Una nostra inchiesta nei mesi scorsi aveva fatto scoppiare il caso a Modena  

Troppi disabili nei professionali, ora si volta pagina

Firmato  accordo che impegna i licei a farsi carico degli alunni con handicap

L’assessore: “Si trattava di sfondare una porta”. Tanti i bambini disabili nei nidi




Di Vincenzo Brancatisano

 

10 DICEMBRE 2006 - Alunni disabili, a Modena si volta pagina. Con l’approvazione dell’“Accordo distrettuale per l’integrazione scolastica dei disabili nelle scuole di ogni ordine e grado - Distretto sanitario 3”, firmato dal Comune di Modena, dal Servizio di Neuropsichiatria del Distretto 3 dell’Asl, da tutte le scuole e dall’Università, il Consiglio comunale potrebbe aver impresso una svolta decisiva alla questione dell’inserimento degli alunni disabili e all’orientamento successivo alla scuola media. Gli studenti, come avevamo denunciato in un’inchiesta nei mesi scorsi, sono generalmente concentrati nei professionali, dove l’integrazione è messa a dura prova da un sovraffollamento che non ci sarebbe stato se licei e tecnici si fossero fatti carico del problema in questi anni. La questione è diventata più pressante con l’aumento esponenziale, e positivo, degli alunni disabili. Nell’anno scolastico in corso sono 501 i disabili nelle scuole della sola città di Modena. Non solo. La presenza di un numero crescente di bambini con handicap si sta registrando negli asili nido. La novità è legata, come spiega l’assessore comunale all’Istruzione, Adriana Querzè, “alla sempre più precoce e raffinata diagnosi dei disturbi e alla maggiore attenzione da parte delle famiglie”. Ed è per questo che il nuovo percorso, che peraltro termina all’università – dove operano figure professionali ad hoc – parte dai nidi. L’accordo è già operativo. Molte scuole sono infatti già all’opera e si stanno attrezzando per accogliere ragazzi disabili. “Mi dicono che è faticoso, ma anche interessante – commenta Querzè – Si trattava di sfondare una porta e di rompere un automatismo. Si pensa che sia impossibile che un ragazzo disabile possa fare il liceo ma questo vale solo in alcuni casi ma non in altri. Certo, alla fine è la famiglia a scegliere, ma i presidi, ora, hanno affrontato il problema ed è passata l’idea, sul piano culturale, che i ragazzi disabili possono indirizzarsi verso altre scuole”. L’accordo, apprezzato dall’Anffas e dall’Associazione dislessici (Adi), è stato sottoscritto da tutti i dirigenti scolastici, che si sono impegnati – e questa sarà una notizia se alle promesse seguiranno i fatti – a non inserire più di due alunni con handicap in una sola classe. La proporzione non dipende dai presidi, ma se la collaborazione tra questi riuscirà a condurre alla diluizione delle iscrizioni il problema si attenuerà. E se non si riuscisse, precisa l’assessore, “si esamineranno le varie situazioni con tutti i soggetti coinvolti per verificare la possibilità di orientare gli alunni verso scuole che hanno pochissimi disabili”. L’orientamento inizia dalla seconda media. Alcuni istituti stanno incontrando le medie per capire l’andamento delle iscrizioni. Si cercherà di coniugare le esigenze delle singole famiglie, con quelle degli istituti, che così avranno il tempo di attrezzarsi. “Per esempio – precisa Querzè – ai licei la famiglia non chiede certi strumenti perché sa che non ci sono. Invece le scuole dovranno averli”. Le risorse. Il Comune ha preventivato 3,5 milioni di euro l’anno, che si aggiungono ai 386 operatori del personale educativo (insegnanti comunali; tutors per  le superiori; interpreti per il linguaggio dei sordi) e agli insegnanti di sostegno statali. Infine, visto che stanno aumentando a dismisura i disturbi di apprendimento e quelli emozionali, quali ansia, fobie e moltissime situazioni non meglio identificate, l’accordo ha voluto inserire questi alunni (sono ben il 25 per cento degli studenti) tra i disabili. Così le scuole dovranno finalmente intervenire su alunni che non si può far finta di non vedere: “Non si può pensare di dare un insegnante di sostegno a un alunno su quattro – conclude l’assessore –  Noi metteremo risorse nei casi gravi, gli insegnanti dovranno mettere in campo fino in fondo la propria professionalità”. (L’articolo di Brancatisano, e la sua inchiesta sotto riportata, sono consultabili sulla Gazzetta di Modena)

 

 

La nostra inchiesta

“I disabili bloccano le professionali”




23 MAGGIO 2006 – Gli alunni disabili sono diventati un peso per le scuole della nostra provincia. Accolti in massa nelle aule accanto agli altri studenti, ora i professori di alcuni istituti d’istruzione superiore quasi non ne possono più della presenza in classe di tanti ragazzi svantaggiati e lo dicono apertamente anche se non viene scritto in nessun documento ufficiale. Non è un ritorno di razzismo, ma la constatazione che il giocattolo dell’integrazione, fiore all’occhiello della nostra civiltà, si è rotto. La colpa viene imputata al cattivo orientamento post scuola media che ha indirizzato in questi anni un numero altissimo di disabili verso pochi istituti professionali, diventati – parola di presidi e professori – luoghi di segregazione dov’è diventato difficile realizzare la loro integrazione con il resto degli alunni. L’integrazione peraltro è spesso una chimera perché i legami che si creano tra gli uni e gli altri sono rari, basta guardare i primi durante l’intervallo, soli con l’insegnante di sostegno o con il tutor, quando c’è, per non parlare dei rapporti inesistenti alla fine dell’anno scolastico, che li consegna ai pur ottimi percorsi estivi guidati. Non è politicamente corretto affrontare il problema, ma le testimonianze che abbiamo raccolto negli ambienti fanno emergere una realtà inquietante. Alcuni presidi della nostra provincia denunciano lo stato di “quasi segregazione” verso il quale molti ragazzi sarebbero stati involontariamente indirizzati negli ultimi anni. In molte classi delle professionali il collasso dell’attività didattica e quello delle attività di integrazione, dovuti alla presenza di un numero altissimo e sempre più concentrato di alunni disabili, ma non solo per questo, sono ormai una realtà. Tanto che alcuni dirigenti affermano ma solo provocatoriamente che ormai a chiedere di essere integrati sono gli alunni normodotati che frequentano “scuole che si stanno trasformando in tanti Charitas”. Complice l’esplosione drammatica di molti disturbi (come si legge nella tabella pubblicata a fianco), accompagnata dall’accesso a scuola di ragazzi che un tempo erano tenuti a casa, la concentrazione degli studenti disabili nelle scuole professionali (con compresenza di tutors e insegnanti di sostegno stipati spesso in aule anguste) ha fatto esplodere una guerra neanche tanto sotterranea tra i professori. I docenti di alcuni istituti professionali (sempre più a rischio di crollo psicologico, se non di pazzia, come emerge da ricerche appena pubblicate) ora lanciano un appello alle istituzioni, alle famiglie e soprattutto ai colleghi dei licei e degli istituti tecnici, affinchè si facciano carico anche loro del diritto alla scuola di questi ragazzi. Non sono certo i presidi a negare l’accesso ai disabili, ma difficilmente un genitore manderebbe un figlio in una scuola qualora l’ambiente fosse avvertito come ostile. Non è neppure pensabile che un ragazzo con grave deficit psichico possa affrontare il percorso liceale, ma se l’obiettivo è l’integrazione e non la preparazione il problema non si pone, se non per il rallentamento dell’attività didattica. Che però vale anche negli istituti professionali. Qui sono spesso attivi ottimi laboratori, ben visti dalle famiglie, e alternativi alla lezione in aula, ma i buoni propositi falliscono quando invece di pochi disabili occorre seguirne molti. Ma c’è di più. L’inserimento massiccio di disabili nelle scuole professionali si scontra con la scarsa motivazione e con i pochi strumenti di cui sono dotati gli alunni che scelgono il tipo di scuola. Questi avrebbero bisogno di maggiore attenzione e invece si ritroveranno bocciati in massa, come sempre, ai primi di giugno, alla vigilia dei processi alla scuola che boccia e non prepara. E non è finita. Non nei licei, dove pure imparerebbero meglio l’italiano, ma nelle scuole professionali, in alcune classi delle quali si contano anche dieci o quindici diverse nazionalità, vengono iscritti i tantissimi alunni stranieri che, pur non conoscendo una parola italiana vengono catapultati nelle superiori.

 

“Serve un migliore orientamento”



 

23 MAGGIO 2006 – Anche il Csa è cosciente della sbilanciata disolocazione degli studenti disabili. “Nella scuola secondaria superiore – scrive Chiara Brescianini, responsabile dell’Area di sostegno alla persona del Csa di Modena, a commento dei dati provinciali del 2004 – la condizione di frequenza di più alunni con handicap è, seppur non prevalente, più diffusa negli istituti professionali e d'arte, che accolgono numerosi alunni in situazione di handicap”. Quanto alla concentrazione dei disabili in alcune scuole, Brescianini conferma: “Emerge fortemente la necessità di implementare il valore orientante, rispetto alla scelta dei percorsi di formazione successivi alla scuola secondaria di primo grado, al fine di diversificare il range di opportunità e di cercare di evitare l'opzione ad un solo binario che tradizionalmente avviene nei confronti dell'istituto professionale. A tal riguardo si è, a livello provinciale, nel corso del triennio in corso, operato per sensibilizzare dirigenti, operatori sia scolastici che sanitari, al fine di ampliare la conoscenza delle opportunità presenti a livello territoriale ed implementare la crescita dei percorsi di accoglienza anche in istituti secondari superiori, come i liicei e gli istituti tecnici che percentualmente hanno visto una minor scelta da parte degli utenti in condizione di handicap”. Proprio nei giorni scorsi presso il Comune di Modena sì è svolta una infuocata riunione del Glip (Gruppo di lavoro interistituzionale provinciale) per fare il punto sull’Accordo di programma per l’integrazione degli alunni con handicap nella nostra provincia, nel corso della quale è passata l’idea che dovranno fare la propria parte finalmente anche i licei, ma anche gli istituti che hanno pochi disabili tra gli iscritti. (vi.bra.)  

 

Non basta chiamarli diversamente abili

23 MAGGIO 2006 – Ogni tanto si decide di cambiar loro la definizione, ma non basta chiamarli “diversamente abili” invece che handicappati. Se almeno si garantisse la presenza di un solo disabile per classe le cose andrebbero meglio in una scuola dove invece si moltiplicano le sentenze di condanna a carico di tante amministrazioni sparse per la penisola che non riescono a garantire l’insegnante di sostegno. Invece ci sono classi delle professionali che hanno 3  e a volte 4 disabili. Denuncia Massimo Bergonzini, presidente di Anffas Onlus di Modena: “Con profondo rammarico siamo stati informati dal Csa che la dotazione dell’organico di diritto degli insegnanti di sostegno per gli studenti certificati è stato ulteriormente ridotto di 34 o 38 unità”. E ancora: “Ringraziamo fin da ora il dott. Guarro e la dottoressa Brescianini perché ci hanno rassicurato in sede Glip che a tutti i posti scoperti verranno assegnate supplenze, purtroppo sappiamo che per l’integrazione, per l’inclusione e per tutte le potenziali occasioni che può offrire la scuola ad un ragazzo disabile è necessario costruire dei percorsi sicuri nel tempo e con persone, senza nulla togliere ai supplenti che saranno o sono stati nominati, e che sono molto motivati. La signora Stellacci, responsabile regionale per il ministero dell’istruzione, aveva assicurato e rassicurato che l’applicazione della Riforma Moratti non avrebbe intaccato minimamente l’organico degli insegnanti di sostegno, si vede che in Provincia di Modena ne avevamo troppi. Modena era l’unica provincia della Regione Emilia Romagna che poteva ancora affermare che un insegnante di sostegno aveva un rapporto con meno di due studenti disabili. Ricordiamo che la legge fortemente voluta dal compianto professor Sergio Neri, prevede un rapporto di 1 a 1, ma già 1,68 era un buon rapporto insegnante/studenti. Ora come nel resto della regione siamo arrivati ad un insegnante a 2,20 studenti disabili, a questo punto auguriamoci che non vengano ripristinate le classi differenziali degli anni sessanta, perché altrimenti la Restaurazione sarebbe completa. Comunque, grazie ancora Ministro Moratti di aver messo al centro delle sue attenzioni le fasce più deboli perché al momento stiamo raccogliendo grandi risultati, purtroppo sul versante dell’emarginazione e della discriminazione, non dell’integrazione e dell’inclusione”. (vi.bra.)

 

Aumentano le disabilità a scuola

23 MAGGIO 2006 – Crescerà di circa l’8 per cento rispetto all’anno in corso il numero di studenti disabili certificati dall’Asl nelle scuole superiori della nostra provincia. Sono 474 nell’anno in corso e Modena è seconda in regione dopo Bologna, che ne ha 526. Ma saliranno a 509 nel 2006-2007, stando ai dati delle iscrizioni (vedi tabella) ancora non ufficializzati. Aumentano dunque gli alunni con difficoltà, aumentano le difficoltà per una scuola che non sempre è preparata ad affrontare l’emergenza. Peraltro, sono tanti gli alunni che vivono situazioni di profondo disagio ma che non rientrano nei numeri appena citati a meno che non si aggiungano a patologie per le quali è previsto il sostegno. Si tratta di difficoltà nella lettura, nella scrittura, nel calcolo, nell’attenzione, nella comprensione, e altri disagi e disturbi di ogni tipo. Già nel 2004 il Csa aveva annunciato un sensibile aumento degli studenti con handicap rispetto al triennio precedente (si era registrato per esempio un più 68 per cento i casi di ritardo mentale). E ora il Csa, con una statistica di più lungo periodo (quinquennio 2001-2006, come emerge dalla tabella), conferma in pieno un incremento che sembra inarrestabile. Per fare alcuni esempi, si va dal più 37,6 per cento del disturbo mentale, al più 92,5 per cento dei disturbi comportamentali ed emozionali. L’epilessia ha avuto un incremento del 48 per cento, mentre sono cresciuti del 46,34 per cento le sindromi da alterazione globale dello sviluppo psicologico e del 15,13 per cento le malformazioni congenite e anomalie cromosomiche. I dati del quinquennio che si sta concludendo seranno incrementati nel 2007, come detto, dell’8 per cento, almeno alle superiori. Qui è pure possibile immaginare una mappa della dislocazione dei disturbi. Sempre secondo il Csa, negli istituti tecnici modenesi sono diffuse le patologie correlate al ritardo mentale e all'autismo, mentre negli istituti professionali prevale il ritardo mentale e i disturbi evolutivi specifici del1'eloquio e del linguaggio e delle abilità scolastiche. Nei licei classici è diffusa l'iscrizione di studenti con paralisi cerebrale e plegie, con ritardo mentale e con Sindrome di Down. Nell'istituto d’Arte prevale la frequenza di studenti con disturbi nelle abilità scolastiche e con ritardo mentale. (vi.bra.)

 

 

‘Disabili alle superiori: sfida sociale tutta aperta’

L’assessore Querzè «Le professionali viste come sbocco più facile Ma si deve cambiare»




30 MAGGIO 2006La documentata indagine sull’integrazione degli alunni disabili pubblicata dalla Gazzetta denuncia una situazione reale: i ragazzi disabili, terminate le scuole medie, proseguono gli studi concentrandosi negli istituti professionali.  Non vorrei che l’enfasi posta sulla concentrazione nei professionali facesse passare in secondo piano la vera novità: i ragazzi disabili oggi frequentano la scuola superiore. Da qualche anno la fine della terza media non rappresenta più, per i quattordicenni portatori di handicap, l’inizio della reclusione tra le mura di casa. Questo è un grande successo, comunque.  E’ l’esito positivo di trent’anni di integrazione nelle scuole elementari e medie che ha convinto, in primo luogo le famiglie, che continuare il percorso scolastico è utile e, soprattutto, possibile, anche se proprio le famiglie sono le prime a riconoscere (e patire) tutti i limiti e le difficoltà di questa scelta.  Che cosa orienta allora i genitori di un ragazzo disabile verso un istituto professionale piuttosto che un tecnico o un liceo?  Innanzitutto la presenza nella scuola di laboratori, insegnanti di sostegno, altre esperienze di integrazione oltre che il suggerimento, che non manca mai, di scegliere scuole non troppo «difficili» preferendo quelle a marcato contenuto operativo.  Tutti questi elementi conducono ai professionali anche se in moltissimi casi la scelta potrebbe essere diversa.  Ad esempio un ragazzo con deficit cognitivo grave in grado di acquisire scarse conoscenze sia al professionale che al classico, potrebbe tranquillamente frequentare quest’ultimo istituto sviluppando competenze rispetto all’autonomia personale e alla relazione.  Ma una scuola che ha pochi alunni disabili e poche esperienze di integrazione si presenta come inadatta all’accoglienza e le famiglie optano per altre soluzioni: appunto i professionali.  Nel prossimo settembre Comune, Servizio di Neuropsichiatria, Dirigenti di tutte le scuole modenesi sottoscriveranno i nuovi Accordi distrettuali per l’integrazione scolastica.  Nell’ambito di questi Accordi si stanno studiando modalità per migliorare l’orientamento dei disabili alle scuole superiori riducendo il fenomeno della concentrazione massiccia in alcune scuole, perché questo problema richiede interventi appropriati e misure urgenti.  Occorre però non confondere le cause con gli effetti. Non è la concentrazione di alunni disabili in alcune scuole superiori a determinare i problemi di queste scuole; è esattamente il contrario: sono i problemi delle scuole superiori (professionali e non) a produrre la concentrazione dei disabili. In altre parole è una scuola che non ha ancora fatto propria la cultura dell’integrazione a determinare una situazione che, inevitabilmente si trascina dietro la cosiddetta sindrome del “va bene, ma non da me”: sono d’accordo con l’integrazione scolastica ma... “not in my backyard”, non nel mio cortile. Distribuire meglio i ragazzi migliorerà gli assetti organizzativi e le risposte funzionali, e questa operazione è sicuramente da fare, ma non migliorerà automaticamente la qualità della vita e dell’integrazione dei ragazzi.  Il problema vero è il cambiamento delle scuole superiori - non solo dei professionali- che per essere di tutti (cioè dei disabili, degli stranieri, di chi per sua fortuna non ha problemi particolari, di chi vive in situazione di disagio) dovranno nei prossimi anni veramente rifondarsi. E’ davvero ora che il governo centrale elevi l’obbligo scolastico introducendo un biennio unitario che rafforzi la formazione di base, che eviti i disastri dell’analfabetismo funzionale, e traghetti tutti verso un’istruzione o una formazione secondaria di qualità.  E’ davvero ora di superare le modalità della lezione frontale con tecniche di didattica per competenze, di sostegno delle capacità di studio senza attendere invano che chi non le ha, le riceva dal cielo.  E’ davvero ora di convincersi che un’integrazione riuscita non è quella che vede il disabile perennemente affiancato dall’insegnante di sostegno o dal tutor che il Comune mette a disposizione degli studenti.  Un’integrazione riuscita è quella che fa sì che ad un certo punto le autonomie del ragazzo, le pratiche di insegnamento, l’organizzazione della classe siano tali che l’insegnante di sostegno serve sempre di meno perché lo studente cresce nel suo percorso di autonomia e il contesto (compagni di classe, insegnanti, ambiente di apprendimento) crescono nella loro capacità di «accompagnare».  E in fondo che cos’è il piano educativo individualizzato che tutti i docenti della classe devono elaborare per ciascun disabile, se non la programmazione di questo percorso di vita e di apprendimento nella relazione?  Io non credo che «il giocattolo dell’integrazione, fiore all’occhiello della nostra civiltà» si sia rotto. Credo stia semplicemente evidenziando due peculiarità: è un giocattolo che necessita di risorse (finanziarie, professionali, culturali) e che impone una regola: o si gioca tutti insieme o il giocattolo non funziona. [Adriana Querzè assessore all’istruzione del Comune di Modena]

 

La protesta

Le autorità provinciali non condividono l’inchiesta

E scrivono una lettera durissima a tutti i dirigenti scolastici della provincia


3 GIUGNO 2006 -  «L’integrazione degli alunni con handicap nelle scuole di tutti, dall’infanzia alle superiori, è una conquista che si è consolidata negli anni e che è motivo di orgoglio, con una sottolineatura particolare per le esplosioni di iscrizioni alle scuole superiori in provincia di Modena: da 295 nel 1999/2000 a 509 del prossimo anno scolastico». Lo affermano l’assessore provinciale all’Istruzione Silvia Facchini e il dirigente del Centro servizi amministrativi di Modena Antonio Guarro in una lettera inviata a tutti i dirigenti scolastici e pubblicata sul sito Ted. L’iniziativa nasce dal dibattito che si è aperto con la pubblicazione dei dati delle iscrizioni accompagnati da alcune valutazioni che, sottolineando lo sbilanciamento verso gli istituti professionali, criticavano le modalità dell’orientamento. Facchini e Guarro mettono in evidenza che l’aumento delle iscrizioni alle superiori ha inciso sulla necessità di ripensare le forme, i modi e i tempi dell’organizzazione didattica e della programmazione dell’offerta formativa e avvertono che lo sbilanciamento verso i professionali rischia di configurarsi come una sorta di delega dell’integrazione ad alcune scuole. Per Facchini e Guarro, però, è importante ricordare anche che un disabile su cinque sceglie il liceo (l’aumento è stato dell’8 per cento negli ultimi cinque anni) e che le azioni di orientamento in questo settore sono particolarmente delicate. «E’ la famiglia - scrivono - che deve essere accompagnata in questa scelta con una azione sempre più sinergica tra l’istituzione scolastica di provenienza e gli operatori dei servizi dell’Asl a cui si affianca il servizio Orientamento provinciale che fornisce strumenti e servizi e, su richiesta del singolo, consulenze individualizzate. Lo sforzo deve essere fatto nella direzione di ricercare forme più coese di collaborazione e di condivisione degli obiettivi nell’indirizzare la scelta». La lettera contiene anche una precisazione. L’ultimo incontro del Glip, il Gruppo di lavoro interistituzionale provinciale, è stato dedicato all’analisi della situazione degli organici verificando che in sede di organico di fatto, l’indice percentuale di rapporto fra alunni con handicap e risorse di sostegno statale anche per il prossimo anno scolastico rimarrà inalterato. Il riferimento a un’infuocata riunione non riguarda quindi il Glip, ma un incontro fra i rappresentanti del Comune di Modena e delle scuole autonome in relazione alla stesura dell’Accordo distrettuale per l’integrazione per il Distretto numero 3.

 

Leggi la lettera integrale inviata alle scuole sul sito del Progetto Ted.  

 

 

La nostra replica

23 GIUGNO 2006 – Per l’assessore siamo dei disonesti, ma serve a poco prendersela col medico quando si scopre grazie a lui la presenza di un tumore. Diamo questa prima risposta all’assessore provinciale all’istruzione Silvia Facchini, intervenuta a gamba tesa nel dibattito sull’integrazione degli studenti disabili, aperto con l’inchiesta pubblicata dalla Gazzetta il 23 maggio scorso. Dibattito aperto per la prima volta e non “ripreso”, come invece sostiene il sito “Ted” della Provincia, che censura la nostra inchiesta salvo ospitare la lettera integrale della Facchini, inviata ai dirigenti di tutte le scuole e ben diversa dalla sintesi inviata ai mezzi d’informazione. “Quando si parla di integrazione di alunni con handicap – si legge nella lettera della Facchini – si parla di bambini e giovani che attraversano percorsi di sofferenza, quindi occorre avere la delicatezza di abbassare i toni e l’onestà etica, culturale, professionale e intellettuale di non imputare loro di ‘bloccare i professionali’, di ‘mettere a rischio lo svolgimento della didattica’, di ‘essere un peso per le scuole modenesi’ e bisogna avere l’onestà di non imputare loro il fatto che ‘alcuni prof. non ne possono più’”. Delle 1.600 parole servite per redigere l’inchiesta, corredata di tabelle inedite e di anticipazioni di dati non smentiti, l’assessore ha estrapolato due o tre frasi e si è stracciata le vesti. Se l’assessore avesse letto l’inchiesta (che l’assessore comunale all’istruzione Adriana Querzè, intervenuta nel dibattito che ne è seguito, ha invece rienuto “documentata”, che il mondo della scuola ha apprezzato quale sasso lanciato nello stagno e che ha suscitato un dibattito istituzionale che produrrà a breve effetti che non si verificherebbero se l’inchiesta non ci fosse stata), si sarebbe accorta che le frasi da lei incriminate provengono dal mondo della scuola e non dalla fantasia del giornalista. Il quale, non con la disonestà denunciata ma con l’onestà e il rigore consueti, non si è limitato a riportarle appena sentite, ma ci ha lavorato sopra alcuni mesi, verificando che la realtà registrata avesse il conforto dei documenti, delle testimonianze, dei numeri. “Gli alunni disabili sono diventati un peso per le scuole modenesi?”. Confermiamo l’affermazione. Non lo sono certo per le tante classi dei licei e degli istituti tecnici che non ne hanno neppure uno, o che ne hanno pochissimi: “Un ragazzo con deficit cognitivo grave in grado di acquisire scarse conoscenze sia al professionale che al classico – afferma non il giornalista ma l’assessore Querzè –  potrebbe tranquillamente frequentare quest’ultimo istituto sviluppando competenze rispetto all’autonomia personale e alla relazione”. Ma ci sono istituti professionali dove invece il peso viene avvertito e noi lo registriamo con spirito di denuncia. Ci sono genitori di ragazzi cosiddetti normali che protestano per il rallentamento della didattica e genitori di disabili che si lagnano per la scarsa attenzione riservata ai propri figli, talvolta poi ritirati o trasferiti. Ci sono classi delle scuole professionali che ospitano non uno (come dovrebbe essere) ma anche quattro ragazzi disabili “certificati”, cui si aggiungono ragazzi “segnalati” per gravi problemi ma privi di sostegno e ragazzi con dislessia, discalculia, disgrafia, disagio sociale, familiare, deficit dell’attenzione, per tacer dei “non segnalati” ma fragili e degli stranieri catapultati in classe senza che conoscano una parola della lingua italiana. Non la nostra immaginazione ma gli atti del Csa, sconosciuti evidentemente alla Facchini prima della nostra inchiesta, denunciano che “nella scuola secondaria superiore la condizione di frequenza di più alunni con handicap è, seppur non prevalente, più diffusa negli istituti professionali e d'arte che accolgono numerosi alunni in situazione di handicap”. E ancora: “La tendenza generale, quindi – prosegue il Csa – è di garantire la frequenza e l'iscrizione degli studenti in situazione di handicap nel numero di 1 alunno con handicap per classe”. La tendenza generale è spesso rispettata. Ma tante volte non lo è, come si legge nella denuncia dell’Anffas all’interno dell’inchiesta. L’assessore ha invece ragione quando precisa che la riunione ”infuocata” presso il Comune di Modena non ha riguardato il Gruppo di Lavoro Interistituzionale Provinciale, ma i rappresentanti del Comune di Modena e delle scuole autonome. Ci scusiamo per il gravissimo errore.   (vincenzo brancatisano)

L’assessore Facchini, appoggiata in questo anche dall’Asamo, scrive che “sostenere, come fa l’articolo della Gazzetta, che ‘la colpa viene imputata al cattivo orientamento post scuola media’, non aiuta né a capire le cause di questo fenomeno, né a fornire validi argomenti di confronto”. Ma ancora una volta si guarda il dito e non la luna. Se la Facchini avesse letto davvero la nostra inchiesta prima di aggredire l’autore si sarebbe accorta che (non noi ma) il Csa ha scritto quanto segue: “Emerge fortemente la necessità di implementare il valore orientante, rispetto alla scelta dei percorsi di formazione successivi alla scuola secondaria di primo grado, al fine di diversificare il range di opportunità e di cercare di evitare l'opzione ad un solo binario che tradizionalmente avviene nei confronti dell'istituto professionale”. Prosegue il Csa: “A tal riguardo si è, a livello provinciale, nel corso del triennio in corso, operato per sensibilizzare Dirigenti, operatori sia scolastici che sanitari, al fine di ampliare la conoscenza delle opportunità presenti a livello territoriale ed implementare la crescita dei percorsi di accoglienza anche in istituti secondari superiori, come i Licei e gli Istituti Tecnici che percentualmente hanno visto una minor scelta da parte degli utenti in condizione di handicap”. L’assessore comunale Querzè ha poi ammesso che “si stanno studiando modalità per migliorare l’orientamento dei disabili alle scuole superiori riducendo il fenomeno della concentrazione massiccia in alcune scuole, perché questo problema richiede interventi appropriati e misure urgenti”. Urgenti? Ma và! E da quando? forse dalla pubblicazione della nostra inchiesta? La Facchini però insiste e scrive che la nostra è stata una “generica denuncia della mancanza delle Istituzioni, dei servizi e dei loro operatori, senza che peraltro vengano forniti dati oggettivi”. Questa è bella. Abbiamo pubblicato in anteprima i dati sui disabili inseriti per ciascuno dei 45 plessi delle superiori, dove frequenteranno nel 2006-2007, dati ancora oggi sconosciuti a molti addetti ai lavori, corredati dalle variazioni percentuali di incremento nell’ultimo quinquennio di ogni singolo disturbo dei ragazzi e dalla mappa con la distribuzione di ciascun disturbo nei vari indirizzi di scuola, e l’assessore parla di “generica denuncia” priva “di dati oggettivi”? E quali sarebbero invece i dati oggettivi? Forse quelli forniti dall’assessore Facchini che annuncia: “Un disabile su cinque sceglie il liceo”. Ma come? Per caso i 64 disabili iscritti nei licei (di cui 18 solo al Liceo psicopedagogico) rispetto al totale dei 509 sono per la matematica “uno su cinque”? Lo sbilanciamento è reale. Esso non era avvertito fino a quando i disabili a scuola erano pochi, ma presenta il conto ora che, per fortuna, sono tanti: si pensi ai 69 “certificati” dell’Agrario Spallanzani, di cui 44 (con relativi docenti di sostegno e tutors) saranno ospiti nelle due vecchie palazzine di Castelfranco. O ai 37 dell’Ipsia Corni o ai 43 dell’artistico Venturi o ai 26 del Cattaneo. Si fa davvero integrazione con questi numeri, in classi dove gli insegnanti devono anche contenere l’irruenza e l’ormai nulla motivazione allo studio dei “normodotati” e fronteggiare la loro drammatica, crescente fragilità e povertà culturale, consacrata in queste ore nei tabelloni che parlano di classi decimate dalle bocciature? E secondo la Facchini quante volte si fa vedere a scuoola, in un anno, e per un’ora scarsa, il medico specialista dell’Asl per incontrare gli insegnanti del disabile? Una volta o più di una? E i progetti individualizzati, cui allude la Querzè (che si sogna un disabile privo di prof  di sostegno e che “cresce nel suo percorso di autonomia e il contesto, compagni di classe, insegnanti, ambiente di apprendimento, crescono nella loro capacità di accompagnare”), sono nei fatti una cosa seria o sono spesso una farsa? E lo sa la Facchini che molti docenti di sostegno, quando ci sono, sono privi di specializzazione sull’handicap e dunque rischiano di produrre più danni che benefici, come denuncia qualche genitore consapevole? Lo sa che molti insegnanti di sostegno, con la complicità dei sindacati, ottenuto il contratto a tempo indeterminato sull’handicap chiedono il passaggio di cattedra sulla materia curriculare, in un capovolgimento di ruoli che fa del ragazzo disabile un sostegno al docente per aggirare le graduatorie dei precari? “Lo sbilanciamento verso i professionali – conclude l’assessore Facchini –  rischia di configurarsi come una sorta di delega dell’integrazione ad alcune scuole, con la conseguente deresponsabilizzazione di altri istituti, che solleva preoccupazioni circa l’effettiva tutela per tutte le persone in situazione di handicap del diritto all’educazione e all’istruzione all’interno di una scuola inclusiva”. Ma allora, assessore, di che stiamo parlando? (vi.bra.)

 

Ma alle professionali i disabili hanno fatto comodo

23 GIUGNO 2006 – La nostra inchiesta, secondo  l’Asamo (Associazione delle scuole autonome della provincia di Modena), ha messo “in evidenza due questioni molto serie”. La “prima è che al di là delle dichiarazioni di buoni principi dei convegni esiste un reale problema di qualità dell’integrazione”. La seconda “è che secondo la nostra esperienza non si risolve il problema cercando il colpevole nel ‘cattivo orientamento’ come sostiene Vincenzo Brancatisano, giornalista autore dell’articolo che ha aperto la discussione o ‘nei problemi delle scuole superiori che non hanno fatta propria la cultura dell’integrazione’, come sostiene Adriana Querzè, Assessore all’Istruzione del Comune di Modena”. Secondo l’Asamo, “la concentrazione degli studenti in situazione di handicap negli istituti professionali a Modena è un fatto testimoniato dai dati sulle iscrizioni, ma le cause che lo hanno determinato sono diversificate come eterogenei sono gli istituti superiori”. Esiste “una ragione oggettiva della propensione all’inserimento degli studenti in situazione di handicap negli istituti professionali”, che “propongono un modello formativo basato sull’operatività e supportato da laboratori, officine, aziende agricole che offrono ampie possibilità di modulare l’azione formativa alle esigenze dello studente”. L’Asamo scrive poi che “per anni negli istituti professionali si è incentivata l’iscrizione di studenti in situazione di handicap favorendo conseguentemente la formazione di personale di sostegno stabile e professionalmenrte qualificato nonché un clima complessivamente accogliente”. Ma noi, che amiamo andare in profondità, in questa affermazione leggiamo anche un’altra verità. La verità è che negli anni ’90, in piena crisi di iscrizione agli istituti professionali, gli insegnanti di queste scuole, a rischio di perdita del posto, sono stati ben contenti di incentivare l’iscrizione di disabili a scuola. In presenza di uno studente con handicap, la legge impone la riduzione del numero di alunni per ogni classe, e così gli istituti hanno salvato il numero delle classi e i professori hanno mantenuto la propria cattedra. I licei e gli istituti tecnici sono stati felici di lasciar fare agli altri risparmiando tempo in riunioni, energie e rogne. Il castello è rimasto in piedi per anni nel silenzio ma l’auspicata e positiva impennata di iscrizioni di disabili alle superiori fa ora da detonatore. Questo lo scriviamo noi. L’Asamo scrive che “tutto questo ha funzionato efficacemente, con generale soddisfazione di tutto il sistema, fino a quando il numero di studenti iscritti ha raggiunto, in certi istituti, livelli di concentrazione incompatibili con gli stessi obiettivi didattici e sociali dell’intrgrazione”. (vi.bra.)

 

La Voce di Carpi riprende la nostra inchiesta e intervista il  preside Fontanesi

Il dirigente del Vallauri: “E’ vero, il problema esiste”




Carpi – 22 GIUGNO 2006 –  L'allarme è stato lanciato alcune settimane fa dalla Gazzetta di Modena che in una documentata inchiesta di Vincenzo Brancatisano, intitolata a tutta pagina "Gli alunni disabili? Bloccano le Professionali", denunciava la tendenza degli studenti con handicap a concentrarsi, una volta usciti dalle medie, in un'unica tipologia di scuola superiore: gli istituti professionali appunto. Questo fenomeno, sempre secondo la Gazzetta, avrebbe trasformato queste scuole in "ghetti", o in "luoghi di segregazione" dove non soltanto l'integrazione è un miraggio, ma anche il semplice svolgimento delle lezioni appare molto problematico.

Ma anche a Carpi la situazione è così drammatica? Abbiamo girato la domanda a Silvano Fontanesi, preside dell'Ipsia Vallauri che, insieme al Professionale Cattaneo, vanta in città il più alto numero d'iscrizioni da parte di alunni disabili. «Il problema esiste - ammette Fontanesi -, anche se è sentito più da alcuni istituti e meno da altri. In ogni caso la concentrazione di questi alunni nei professionali è diventata orami una tradizione nella nostra provincia. Penso - aggiunge - che molto dipenda da come viene svolto l'orientamento scolastico. Le famiglie vengono cioè incoraggiate a… (Leggi tutto su La Voce di Carpi)

 

 

Integrazione a scuola, c’è ancora tanto da fare

 

 

E ora, la svolta

 

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