L’Istat si accorge che i prezzi hanno colpito duro

Inflazione al 2 per cento, anzi no



 

 

Di Vincenzo Brancatisano

 

20 FEBBRAIO 2007 – I prezzi crescono, ma secondo l’Istat l’inflazione (cioè la crescita dei prezzi) è quasi ferma, attestandosi, sempre secondo l’Istat, attorno al risibile 2 per cento annuo. Sono anni che ci si rappresenta un’inflazione bassissima che fa a pugni con la realtà quotidiana. Fosse vero che l’inflazione è del 2 per cento, in 5 anni i prezzi avrebbero dovuto aumentare del 10 per cento: una pizza da 4 euro oggi costerebbe 4 euro e 4 centesimi. Che non sia così lo sanno tutti. Di fronte a un’inflazione così bassa perché mai la Bce avrebbe deciso di aumentare i tassi d’interesse (misura antinflazionistica) per ben 6 volte nel 2006? Il Codacons denuncia che invece i prezzi sono raddoppiati. Che neppure l’Istat fosse poi tanto convinto dei propri dati lo avevamo  messo in evidenza esattamente un anno fa (clicca). Ora l’Istat fa marcia indietro e corregge il tiro. Una correzione di tiro che meriterebbe ampia diffusione sui mass media. Dopo aver premesso che “gli indici dei prezzi al consumo che vengono utilizzati come misura dell'inflazione considerano l'intera popolazione italiana come se fosse una grande famiglia di oltre 58 milioni di persone”, l’Istat precisa oggi: “E' evidente che ognuna delle oltre 23 milioni di famiglie possono non riconoscersi nelle variazioni medie dei prezzi al consumo relativi all'intera collettività, poiché ciascuna di loro ha un differente comportamento di consumo acquistando, in relazione al proprio reddito disponibile, differenti quantità e tipologie di beni e servizi, in punti di vendita differenti, e ciò in relazione anche al ciclo di vita degli individui (delle famiglie), alla condizione professionale dei componenti, alla loro scala delle preferenze e cosi via…”.  Fuori dalle righe della diplomazia, il comunicato dell’Istat (clicca) ammette oggi che milioni di famiglie italiane nel 2006 sono state colpite in maniera pesante dall’aumento dei prezzi mentre (aggiungiamo noi) i propri stipendi sono in ostaggio dei contratti collettivi di lavoro. Questi ultimi dovrebbero tutelare i lavoratori e pure lo fanno per molti versi, ma sul piano della difesa del valore reale (da “res”, cose da comprare, potere d’acquisto) dei redditi, i contratti sono una palla al piede: non è che uno si possa cambiare a piacimento la busta paga come fanno i commercianti quando si chiudono di notte in negozio per ritoccare i prezzi infischiandosene della pace sociale firmata con gli accordi successivi all’abolizione della scala mobile.   Leggi il testo integrale dell’Istat.

 

 

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