Perchè i medici scrivono così male?

12
maggio 2006 – Ma perché i medici scrivono così male sulle ricette, sulle
cartelle cliniche, sulle diagnosi, sulle prognosi, sui certificati? Se qualcuno mettesse in giro la voce che la facoltà di
Medicina comprende una materia che insegna ai futuri dottori a dimenticare la
calligrafia imparata a scuola e a scrivere in maniera incomprensibile in tanti
non si meraviglierebbero. Poiché, a parte talune eccezioni,
la mala grafia dei medici è uno dei punti fermi e inossidabili della sanità
italiana. E pensare che il Codice deontologico dei medici (art. 30) non
solo impone al medico di fornire al paziente la più idonea informazione sulla
diagnosi, sulla prognosi, sulle prospettive e le eventuali alternative
diagnostico-terapeutiche e sulle prevedibili conseguenze delle scelte operate,
ma sancisce a suo carico l’onere di “tenere
conto delle sue capacità di comprensione, al fine di promuoverne la massima
adesione alle proposte
diagnostico-terapeutiche”. Niente da
fare.
Ma non
c’è da scherzare. Secondo una ricerca condotta dalla rivista scientifica
Lancet, la scrittura incomprensibile dei medici rappresenta una delle cause più
ricorrenti degli errori che vengono commessi nelle
corsie degli ospedali e nelle farmacie. E quanto ad errori, siamo a stime da
guerra infinita, se è vero ciò che emerge dal dossier pubblicato dal Consorzio
Universitario per l’Ingegneria delle Assicurazioni del Politecnico di Milano,
secondo cui ben 320.000 malati italiani all’anno sono
vittime di errori medici di diversa natura, con 35.000 decessi evitabili. Un
triste panorama che non fa comunque giustizia della
bravura che tutto il mondo riconosce a buona parte dei camici bianchi italiani.
A
sfatare la convinzione che medici e ospedali non siano
sanzionabili per la loro scarsa trasparenza con cui comunicano con i pazienti, ricordiamo
due condanne che hannno il sapore della rivincita dei malati. La Corte dei
Conti ha decretato con la sentenza n. 73 del 2002 che le ricette mediche
illeggibili costituiscono “strumento di attività
fraudolenta” e ha mandato a dire ai farmacisti che male faranno ad accettarle
poiché d’ora in poi non saranno rimborsate loro dal Servizio sanitario nazionale.
Qualcosa si muove, dunque. Ma non basta. Il Garante per la privacy
è intervenuto sul caso di un paziente al quale era stata consegnata una
cartella clinica impossibile da decifrare. L’uomo si è rivolto all’Autorità
chiedendo che fossero addossate all’ospedale anche le spese del procedimento. E così è stato. Il Garante ha condannato l’azienda
ospedaliera a pagare 250 euro al ricorrente e a riscrivere e a
inviare a proprie spese una nuova cartella clinica che fosse facilmente
leggibile poiché “la leggibilità delle informazioni – ha decretato il Garante –
è la primaria condizione della loro piena comprensione”. Medici condannati a
seguito di somministrazione di farmaci sbagliati a causa della
propria cattiva scrittura ce ne sono. E a fare i conti
con incredibili e pericolose difficoltà non ci sono solo i farmacisti, che
talvolta sono indotti a consegnare al paziente un farmaco invece che un altro
con esiti potenzialmente fatali, ma soprattutto gli infermieri. Ai corsi
universitari per paramedici la questione è talvolta oggetto di studio e di approfondimento e si ribadisce spesso l’importanza di una
corretta lettura della prescrizione medica al fine di evitare errori e
complicanze della terapia a salvaguardia diritti del malato. Resta da chiarire
come mai la Evidence-Based Medicine, la Medicina basata
sull’evidenza, come i dottori di oggi amano definire la loro professione,
giusto per contrapporla alla medicina complementare o a quella alternativa, si
contraddica proprio nel momento della comunicazione, e proprio ai tempi della
trasparenza e del consenso informato. Che tante volte
diventano scatole vuote.
Il
problema è inaccettabile in un’epoca in
cui tutti hanno un computer. E un modo per correggere gli errori è proprio “quello
redigere le ricette a stampa con computer”, mandava a dire qualche anno fa ai
suoi associati Aldo Pagni, ex presidente della Federazione nazionale degli
ordini dei medici e degli odontoiatri, facendo eco a
una protesta dell’associazione Modena Civile. Il problema non ha grande visibilità sulla stampa (anche per l’assenza
pressochè totale di comunicati stampa da parte di associazioni a tutela del
malato o dei consumatori), anche se è massima tra quei milioni di utenti che
non riescono a decifrare la nobile prosa dei medici, espressione quest’ultima
più di inutile arroganza che di civetteria professionale. Segno che il problema
è vissuto dai pazienti quasi come un ineluttabile effetto collaterale della
propria malattia.

Stanchi e distratti, i medici errano
Tratto
da Tempo Medico
Gli
errori nelle prescrizioni dei farmaci sono fra i più comuni in medicina. Ma sono anche quelli che possono essere evitati con più
facilità, applicando misure semplici e poco costose. Per questo il Regno Unito
ha avviato una campagna che prevede, entro il 2005, di ridurre del 40 per cento
il numero delle prescrizioni fallaci. Per raggiungere il risultato «occorre
però prima capire perché gli errori vengono commessi»
scrive su Lancet Bryony Dean, che per l’Università di Londra ha condotto uno
studio che esamina le cause degli errori che i medici ospedalieri commettono
quando prescrivono i farmaci. Ne emerge un quadro poco
rassicurante. I medici ospedalieri sono disattenti, stanchi e stressati.
Ritengono che prescrivere un farmaco significhi dire al proprio assistente il
nome del principio attivo, e che non sia compito loro preoccuparsi delle dosi,
delle modalità di somministrazione, di eventuali controindicazioni
relative al caso specifico.
Quando
poi mettono mano alla penna, scrivono in modo incomprensibile, oppure
commettono strafalcioni grossolani: confondono fra loro i nomi dei farmaci, non
ricordano le dosi, non tengono conto del fatto che il malato stia usando altri
medicinali. Se curano i pazienti dei colleghi assenti,
non guardano neppure la cartella clinica. A volte, presi dalla fretta, delegano
la prescrizione a medici alle prime armi, che sbagliano almeno quanto i loro
«maestri» o che, non sapendo che pesci pigliare, scribacchiano qualcosa ma lasciano poi al farmacista di turno l’onere di
completare e correggere gli sbagli. Così - osservano Dean e i suoi colleghi -
gran parte della responsabilità di controllare le prescrizioni negli ospedali grava
su chi lavora nelle farmacie degli stessi centri. Proprio per questo, lo studio
pubblicato su Lancet parte dai farmacisti di un ospedale britannico.
A
loro è stato chiesto di segnalare gli errori rilevati da ottobre a dicembre
1999. In soli tre mesi le segnalazioni sono state 88 e, con la garanzia
dell’anonimato, i medici colti in fallo hanno collaborato per chiarire
l’origine dei loro sbagli. Quasi tutti gli errori (81 su 88)
sono stati collegati alle condizioni di lavoro troppo stressanti. Specie
per i più giovani, gli orari dei turni sono massacranti («ho fatto 130 ore in
una settimana» ha lamentato uno degli intervistati). I senior,
d’altro canto, sono spesso obbligati a seguire molti casi contemporaneamente e
faticano per questo a concentrarsi sui singoli pazienti. L’assenza di una
supervisione, la delega di responsabilità o fraintendimenti nella comunicazione
fra gli stessi medici sono alla base di un’altra fetta di errori
(21 su 88). Circa un terzo degli intervistati, inoltre, ha ammesso di aver
sbagliato anche per ignoranza (soprattutto relativamente alle
dosi da prescrivere). Sulla scorta dei risultati ottenuti, Dean e il suo gruppo
suggeriscono di organizzare corsi specifici per i
giovani medici, prima che questi inizino a prescrivere farmaci.
E di promuovere un cambiamento culturale, che parta
dalla formazione universitaria, in cui si enfatizzi l’importanza di tutti gli
aspetti della prescrizione, atto che i medici ospedalieri sembrano
sottovalutare. Inoltre, una riorganizzazione generale del sistema sembra necessaria per
ridurre il carico di lavoro. Infine, «i medici dovrebbero migliorare la propria
consapevolezza e capire in quali circostanze la probabilità che commettano
errori aumenta per esempio quando stanno curando un
paziente che non è loro, o quando sono stanchi» suggerisce Dean. «Tutti gli
errori che abbiamo identificato avrebbero potuto
essere evitati mettendo in pratica misure semplici che potrebbero essere
adottate agevolmente e con costi contenuti». (di Margherita Fronte)
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