Di Bella, rivista americana pubblica uno studio sul tumore ai polmoni




 

di Vincenzo Brancatisano

 

1 marzo 2006 – La cura Di Bella è apparsa su una rivista scientifica americana. Sull’ultimo numero di «Cancer biotherapy & radiopharmaceuticals» c’è una pubblicazione firmata da A.Norsa e V. Martino. Achille Norsa è dirigente medico della Divisione di chirurgia toracica presso l’Ospedale Maggiore di Verona e vicepresidente della Sibor di Bologna, società scientifica che fa capo al medico Giuseppe Di Bella. Lo studio ha coinvolto 28 pazienti affetti da tumore del polmone «non a piccole cellule» (non microcitoma) in fase critica avanzata, e non precedentemente trattati con altre terapie.

 Il cancro polmonare rappresenta il «big killer» per eccellenza. Nel 1993 in Italia sono morte di cancro al polmone 30.905 persone, nel 2002 i morti sono stati 32.134. In Emilia Romagna nel 2002 sono morti 2.886 pazienti. In Italia il numero di nuovi casi di cancro polmonare per anno si aggira intorno ai 35-40mila, con un tasso di mortalità di 81/100.000 abitanti nei maschi e 12/100.000 nelle femmine. A Modena il cancro del polmone è la più frequente neoplasia con circa 450 nuovi casi l’anno e 340 decessi. Per la sua scarsa guaribilità rientrò tra i nove tumori sottoposti nel 1998 a sperimentazione Di Bella. Nei cui atti ministeriali si legge: «La chirurgia non ha alcun ruolo terapeutico di provata efficacia in questa fase di malattia. La radioterapia può risultare di grande utilità nel trattamento di alcune lesioni metastatiche che possono gravemente condizionare la qualità di vita dei pazienti. La chemioterapia è in grado di indurre riduzioni di volume delle masse neoplastiche in circa il 30-40% dei pazienti», ma solo una «sopravvivenza a un anno del 15% per i pazienti trattati». E’ questa la riprova che riduzione tumorale non equivale a guarigione né a sopravvivenza.

 La sperimentazione ha fatto emergere un dato (tra i tanti censurati) che conferma il ruolo negativo della chemio, denunciato da Norsa nell’intervista. Infatti, il carcinoma polmonare «non microcitoma» è stato l’unico tumore che ha consentito un confronto tra due gruppi di pazienti sottoposti a cura Di Bella: malati pre-trattati con chemio e malati non pre-trattati. E’ emerso che i malati non pre-trattati, pur subendo delle progressioni di malattia nel breve periodo, hanno subìto una mortalità quasi dimezzata rispetto ai pre-trattati, come si vede nella tabella. Non è stato possibile sapere per quanto tempo si sia protratta la maggior sopravvivenza poiché la sperimentazione era regolata da una regola singolare, questa: «Si intende per sopravvivenza di un paziente all’interno di questa sperimentazione l’intervallo di tempo che passa dalla data di reclutamento nella sperimentazione e la data di decesso, qualsiasi ne sia la causa, o la data di chiusura dello studio nel caso di pazienti vivi al momento della chiusura stessa». Considerando che parliamo del tumore più diffuso e pressochè inguaribile, una minore fretta di chiuder baracca avrebbe forse consentito di reperire preziosi elementi, che invece emergono dalle tante testimonianze, ora pubblicate su una rivista.




 

 

 

L’INTERVISTA 

 

«La sopravvivenza è aumentata» 

 

«Migliorata la qualità della vita dei malati, e non è poco» 

 

1 marzo 2006 – Achille Norsa è stato allievo del professor Di Bella all’Università di Modena nel 1962. Riprese i contatti con l’ex docente di Fisiologia nel 1995 quando si accorse che una sua amica affetta da cancro della vescica (ora guarita, come ci ha confermato lei al telefono) era stata curata da un anziano medico «che volli andare a ritrovare» e del quale diventò collaboratore fino alla sua morte. Pratica tuttora la terapia Di Bella su pazienti di tutta Italia.

 Dottor Norsa, quanto è durato questo studio?

 «Otto anni. Non si possono trarre conclusioni in tre mesi, come nella sperimentazione del ministero».

 In che condizioni erano i pazienti?

 «Non erano stati pretrattati con altre terapie. La chemioterapia in quei casi non si poteva fare oppure non era indicata. I pazienti non avevano aspettative di guarigione e avevano tutti superato il limite per l’intervento chirurgico, erano tutti in quarto stadio di malattia, le condizioni di salute erano estremamente gravi».

 Come sono i risultati?

 «La mediana di sopravvivenza dei pazienti in questi casi è di solito di 3 mesi. In questo studio la mediana di sopravvivenza è quattro volte maggiore: 12,9 mesi, però con un range che varia da un mese e mezzo fino a 33 mesi e mezzo».

 Entriamo nel dettaglio.

 «Le percentuali di sopravvivenza a 1 e 2 anni sono rispettivamente del 51,2 per cento e del 21,1 per cento. Insomma, persone che dovevano morire entro tre mesi sono sopravvissuti, e bene, in media per un anno. Rispetto a quelli che fanno la chemio, hanno avuto una maggiore sopravvivenza e una migliore qualità di vita. Cioè: miglioramento a livello respiratoro, diminuzione dell’insonnia, dell’astenia e del dolore, diminuzione della tosse e della dispnea. Non è poco per questi pazienti, basterebbe questo».

 Però non c’è stata alcuna riduzione del tumore. Come nella sperimentazione.

 «C’è stata la riduzione della componente flogistica ma in questi casi è difficile la diminuzione della massa anche se in alcuni casi c’è stato un arresto della crescita».

I pazienti sono stati seguiti e valutati secondo i crismi della comunità scientifica?

«Per poter confrontare l’evoluzione clinica di questi malati era importante valutarli con gli stessi criteri dell’oncologia. Tant’è vero che il lavoro è stato accettato da una rivista importante. Questi malati sono venuti da me perché mi conoscono o dopo essere approdati alla mia Divisione di chirurgia toracica. Li ho curati con il metodo Di Bella al di fuori della Divisione, ma li ho seguiti applicando gli stessi criteri di controllo previsti dai protocolli richiesti. Vengono da tutte le parti d’Italia, sono tutti schedati con cartella clinica, che contiene l’evoluzione radiologica della malattia secondo i criteri classici. Uguali i criteri di valutazione, ma diverso il metodo di cura».

Qual è la reale prospettiva per una persona che si ammalerà nel 2006 di cancro del polmone?

«Mi occupo di Chirurgia toracica da 40 anni. Devo dire che non ci sono protocolli validi nel campo oncologico nel tumore del polmone. Solo i microcitomi risentono a volte delle cure correnti, ma dopo un breve periodo si riformano e in forma più disseminata. L’oncologia è disarmata di fronte a questo tipo di tumore. Grandi passi avanti non ci sono stati negli ultimi vent’anni. Anzi, con la chemioterapia non solo non si è aumentata la sopravvivenza, ma si è peggiorata la qualità della vita dei pazienti. Sarebbe meglio non trattarli, perché la sopravvivenza sarebbe la medesima e la qualità di vita sarebbe migliore».

Ma i pazienti non sanno tutto questo.

«Ai pazienti questo non viene detto. Non vengono informati degli effetti della chemio e sperano di stare meglio. Solo dopo i primi cicli di chemio si guardano intorno e cercano altre strade».

I pazienti che testimoniano benefici dalla cura Di Bella per altri tipi di tumore si moltiplicano.

Come mai questo contrasto con la verità ufficiale?

 «La cura Di Bella non è stata approfondita e molti medici non sanno bene come funzioni e la sottovalutano perché pensano che sia qualcosa di superficiale. Ma ora gli oncologi stanno scoprendo alcuni farmaci antitumorali come la vitamina D, i proteoglicani e l’acido retinoico. Solo che Di Bella li usava già nel 1978».

Chi ha pagato i farmaci di questo studio clinico?

«I pazienti, di tasca propria. Molti di coloro che si curano col metodo Di Bella sono costretti ad abbandonare le cure per motivi economici, pur stando meglio, e la malattia riparte. E’ una cosa tremenda sospendere la malattia per mancanza di soldi. Molti sospendono e vanno a fare la chemio».

Il rimprovero, legittimo, che viene rivolto ai medici dibelliani è che non pubblicano i propri risultati.

«Spesso sono medici di base e non hanno i mezzi, magari neppure il tempo, di tenere le cartelle, di redigere le curve, i grafici. Forse sono l’unico ad essere inserito in una clinica e dunque sono avvantaggiato. Ora sto curando uno studio su pazienti pre-trattati».

La pubblicazione di Norsa segue quella del medico dibelliano Mauro Todisco, sui linfomi, apparse tre anni orsono sulla stessa rivista americana. (vi.bra)

 

 

 

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