Uno studio appena pubblicato denuncia: la situazione è stata sottostimata

Mucca pazza umana, The Lancet riapre il caso

Il periodo di incubazione del morbo potrebbe superare il mezzo secolo




 

Di Vincenzo Brancatisano

 

5 luglio 2006 – La rivista The Lancet riapre il caso mucca pazza. Sepolto sotto una coltre di colpevole e ipocrita omertà il caso della variante umana della malattia di Creutzfeldt-Jakob, conosciuta come morbo della mucca pazza nell’uomo, in realtà non è mai stato chiuso. Almeno non per noi. Nel suo libro “Un po’ di verità sulla terapia Di Bella” (1999), Vincenzo Brancatisano aveva dedicato alcune pagine alla questione.  Ecco alcuni brani:

 

 

Dove sono finite le mucche pazze?

… E cosa dire della variante del morbo di Creutzfeldt-Jacob, conosciuto come morbo della mucca pazza dell’uomo? Dopo l’allarmismo degli anni scorsi sembra che tutto si sia rimesso a posto. Le autorità dicono che tale variante sia altra cosa rispetto al morbo di Creutzfeldt-Jacob: quest’ultimo sarebbe comunemente diffuso da sempre, mentre la variante (figlia della mucca pazza nell’uomo) che ha ucciso 40 persone in Gran Bretagna, non ha prodotto alcuna vittima in Italia. Ma è davvero così? È possibile pensare che i confini colabrodo che dividono i paesi europei possano avere rappresentato la auspicabile profilassi per evitare la diffusione dell’epidemia? Tutti ce lo auguriamo. Ma non c’è da essere ottimisti.

 

 

[...]

L’immunologo elvetico Charles Weissman, membro del Dipartimento di neurogenetica dell’Imperial School di Londra, ammonisce: solo tra molti anni, quando si vedranno i sintomi, si potrà dire se i prioni (la scoperta dei quali fruttò il Nobel nel 1998 a Stanley Prusiner) che sono la causa del morbo, avranno infettato migliaia di persone. Bella scoperta. Ma Weissman avverte: “L’unica scelta giusta sarebbe quella di ammazzare tutti i bovini della Gran Bretagna, ma il costo è troppo alto. È questa la prova di quanto valga la vita umana”

 

[…]

E le stelle (del giornalismo) stanno a guardare

Dio non voglia, ma vedrete che truppa di giornalisti scientifici scenderà in campo, fra qualche anno, per spiegarci cosa fare e cosa non fare, oppure per promuovere questa o quella ricerca contro il morbo approntata da qualche Istituto super finanziato e super sponsorizzato dalla stampa.

Ma ora, questa truppa di cronisti del ramo dov’è? Non sarebbe meglio avvertire ora, e non quando sarà tardi, l’opinione pubblica….?

 

 

E oggi, sette anni dopo, ci troviamo con questo studio di Lancet (The Lancet 2006;367:2068-2074, 2034: Collinge J et al. Kuru in the 21st century-an acquired human prion disease with very long incubation periods). Partita nel 1957 per studiare il Kuru, altra malattia prionica, la ricerca mette in evidenza il pericolo, fondato su casi già avvenuti, che il periodo di incubazione possa arrivare 34-41 anni e anche superare i cinquant’anni. (“The minimum estimated incubation periods they found in this group were 34 to 41 years, but in some men, likely incubation periods ranged from 39 to 56 years "and could have been up to 7 years longer," they write”)

In esso si parla di “substantial underestimations”, cioè sottovalutazioni sostanziali del problema.  E si conclude spiegando come any belief that vCJD incidence has peaked and that we are through the worst of this sinister disease must now be treated with extreme skepticism". Insomma, “tutte le convinzioni secondo le quali l’incidenza della malattia avrebbe raggiunto il suo picco e passato ormai la fase peggiore devono essere trattate, ora, con estremo scetticismo”.  



AGGIORNAMENTO DEL 21 LUGLIO 2010 - Una donna livornese di 42 anni, madre di una bimba in tenera età, è in gravissime condizioni a causa del morbo della mucca pazza, la variante della sindrome di Creutzfeldt-Jakob. Il caso è di nuovo in prima pagina. La Coldiretti minimizza.

 

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