Il superpunteggio ora paralizza la scuola di montagna

Sette precari su una cattedra di 17 ore

E’ diventato impossibile redigere l’orario di lavoro  




 

Di Vincenzo Brancatisano

 

17 SETTEMBRE 2006 - Benedetto superpunteggio. Prima ha danneggiato i docenti precari che nei giorni scorsi si sono visti soffiare il ruolo da altri colleghi. Poi ha minato seriamente la certezza del diritto scolastico e messo in dubbio l’efficacia dell’azione sindacale che nulla è riuscita a fare per bloccare un meccanismo che, a parole, tutti definiscono assurdo. Anzi: “Finchè la norma c’è, sfruttatela”, consigliava un sindacalista modenese ai precari che nei giorni scorsi erano accorsi per ricevere l’incarico. Infine ha paralizzato l’attività scolastica di molti istituti. La supervalutazione del servizio che gli insegnanti precari ottengono scegliendo di far supplenze nelle sedi situate sopra i 600 metri sul livello del mare, in carcere e nelle piccole isole, e di cui ci occupiamo fin dalla fase embrionale della legge 143 del 2004, provoca ora il collasso di molte scuole costrette a far fronte a un assalto alla diligenza che impedisce ai presidi di redigere l’orario delle lezioni. E’ il caso dell’istituto commerciale “Cavazzi” di Pavullo, in provincia di Modena. Aveva 80 docenti, oggi ne ha 115, per la concomitanza di due fattori, frutto della legge citata. Primo fattore. All’atto della convocazione di massa per l’assegnazione delle cattedre annuali, moltissimi docenti in testa alla graduatoria, per difendersi da chi sta dietro hanno rifiutato le ambite cattedre intere (costituite da 18 ore settimanali) di scuole situate in città o in comuni sotto i 600 metri (e magari vicine alla propria abitazione) pur di ottenere classi site in montagna e quindi 24 punti in graduatoria invece che i 12 normali. Così, docenti di San Felice o di Mirandola sono stati costretti a recarsi a Montombraro o Pavullo e viceversa (per l’effetto domino). Allo spreco di tempo e di benzina si è aggiunto il danno subìto da docenti che, magari abitando di fronte a scuola, a Pavullo, hanno soffiato il posto a chi stava loro davanti da anni. E già questo basterebbe a svelare la grave violazione di diritti umani (alcuni docenti lamentano conseguenti danni alla salute) che la politica non vuole vedere. Ma c’è un secondo fattore, più grottesco. I docenti che si sono indirizzati in montagna hanno fatto in modo di non prendere tutte le ore settimanali messe a disposizione dall’amministrazione su quella cattedra ma solo un esiguo numero delle stesse, anche solo una, sufficiente per far conseguire il raddoppio del punteggio. Il ridotto e antieconomico numero di ore è stato però integrato presso altre scuole, più vicine a casa, attraverso lo smembramento di altre cattedre, e così via fino all’esaurimento dello spezzone iniziale. Basti l’esempio del “Cavazzi”, dove ben 7 insegnanti si dividono una cattedra di 17 ore (mentre prima servivano 18 ore per accontentare un solo insegnante). Commentano in segreteria: “Basterà che il docente si assenti una volta e non vedrà i ragazzi per 15 giorni”. Così facendo il Cavazzi si ritrova con un esercito di 37 docenti precari che insegnano per poco più (e anche meno) di due ore ogni settimana. Considerando anche le altre scuole della cittadina (ma il problema è più grave nelle medie, più diffuse in montagna), sono 165 i docenti precari in trasferta a Pavullo, di cui ben 140 solo per un piccolo spezzone di orario, integrato presso una o due scuole di pianura. Sulle quali si riverberano i disagi causati dall’impossibilità di programmare orari di lavoro conciliabili tra più scuole, senza dire della moltiplicazione delle buste paga, e della gestione amministrativa e della continuità didattica, messe in secondo piano da un mercato delle vacche che la politica promette di abolire ma non lo fa. Ma c’è di più. Svanite tutte le promesse di abolizione del contestato meccanismo introdotto dalla legge 143 del 2004, avanzate da parlamentari, ministri e viceministri, il trionfo della buona amministrazione scolastica si materializza un po’ dovunque. Così succede che l’insegnante precaria che ha scelto uno spezzone in montagna si ritrovi incinta e che al suo posto venga chiamata una supplente. Quest’ultima però smembra lo spezzone e lascia i resti ad un altro collega, per poi completare in altra scuola. Risultato: l’insegnante gravida raddoppia il punteggio pur non vivendo il “disagio” della montagna, e con lei altri due colleghi che soffieranno il posto in graduatoria a chi magari fa un orario completo macinando chilometri dalla montagna alla Bassa. Il problema è più grave nelle scuole medie ed elementari, più numerose in montagna, ed è nazionale. Si attende la sentenza della Corte Costituzionale, chiamata in causa dal Tar di Catania. Qualcuno spera altri temono che l’eventuale abolizione, annunciata pure dal viceministro Mariangela Bastico, sia retroattiva. Protesta una precaria di Catania, che ci scrive: “Basta con il punteggio di montagna ma non dal 2007/2008 ma retroattivamente, è necessario azzerare tutto”.  



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