Grazie a una trattenuta obbligatoria si vedono sottrarre soldi di cui non possono usufruire   

I precari finanziano il credito agevolato ai lavoratori di ruolo

Comprano la prima e la seconda casa con l’Inpdap. Che ai precari nega pure piccoli prestiti



 

Di Vincenzo Brancatisano

 

4 ottobre 2012 - Lo sapete che i lavoratori precari della pubblica amministrazione, come gli insegnanti, finanziano l’acquisto agevolato della casa e pure prestiti personali a tasso contenuto, soggiorni climatici e altre provvidenze che però sono negati ai precari medesimi ai quali tuttavia l’ente previdenziale preleva in busta paga i soldi che servono per finanziare il tutto attraverso una trattenuta obbligatoria? Nei giorni scorsi il Corriere della sera ha pubblicato un servizio secondo il quale la Cassa degli statali manda in rosso l’Inps. Il servizio alludeva ai problemi indotti dalla fusione dell’Inpdap, l’ente previdenziale dei lavoratori pubblici, con l’Inps e sottolineava le “molte provvidenze che l'Inpdap ha finora assicurato ai lavoratori e ai pensionati pubblici: in tutto 5 milioni e mezzo di cittadini con le loro famiglie”. Ogni anno l'istituto, prosegue l’articolo “concede prestiti e mutui agevolati (nel 2011, 100 mila prestazioni) e indice bandi per: «Case albergo», «Soggiorni senior», borse di studio, ospitalità nei suoi convitti per studenti e residenze per anziani, vacanze in Italia e all'estero per lo studio delle lingue, soggiorni termali, contributi sulle spese sanitarie”. Prestazioni finanziate da un contributo obbligatorio a carico dei dipendenti pubblici e dei pensionati. Il problema è che il sistema è finanziato anche da milioni di ignari lavoratori obbligati a pagare l’obolo e che tuttavia non avranno mai nulla in cambio.

I precari pubblici forse non lo sanno, ma finanziano obbligatoriamente l’acquisto agevolato della casa (e non solo della prima!) dei loro colleghi di ruolo. Si sente spesso dire che i precari non riescono ad accedere ai mutui e ai prestiti personali e che i direttori delle banche non li prendono neppure in considerazione. Così loro e le loro famiglie finiscono spesso per firmare contratti con società finanziarie prive di scrupoli e si ritrovano a dover far fronte a rate e tassi sproporzionati. Questo capita a giugno di ogni anno ai docenti lasciati senza stipendio estivo, come si fa con i cani abbandonati prima di andare al mare. Il problema dei tassi non interessa invece i lavoratori del pubblico impiego iscritti all’Inpdap. Questi ultimi infatti usufruiscono di tassi agevolati. Se intendono comprare casa, l’ente ha previsto per loro un mutuo che finanzia l’intera somma necessaria (fino a 300.000 euro) per l’acquisto dell’immobile a un tasso appetibile. Ma questo vale solo se il richiedente iscritto all’Inpdap – come recita il relativo regolamento – è un lavoratore “a tempo indeterminato, con un’anzianità effettiva globale, computando anche i periodi di servizio a tempo determinato per i quali sia stato versato il contributo credito, di almeno 3 anni”. Dunque, il periodo di precariato varrà solo se e in quanto si sarà diventati lavoratori con posto fisso. Altrimenti si perdono i soldi versati. La disparità è resa necessaria dall’esigenza di evitare sofferenze al sistema per carenza di garanzie. Ma è proprio questo il punto. Migliaia di precari sono vittime di contratti a termine e non hanno un contratto a tempo indeterminato non sempre perché non ci sono stati e non ci siano posti di lavoro scoperti. Essi non sono stati e non sono ancora lavoratori a tempo indeterminato solo perché il datore di lavoro ha preferito usare a sproposito la contrattazione a termine. Chi scrive ha all’attivo due concorsi pubblici superati, ha appena firmato il suo 24mo (ventiquattresimo!) contratto annuale come insegnante della scuola pubblica (una situazione comune a centinaia di migliaia tra docenti e non docenti vittime dell’abuso di contratti a termine) nonostante abbia appena ottenuto in Tribunale una sentenza di condanna dello Stato a un pesante risarcimento per abuso pluridecennale di contratti a termine per avere svolto mansioni uguali a quelle dei colleghi a tempo indeterminato in violazione di norme nazionali e comunitarie. Eppure ai precari della scuola pubblica è richiesto in maniera coercitiva di versare una quota mensile che nel cedolino dello stipendio viene indicata con la voce “Fondo credito”. In sostanza i precari finanziano, con la forza, l’accesso al credito in favore del personale di ruolo, senza potervi accedere essi stessi, che si vedranno  rifiutare il finanziamento per la prima casa anche dalla propria banca, per mancanza di garanzie. Una nota dell’Inpdap sull’accesso al credito con cessione del quinto dello stipendio spiega infatti che i prestiti pluriennali vengono concessi dall’Istituto “solo in presenza di requisiti predefiniti e certificati”, quali: “stabilità nel rapporto di impiego, retribuzione avente carattere fisso e continuativo”. Quanto ai piccoli prestiti, la musica non cambia. I piccoli prestiti non concessi ai precari che lavorano vengono invece concessi anche agli ex-lavoratori stabili andati in pensione, che peraltro a differenza dei lavoratori possono scegliere se aderire o meno alla trattenuta dallo stipendio. Qualcuno invece sostiene che l’Inpdap eroga prestiti anche ai precari. Si legge infatti nella normativa in questione che “tra gli aventi diritto rientrano anche i dipendenti con contratto di lavoro a tempo determinato non inferiore ai tre anni…”. Ma, dal momento che non esistono per gli insegnanti incarichi a tempo determinato che siano superiori a un anno, la norma equivale, per loro, a una beffa.  Ci si attenderebbe un’energica reazione da parte non tanto degli interessati, che perlopiù ignorano quanto stiamo scrivendo, ma almeno da parte dei sindacati.  Ho  cercato di individuare l’esistenza di qualche energica reazione sindacale ma ho trovato solo una sommessa considerazione della Cgil, intervenuta a seguito di una modifica del regolamento con cui l’Inpdap ha riconosciuto l’accesso al credi to a tutti coloro che subiscono la trattenuta citata. “Nel caso della scuola”, è la conferma della Cgil, contenuta in un documento“tale trattenuta viene versata indistintamente dai dipendenti a tempo indeterminato e da quelli a tempo determinato”. Bella scoperta. Tuttavia, prosegue il sindacato, “le prestazioni Inpdap sono in realtà erogate solo a coloro che hanno un rapporto di lavoro a tempo indeterminato. Una differenza che secondo noi non ha più ragione di esistere, dal momento che i supplenti già da tempo, precisamente dal gennaio 2003, sono stati assoggettati alle stesse trattenute previdenziali ed assistenziali dei loro colleghi a tempo indeterminato”. Va bene, ma questa dichiarazione è del 2005: sono riusciti intanto i sindacati a rimuovere la discriminazione? L’Inpdap, spiegava il sindacato, “giustifica tale differenza sostenendo che nel caso dei supplenti, vista la durata dei contratti, non ci sarebbero sufficienti garanzie per il recupero dei prestiti erogati che prevedono un minimo di 12 rate”. Non è chiaro se a questa remissiva considerazione abbia fatto seguito qualche segno di più marcata indignazione. Di certo, se c’è stata, non è servita a niente, visto che a tutt’oggi i precari non possono accedere a mutui e piccoli prestiti, mentre, con i soldi dei precari, trattenuti nel cedolino dello stipendio alla voce Fondo credito, vengono finanziati i colleghi già protetti. Lo ricorda la stessa Cgil quando, nello stesso documento citato, elenca “le condizioni di miglior favore” e le novità introdotte da una delle tante versioni del Regolamento a beneficio del personale stabile, visto che “d’ora in poi,” conclude la Camera del Lavoro, “si potrà ottenere il prestito per l’acquisto ristrutturazione della prima casa anche quando si è già proprietari di un’altra abitazione sul territorio nazionale, a condizione che quest’ultima sia distante dalla residenza del dipendente almeno 50 km”. Finora invece, precisa il sindacato, “il prestito veniva concesso solo se l’acquisto-ristrutturazione riguardava l’unica casa di proprietà su tutto il territorio nazionale”. Insomma, chi tanto e chi niente. E chi non becca niente deve per forza pagare il conto degli altri. Di fronte a tanto grande evoluzione dei diritti di parte dei lavoratori, sostenuta dagli oboli di altri lavoratori esclusi dal banchetto, un comunicato sindacale di cordoglio ai precari forse ci stava. (Liberamente tratto dal mio libro "Una vita da supplente")




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Vincenzo Brancatisano

Insegnante e giornalista, autore del libro Una vita da supplente. Lo sfuttamento del lavoro precario nella scuola pubblica italiana” (Ed. Nuovi Mondi)

(Dicono del libro…)

 

 

 

 



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