
ricostruzione di carriera, percepirà lo stipendio aggiornato, coi relativi
arretrati”.
In un articolo (“Per la scuola la manovra non cambierà”) apparso sulla Tecnica della scuola
di oggi si legge, tra l’altro, una preoccupante ipotesi: “Se i sindacati si "accontenteranno"
della certezza del rinnovo contrattuale, è molto probabile che il testo della
legge resti davvero quello attuale”.
Secondo noi, se i sindacati si accontentassero di un rinnovo contrattuale e di disinteressassero del destino dei lavoratori precari si perpetrerebbe la violazione dell’art. 2 della Costituzione che impicitamente impone (non consiglia, ma “impone”) l’adempimento dei doveri di solidarietà economica e sociale. La solidarietà non è la beneficenza, come pure spesso si crede erroneamente. Solidarietà (dal latino “solidum”) è sentirsi parte di un tutto, è il sentirsi tutti sulla stessa barca, è quel principio per onorare il quale l’art. 2 della Costituzione chiede il pagamento delle imposte (dal verbo “imporre”), solidarietà è un principio per onorare il quale i sindacati della scuola dovrebbero (devono) rinunciare ai pochi o molti spiccioli da dare ai docenti di ruolo e imporre (“imporre”) la copertura di tutti i posti vacanti, come pure era stato promesso in campagna elettorale. La mancata assunzione dei precari che pure lavorano annualmente quasi senza soluzione di continuità è espressione di sfruttamento del lavoro. Senza se, senza ma. I sindacati della scuola lo sanno e la Relazione tecnica l’hanno letta da tempo. Dovrebbero inorridire sapendo che i tecnici del ministero mettono nero su bianco, sia pure a fin di bene, il fatto che “l’immesso in ruolo percepisce lo stipendio iniziale della qualifica, e, solo a seguito della conclusione del procedimento di ricostruzione di carriera, percepirà lo stipendio aggiornato, coi relativi arretrati”. Dovrebbero inorridire. E invece continuano a firmare contratti collettivi che condannano i precari ad accontentarsi delle briciole pur di garantire a chi è già garantito qualche piccolo obolo. Naturalmente dopo avere controfirmato la norma del contratto collettivo secondo cui “in nessun caso il contratto di lavoro a tempo determinato si può trasformare in rapporto di lavoro a tempo indeterminato”. Ma… non sarebbe più giusto, più etico, più strategico, più costituzionale, più solidaristico, più… sindacale, per un sindacato, richiamare la sensibilità dell’egoista popolo dei docenti di ruolo attraverso la leva della mancata accettazione di una contrattazione collettiva che se ne infischi di chi rimane indietro pretendendo invece che sia interrotta finalmente l’indecenza dell’abuso di contratti a termine e il conseguente sfruttamento dei docenti precari della scuola? Può essere credibile uno Stato che da un lato condanna l’abuso dei contratti a termine e i cui Ispettori del lavoro pretendono che l’Atesia assuma a tempo indeterminato i giovani dei suoi call center perché teme che dietro al loro (peraltro breve) precariato si possa nascondere la violazione di diritti e di dignità e che dall’altro assume e paga a intermittenza i propri lavoratori che, nei fatti, lavorano a tempo indeterminato?
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Infine, per fornire nuovi elementi di dibattito, destinato a diventare rovente nei prossimi giorni, il sito www.vincenzobrancatisano.it propone ai propri visitatori la lettura di un documento molto critico appena ricevuto da Scuolanostra.
testo
ricevuto da
“Scuola nostra”
Perché le rassicurazioni del ministro fioroni non ci rassicurano
affatto
Lo stato di
fibrillazione che è stato prodotto in questi giorni dall’annunciata
obliterazione - in quanto canale di accesso al ruolo - delle Graduatorie
Permanenti di cui alla Legge 124/1999, estensive, come è noto, delle precedenti
graduatorie per soli titoli (il cosiddetto ‘doppio canale’) che da decenni
garantiscono un accesso prioritario per l’assunzione a tempo indeterminato a
chi già lavora nella scuola ha motivazioni precise e circostanziate e non
deriva né da un atteggiamento pregiudiziale né da isterismi immotivati.
Il doppio
canale nasce, formalmente, con la Legge 417 del 27/12/1989 ma esso, fuor
dall’essere un privilegio per i beneficiari, rappresentava una condizione
peggiorativa rispetto a provvedimenti più garantisti prodotti negli anni
precedenti. Si pensi, per esempio, che già con la Legge 270/1982 e la Legge 326
del 16/07/1984 venivano istituite ‘graduatorie ad esaurimento’ per i precari
già in servizio ai fini dell’assunzione per l’accesso alle quali era
sufficiente avere una nomina da parte
del Provveditore.
Alle
preoccupazioni di cui sopra il Ministro Fioroni e il Viceministro Bastico hanno
risposto che il piano di assunzioni previsto in Finanziaria (piano,
ricordiamocelo, strettamente vincolato alle future disponibilità finanziarie e
alle fluttuazioni dell’organico di diritto, da anni sotto attacco da parte
delle leggi finanziarie) garantirebbe l’assunzione dei docenti attualmente in
servizio.
Per la
verità questa argomentazione deve essere parsa inverosimile allo stesso
Ministro, se è vero che, nel giro di pochi giorni, siamo passati dalla garanzia
per tutti i docenti precari, a quelli che hanno ‘almeno tre anni’ di servizio
(non è chiaro ancora attraverso quale meccanismo). Aspettiamo di vedere come
evolverà la vicenda nei prossimi giorni ma il punto sostanziale è che quel
famoso piano, anche nell’ipotesi (verso cui molti dimostrano un fervido e
motivato scetticismo) che venisse realizzato, non garantirebbe affatto
l’assunzione degli insegnanti precari. Né della totalità. Né della maggior
parte.
Ed è per
questo che, nell’ambito dell’iniziativa definita “Settimana dei precari” e promossa dal sito www.scuolanostra.it abbiamo
cercato, con il prezioso aiuto della nostra ‘community’, di fare il punto su
questi numeri che ci appaiono, ogni istante di più, azzardati, così come ci
paiono sempre meno rassicuranti le rassicurazioni che ci sono state fornite.
Cerchiamo
di capire le ragioni del diffuso pessimismo dei precari della scuola.
E se un giorno tutti i precari si rifiutassero di lavorare da precari?
Chissà
perché, nei calcoli del Ministero, l’organico di fatto non figura mai. Sembra
che le cattedre fino al 30 giugno non siano cattedre. E invece lo sono eccome!
Nella prassi degli ultimi anni il novero di tali posti è aumentato a dismisura.
Come dicevamo sopra, le assunzioni a tempo indeterminato erano la conseguenza,
in altri tempi, anche di una semplice nomina annuale. Oggi, invece, ogni
cavillo è buono per trasformare un OD in un OF…
Ora: cosa
succederebbe se nessuno accettasse contratti part-time o fino al termine delle
attività didattiche?
Semplicemente la scuola italiana smetterebbe di funzionare.
E dunque:
se le cose stanno così – e così stanno! – perché la politica non accetta una
volta e per sempre che il precariato fa parte del sistema? Perché serviamo
quando si parla di doveri e non esistiamo quando si parla di diritti? Come si
può, anche lontanamente, immaginare di eliminare graduatorie per incarichi,
proiettate in un’ottica a medio termine di immissione in ruolo, senza
eliminare, contemporaneamente, anche il concetto stesso di organico di fatto?
Perché,
delle due l’una: o si dice agli insegnanti che si devono accontentare di un
posto per un anno o due e poi cambiare mestiere perché la strada per il ruolo è
un’altra o si trasformano tutti i posti ‘disponibili’ in posti ‘vacanti’.
I pensionamenti
Il piano
di assunzioni riguarderebbero, nella migliore delle ipotesi, tutte le
disponibilità di cattedre prodottesi negli anni del governo di Centro-destra
(il quale, notoriamente, ha bloccato per due anni le assunzioni, per un terzo
anno ha coperto la metà del turn-over, con il risultato di gonfiare ai massimi
storici degli ultimi quaranta anni la percentuale dei precari). Ma, se non
bastasse, con la famosa ‘gobba’ dei pensionamenti fino al 2010 come la
mettiamo? In che conto vanno le cattedre da venire? Se davvero venissero
assunti i docenti attualmente occupati cosa succederebbe alle decine di
migliaia di neoassunti del prossimo triennio sui posti lasciati vacanti da chi
sta per essere collocato a riposo? E se le assunzioni non fossero 150.000 ma il
trend fosse simile a quello dell’ultimo quinquennio, o anche leggermente
migliore, il risultato quale sarebbe? Semplice: verrebbe applicato a malapena
il turn-over dei prossimi tre anni.
Certo
potrebbero dirci che stiamo mettendo il carro davanti ai buoi, che non sappiamo
come andrà a finire. La politica tenga conto, però, - ne tenga ben conto! - che questo sentimento
di sfiducia è largamente diffuso tra i lavoratori della scuola. Del resto, come disse qualcuno che ha
attraversato la politica degli ultimi due quarti di secolo da un osservatorio
decisamente privilegiato: ‘A pensar male si fa peccato ma ci si azzecca
sempre’.
Alla politica
la parola, adesso: vediamo se, per una volta, veniamo positivamente stupiti…
Passaggi di cattedra e di ruolo
La storia
degli ultimi anni ci insegna che la mobilità ‘verticale’, cioè il passaggio
dagli ordini di scuola inferiori a quelli superiori è ‘monodirezionale’.
Nessuna chiede il passaggio di ruolo dalle medie alla scuola dell’infanzia,
nessuno dalle superiori alla primaria.
E’ vero sempre il contrario. Il risultato è che oggi è estremamente più
semplice essere immessi in ruolo alle materne e riconvertirsi nei licei che
essere assunti dopo decenni di supplenze alle superiori. Chi li fa questi
conti?
Nessuno,
a quanto pare…Noi sì, però…
Le categorie protette
Quando si
sente parlare di “guerre tra poveri”, onestamente, non si può fare a meno di
sentire il sangue ribollire. Si, perché intanto non siamo poveri – e neanche
poverini! – (e se lo siamo è solo perché, da anni, veniamo trattati come
veniamo trattati). In secondo luogo perché non siamo tutti uguali, non abbiamo
gli stessi diritti di stabilizzazione, non abbiamo la stessa professionalità,
non siamo intercambiabili e, se ci si consente, non siamo numeri!
E’ venuta
finalmente l’ora che si metta a fuoco un fenomeno che passa sempre sotto
silenzio. Forse perché, a parte il carattere ‘scivoloso’ della questione, gli
interessati sono persone che entrano nel sistema a tutti gli effetti, sono
latori di diritti, di tessere sindacali, di voti nelle elezioni RSU, e via
così.
Ma se chi
è garantito può ragionare in termini attendistici chi non lo è più, chi sta per
perdere tutto, non può certo permettersi di tacere oltre. Vista anche la
situazione.
Occorre
che si consideri, finalmente, che la metà dei neoassunti, in tutte la classi di
concorso e in tutte le province, vengono
dalle categorie protette. Non esiste diga a questo fenomeno. E non solo: se le
graduatorie dei concorsi sono statiche e, quindi, esauribili in quanto alle
categorie in questione le Graduatorie Permanenti sono dinamiche e ogni anno le
liste dei disabili vengono sostanziosamente rimpinguate. Il risultato è che
annualmente migliaia di precari storici vengono estromessi dal ruolo e, al loro
posto, si collocano aventi diritto selezionati in base alla Legge 68/1999.
Come fa
il Ministro a dire che i precari verranno assunti? A quali precari si
riferisce? A quelli che già lavorano veramente o a quelli che andranno a
prendersi il ruolo? I due elenchi non coincidono!
Non sono
mai coincisi.
Non
coincideranno neanche fino al 1 settembre 2010!
Che lo si
sappia! Lo si dica, una buona volta. E se tocca a noi precari dirlo lo diremo
noi. Ma che ci ascoltino. Tanto la verità è sotto gli occhi di tutti. Hai
voglia a negarla.
E sia
chiaro: questa non è una guerra tra poveri. E’ solo dire le cose come stanno.
Il senso e le motivazioni della Legge 68 sono certo comprensibili,
condivisibili, consoni allo spirito della Costituzione che assicura il diritto
al lavoro ai disabili. Quello che va detto, però, - e va detto - è che il
fenomeno è dilagante. La percentuale del 46% di invalidità è raggiungibile
anche con patologie che consentono un normale inserimento nel mondo del lavoro
senza l’aiuto di corsie altamente preferenziali. E, soprattutto, la percentuale
massima del 50% annuo dei neoassunti è assurda: la metà delle assunzioni
significa che la metà dei precari storici vengono, sistematicamente, estromessi
dal ruolo all’ultimo momento. Finora il fenomeno non ha portato a una sommossa
popolare perché, con il doppio canale, chi perdeva il ruolo si accontentava,
anche se a malincuore, di lavorare un altro anno, e poi un altro, e poi un
altro ancora, con gli incarichi annuali. Ma adesso il sistema sta cambiando: e
la soluzione scelta assomiglia molto al fare piazza pulita! E chi c’è, c’è, e
chi non c’è si arrangia!
Per cui
se occorre che si dica che l’Imperatore è nudo lo diremo noi. Perché tanto,
ormai, che abbiamo più da perdere?
Qui non
si dice che non debbano esser più fatte assunzioni dalle categorie protette. Si
dice, però, che le due percentuali -
quella di invalidità minima e quella delle assunzioni massime - combinate
insieme, creano una situazione insostenibile. Una delle due va rivista. O si
innalza la percentuale alle disabilità altamente invalidanti o, molto meglio,
si abbassa la percentuale massima di assunzioni annue da riserva non oltre il
10-15%.
Il famoso piano di assunzioni
Visto dal basso…
Dovrebbe essere chiaro, ormai, perché
siamo così poco tranquilli. E basterà qualche esempio del reclutamento reale
(non quello dei numeri grossi, visti dall’alto) per capire il motivo di tanta
preoccupazione. Un’analisi statistica sistematica comporterebbe risorse enormi,
ma basteranno pochi esempi per capire di cosa parliamo. E basteranno anche a
rendersi conto che, per i meccanismi accennati sopra, l’estromissione dal
lavoro dei precari veri, cioè quelli che attualmente lavorano – anche da
parecchi anni – in base alle Graduatorie Permanenti, è un fenomeno che
interessa tutta la penisola.
Alla comunità di Scuolanostra è stata
fornita una griglia di rilevazione dati per la propria classe di concorso,
utile a fotografare la situazione delle nomine in ruolo rispetto a quelle
annuali per l’anno in corso. E’ stata, inoltre, considerata una forbice
minimo/massimo, corrispondente a due possibili ipotesi previsionali: una
pessimistica (circa 90.000 assunzioni nel triennio) e una ottimistica (le
famose 150.000). I dati raccolti sono stati moltiplicati per un coefficiente di
1,5, corrispondente a 30.000 nomine annue e moltiplicato ulteriormente per 3
anni scolastici (per un totale, nell’ipotesi peggiore, di 90.000 assunzioni
entro il 1 settembre 2010). Analogamente è stato applicato un coefficiente di
2,5, corrispondente a 50.000 nomine annue e moltiplicato ulteriormente per 3
anni scolastici (per un totale, nell’ipotesi migliore, di 150.000 assunzioni
entro il 1 settembre 2010). Ecco alcuni esempi:
|
Classe di concorso |
Immessi in ruolo as 2006/07 |
Nominati annuali attualmente in servizio |
Stima triennio con 30.000 posti all’anno |
Stima triennio con 50.000 assunzioni all’anno |
Ipotesi peggiore quanti docenti perderebbero il lavoro |
Ipotesi migliore quanti docenti perderebbero il lavoro |
|
LECCE |
||||||
|
AO59 |
3 |
Posto 53 / 144 |
13,5 |
22,5 |
104 |
77 |
|
VENEZIA |
||||||
|
A346 |
1 |
128 |
4,5 |
7,5 |
124 |
121 |
|
A345 |
2 |
94 |
9 |
15 |
85 |
79 |
|
A245 |
0 |
34 |
0 |
0 |
0 |
34 |
|
A246 |
0 |
25 |
0 |
0 |
0 |
25 |
|
A446 |
0 |
11 |
0 |
0 |
0 |
11 |
|
A546 |
0 |
52 |
0 |
0 |
0 |
52 |
|
GENOVA |
||||||
|
A059 |
5 |
101 (18 ore al 31/08) 144 (compresi gli spezzoni) |
24 |
41 |
77 (120 considerando gli spezzoni) |
60 (103 considerando gli spezzoni) |
|
BARI |
||||||
|
A048 |
2 |
85 (Appello del 18/10/2006) |
9 |
15 |
76 |
70 |
|
EEEE |
74 |
Posto 1171 (Appello del 15/09/2006) |
333 |
555 |
838 |
616 |
|
FIRENZE |
||||||
|
A019 |
1 |
65 |
4,5 |
7,5 |
61 |
58 |
|
NAPOLI |
||||||
|
A029 |
3 |
Posto 300 (Appello del 9/10/2006) |
13,5 |
21 |
287 |
279 |
|
A042 |
1 |
100 |
4,5 |
7,5 |
95 |
92 |
|
A043 |
33 |
769 (Calendario del 3 ottobre) |
148 |
247 |
621 |
522 |
Chi vuole
potrà esercitarsi a mettere in discussione la validità statistica di questi
brevi esempi. Ma bisognerebbe essere davvero indisponibili a vedere per non
rendersi conto di che situazione si verrebbe a creare se le priorità e i
diritti garantiti dal doppio canale fino ad oggi venissero cancellati, come
pure, in questi giorni, abbiamo pensato, a ragion veduta, possa succedere.
La
percentuale degli estromessi dal lavoro oscillerebbe, nella maggior parte dei
casi, tra l’80% e il 95%.
Allucinante!
Anche a
guardare i numeri dall’alto.
Figuriamoci dal basso…
Nuovo sistema di reclutamento: la ‘Cosa’
Il
dibattito degli ultimi anni sulla riforma del reclutamento dei docenti è
ruotato, sostanzialmente, attorno a due assunti.
Il primo
è che i ‘concorsi per titoli ed esami’, vecchia maniera (l’ultimo, svolto tra
il 1999 e il 2001, coinvolse svariate centinaia di migliaia di candidati, tanto
da essere definito il ‘concorso del secolo’) hanno tempi lunghi, sono
estremamente costosi, estenuanti per i candidati e per l’Amministrazione e non
sempre immuni dal relativismo docimologico delle varie commissioni e
sottocommissioni, dalle specificità territoriali, ecc. Queste argomentazioni,
del resto, sono niente affatto nuove. Si pensi che, già negli anni tra il 1968
e il 1973, il movimento dei docenti precari chiese a più riprese l’abolizione dei concorsi ordinari.
Il
secondo è che la strada da percorrere dovrebbe passare attraverso un accordo
sinergico tra università a scuola, al fine di coniugare le competenze
disciplinari, la preparazione didattico-pedagogica e l’esperienza sul campo. La
strada aperta dalle SISS, alla fine degli anni Novanta, avrebbe dovuto
sfociare, senza trami, nelle nuove lauree specialistiche, processo questo, per
larga parte, tutto da definire e non privo di pericolose derive ideologiche,
qualora non gestito in maniera oculata e serena.
Va da sé,
però, che tutto questo doveva e dovrà avvenire previo un ampio dibattito di
tutte le forze in campo (compresi i sindacati), nel rispetto dei diritti
acquisiti dai lavoratori e senza shock per il sistema scolastico. Un dibattito
di così vecchia data non merita certo di essere risolto con due righe
rabberciate in una legge di bilancio - che liquidano ben dieci leggi promulgate
dal 1971 ad oggi - o con l’autoreferenzialità con cui lo ha trattato la riforma
Moratti. L’Art. 5 della Legge 53 ha messo, infatti, il sistema scolastico di
fronte al fatto compiuto e, purtroppo, la vicenda della prima Finanziaria
dell’Unione induce a credere che sia esistita, negli ultimi anni, una certa
premura a buttare a mare il vecchio per lanciarsi a capofitto in un futuro
molto fumoso. Un’ansia di nuovismo trasversale, questa, motivata, forse,
dall’impellente desiderio da parte degli atenei di gestire la partita delle
assunzioni nella scuola ma che dimentica un dato fondamentale che i nostri
lettori vivamente ci segnalano: l’ingrediente sostanziale per diventare buoni
insegnanti è fare esperienza in classe. E in questa ottica i concorsi per soli
titoli, prima, e le graduatorie permanenti, poi, sono stati strumenti
fondamentali.
La
maggior parte di chi insegna oggi è entrato nella scuola molto prima di essere
assunto in ruolo. Dall’esperienza degli incarichi a tempo determinato e poi
indeterminato degli anni Sessanta e Settanta, si è passati al doppio canale.
Congiunti alla macchinosità delle procedure concorsuali questi meccanismi hanno
garantito una selezione gravosissima per i docenti, garanzia, aldilà di ogni
possibile dubbio, che chiunque entrasse in ruolo conosceva nei minimi
particolari il lavoro che sarebbe andato a svolgere. Lo Stato, grazie a questi
dispositivi, ha sempre avuto la possibilità di valutare, non una ma mille
volte, tutti gli aspiranti all’assunzione.
In questa
ottica il precariato è stato funzionale, oltre che alla stessa sopravvivenza
del servizio scolastico, anche alla selezione nei riguardi di eventuali
incapacità a svolgere il proprio lavoro.
Semmai i
problemi sono stati altri: troppo spesso, per esempio, si è confuso, nei
decenni scorsi, il diritto al lavoro è la pratica della solidarietà con la
tendenza a travalicare qualunque diritto acquisito dai docenti con molta anzianità
di servizio pre-ruolo a favore di meccanismi, accettabili nelle motivazioni, ma
del tutto eccessivi nelle dimensioni. E la già citata Legge 68/99 ne è la
dimostrazione.
Grazie al
cielo, però, se l’importanza dell’esperienza sul campo sfugge a una parte del
mondo politico, essa non sfugge certo ai nostri alunni, alle loro famiglie e
neanche a chi nella scuola, da precario o di ruolo, ci lavora.
Il
sondaggio realizzato nei giorni scorsi su questo tema e le interviste proposte
a molti colleghi nell’ambito della Settimana dei precari ne sono la
dimostrazione. Ecco, infatti, i risultati del primo, eseguito su un campione di
318 votanti dal 23 al 28 ottobre:

Come si
vede l’esperienza sul campo è considerata largamente prioritaria ai fini di un
reale potenziamento della professionalità.
Da ciò
conseguono due osservazioni:
1)
La formazione
teorica, qualunque essa sia stata, ha un valore minoritario rispetto alla
pratica dell’insegnamento. Viene da chiedersi, del resto, quanto questo dato
accomuni la docenza ad altri percorsi professionali diversi dall’insegnamento.
2)
L’esperienza dei
precari è un bene talmente prezioso che sarebbe semplicemente folle sperperarne
anche solo una piccola percentuale sotto forma di estromissione dal sistema di
una parte dei docenti già laureati abilitati, formati, specializzati,
‘tirocinati’, perfezionati, rodati, ecc. ecc…Ma cosa devono dimostrare ancora
questi docenti?
Eppure
tutti sembrano conoscere questa semplice realtà tranne chi ha il potere di
decidere in materia.
Tra le
tante testimonianze pervenuteci ne citiamo alcune, scegliendole tra le più
rappresentative.
Ambra
“Formazione
e aggiornamento sono fondamentali, ma non servono a nulla senza il lavoro sul
campo. Insegnanti che vantano titoli su titoli, se privi di esperienza diretta,
non possono e non devono essere concorrenziali con i colleghi che hanno
trascorso anni a contatto diretto con gli studenti. L’estromissione dei
precari, oltre che per i diretti interessati, sarebbe un problema grave per
l’intero sistema scuola che si regge proprio sul supporto di questo ‘esercito’.
Si rischierebbe, a mio avviso, di lasciare scoperte, o comunque affidate a
figure improvvisate, intere classi”
Maria
“ Lo
studio delle proprie discipline di base rappresenta senz’altro un punto di
partenza imprescindibile per la formazione di un insegnante ma, appunto,
solamente un punto di partenza. E’ solo sul campo, in mezzo agli alunni,
attraverso il feed-back e la continua interazione con loro, che si scoprono gli orientamenti formativi
più adatti alla propria crescita professionale e più utili all’acquisizione e
al consolidamento delle competenze che
fanno di un insegnante, un buon insegnante. Una riforma di tale entità non può
assolutamente essere inclusa in una
legge finanziaria, nel tentativo per di più, di occultarla e camuffarla con un
ipotetico quanto improbabile piano di assunzioni. E’ indispensabile che una
tale riforma, che nulla ha a che fare con il risanamento economico del paese,
venga discussa in una sede parlamentare più idonea e che alla discussione
abbiano accesso le parti sociali direttamente chiamate in causa, in grado di
far comprendere le strategie più adeguate alla risoluzione del problema.”
Silvia
“Ritengo sia fondamentale provare “sul campo” le strategie di insegnamento progettate a tavolino, compiere una continua ricerca in campo didattico-educativo adattando continuamente il proprio metodo di lavoro alla situazione reale, rivedendo la propria discilplina con gli occhi dei discenti, confrontandosi con colleghi della stessa e di altre discipline. […] ci vuole una legge che dia valore alla professionalità acquisita e che “sponsorizzi” l’entrata nella scuola dei docenti precari veri e non di tutti quelli che pretendono di essere considerati tali.”
Salvatore
L’estromissione degli attuali precari dal sistema “sarebbe un enorme
problema e creerebbe una paralisi del sistema. Le conseguenze sarebbero gravi
nella continuità del sistema scolastico, nella didattica, nella resa e nella
formazione degli alunni. […] Una riforma del reclutamento è incoerente con gli
obiettivi di una legge di bilancio. Tale riforma dovrebbe essere molto più
graduale, dovrebbe garantire continuità”.
Giovanni
“Non si possono sviluppare teorie
senza un necessario lavoro sul campo. Gli insegnanti, soprattutto i precari, in
questo senso dovrebbero essere maggiormente valorizzati e retribuiti…hanno una
esperienza infinita grazie al lavoro presso diverse scuole che spesso hanno
realtà e problematiche diverse” La cancellazione delle Graduatorie Permanenti “Sarebbe
un disastro per tutti , soprattutto per gli allievi”
Conclusioni
Nelle
pagine precedenti abbiamo presentato alcuni freddi numeri: non ci si
dimentichi, però, - non lo si dimentichi
mai - che dietro ogni numero c’è un lavoratore; un persona con una storia,
responsabilità sociali, figli, mutui da pagare, bisogni, stanchezza,
aspettative sacrosante e antiche di stabilizzazione. In una parola: diritti!
La
cancellazione delle Graduatorie Permanenti assomiglierebbe alla cancellazione
di un’intera generazione di docenti, una sciagura dalle conseguenze sociali
inimmaginabili, un disastro mai visto nel nostro Paese.
Rifletta
il Governo prima di prendersi una responsabilità del genere. Rifletta sul fatto
che le difficoltà politiche di questa maggioranza potrebbero farci trovare, tra
un anno o due, aldilà delle sue stesse buone intenzioni, di fronte a una nuova
tempesta legislativa, come è successo nel 2001, con la Legge 333 che snaturò le
intenzioni, pur buone, della Legge 124.
I precari
della scuola non si preoccupano solo delle intenzioni di questo governo:
pensano anche a cosa succederebbe se la maggioranza cambiasse. In quel caso,
come nel luglio del 2001, la tela di Penelope rischierebbe di dipanarsi di
nuovo in maniera devastante per la categoria. E nessuno scaricabarile sarebbe
ipotizzabile perché è un fatto che oggi, qui, adesso si sta smantellando un
meccanismo di certezze per barattarlo con un sistema tutto da venire che parrà
pure bello nella mente di una parte della maggioranza ma non è né chiaro, né
sicuro, né tranquillizzante, né condiviso.
Questa
Finanziaria ci sta togliendo certezze per darci chissà cosa, chissà come e
chissà quando. E le sta togliendo proprio a quelle centinaia di migliaia di
persone che hanno contribuito, in maniera decisiva, alla vittoria elettorale
del Centro-sinistra.
Nessuno
di noi, politicamente parlando, se lo dimenticherà.
Ci
rifletta bene chi adesso ha il compito di rifletterci e crede di avere ancora
l’intenzione di presentarsi, tra qualche tempo, di fronte all’elettorato.
(Testo redatto da www.scuolanostra.it)
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