L’approfondimento giuridico

 

Permessi anche per fratelli e sorelle con handicap




 

Di Vincenzo Brancatisano

 

30 luglio 2006 – Anche i fratelli e le sorelle conviventi di persone con situazione di handicap grave hanno il diritto di fruire del congedo straordinario retribuito quando i genitori siano impossibilitati a provvedere all’assistenza del figlio perché totalmente inabili. Insomma, non è necessario che papà e mamma siano morti affinchè il loro diritto al congedo si trasferisca agli altri figli, come imporrebbe il mero tenore letterale di una contestata normativa. E’ quanto emerge dalla sentenza della Corte Costituzionale, n. 25 del 22 giugno 2005, che ha sancito l’incostituzionalità dell’art. 42, comma 5, del decreto legislativo 26 marzo 2001, n. 151 (Testo unico su tutela e sostegno della maternità e paternità).

“In caso di totale inabilità di entrambi i genitori o di un solo genitore (se l’altro è deceduto) di figli in condizioni di handicap grave – ricorda l’Inps con la circolare 29 settembre 2005, n. 107 – è perciò ora possibile riconoscere il congedo di cui trattasi a fratelli o sorelle conviventi con il soggetto gravemente disabile. In proposito restano ferme le restanti disposizioni emanate in materia relative ai fratelli o sorelle in caso di diritto al congedo stesso per le ipotesi di morte di entrambi i genitori”.

I fatti. La Corte d’appello di Torino, sezione lavoro, con ordinanza 8 luglio 2004, aveva sollevato, per violazione dell’art. 3 della Costituzione, la questione di legittimità costituzionale del citato art. 42, nella parte in cui prevede che le sorelle o i fratelli del soggetto handicappato possono fruire del congedo solo in caso di scomparsa dei genitori e non anche nell’ipotesi in cui questi ultimi siano vivi ma impossibilitati a provvedere all’assistenza del figlio handicappato, perché totalmente inabili ed in possesso dell’indennità di accompagnamento agli invalidi civili totalmente inabili).

Il giudice di primo grado. Il Tribunale di Vercelli aveva respinto la domanda proposta dalla ricorrente per ottenere il riconoscimento del diritto ad usufruire, in maniera continuativa o frazionata e per il periodo massimo di due anni, del congedo straordinario retribuito previsto dalla legge, per prestare assistenza al fratello convivente, portatore di handicap grave, essendo orfano di padre e non potendo provvedervi la madre, la quale necessitava a sua volta di assistenza. Il Tribunale aveva respinto l’interpretazione estensiva della disposizione, prospettata dalla difesa della ricorrente, secondo la quale il requisito della “scomparsa” può ritenersi integrato anche ove il genitore in vita sia oggettivamente impossibilitato a prestare assistenza al figlio handicappato.

La Corte d’appello ha ritenuto non manifestamente infondata la norma in questione “perché irragionevolmente regola in modo difforme situazioni fra loro analoghe, quali sono quella del genitore deceduto o assente e quella del genitore totalmente inabile, pur essendo comune ad entrambe le ipotesi l’impossibilità del genitore di provvedere all’assistenza del figlio handicappato”.

La Consulta ha ritenuto fondata la questione. E infatti scrive: “La ratio legis della disposizione normativa in esame consiste nel favorire l’assistenza al soggetto con handicap grave mediante la previsione del diritto ad un congedo straordinario – rimunerato in misura corrispondente all’ultima retribuzione e coperto da contribuzione figurativa – che, all’evidente fine di assicurare continuità nelle cure e nell’assistenza ed evitare vuoti pregiudizievoli alla salute psico-fisica del soggetto diversamente abile, è riconosciuto non solo in capo alla lavoratrice madre o in alternativa al lavoratore padre ma anche, dopo la loro scomparsa, a favore di uno dei fratelli o delle sorelle conviventi”.

Un improprio e ingiustificato cavillo letterale. La norma in questione, secondo la Corte, ha utilizzato in modo “improprio e atecnico” il termine “scomparsa”, poiché non prende in considerazione il caso in cui uno dei genitori, pur essendo in vita, si trovi tuttavia nella oggettiva impossibilità di prestare assistenza al figlio, in quanto a sua volta totalmente inabile. Ma l’omissione è giustificata? Evidentemente no.

La Corte, infatti, nel sottolineare “l’esigenza costituzionale di tutela dei soggetti deboli, ha posto in luce, fin dalla sentenza n. 215 del 1987, in tema di diritto alla frequenza scolastica dei portatori di handicap, che i fattori di recupero e di superamento della emarginazione di questi ultimi sono rappresentati non solo dalle pratiche di cura e di riabilitazione ma anche dal pieno ed effettivo inserimento dei medesimi anzitutto nella famiglia e, quindi, nel mondo scolastico ed in quello del lavoro, precisando che l’esigenza di socializzazione può essere attuata solo rendendo doverose le misure di integrazione e di sostegno a loro favore. L’applicazione di tali principi ha così consentito il riconoscimento in capo ai portatori di handicap di diritti e di provvidenze economiche, la cui mancata previsione normativa si è reputata non conforme a Costituzione, risolvendosi in un inammissibile impedimento all’effettività dell’assistenza e dell’integrazione (sentenze n. 467 e n. 329 del 2002, n. 167 del 1999).

La famiglia. Spiega la Corte che l’essenziale ruolo della famiglia nell’assistenza e nella socializzazione del soggetto disabile è già stato posto in rilievo nella sentenza n. 350 del 2003 – in tema di concessione del beneficio della detenzione domiciliare alla madre condannata e, nei casi previsti, al padre condannato, conviventi con un figlio portatore di handicap totalmente invalidante – nella quale si è affermato che la salute psico-fisica del soggetto affetto da handicap invalidante può essere notevolmente pregiudicata dalla mancanza di cure da parte della madre e che in questa prospettiva, la possibilità di concedere la detenzione domiciliare al genitore condannato, convivente con un figlio totalmente handicappato, appare funzionale all’impegno della Repubblica, sancito nel secondo comma dell’art. 3 della Costituzione, di rimuovere gli ostacoli di ordine sociale che impediscono il pieno sviluppo della personalità.

Il diritto al congedo straordinario in questione rientra, secondo la Corte, tra gli interventi di sostegno alle famiglie, ma esso rischia di rimanere “privo di concreta attuazione proprio in situazioni che necessitano di un più incisivo e adeguato sostegno”, come quella nella quale la presenza del genitore totalmente invalido e privo di autonomia esclude che possano beneficiare dell’agevolazione in esame il fratello o la sorella conviventi del soggetto diversamente abile, benché questi si diano cura di entrambi.

Insommma, la scomparsa del genitore deve essere equiparata all’impossibilità dello stesso ad occuparsi del soggetto handicappato. E’ dunque incostituzionale l’art. 42, comma 5, del decreto legislativo in questione, che “irragionevolmente limita il congedo in capo ai fratelli e alle sorelle del

soggetto handicappato al caso di scomparsa dei genitori così non estendendo la tutela al caso di genitori impossibilitati a provvedere al figlio handicappato, trattandosi di una situazione che esige la medesima protezione di quella esplicitata nella norma”.

L’Inps. La patata bollente passa ora all’Inps. Che ha diramato la citata circolare con quale precisa che “lo stato di totale inabilità dovrà essere comprovato da documentazione (riconoscimento di invalidità civile, di rendite Inail, di pensioni di invalidità Inps o analoghe provvidenze comunque denominate, da cui sia rilevabile lo stato di invalidità totale). Momentaneamente può essere utilizzato per la richiesta di che trattasi l’attuale modulo di domanda Hand. 5, in attesa che siano apportate le opportune modifiche, che riguarderanno anche il superamento del limite dei 5 anni dall’accertamento di grave handicap”.

 

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