Ladri



 

Di Vincenzo Brancatisano

 

29 DICEMBRE 2006 - Inflazione al 2 per cento? Neppure l’Istat, cui dobbiamo questo dato, ci crede.  Ora si scopre che in cinque anni i prezzi si sono addirittura raddoppiati. Addirittura? E lo si “scopre” solo ora? Ci sono prodotti che hanno subito aumenti ben maggiori. Ma cosa fanno i sindacati per difendere lavoratori dipendenti e pensionati dalla rottura del patto sociale che dal 1993 costringe i lavoratori dipendenti ad accontentarsi di un aumento del reddito nominale da inflazione programmata pari al 2 per cento? Fanno da cassa di risonanza delle proteste? A guardare le piazze sembra che questi sindacati facciano piuttosto da cassa di contenimento. E quanto durerà ancora la pace sociale? Semplice: fino a quando dureranno i risparmi delle famiglie che in questi anni invece di protestare hanno dato fondo alle riserve e si sono pure indebitate per arrivare alla fine del mese, assopendosi al ritmo di centovetrine-postialsole-uominiedonne e altri narcotici sociali ben studiati. Quando il verduraio raddoppia il prezzo dei pomodori, o delle zucchine, o quando il pane schizza a 6 euro al chilo sappiate che la campana suona anche per voi anche se i pomodori non vi piacciono e neppure le zucchine o il pane. L’incremento generalizzato dei prezzi dei beni e dei servizi (inflazione) spinge le autorità monetarie ad aumentare i tassi di interesse allo scopo di frenare le spinte inflazionistiche. La Bce lo ha fatto sei volte in pochi mesi. L’aumento dei tassi attivi (attivi per le banche) farà sì che il denaro costi di più sia alle imprese (che così investiranno e assumeranno meno e magari licenzieranno), sia alle famiglie, che pagheranno molto di più il mutuo per la casa e i piccoli prestiti anche se non amano pomodori, zucchine e pane. Il corrispondente aumento dei tassi passivi (passivi per le banche) da un lato non farà certo arricchire le famiglie che hanno piccoli depositi in banca (la quale non alza mai i tassi se il cliente non glielo va a chiedere, tanto che ancora rasentano lo 0,2 per cento) ma determinerà pure un drammatico aumento dei rendimenti del già pauroso debito pubblico che è rappresentato dai titoli di Stato (come i Bot e altri titoli pubblici). Poiché non tutti i cittadini hanno i Bot, l’aumento dei rendimenti dei Bot, indotto dall’aumento dei tassi, indotto a sua volta dall’aumento dei prezzi, consentirà ai loro possessori di guadagnare di più a spese dello Stato. A rimetterci è chi non ha mai avuto i soldi per comprare i Bot ma che con le sue imposte è chiamato a finanziare l’incremento di guadagno ottenuto dai Bot-possessori: si perpetrerebbe un bell'esempio di redistribuzione della ricchezza alla rovescia se si scoprisse che il dipendente sta finanziando da decenni con le sue imposte, trattenute alla fonte dal suo datore di lavoro, gli interessi ottenuti da quest'ultimo grazie ai Bot che ha comprato strozzando lo Stato. Ed è singolare oltre che deprimente che a lamentarsi del debito pubblico (tre milioni di miliardi di lire) siano spesso i possessori di Bot, cioè i creditori dello Stato (spesso imprese piccole, grandi, e grandissime, che invece di fare ricerca hanno fatto finanza in questi anni) e non il popolo dei mille euro al mese. In ogni caso, si sappia che chi aumenta i prezzi in maniera ingiustificata nuoce a tutti. Anche a coloro che non comprano quei beni e che magari dovranno pagare decine di migliaia di euro in più per il mutuo a tasso variabile. E dunque è destituita di fondamento e pure pretestuosa l’argomentazione di quanti dicono: se non vuoi comprare, nessuno ti obbliga a farlo. 

 

 

Un mutuo agevolato per la casa?  Ci dispiace, siete precari

 

 

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