Il Miip contesta il sistema di reclutamento

Graduatorie per privilegiati?

Il Movimento precari chiede una riflessione

Intanto provoca reazioni l’articolo di Giavazzi    



 

Di Vincenzo Brancatisano



Attenzione, aggiornamento, evento storico: Il Tribunale di Milano ha condannato il Ministero dell’Istruzione a risarcire i danni ai professori vittime dell’abuso sconsiderato dei contratti a termine

Attenzione, aggiornamento, evento storico: Il Tribunale di Milano ha condannato il Ministero dell’Istruzione a risarcire i danni ai professori vittime dell’abuso sconsiderato dei contratti a termine. Riconosciuta la fondatezza di una delle tesi principali del libro di Vincenzo Brancatisano “La scuola raccontata al sindacato”, di prossima pubblicazione. Clicca qui per le prime notizie circa l’evento storico. La sentenza restituisce intanto dignità ai precari fatti oggetto in queste settimane da sconsiderate offese da parte del mondo politico e giornalistico. Si proceda ora con la copertura di tutti i posti vancanti e si mettano di lato i sindacati che non hanno creduto, non credono e non denunceranno mai la palese illegalità di quanto avviene nelle scuole da decenni.



 

17 GIUGNO 2008 – Il MIIP, Movimento interregionale insegnanti precari, ha prodotto un documento che proponiamo ai nostri lettori in fondo a questa pagina. Proprio in queste ore divampa la polemica, ma anche il dibattito, dopo la pubblicazione di un articolo di Francesco Giavazzi apparso ieri sul Corriere con il titolo “Il tabù dei concorsi. Come assumere gli insegnanti”. L’articolo viene contestato da molti precari che incitano pure alla querela contro quella che viene definita una grave diffamazione dei docenti assunti con contratto a tempo determinato. A noi pare che Giavazzi abbia scritto tante cose condivisibili e alcune non condivisibili. Negare l’evidenza e cioè che la scuola sia piena di scansafatiche e di gente, precaria e di ruolo, non portata per l’insegnamento, significa far finta di non vedere il prodotto finale dell’insegnamento italiano. La soluzione fornita da Giavazzi potrebbe essere (in teoria) valida: dare il potere ai presidi di scegliere i docenti ritenuti migliori salvo pagare le conseguenze per le scelte eventualmente sbagliate sarebbe una via condivisibile se non fosse per due motivi. Il primo è che in un Paese barzelletta come purtroppo è diventato il nostro, dove il manager pubblico che fa fallire un’azienda di Stato viene premiato con i soldi dei cittadini invece che ricevere un calcio nel culo, diventa ridicolo immaginare un preside punito perché ha assunto un docente di matematica che non sa fare le percentuali o le moltiplicazioni o un insegnante di storia che non conosce la storia. Il secondo fattore è che non si possono cambiare le regole del gioco mentre si gioca. Qualunque proposta mirata alla selezione diretta dei docenti, fuoriusciti da prove selettive (a meno di voler cambiare la Costituzione), di per sé non è assurda. Lo diventa se la si applicasse prima di aver assunto a tempo indeterminato le migliaia di precari vittime dell’abuso reiterato e vergognoso di contratti a termine, perché le attuali regole del gioco sono queste: non si può abusare delle persone e della propria dignità, non si può dar loro l’ordine perentorio di autoimporsi la qualifica di commissario d’esame di Stato, di coordinatore, di responsabile di progetti, per poi considerarlo un paria, un estraneo, un superfluo. Svolgere quelle mansioni per decenni su comando sanzionato non rientra nella nozione di “ragione oggettiva” che giustifica il contratto temporaneo, considerata peraltro l’enorme quantità di posti vacanti. Non si può prelevare dalla busta paga del precario la quota per il “Fondo credito Inpdap” per finanziare l’acquisto agevolato di case da parte personale in ruolo della pubblica amministrazione, e poi non consentire loro di ottenere un mutuo - neppure sul mercato - nonostante la Costituzione sia lì a ricordare che l’accesso al credito per l’abitazione in proprietà è un diritto. Troppo comodo. Non si possono fare le riforme senza pagare un prezzo. Il prezzo è prendersi oggi le responsabilità per la situazione di sfruttamento del lavoro ravvisabile nelle scuole italiane. Si coprano i posti vacanti e si facciano poi verifiche serie e periodiche sulla qualità degli  insegnanti. E vengano licenziati in tronco – lo abbiamo già scritto – coloro che non hanno le capacità di svolgere questa professione, invece di favorire la riconversione di insegnanti che non conoscono la materia che sono chiamati a insegnare. Pensare invece che la qualità passi attraverso la differenza tra chi è un ruolo e chi è precario, questo sì, sarebbe diffamatorio.  

 

 

Per una nuova politica sui precari della scuola (Miip)

«In questi giorni in cui si comincia già a riflettere sull’anno scolastico che verrà, siamo costretti ad assistere al solito balletto dei passaggi di cattedra e di ruolo, balletto che si ripercuote in maniera deleteria sulla qualità della scuola italiana e sulle prospettive lavorative dei docenti precari. Appare inevitabile chiedersi se il nuovo Ministro abbia già preso coscienza delle problematiche relative al reclutamento degli insegnanti o se, ancora una volta, dobbiamo assistere alla dettatura dall’alto di politiche sorde a qualsiasi ragionevole soluzione, ‘suggerite’ da interessi di palazzo o da lobbies di potere.
Non contestiamo l’idea che si vogliano determinare nuove regole per il reclutamento, ma reputiamo che questo non possa avvenire se non pensando a una radicale e profonda soluzione del vero problema della scuola attuale che è quello della stabilizzazione sui posti di lavoro dei veri precari, ovvero di coloro che da anni o addirittura decenni lavorano come insegnanti della scuola pubblica senza avere ancora ad oggi garanzie certe e stabili. Abbiamo più volte sottolineato la necessità che sia inequivocabilmente definito chi possiede lo status autentico di precario, cioè il docente a cui la scuola non può non riconoscere una garanzia di stabilità, poiché da lungo tempo lavora all’interno dell’istituzione e non si limita a segnare la propria presenza nelle graduatorie per diritto-privilegio acquisito (ci riferiamo ai tanti che stazionano nelle graduatorie in posizioni privilegiate perché blindate dalla prima e seconda fascia pur essendo già di ruolo in altre classi di concorso o addirittura pur svolgendo altri lavori).
Non chiediamo nemmeno immissioni in ruolo subito, come fanno i sindacati e altre associazioni del precariato senza prima valutare la questione di fondo, cioè chi l’attuale sistema di reclutamento garantisce o salva e chi invece è destinato a un sempre più lungo precariato. Con l’attuale sistema infatti le graduatorie - lo abbiamo denunciato fin dai tempi delle SSIS - risultano luogo di stratificazione di privilegi (divisione in fasce, insegnanti di ruolo su più graduatorie, sistema di attribuzione del punteggio ai titoli, ecc.) e le immissioni in ruolo tanto invocate finiscono per essere una cabala dei numeri che non solo non risolve i più gravi problemi ma che addirittura penalizza i veri precari. Chi ogni anno lavora in una certa classe di concorso su posti vacanti, al momento delle immissioni in ruolo viene spesso preceduto da chi, pur non lavorando, ha comunque acquisito una posizione garantita oramai da inaccettabili privilegi nelle prime e seconde fasce. E’ un fatto inoltre che in certe graduatorie (basti pensare ad esempio a quelle di Lingue straniere o Filosofia) i precari che lavorano da più di un decennio si vedono ogni anno sottrarre posti da una scriteriata mobilità che permette al personale di ruolo di migrare da una all’altra classe di concorso o da un grado all’altro di scuola. E’ chiaro allora che in queste condizioni la dovuta stabilizzazione dei veri precari diventa sempre più una chimera. Le immissioni in ruolo determinate da questo sistema, paradossalmente, rischiano di compromettere ulteriormente la posizione dei veri precari.
La mobilità così come oggi si determina sta affossando la scuola. Complici i sindacati, è stata legittimata l’idea che per passare alle scuole superiori si può intraprendere la più agevole scorciatoia delle elementari o delle scuole medie. Questo fatto è negativo sotto due ordini di cose: perché stravolge le ‘vocazioni naturali’ e perché determina una sostanziale squalificazione della scuola primaria, scuola importantissima e che pertanto non deve essere utilizzata come ‘luogo per’ passare ad altri ordini di scuola. Più opportuno sarebbe garantire agli insegnanti della scuola primaria il pieno riconoscimento della loro professionalità, anche - ma non soltanto - mediante una retribuzione che affermi il principio della pari dignità con gli altri ordini di scuola. Da quando politiche scellerate di vari governi hanno permesso che l‘astratto ‘didattichese’ venisse dettato dalle università, la cultura scolastica italiana ha avallato un’autentica subordinazione di valore dei diversi ordini di scuola all’imperio dell’università. Questa sottocultura ha innescato una corsa generalizzata degli insegnanti al ‘prestigio’ degli ordini di scuola superiore, mentre una corretta percezione dell’istruzione ad ogni livello richiederebbe ben altro atteggiamento e ben diverse categorie mentali capaci di valutare l’importanza e la peculiarità dei diversi gradi di istruzione.
Una riflessione seria su questi dati deve pertanto essere perentoriamente chiesta non solo al Ministro, ma anche ai sindacati, sempre ostili a mettere in discussione i soliti assiomi osteggiando una seria valutazione di queste problematiche. Fare della questione delle immissioni in ruolo l’unica questione sul tavolo senza mai volere andare a vedere i meccanismi del reclutamento e della mobilità, significa avallare lo stato di cose presente e, al contrario, respingere qualsiasi altra soluzione alternativa: sconfortante vedere infatti come una proposta come quella dei contratti triennali sia stata stigmatizzata prima ancora che si potesse cogliere in essa ciò che poteva essere nuovo e migliorabile. Ancora una volta si è preferito ripetere i soliti slogan piuttosto che analizzare la realtà vera dei fatti, quella che risulta dall’analisi reale delle graduatorie.
Il MIIP in tanti anni si è sempre distinto perché ha sempre chiesto che si operassero, relativamente ad ogni questione affrontata, soluzioni concrete. Per questo motivo ha sempre respinto le logiche preconcette, dando invece rilievo alle questioni sostanziali: la battaglia per la pari dignità delle abilitazioni era, non dimentichiamolo, una battaglia sulle storture delle graduatorie. Oggi, come allora, vogliamo ribadire la priorità di intervento su queste questioni affinché non si determinino ancora una volta ulteriori insopportabili ingiustizie» (Il direttivo del MIP, www.precari.org))

 

 



Fa' leggere questa pagina a un tuo amico

 

Google

TORNA SU

 

Altre notizie

Old news

Scrivi al sito

 

Su www.vincenzobrancatisano.it