Il Tribunale di Milano condanna il Ministero per illegittimità dei ripetuti contratti

Risarcimento del danno (e scuse) per i docenti precari

Stigmatizzata  la discriminazione con i  docenti di ruolo, ora  il  decreto ingiuntivo

Gli avvocati Latino e Di Trani artefici di un processo che restituisce dignità ai prof

Attesa per l’udienza di domani. Si moltiplicano intanto le istanze per la stabilizzazione



 

Di Vincenzo Brancatisano



22 GIUGNO 2008 – In molti ora dovranno chiedere scusa ai precari della scuola. Anzi dovrebbero vergognarsi. Ora vediamo perché. Poi diremo chi dovrebbe farlo. Come abbiamo riferito nei giorni scorsi, il Tribunale di Milano, Sezione Lavoro, con una sentenza emessa dopo l’udienza del 22 maggio scorso, ha condannato il Ministero dell’Istruzione a risarcire i danni a una docente precaria, vittima della reiterazione di contratti a termine, ritenuta illegittima. “Illegittima – ci spiega in un’intervista l’avvocato Angelo Latino con studio a Milano e Monza e che con il collega Vincenzo Di Trani ha patrocinato per conto della Uil scuola di Milano il ricorso di un'iscritta – nella parte in cui discrimina il lavoro a tempo determinato da quello a tempo indeterminato”. E domani mattina alle 9 la storia si potrebbe ripetere perchè Latino e Di Trani saranno protagonisti di un’analoga udienza presso lo stesso giudice del lavoro. La discriminazione tra lavoratori precari e lavoratori stabili nella scuola pubblica, complice la contrattazione collettiva condotta e firmata dalle organizzazioni più rappresentative, è forse unica nel mondo sviluppato e probabilmente trova poche emulazioni nel mondo sottosviluppato, ha risvolti multicolori, incredibili e impensabili, dunque non solo di tipo economico, narrati con il rigore richiesto da una seria opera di ricerca, in alcune centinaia di pagine del libro “La scuola raccontata al sindacato. Lo sfruttamento del lavoro precario nella scuola pubblica italiana (titolo provvisorio, poi diventato "Una vita da supplente", ndr)”, di prossima pubblicazione. Discriminazione tanto più odiosa perché perpetrata alla luce del sole da uno Stato che nel contempo pretende di prevenire e condannare le differenze di trattamento quando provengono dal settore privato. La discriminazione stigmatizzata dalla sentenza di Milano si restringe al piano economico e cioè al mancato riconoscimento della carriera e al negato aumento stipendiale legato agli anni di anzianità, tanto che i docenti precari che vantano decenni di contratti annuali a termine continuano a ricevere lo stipendio di prima nomina, con grave danno economico tanto più odioso per la percezione di essere discriminati dai colleghi di ruolo che svolgono le medesime mansioni. “La successione dei contratti a termine è illegittima nella parte in cui non viene riconosciuta la stessa retribuzione per gli assunti in ruolo”. La fascia stipendiale va dunque “determinata con riferimento agli anni di servizio prestati con tutti i contratti a termine”. Ciò “anche ai fini della ricostruzione di carriera, una volta immessi in ruolo”. E ora che cosa succede? Ci spiega l’avvocato Latino che il provvedimento sarebbe immediatamente esecutivo, per cui la docente che ha vinto la causa potrebbe chiedere un decreto ingiuntivo per ottenere il nuovo inquadramento a partire dal primo giorno di scuola del prossimo anno scolastico e gli arretrati. Ma la strategia è invece quella di attendere e far arrivare il caso in Cassazione, e ottenere una pronuncia dal massimo organo di giurisprudenza, dopo la probabile impugnazione della sentenza da parte del ministero dell’Istruzione, per evitare di ottenere somme anche ingenti e poi doverle restituire prima del risarcimento definitivivo. Molti precari, però, stanno chiedendo la stabilizzazione del proprio rapporto, con iniziative giudiziarie basate, secondo Latino, su pochi elementi poiché non ci sono sentenze favorevoli e anche i provvedimenti della Corte di Giustizia delle Comunità Europee del 2006 vengono ritenuti non favorevoli. Prosegue Latino: “Mi sono detto: intanto vado a prendermi quello che la normativa mi consente di ottenere. Se lo Stato vuole che continui a lavorare a tempo determinato rinnovandomi il contratto non può non riconoscermi la nuova fascia di anzianità di servizio”. Altrimenti mi discrimina. Illecitamente. Lo dice la legge. Lo abbiamo ripetuto anche noi in molte assemblee sindacali in questi anni: i precari devono chiedere il risarcimento dei danni. Non per un senso temerario di giustizia, ma perché quelle stesse sentenze della Corte di Giustizia, appena citate, stabiliscono che è certo possibile ricorrere alla reiterazione dei contratti a termine, purchè nel Paese dove questo succede esista una normativa che preveda il risarcimento del danno qualora la reiterazione sia abusiva. Le norme ci sono, ovviamente – lo abbiamo ripetuto inutilmente per anni – Del resto l’Italia sarebbe stata altrimenti oggetto di una procedura di infrazione. Ma i sindacati finora – anche questo abbiamo denunciato per anni –  non lo hanno mai fatto sapere. Al contadino non far sapere quanto è buono il formaggio con le pere? Non diciamo questo, ma è pesante la responsabilità di organizzazioni che ora dovranno spiegare agli interessati che il diritto al risarcimento dei danni si prescrive dopo cinque anni: si ha presente a quanto potrebbe ammontare questa beffa?  Quindi bene hanno fatto coloro che hanno seguito il nostro consiglio di chiedere con raccomandata alle scuole il risarcimento, giusto per interrompere i termini di prescrizione, in attesa che qualche sindacato si decidesse di far causa. La Cisl nazionale, nello stigmatizzare, come riportiamo nel nostro libro, le iniziative giudiziarie volte a trasformare il contratto precario in contratto stabile alla luce delle sentenze europee, ha ricordato di recente come la legislazione italiana consenta la reiterazione dei contratti a termine nella scuola contestualmente al risarcimento del danno nel caso in cui quella reiterazione sia illegale. Dunque, delle due l’una: o la Cisl ritiene che sia lecita la reiterazione pluridecennale dei contratti a termine oppure, se l’ha considerata illegale, deve spiegare perché i precari non sono mai stati invitati a chiedere il risarcimento dei danni che oggi la Cisl ricorda come se fosse cosa nota a tutti. A che serve il sindacato? ci siamo chiesti (clicca qui) più volte. Ognuno si dia la risposta che vuole. Certo, se i sindacati avessero speso in questo senso la stessa energia spesa per difendere e contrastare (a seconda della posizione dell’iscritto) il doppio punteggio di montagna, i precari sarebbero almeno meglio pagati e a quel punto non esisterebbe più l’interesse dello Stato a tenerli precari. E veniamo alle scuse. Alla luce della sentenza di Milano, le cui motivazioni siamo in attesa di conoscere, devono chiedere scusa tutti coloro che hanno speso parole di biasimo per tanti lavoratori la cui colpa è quella di essere discriminati. Molti ricorderanno il documento dell’Adi (clicca qui), dove si parla addirittura di pericolo di mutazione antropologica. Abbiamo letto in quel documento che i precari “non hanno ideali”, che “non si spendono”, che la loro autonomia è un “kit di sopravvivenza”, che “hanno una scarsa opinione del proprio lavoro”, che “non riescono a percepire l'insegnamento in termini di fedeltà a dei principi e a dei valori”, che “sono portati ad autodifendersi, assumendo atteggiamenti utilitaristici che evitino che i costi del mestiere superino i benefici”. Poi abbiamo letto sui giornali le filippiche dei Panebianco, dei Polito, dei Giavazzi, dei Capezzone, di politici che scrivono zuccherose email ai precari proprio mentre votano leggi di segno opposto, di ministri. Mai che chiedano, costoro, il licenziamento in tronco di questi lavoratori inutili e fannulloni. No: a loro sta bene che mandino avanti la baracca visto che la maggior parte dei consigli di classe e delle commissioni degli esami di Stato è costituita in maggioranza da precari. Basta che non chiedano di essere stabilizzati e di non essere discriminati.

 

 

 

 



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