La recensione
“Mi
riconobbe per ben due volte”
Storia dello
stupro
Un libro
scioccante, un capitolo imbarazzante della storia italiana, una storia di lunga
durata basata su fonti inedite e su testimonianze d’eccezione. “Mi
riconobbe per ben due volte – Storia dello stupro e di donne ribelli in
Calabria (1814-1975)”, edizioni dell’Orso, è il titolo dell’ultima fatica di Enzo Ciconte.
Ciconte, scrittore calabrese e
consulente della Commissione parlamentare antimafia, è un grande investigatore
della criminalità organizzata non solo nel meridione ma anche al nord e in
particolar modo in Emilia Romagna e Modena e in questa veste ha redatto nel
1997 un dossier per il Progetto Città Sicure, svelando con dovizia di
particolari i nomi e i canali che legano un numero crescente di comuni modenesi
alla ‘ndrangheta, alla mafia e alla camorra.
Da buon investigatore, Ciconte
si è cimentato con la storia dello stupro “dall’inizio dell’ottocento al
crepuscolo del novecento”, analizzando duemila sentenze. Una
storia che vede protagoniste le donne violentate, gli uomini che hanno usato
loro violenza, i magistrati che li hanno giudicati e che nel redigere le
sentenze hanno scritto pagine che rappresentano lo specchio dei tempi in cui i
fatti via via si compiono con una ferocia inaudita che lascia attoniti.
Sono pagine che ci restituiscono una foto mossa della reazione della donna
(spesso adolescente e talvolta in tenera età) dopo lo stupro subìto. Un
atteggiamento femminile diffuso è la richiesta di matrimonio (“aut nubat aut
dotet”) in cambio del ritiro della querela o di risarcimento di quello che viene descritto il “naufragio della verginità”, il dono più
prezioso per ragazze che senza l’“onore” rappresentato dall’integrità
dell’imene si potevano considerare una nullità sociale. Da
qui il lavoro certosino dei giudici che cercano di verificare se dietro la
denuncia non si nascondano motivi economici. Ma
sono tantissime le donne che, sia pure in miseria, si ribellano all’uomo che le
ha violentate e che, rifiutando compensi o matrimoni riparatori, spediscono in
galera i propri carnefici. È una storia che vede protagonista la donna, che in
ogni caso, anche quando è costretta a soccombere al destino di convivere con
l’uomo che l’ha stuprata e umiliata – e che spesso l’ha stuprata per poterla
ottenere in matrimonio speculando sull’inappetibilità sociale di lei causata
dalla perdita dell’onore –
esce vincente dal libro. Vince perché – nella “partita truccata
tra i due sessi” – perde
il maschio. E’ un maschio debole, pusillanime, che smentisce il mito dello
“stupratore come come eroe violento che, sprezzante
delle regole, pretende e prende quello che vuole”. Il libro di Ciconte ci
restituisce invece la figura di maschi vigliacchi, mediocri, che aggrediscono,
spesso in gruppo, nelle condizioni più favorevoli e meno rischiose, e poi
“propalano la notizia in paese” aggiungendo disonore all’umiliazione perpretrata.
E’ un maschio debole che pretende di diventare forte trasferendo la propria
onorabilità su ogni femmina che il destino gli ha messo vicino: moglie, figlia,
madre, sorella, cugina. E poiché essa è debole, tocca a lui
tutelarla anche col sangue. E’ così che uomini ignoranti e mediocri
diventano, nella storia, uomini d’onore, uomini mafiosi che – per dirla con
Gian Carlo Caselli – “se anche non hanno un grande
cervello hanno tanti soldi da trovarne tanti e di buoni sul mercato”. Ma dal libro di Ciconte non escono vincenti neppure i
magistrati (“sono sempre uomini”) che – fatte salve preziose eccezioni – hanno
sovente fornito un alibi sociale alla violenza carnale trasformandola spesso in
“vis grata puellae”, la forza che piace alle donne di cui parlava Ovidio. Ed
ecco l’universalità del libro, fornita da uno dei casi descritti dall’autore:
il tribunale di Bolzano, chiamato nel 1992 a giudicare due giovani che avevano
violentato una ragazza, pur riconoscendo come veri i fatti da lei denunciati,
assolse i due con la motivazione che “è tuttora convinzione assai diffusa,
soprattutto tra la popolazione di bassa estrazione sociale e di scarso ilivello
culturale, che la donna vuole essere conquistata al limite anche con maniere
rudi e che lei stessa, per crearsi una sorta di alibi
che possa giustificare il suo cedimento ai desideri dell’uomo, non disdegna
qualche iniziale atto di violenza da parte
del corteggiatore”. Scrive Ciconte: “Almeno i giudici calabresi erano
più schietti, non imputavano ad altri le loro idee, se ne assumevano
in pieno e in prima persona le responsabilità”.
Enzo
Ciconte
“Mi riconobbe per ben due volte”
Storia
dello stupro e di donne ribelli in Calabria (1814-1975)”
344
pagine
Euro
19,7
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