Ma per la Direzione del Miur alle spese per gli edifici pensano le varie amministrazioni locali  

Ministro Gelmini contraddetta dal suo Ministero?

«Quasi tutti i soldi in stipendi, resta poco per edilizia scolastica», dice ancora in un’intervista



Fonte: Ragioneria dello Stato

Di Vincenzo Brancatisano

 

16 FEBBRAIO 2010 – «Più del 97 per cento del bilancio dell’Istruzione viene assorbito dagli stipendi e poco resta per le spese più urgenti così come per l’edilizia scolastica e la formazione». Lo ha affermato ieri e per l’ennesima volta il ministro dell’Istruzione Maria Stella Gelmini, nel corso di un’intervista. Il libro di Vincenzo Brancatisano “Una vita da supplente”, in uscita a marzo 2010, smonta, a una a una, le uscite della Gelmini, con dati alla mano e peraltro provenienti dallo stesso Ministero da lei presieduto. Come quella dei bidelli, che sarebbero più dei Carabinieri, il refrain della Gelmini sugli stipendi dei docenti che non consentirebbero di intervenire sull’edilizia scolastica, si scontra con l’evidenza di studi recentissimi svolti dal Ministero dell’Istruzione secondo il quale i 42 mila punti di erogazione del Servizio scolastico (scuole, plessi, istituti, sedi e sezioni associate) «sono ospitati – spiega il Ministero – in edifici scolastici generalmente di proprietà e/o in gestione degli Enti Locali».

E se essi sono di proprietà degli enti locali a chi mai spetterà l’onere della ristrutturazione edilizia degli edifici? Spetterà forse ai suddetti enti locali, e cioè a Comuni e Province, a seconda dell’ordine di scuola?

E il riscaldamento?

Le mense?

E tutto il resto: a chi mai spetta il relativo onere finanziario?

Vediamo cosa risponde il Ministero presieduto dalla Gelmini. «Per consentire il quotidiano funzionamento di quelle migliaia di punti di erogazione del servizio – spiega la Direzione Generale per gli Studi, la Statistica e i Sistemi Informativi del Ministero presieduto dalla Gelmini – vengono impegnate, oltre agli insegnanti e all’altro personale statale, le Amministrazioni comunali e provinciali che sostengono e integrano il servizio scolastico con ogni misura di accompagnamento ritenuta necessaria per assicurare le condizioni di funzionalità logistica e di fruizione del diritto allo studio della popolazione scolastica: manutenzione e messa in sicurezza degli edifici, riscaldamento, illuminazione, trasporti, mense e provvidenze diverse».

Gli enti locali locali accanto a questo tradizionale ruolo di servizio e supporto all’attività scolastica, prosegue l’amministrazione capitanata da Maria Stella Gelmini, «svolgono da alcuni anni, per effetto del rafforzamento delle autonomie territoriali e del trasferimento di competenze e decentramento di funzioni dello Stato centrale (legge 59/1997 e decreto legislativo 112/1998) e per effetto del nuovo Titolo V della Costituzione, un ruolo primario anche nel campo dell’istruzione nella definizione della rete delle istituzioni scolastiche sul territorio. Nel corso di questo anno scolastico sono state definite norme legislative e regolamenti che dal prossimo anno determineranno modifiche significative alla rete di scuole, al dimensionamento delle istituzioni scolastiche e al funzionamento di particolari servizi sul territorio. In sede di determinazione dei regolamenti, ma ancor più in sede di attuazione della nuova rete scolastica, la funzione e la responsabilità degli Enti territoriali verranno particolarmente impegnate per sostenere l’attività di razionalizzazione del sistema per conseguire obiettivi di efficacia formativa mediante efficienza organizzativa».

Ma… allora? Se tutto quello che serve, tranne gli stipendi, viene pagato dagli enti locali, che c’azzecca l’affermazione della Gelmini in merito alla circostanza che il 97 per cento del bilancio viene speso in stipendi? Non è che per caso anche il rimanente 3 per cento dovrebbe andare in stipendi? Per altri versi, e come al solito, le percentuali ingannano, come pure il libro “Una vita da supplente” mette in luce su vari fronti, non ultimo quello dell’incidenza reale del precariato sulle singole classi (come mai il 13 per cento di precari sul totale dei docenti italiani diventa 60-90 per cento di precari in classe, che è poi il dato che conta davvero?). Tornando ai numeri e alle percentuali, il residuo 3 per cento del bilancio dello Stato che rimarrebbe secondo la Gelmini alla scuola dopo che la scuola ha purtroppo pagato gli stipendi, e considerando che a fronte dell’illusoria magrezza della percentuale trattasi invece di una cifra con molti zeri (cui si aggiungono i contributi volontari camuffati da tasse scolastiche nei bollettini), a che cosa serve questa cifra con molti zeri, visto che a quasi tutto hanno già provveduto gli enti locali? Una volta messa in piedi una sede scolastica, una volta riscaldata la medesima, una volta che sono stati acquistati le attrezzature e i laboratori, non rimane che l’attività didattica dei docenti, quella cosa che bambini, ragazzi e famiglie si attendono dalla scuola ogni giorno. Li vogliamo pagare questi insegnanti? E magari con quel 3 per cento che rimane, vogliamo aumentar loro lo stipendio e pagare gli scatti di anzianità ai precari dello Stato vittime di abuso di contratti a termine (ma protagonisti di future e clamorose vittorie giudiziarie come il libro rivelerà) invece di dare soldi alle scuole private con rette da 7.000 euro al mese nonché aumenti e scatti di anzianità ai (soli) docenti precari di Religione Cattolica?

 

  

 



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