Per combattere l’artrosi una nuova tecnica già utilizzata negli
ospedali
Il
trapianto di cartilagine ora è realtà
L’impianto di condrociti autologhi sta dando ottimi risultati sui pazienti
Di Vincenzo Brancatisano
(*)
Ha riportato in
campo in pochi mesi allenatori della nazionale di sci e di pallavolo della
massima serie, campioni di snow board e atleti sottoposti a forti
sollecitazioni fisiche. Nei prossimi giorni opererà un campione di calcio di
serie A, che gioca in una squadra già campione d’Italia. Inoltre, sono
centinaia i pazienti affetti da gravi lesioni alla cartilagine articolare che
attendono di essere operati dall’ortopedico modenese Stefano Zanasi, tra i
pionieri in Italia nella tecnica di “impianto di condrociti autologhi”, una
sorta di autotrapianto di tessuto prima prelevato sul paziente, poi sottoposto
a coltura e poi reimpiantato là dove s’era creata la lesione con conseguente
artrosi, dolorosa e spesso inabilitante. E sono tanti i pazienti per i quali si
può parlare al passato, visto che da anni godono dei benefici (completa
guarigione e ritorno alle attività sportive o a quelle quotidiane) ottenuti con
la nuova tecnica chirurgica, che ha consentito loro di evitare interventi di
protesi. Il caso di una paziente modenese sarà pubblicato a breve sulla
prestigiosa rivista “Nature”. E tutti si chiedono: perché questa tecnica non
viene fatta conoscere ai pazienti, spesso indirizzati alla protesi anche in età
giovanile? Avremmo voluto aggiungere che il dottor Stefano Zanasi opera ancora
presso l’ospedale di Vignola, dove ha lavorato con successo per anni. E invece
siamo qui a registrare l’ennesimo caso di cervelli costretti ad andare via, di
ricerca non agevolata, di un’ulteriore occasione perduta per la sanità
modenese. Dal 1 febbraio di quest’anno, Stefano Zanasi, 41 anni, sposato con
due figli, docente all’Università di Milano, enfant prodige dell’ortopedia
nazionale, cresciuto con importanti cattedratici e affinatosi nella pratica con
il primario Francesco Munari e amato dal luminare austriaco Reiner Kotza (già
presidente della Società internazionale di chirurgia ortopedica traumatologica)
che ha appoggiato ufficialmente il suo progetto, ha abbandonato le corsie
dell’ospedale vignolese e si è trasferito al Policlinico di Monza. Qui ora
arrivano da tutta Italia i pazienti che si sottopongono, a spese del servizio
sanitario nazionale (basta la prescrizione del medico di famiglia), a una
tecnica oramai collaudata e acquisita alla letteratura internazionale, capace
di garantire altissime percentuali di guarigione e di ritorno del malato alla
“normale attività funzionale”. Tra questi pazienti, sono centinaia quelli
modenesi che lo hanno seguito a Monza, per i problemi ortopedici, e che si
trovano in una lista d’attesa che, comunque, non supera i 40-50 giorni.
Tuttavia, se provate a parlare con lui di ostruzionismo subìto (non si contano
i medici costretti a fare le valigie a causa di invidie di colleghi più vecchi
e di stupidità di chi sarebbe pagato dalla collettività per farli rimanere)
Zanasi s’inalbera. “Non è così”, corregge. E precisa: “Sono andato via perché a
Monza mi hanno offerto di fare quello che mi piace. Cioè posso seguire un trend
senza evidenti limiti di spesa e con tutte le potenzialità che mi mettevano a
disposizione e perseguendo quel tipo di attività superspecialistica cui ero
affezionato e su cui volevo applicarmi per un continuo aggiornamento con le
tecniche attuali e future”. Che sia o meno una risposta diplomatica, che noi
rispettiamo, rimane un dato su tutti: dal maggio 1999 al settembre 2001 il
medico è riuscito a eseguire a Vignola 42 impianti di Hyalograft-C (innesto di
cartilagine autologa). Da quando è a Monza ne ha eseguiti 27 in poco più di un
mese, e con una lunga lista di attesa. Zanasi, che tutte le settimane torna
nella sua Castelvetro dove ha lasciato metà famiglia, è conosciuto in tutta
Italia, poiché ha aperto ambulatori in Puglia, Calabria, Sicilia, Lazio, in
Lombardia, in Emilia.
Zanasi:
“I risultati sono incoraggianti”
Il dottor Stefano Zanasi ha presentato l’altra sera i risultati straordinari
dei suoi interventi sulla cartilagine articolare in un seminario organizzato
dal Centro di medicina riabilitativa Bios di Formigine, e rivolto ai medici di
famiglia, cui abbiamo partecipato. La cartilagine articolare è uno dei tessuti
con la più scarsa capacità rigenerativa, sicchè qualunque lesione della stessa
conduce alla progressiva perdita della funzione articolare e ai dolori
indicibili dovuti alla conseguente artrosi. La lesione può essere di tipo
traumatico e, specie nei giovani, potrebbe comportare lo stop prolungato o
addirittura la complerta dismissione della pratica sportiva e una faticosa
ripresa. Per capire la dimensione del problema si pensi che, secondo la letteratura,
su 31.516 artroscopie, il 41 per cento presentava una lesione avanzata. Su
questo campione, dunque, la lesione della cartilagine rappresenta una lesione
molto frequente, che interessa sia il giovane sportivo sia il paziente di 45-55
anni che non fa sport e che per problemi genetici o metabolici va incontro a un
processo degenerativo della cartilagine (artrosi) che può sfociare, in una
quota significativa, nell’atto chirurgico di tipo sostitutivo (protesi). In
tutta Italia la lesione di cartilagine viene trattata soprattutto con la
terapia tradizionale, in artroscopia. Si perfora l’osso per farlo sanguinare,
il coagaulo si trasforma prima in fibrina poi in fibrosi, infine in cicatrice.
Tuttavia il tessuto cicatriziale è molto più fragile e meno elastico della
cartilagine, capace invece di sopportare sforzi spaventosi, per cui è facile
che si strappi mettendo a nudo l’osso e creando uno stato d’artrosi che può
essere a questo punto trattato, se la lesione è ampia, con la protesi. Le
tecniche tradizionali, spiega Zanasi, si possono realizzare in pazienti che
abbiano un’aspettativa di basso livello funzionale e con normali attività di
vita quotidiana, se la lesione è minore di due centimetri quadrati. Se la
lesione è di quelle stesse piccole dimensioni ma le aspettative del paziente
sono alte (si pensi a un campione sportivo che deve tornare in campo) si va
incontro a un ampliamento delle lesioni a causa delle sollecitazioni fisiche.
Per evitare che col tempo si arrivi allo stop dell’attività sportiva e, quindi,
all’eventuale sostituzione protesica, “è necessario eseguire la ricostruzione
con l’innesto della cartilagine autologa da coltura”. Quest’ultima, infine,
dovrebbe essere eseguita in ogni caso, spiega il medico, “se la lesione è
superiore ai due centimetri quadrati. In alternativa, gli interventi palliativi
non danno garanzie di risultato duraturo e invariabilmente dopo un certo
periodo una quota significativa deve ricorrere al trattamento chirurgico
sostitutivo”. Possibilità e tempi di guarigione. Secondo i dati esposti si va
dai 2 mesi e mezzo ai 8 mesi, comprensivi di riabilitazione. Per uno sportivo
il tempo è più breve. “Per guarigione” precisa Zanasi “si intende assenza di
sintomatologia alcuna e completa ripresa funzionale. Nelle persone giovani,
nelle lesioni semplici, cosiddette a forma di moneta, si arriva a percentuali
tra l’80 e il 92 per cento dei casi. Nei pazienti con problemi degenerativi,
per dilazionare l’intervento di protesi, i risultati sono fortemente
incoraggianti”. (vincenzo brancatisano)
Ecco
come funziona il nuovo metodo
La prima ricostruzione di cartilagine autologa fu eseguita nel 1994 in Svezia
dal professor Brittberg. Nel 1999 il medico modenese ha sviluppato “una nuova
tecnica, la Hyalograft, che rispetto alla precedente consente di dimezzare i
costi, di eseguire un gesto chiururgico più facile, tanto che si può fare in
artroscopia, e presenta vantaggi dal punto di vista della biologia della
cartilagine”. Vengono prelevati 200 milligrammi di cartilagine sana in una zona
non di carico del femore durante l’intervento artroscopico e vengono inviati
entro 48 ore ad Abano Terme, al centro specializzato per la coltura e la
riproduzione di queste cellule (condrociti), che vengono espanse su dischi di
plastica per 3 settimane e quindi insemenzate. L’impianto viene eseguito circa
quattro settimane dopo il prelievo dei condrociti. Il paziente inizia la
mobilizzazione passiva 24 ore dopo l’intervento, deambulando con due bastoni
per non concedere il carico, per 4-6 settimane. Un protocollo di riabilitazione
completa il trattamento. Viene effettuato un controllo con risonanza magnetica
a 4 e 8 mesi: l’artroscopia di controllo con prelievo bioptico per l’analisi
istochimica ed immunoistochimica del tessuto ricostruito viene eseguito a 12 e,
quando possibile, a 24 mesi dall’impianto. Dal maggio 1999 al settembre 2001
sono stati effettuati 42 impianti di Hyalograft-C (innesto di cartilagine
autologa) per lesione osteocondrali di grado III/IV interessante il ginocchio.
I pazienti lamentavano lesioni sintomatiche conseguenti a trauma acuto o
ripetitivo, localizzato al condilo femorale mediale, laterale, rotula,
emipiatto tibiale mediale e/o laterale. Tutti i pazienti hanno presentato un
normale periodo postoperatorio senza alcun effetto avverso serio correlato
all’impianto: alcuni casi di complicanze “minori” (lieve aumento della
temperatura) si sono risolte entro la decima giornata postoperatoria. La
sintomatologia clinica (dolore, tumefazione, rigidità) è diminuita
significativamente entro il terzo mese postoperatorio, regredendo pressocchè
totalmente entro il sesto mese. Analogamente è migliorata costantemente la
funzionalità articolare. I risultati indicano che entro 12 mesi gli innesti di
cartilagine autologa impiantati riproducono completamente il tessuto
cartilagineo normale, “la maggior parte del quale possiede le tipiche
caratteristiche della matrice extracellulare della cartilagine normale”.
(vincenzo brancatisano)
La prima
paziente
Quello della signora Emilia Severi di Modena è il primo caso al mondo di
applicazione della tecnica Hyalograft-C del dottor Zanasi e per questo sarà
pubblicato, annuncia Zanasi, sulla prestigiosa rivista Nature. La paziente ha
55 anni e s’era fatta male sciando 35 anni or sono. “Sembrava che avessi dei
chiodi addosso – racconta – prendevo farmaci per il dolore e cercavo di
cammminare il meno possibile. All’epoca fui operata male. Sette anni fa mi
praticarono l’osteoctomia tagliando tibia e perone però avevo ormai consumato
la cartilagine e mi proposero la protesi”. Si rifiutò e avendo saputo della
tecnica del dottor Zanasi decise di affidarsi a lui. “Mi disse che sarei stata
bene, ma aggiunse che era un tentativo perché ero la prima a farlo. Mi hanno
tolto un pezzettino di cartilagine, l’hanno clonata in America e dopo un mese
Zanasi me l’ha reimpiantata. Sono stata a letto per due mesi. Ho portato il
gesso per 10 giorni e il tutore per tre mesi. Poi la riabilitazione. Ho
riacquistato la funzionalità al cento per cento. Cammino tantissimo, mi muovo
senza bastone e faccio bellissime passeggiate”. La donna è commossa. “La prima
volta che ho appoggiato la gamba – rammenta – mi faceva molto effetto non
sentire il male al ginocchio. Mi telefonano in molti, avviliti, e conosco tanta
gente messa a posto da Zanasi. Io posso solo ringraziarlo ma il mondo è cattivo
e lui è dovuto andare via da Modena. A me dispiace che gente così vada via da
Modena, perché servirebbe alla città. E’ un medico che ha dato anima e corpo ai
pazienti. L’altra sera ho visto in televisione dei medici modenesi sostenere,
in generale, che il tipo di intervento che mi è stato fatto non si puo fare. Ma
come? Su di me è riuscito! Il 22 novembre scorso mi hanno fatto il prelievo per
vedere se la cartilagine aveva attecchito bene. Il risultato è perfetto. Il mio
ginocchio ora è buono”. (vincenzo brancatisano)
Atleti rimessi
in campo
“Voglio che la gente sappia che sono un esempio vivente dell’efficacia della
tecnica del dottor Zanasi e soprattutto voglio dire che sono scandalizzato del
fatto che i medici che non la sanno fare non la facciano conoscere ai
pazienti”. Corrado Odorici, 30 anni, ex pallavolista di Serie A, centrale della
Panini ai tempi di Velasco, è tornato sui campi, è contento e anche
amareggiato, “perché – dice – ogni paziente deve essere messo in condizione di
conoscere tutte le tecniche all’avanguardia e se io sono stato fortunato, altri
non lo sanno o magari lo apprendono per caso da me. Mi metto nei panni di Van
Basteen, che forse starebbe ancora giocando a calcio se avesse avuto la mia
opportunità”. A causa di alcuni incidenti sportivi, Odorici ha subìto negli
anni scorsi alcuni interventi ai menischi. Racconta: “I risultati con le
tecniche tradizionali erano così così. Un tendine era stato operato non
benissimo, un altro s’era quasi lacerato. Ho incontrato Zanasi nel 1996 e mi ha
dato una controllata. Poi mi ha fatto un menisco e me lo ha rimesso a posto.
Più tardi mi ha fatto un altro intervento perchè altri mi avevano tolto uno
strato troppo grande di cartilagine che le due ossa si toccavano, avevo
un’artrosi al quarto stadio con un buco di 4 centimetri quadrati. Invece che la
tecnica tradizionale, Zanasi mi inserì nel 1999 in una sperimentazione. Ormai
la mia attività sportiva era bloccata e andavo avanti a forza di pillole contro
il dolore. Il rischio che potessi peggiorare non c’era, l’alternativa era la
protesi. Ho subìto un piccolo prelievo di cartilagine che fu inviato in un
centro per la coltura. Dopo un mese ritornai in ospedale e vidi i pezzettini
clonati di cartilagine, sembravano dei fogliettini di block notes, che il
dottore ha piegato e modellato e poi ha applicato sopra il buco. L’intervento è
durato un’ora e mezzo”. Poi tempi di recupero, la riabilitazione. “Mi ha
ricostruito il piatto tibiale dove poggia l’osso, una zona delicata. E’ stata
l’unica persona che mi ha messo davanti ai fatti. Mi disse: tu puoi tornare a
fare la tua vita normale. Correvo dopo sei mesi. Dopo otto mesi saltavo già. Il
12 ottobre 1999 sono stato operato e in agosto 2000 ho cominciato la
preparazione con la mia squadra, con quattro allenamenti alla settimana e la
partita, un campionato tranquillo. Non avrei mai creduto che sarei tornato
così. E’ stata una bella battaglia come uno sportivo ama fare. Ma la cosa che
mi ha dato fastidio è che sono arrivato qui quando ero già alla frutta e solo
perché ho avuto amici che mi hanno indirizzato a questo medico. Neppure i
medici delle squadre di serie A dovrebbero chiudersi e risolvere i casi ance
quando non sono competenti: quando non sanno, non devono vergognarsi e invece
spesso non fanno che scoraggiarti. Qui a Modena Zanasi aveva la strada chiusa.
E invece bisogna esser grati a medici come lui”. Tra le tante altre storie,
aggiungiamo quella di Davide Corsini, 34 anni, imprenditore di Fanano, ex calciatore.
Sottoposto a gennaio 2000 a trapianto di cartilagine autologa dal dottor
Zanasi, dopo una pregressa asportazione del menisco, oggi dice di essere
tornato a una vita normale. (vincenzo brancatisano)
(*) Servizio già pubblicato da Brancatisano sulla Gazzetta di Modena del 18
marzo 2002
Il seminario sul trapianto di cartilagine è stato organizzato dal Centro di Medicina Riabilitativa Bios di Formigine (MO), di cui il dottor Stefano Zanasi è consulente scientifico.
Di questa tecnica di trapianto ha trattato anche la trasmissione Superquark del
13 luglio 2004.
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