L’Iva ai tempi di Don Milani (e dei precari della scuola)





 

 

Di Vincenzo Brancatisano

 

26 SETTEMBRE 2011 – L’aumento dell’Iva dal venti al ventuno per cento, appena decretato dal governo e reso operativo da molti commercianti e catene di supermercati, è passato quasi sotto silenzio nonostante la gravità dell’operazione. Tra le tante possibilità a sua disposizione l’esecutivo ha deciso di optare per quella che incide sulle tasche dei più poveri. L’Iva colpisce indiscriminatamente i consumi e poiché il cento per cento dei redditi bassi è destinato ai consumi l’incidenza percentuale maggiore dell’imposta sul valore aggiunto coinvolgerà i redditi a più alta propensione marginale al consumo, cioè quelli nei quali la maggior quota viene dedicata ai consumi e la più piccola ai risparmi, quasi mai tassati. Tra essi i redditi dei lavoratori precari. Peraltro, solo l’illusione indotta dalle percentuali consente di non percepire l’entità reale del salasso. L’uno per cento rispetto al venti per cento equivale a un più cinque per cento e dunque l’aumento del carico fiscale per i consumatori è del cinque e non dell’uno per cento altrimenti sarebbe come illudersi che un ipotetico aumento dell’Iva dal quattro all’otto per cento sarebbe solo di quattro punti percentuali e non del cento per cento, cioè del doppio. Pertanto, se proprio dobbiamo prendere per buone le percentuali l’aumento del carico tributario è del cinquecento per cento superiore a quanto sembra. Ora che l’aumento dell’imposta sui poveri è entrato in vigore possiamo dire che ci avevamo visto giusto quando, nella redazione del libro “Una vita da supplente” avevamo deciso di dedicare alcune pagine a un passaggio illuminante e formidabile di Don Milani che spiagava ai suoi alunni di Barbiana come le imposte sui consumi siano state inventate dai ricchi per fare pagare più tributi ai poveri senza che questi ultimi se ne accorgano, mentre la parte risparmiata dei redditi alti viene a sua volta risparmiata dalle imposte patrimoniali mai introdotte.  

 

Tratto dal libro di Vincenzo Brancatisano, “Una vita da supplente” (Nuovi Mondi), pagg 262-264

 

Forse il prof guadagna troppo

E non parliamo di stipendi. “Quando il ministro Tullio De Mauro propugnò con forza un adeguamento degli stipendi a quelli europei, fu la Cgil di allora, e qualche influente esponente politico del centrosinistra, a opporvisi”. È quanto si legge nel libro Perché non sarò mai un insegnante di Gianfranco Giovannone: “I metalmeccanici non sarebbero d’accordo – si disse – e poi nel resto d’Europa si lavora di più”. La povertà crescente degli insegnanti italiani è progressivamente entrata nell’immaginario collettivo, da ultimo anche a seguito della recente interpretazione di Antonio Albanese nel ruolo del professore con la flebo al braccio. Per il comparto scuola la retribuzione media lorda nel 2006 è stata di 27.525 euro, nel 2007 di 26.532, nel 2008 di 28.235. Dai dati si evince che tra il 2006 e il 2007 la retribuzione ha subìto un calo del 3,6 per cento, mentre tra il 2006 e il 2008 c’è stato un aumento del 2,6 per cento. Stiamo parlando di redditi ad altissima propensione marginale al consumo, percepiti cioè da persone che non riescono a risparmiare, a mettere da parte dei soldi, a investire. Sono pertanto redditi colpiti al cento per cento dalle imposte sui consumi, come l’Iva e non solo.

«Per i precari, su un reddito medio mensile che scontando la disoccupazione estiva arriva a poco più di 1000 euro completamente destinati ai consumi, si pagano allo Stato quasi 200 euro mensili di Iva, che si aggiunge ad altre imposte indirette, altrettanto ingiuste poiché non sono progressive come invece le vorrebbe l’art. 53 della Costituzione e nemmeno proporzionali, ma addirittura surrettiziamente regressive. Più si è ricchi meno le imposte indirette incidono sulla ricchezza ed è significativo che le attuali forze di governo del centro-destra abbiano appena proposto di aumentare l’Iva e le imposte sui consumi e di abbassare la pressione fiscale diretta sui redditi, l’unica che riesce a discriminare le ricchezze in linea con la Costituzione. Non bisogna fare parti uguali tra diseguali altrimenti si confermano e si aggravano le diseguaglianze: così diceva Don Lorenzo Milani. Ma anche questa ovvietà apparirebbe oggi rivoluzionaria. Invece di promuovere con tutti i mezzi la discriminazione quantitativa dei redditi in modo che ciascuno paghi la giusta imposta dopo avere soddisfatto i propri bisogni essenziali, le leggi e i contratti collettivi promuovono la discriminazione incostituzionale dei redditi in modo che, a parità di qualità e di quantità di lavoro prestato, alcuni lavoratori guadagnino il doppio degli altri. E per blindare il contratto collettivo mettendolo al riparo da eventuali denunce al giudice del lavoro, Stato e sindacati scrivono e sottoscrivono nella libera contrattazione collettiva che – come si è già visto – in nessun caso il contratto a tempo determinato può trasformarsi in contratto a tempo indeterminato, fatte salve le timide neoformulazioni. Salvo poi inondare le redazioni dei quotidiani di comunicati stampa con i quali i sindacati ricordano al cronista che si stanno battendo per sanare la piaga del precariato.

Ma gli insegnanti ricordano Don Milani? “Povero,” scriveva, “è chi consuma tutte le sue entrate. Ricco chi ne consuma solo una parte. In Italia, per un caso inspiegabile, i consumi sono tassati fino all’ultima lira. Le entrate solo per burla. Mi hanno raccontato che i trattati di scienza delle finanze chiamano questo sistema ‘indolore’. Indolore vuol dire che i ricchi riescono a far pagare le tasse soltanto ai poveri senza che se ne avvedano. All’università certe cose si dicono. C’è solo signorini. Invece nelle scuole inferiori è proibito parlarne. Non sta bene far politica a scuola. Il padrone non vuole”. Più di quarant’anni dopo la pubblicazione di Lettera a una professoressa non solo si continua a non insegnare queste cose agli studenti ma vi è il serio pericolo che neppure gli adulti, molti dei quali lasciano l’intero reddito nell’ipermercato più vicino, ne abbiano la percezione. Ora che il nostro ministro ha tagliato le cattedre di diritto ed economia politica e che, come abbiamo visto, ha affidato l’insegnamento della Costituzione a chi non l’ha studiata (tanto l’importante è lavorare come dicono i sindacati che hanno lasciato passare questa bella novità), i nostri studenti rischiano di perdere una preziosa occasione per capire come sia stata disegnata la giustizia fiscale nella nostra Costituzione. Così un giorno, di fronte alla proposta di ridurre a una sola aliquota il sistema delle imposte dirette e di aumentare l’imposta sui consumi, il popolo ringrazierà per la semplificazione. […]»

Tratto dal libro di Vincenzo Brancatisano, “Una vita da supplente” (Nuovi Mondi), pagg 262-264


(Seguici su Facebook)


Condividi

 

 

 

 

 

 

 

 

 



Fa' leggere questa pagina a un tuo amico

 

Google

TORNA SU

 

Altre notizie

Old news

Scrivi al sito

 

Su www.vincenzobrancatisano.it