8 marzo 1908 -  New York, le operaie della ditta tessile Cotton scioperano da molti giorni contro le condizioni di lavoro. Il proprietario, J. Johnson, blocca tutte le porte della fabbrica per impedire alle operaie di uscire. Viene appiccato il fuoco all’edificio e tutte le 129 operaie imprigionate nello stabile muoiono bruciate vive. Non fiori ma opere di bene. 

 

Le interviste di Brancatisano

 

Silenzio e disinformazione dopo le polemiche del 2005  

Aborto, che fine ha fatto la Ru486?

Ma a Modena e Carpi l’aborto farmacologico si fa

Il precariato causa tante interruzioni di gravidanza



 

 

Di Vincenzo Brancatisano

 

8 marzo 2007 - La ginecologa Anna Grasso è aiuto dirigente della Clinica ostetrica del Policlinico di Modena, dove l’anno scorso sono nati 3250 bambini, con un boom estivo che ha costretto le ostetriche a mettere due bimbi in una sola culla. Il trend, in costante ascesa, anche per l’attrazione indotta dal parto naturale e dell’anestesia epidurale, ha spinto la direzione dell’ospedale a dedicare l’intero sesto piano a Ostetricia, pensata per soli 1600 parti. Eppure tante donne rinunciano alla maternità chiedendo di abortire. Molte di loro hanno chiesto di abortire a Modena e Carpi con pillola Ru486, di cui è vietata la vendita in Italia.

Dottoressa Grasso, lei è la responsabile della sperimentazione della pillola abortiva Ru486 al Policlinico. Quando è partita la somministrazione della pillola contestata e quante donne hanno fatto ricorso finora all’aborto farmacologico a Modena?

“E’ partita in maggio 2006. Le donne sono 55, con una percentuale di fallimento appena del 10 per cento. In questi ultimi casi, dove la pillola non ha avuto efficacia, si è poi fatto ricorso al raschiamento”.

Le donne coinvolte sono tutte modenesi?

“No, sono venute anche da fuori, l’altro giorno abbiamo ricevuto una ragazza di Rimini”

Qual è la loro età? 

“Sono donne anche molto giovani. Si va da fasce d’età da 18 a 20 anni e si arriva ai 30 anni. E ci sono donne che rinunciano a una seconda maternità”.

Da chi sono indirizzate verso questa nuova opportunità? 

“Soprattutto dai consultori e anche dai ginecologi, ma c’è ancora poca informazione”.

Vuol dire che i medici di famiglia non conoscono questa possibilità?

“Sì, è così. Comunque, le ragazze difficilmente si confidano con il proprio curante, magari per paura che i genitori scoprano da lui lo stato di gravidanza che si vuole tenere riservato e in genere si recano presso i consultori”.

In effetti pochi sanno che a Modena l’aborto farmacologico è diventato una routine. Ma in Parlamento c’è un’interpellanza urgente e a Carpi ne è stata appena depositata un’altra in Consiglio comunale.

“Al Policlinico abbiamo iniziato tranquillamente la sperimentazione seguendo le linee guida fissate della nostra Regione. Non comprendo le ragioni delle polemiche anche perché non reggono”. 

Le donne vengono ricoverate dopo l’assunzione delle pillole abortive?

“No, non è necessario”.

Gli interpellanti ricordano che il Consiglio Superiore della Sanità ha ritenuto che “i rischi dell'interruzione farmacologia della gravidanza si possono considerare equivalenti ai rischi dell'interruzione chirurgica solo se l'interruzione avviene in ambiente ospedaliero” e chiedono al ministro di sapere “perché il parere venga abitualmente disatteso dalle regioni dove si adopera la Ru486, come l’Emilia-Romagna  dove le donne in larghissima maggioranza non restano fino a completamento dell'aborto”.

La Regione ha deciso che non è necessario un ricovero e infatti da un punto di vista medico non lo è. Peraltro, sarebbe una follia sul piano della spesa sanitaria. Ma neppure le donne che si sottopongono all’aborto chirurgico vengono ricoverate, mica dormono qui. Anzi, se chiedono l’anestesia locale vanno a casa dopo solo 2 ore, 6 in caso di anestesia generale. La polemica come vede è sterile”.

Però la letteratura parla di possibili sanguinamenti.

“Certo. Chi prende la Ru486 può avere una perdita di sangue. In questi casi la donna, che è stata dimessa dopo una visita medica e dopo averle fornito consigli e raccomandazioni, resta sempre sotto osservazione e in contatto diretto e continuo con l’ospedale, e potrà tornare al nostro pronto soccorso in qualsiasi momento, e in ogni caso tornerà da noi dopo due settimane. Non abbiamo mai avuto dei problemi”.

Le contestazioni sono dunque di natura ideologica?   

“La verità è che non vogliono che diamo la pillola abortiva. Da un punto di vista etico è sempre un’interruzione di gravidanza. Ma si sappia che da un punto di vista medico e anche sul piano psicologico l’aborto farmacologico è meno invasivo di quello chirurgico. Dovendo intervenire per legge entro pochi giorni dal ritardo del ciclo mestruale, alla donna rimangono minori sensi di colpa”.

Come funziona la procedura?

“La donna arriva nell’apposito reparto al primo piano del Policlinico con una richiesta del consultorio. Noi verifichiamo se sussistono le condizioni, facciamo una corretta anamnesi, poi acquistiamo il farmaco in Francia tramite la nostra farmacia ed entro due giorni eseguiamo l’aborto, verificando che la donna abbia preso davvero la pillola e non la porti fuori (per evitare il mercato nero, ndr.), poi la donna viene assistita da un’ostetrica in day hospital”.

Le polemiche sull’aborto in generale esorcizzano le nuove ragioni per cui oggi si ricorre all’aborto. Un asilo nido comunale costa al mese quanto uno stipendio di una co.co.co. E’ un sospetto fondato che dietro tanti aborti ci siano motivazioni economiche come il precariato?

“Lo è. Chi viene ad abortire è gente concreta che sa di non potercela fare. La situazione si è aggravata rispetto anche a solo dieci anni fa. Incide molto la consapevolezza di non avere una casa e un lavoro sicuro. In un’epoca consumistica come la nostra, si è certi che occorra avere un lavoro sicuro e non tutte hanno le garanzie. I giovani hanno paura di mettere al mondo dei figli e chi deve vivere con uno stipendio e vuole mettere al mondo un figlio, attende”.

 

Dalla parte delle donne



Il professor Giuseppe Masellis

 

Il 23 febbraio 2007 il consigliere Salvatore Donato, già capogruppo Ds nel Consiglio comunale di Carpi e dipendente della farmacia dell’ospedale Ramazzini, ha depositato un’interpellanza in merito alla somministrazione della pillola abortiva Ru486 presso l’Unità operativa di Ostetrica e Ginecologia dell’ospedale diretta dal professor Giuseppe Masellis (nella foto). Nei prossimi giorni il sindaco Campedelli dovrà riferire in Consiglio. Si ricorderà peraltro che il 23 maggio 2005 sindaco e Giunta di Modena erano stati chiamati infruttuosamente dal gruppo Udc a sottoscrivere l’impegno “a prendere le distanze dalle richieste di sperimentazione della Ru486 nel Comune di Modena, ad attuare invece iniziative volte a tutelare e potenziare i consultori pubblici e a garantire la piena applicazione della legge n. 194 del 1978, al fine di tutelare il diritto delle donne ad una maternità libera e consapevole rimuovendo ove possibile le cause sociali dell’aborto”. Intanto, a rinfocolare le polemiche, c’è una interpellanza dei deputati Volontè, Capitanio Santolini e Lucchese che definiscono “grave l'uso di strutture pubbliche per la somministrazione  di metodi abortivi con farmaci non approvati dall'ente farmacologico italiano”. Fatto sta che oltre che il Policlinico di Modena, anche il Ramazzini di Carpi somministra da maggio scorso la pillola Ru486 alle donne che intendono sottoporsi a un aborto farmacologico preferendolo al tradizionale aborto chirurgico. In dieci mesi si contano 33 aborti con la contestata pillola , dei quali 26 sono andati a buon fine, mentre per gli altri casi si è proceduto a un successivo raschiamento, come previsto dal protocollo. Il professor Giuseppe Masellis, che è pure direttore del Dipartimento “Salute donna” dell’Asl di Modena, non ci sta alle polemiche.  

Professor Masellis, la legge 194 del 1978 in effetti non esclude l’aborto per via farmacologia…

“L’aborto non è un problema che riguarda la modalità con cui viene effettuato. L’aborto è un dramma – comunque – per la donna, che vive in solitudine questa esperienza, che venga praticato in un modo o nell’altro. Non credo che il metodo usato modifichi la situazione. Il problema non è come praticare l’aborto, che andrebbe invece eradicato, ma sostenere la donna che vive una gravidanza problematica e darle tutte le alternative per superare le difficoltà che incontra in quel momento”.

La legge 194, in effetti, impone azioni di prevenzione e la collaborazione del volontariato.

“Abbiamo costruito la rete “Scegliere di scegliere” in cui sono presenti le associazioni di volontariato, i diocesiani, l’associazione Papa Giovanni XXIII° di Don Benzi, il Centro Aiuto alla vita di Cavezzo, una rappresentanza della Commissione Pari opportunità del Comune di Carpi, un rappresentante dei medici di medicina generale, noi come Unità operativa di Ostetricia e Ginecologia, i consultori familiari, i servizi sociali del Comune di Carpi, il Laboratorio del cittadino competente dell’Asl. Abbiamo deciso che questi soggetti, coordinati dal sottoscritto, debbano esser messi al centro della nostra attenzione, piuttosto che la legge 194, che lasciamo a tavoli diversi”.

Quali sono i risultati?

“Tutti questi soggetti hanno definito le azioni che possono svolgere in termini di sostegno, anche economico, a volte, e naturalmente psicologico. I centri e i servizi sociali possono anche offrire un sostegno economico per il primo anno di vita. Il progetto dura dal 2000, tra tante difficoltà. Abbiamo però imparato che c’è tanta gente che si interessa delle donne e abbiamo imparato a rispettarci e a pensare che ci sono valori da tutte le parti e occorre rispettarsi. Utilizziamo i ginecologi non obiettori. Anche loro possono entrare in un percorso di sostegno, l’importante e collaborare e aiutare la donna in difficoltà. Non serve parlare della Ru486. Se le donne le stimiamo, le stimiamo indipendentemente dal metodo abortivo. La strada intrapresa è quella di mettere al centro la donna e non litigare sulla legge 194, che pure va migliorata ma che viene strumentalizzata specie in prossimità delle elezioni”.

E’ conosciuto ed esercitato il diritto di lasciare il bambino non desiderato in ospedale?

“Certo. Il parto nell’anonimato prevede l’attivazione di percorsi per la tutela del neonato e la successiva, sollecita adozione”.

Sollecita? Questa è una notizia.

“La nostra procedura di adozione, che nella pratica nel nostro ospedale avviene spesso, e anche di recente, e talvolta mediata da un breve periodo di affidamento temporaneo, prevede una grande sollecitudine. Si tratta di 10 giorni entro cui la mamma può avere un ripensamento, poi c’è l’individuazione di una famiglia e nel giro di poche settimane il neonato ha una famiglia adottiva. Non c’è mai stata una cosa tanto veloce”. 

Torniamo alla Ru486. Le donne vengono ricoverate in questa sperimentazione? E cosa risponde a chi denuncia possibili effetti collaterali ?

“Non è una sperimentazione, è un profilo di assistenza elaborato da un gruppo di clinici. La donna viene ricoverata in regime di day hospital con un accesso diretto e con numero di telefono dedicato. Dei gran rischi non ci sono. Gli effetti collaterali sono il dolore, dolori addominali, sanguinamenti e si è  parlato di un paio di casi di decessi per infezione, ma non superano la mortalità da aborto chirurgico”.

Voi ordinate in Francia il farmaco solo quando una donna vi chiede di abortire per via chimica. Vi arriva una confezione con tre pillole, ma ne usate solo una. Che fine fanno le altre due?

“Vengono distrutte”. (vincenzo brancatisano)

 

[Le due interviste di Brancatisano sono consultabili anche sulla Gazzetta di Modena del 5 marzo 2007]

 

 

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