Andreotti, un prescritto for president

 

Di Vincenzo Brancatisano

 

25 aprile 2006 (Non era il giorno della Liberazione?) – La politica schiera Giulio Andreotti come possibile Presidente del Senato.  Così all’elenco dei deputati e senatori condannati con sentenza definitiva si aggiunge la prestigiosa figura di un Presidente del Senato “prescritto per mafia”. A causa della disinformazione dei mass media, l’opinione pubblica ritiene che Giulio Andreottisia stato assolto dalla Corte d’Appello di Palermo per non aver commesso il fatto o perché il fatto non sussiste. Anche la sua avvocata, ora parlamentare, ha festeggiato: memorabile il suo “evvaaaai”. Ma le cose stanno diversamente, come pure abbiamo più volte ricordato.Chi avesse voglia di leggersi la sentenza, lo può fare, è qui sotto. Illuminante la sua storia, merita molta attenzione. Il senatore Andreotti rimane, comunque, un non condannato per fatti di mafia.

 

 

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“….Quanto fin qui si è venuto illustrando indica con chiarezza che la Corte ritiene che una autentica, stabile ed amichevole disponibilità dell’imputato verso i mafiosi non si sia protratta oltre la primavera del 1980…”

 

 

 

Corte d’Appello di Palermo

 

III

 MOTIVI DELLA DECISIONE

 

CAPITOLO  I :  P R E M E S S E   I N T R O D U T T I V E

 

1) ASTRATTI CRITERI DI GIUDIZIO E LA PECULIARITA’ DEL CASO ANDREOTTI.

 

Le acquisizioni processuali, numerosissime e della più svariata natura, si incentrano su diversi dati che vanno a comporre un compendio articolatissimo, sul quale si deve operare la valutazione in ordine alla ipotizzata responsabilità dell’imputato.

Il giudizio finale concerne una condotta illecita quanto mai aspecifica, costituita dalla partecipazione ad una associazione (per delinquere di stampo mafioso) segreta che non risulta da oggettive e dirette emergenze documentali e non è affermata in termini precisi da alcuno degli affiliati, ma deve essere, semmai, ricavata da una serie di fatti e di comportamenti.

Lo stesso giudizio, perciò, deve articolarsi nell’approfondimento di una folta e disparata schiera di elementi, la cui singola esistenza può, di per sé, dar luogo a convincimenti opinabili, e deve approdare ad una soluzione che è il risultato dello specifico valore probatorio che sia stato conferito a quei singoli elementi.

Per cercare di governare tale congerie di fatti e di valutazioni è opportuno predeterminare alcuni, essenziali criteri di giudizio, idonei a guidare l’interprete.

Come è agevole desumere dalla esposizione dei motivi di gravame, i PM appellanti hanno ripetutamente censurato sul piano logico-giuridico la sentenza impugnata, rilevando, in particolare, la contraddittoria violazione dei principi interpretativi pure programmaticamente enunciati nella prima parte dell’elaborato e la separata considerazione degli elementi di prova, che avrebbero dovuto essere valutati unitariamente, nel loro significato globale.

I rilievi degli appellanti appaiono, in punto di fatto, non privi di qualche fondamento, non potendo negarsi la presenza, nel complesso elaborato, di alcune discrasie fra le enunciazioni generali in materia di valutazione della prova e la concreta applicazione dei relativi criteri; non può, inoltre, negarsi la tendenziale frammentazione del quadro probatorio che caratterizza la appellata sentenza.

In genere, la esperienza giudiziaria insegna che è frequente il ricorso al metodo di compendiare dettagliatamente – anche al di là di quanto strettamente necessario in relazione alla specifica motivazione - i principi interpretativi in materia di valutazione delle chiamate in correità ed in materia di valutazione della condotta di partecipazione alla associazione mafiosa.

Tale metodo si sostanzia, in definitiva, in una, più o meno organica, serie di citazioni della copiosa giurisprudenza della Suprema Corte in materia, citazioni che spesso sono fini a se stesse e finiscono con l’introdurre in modo improprio le problematiche che il caso concreto propone: forte è, infatti, il rischio di fare pigramente riferimento a categorie generali anche quando tale operazione non consente una adeguata ed esaustiva comprensione della fattispecie e, in una parola, incombente è il pericolo di perdere contatto con la specifica materia da giudicare, obliterandone ogni peculiarità.

Per contro, ritiene la Corte che il solo valido metodo che il giudice deve utilizzare nel vagliare gli elementi che vengono sottoposti alla sua attenzione è quello di orientarsi secondo una ragionevole valutazione degli stessi in stretta relazione al caso concreto, dando, quindi, conto dei motivi del suo libero convincimento, che deve maturare nel rispetto inderogabile non tanto di astratti principi interpretativi di elaborazione giurisprudenziale, quanto di alcuni essenziali precetti legali, che, nel caso in cui, come in quello di specie, la gran parte delle indicazioni di prova provengano da imputati in procedimenti connessi, vanno individuati, innanzitutto, in quelli dettati dall’art. 192 c.p.p..

Coltivare il dubbio, applicare il principio legale che pretende una rigorosa valutazione delle chiamate in correità, di cui deve essere accertata la intrinseca attendibilità prima di procedere alla verifica della sussistenza di adeguati elementi di conferma esterni, esaminare con completezza e con congruenza logica i fatti acquisiti nell’ambito della concreta peculiarità della fattispecie sono, ad avviso della Corte, i soli criteri generali ai quali, sul piano metodologico, ci si debba inderogabilmente riferire.

I primi giudici, per contro, come già ricordato, hanno impropriamente indugiato sulla pedante elencazione di astratte regole di giudizio (ad essa sono dedicate ben oltre cento pagine della appellata sentenza), venendo, talora, a trovarsi in contraddizione con i convincimenti espressi in sede di valutazione di singoli fatti, contraddizione che la scrupolosa ed attenta Accusa non ha mancato di evidenziare nell’atto di appello, forse ricorrendo, in qualche occasione, a toni esageratamente critici. 

Ma il caso concreto sottoposto a giudizio è caratterizzato da peculiarità così marcate da renderlo, in qualche modo, un unicum che non sempre si concilia con la pedissequa applicazione di regole interpretative generali ed astratte, ricavate dalla esperienza giurisprudenziale.

A questo riguardo possono formularsi le seguenti considerazioni.

A) La Corte in passato, in più occasioni, nel valutare la attendibilità delle chiamate in correità dei collaboratori di giustizia, ha fatto leva sull’argomento secondo cui, in carenza di rapporti personali conflittuali, una falsa accusa non potesse trovare alcuna plausibile spiegazione, posto che la personalità del chiamato non era tale neppure da giustificare la ricorrenza di sospetti protagonismi, disgiunti o meno dall’eventuale intento di compiacere gli inquirenti e di rincorrere possibili, ancorché vaghi, benefici.

E’ evidente che, già alla stregua di un approccio meramente superficiale, tale criterio di valutazione, generalmente accettabile, non sia sempre applicabile ad un caso giudiziario quale quello in discussione, apparendo a chiunque palese la spiccatissima risonanza di esso ed il particolarissimo interesse accusatorio che gli organi inquirenti comprensibilmente nutrivano per un procedimento che vedeva indagato e, quindi, imputato un personaggio che non è esagerato definire storico nella vita del Paese dall’ultimo dopoguerra in poi.   

Se ci si trasferisce, poi, sul piano concreto, il significato di alcuni fatti offre la migliore conferma dell’esposto convincimento.

In proposito, infatti, si possono citare – senza pretendere di essere    esaustivi -, evidenziando alcune caratteristiche oggettive e non contestabili, i seguenti, eloquenti casi, di valenza, in qualche modo, esemplare.

1) Il caso Cormiglia.

La Corte non può che condividere pienamente le negative considerazioni formulate dal Tribunale (v. pagg. 1708 e ss. della appellata sentenza), niente affatto censurate con il, pure articolatissimo, appello dei PM, in merito alla inattendibilità del propalante Federico Corniglia, unica fonte offerta dalla Accusa in merito al presunto incontro fra l’imputato ed il capomafia Frank Coppola: come già ricordato, i primi giudici hanno conclusivamente ritenuto che il Corniglia, sfruttando il ricordo di occasionali e casuali incontri con l’on. Andreotti presso la barbieria di via San Basilio (in Roma), di cui l’imputato era stato cliente abituale, aveva ricostruito, inventandolo in maniera piuttosto maldestra, il riferito abboccamento tra l’imputato medesimo e Frank Coppola.

Restano da considerare le ragioni che possano aver spinto il Corniglia a fornire quelle indicazioni, che, in assenza di interazioni personali con l’imputato, non possono che ragionevolmente ricondursi ad inclinazioni verso il protagonismo giudiziario ovvero al cinico perseguimento di possibili benefici, nella consapevolezza della importanza che sarebbe stata annessa dagli inquirenti ad un contributo che rafforzasse il quadro accusatorio a carico del sen. Andreotti, importanza moltiplicata dalla generale resistenza a riferire di vicende che involgessero rapporti fra mafiosi e uomini politici, ravvisabile, almeno fino a che proprio la indagine nei confronti dello stesso sen. Andreotti è diventata nota e si è consolidata, nella linea comportamentale di svariati collaboratori di giustizia – come è esplicitamente ricordato nella stessa imputazione -.

2) Il caso Pulito.

Qualche affinità – sotto il profilo delle perplessità suscitate dalla attendibilità della unica fonte probatoria - con quello del presunto incontro fra il sen. Andreotti ed il capomafia Coppola presenta il caso del supposto intervento dell’imputato nel tentativo di condizionare l’esito di un procedimento di revisione che interessava i fratelli Gianfranco e Riccardo Modeo, trattato e negativamente valutato dal Tribunale nelle pagg. 4115 e ss. della appellata sentenza.

Le conclusioni del Tribunale, non censurate dal, pure articolatissimo, gravame dei PM, vanno pienamente condivise e riguardano anche la attendibilità delle dichiarazioni dell’unica fonte di accusa, il collaboratore Marino Pulito, di cui i primi giudici hanno evidenziato non soltanto alcune contraddizioni interne, ma anche significativi contrasti con quelle rese da altri propalanti (Salvatore Annacondia, Alfonso Pinchierri).

Anche in questo caso, la ricerca delle motivazioni che possono aver spinto il Pulito alla propalazione non può che condurre agli esiti già evidenziati a proposito del Corniglia.

3) Il caso Mammoliti.

Le propalazioni di Antonino Mammoliti (riguardanti la vicenda dell’intervento dei mafiosi palermitani in favore dell’industriale Bruno Nardini) sono caratterizzate, per quanto qui interessa, dalla circostanza, emersa in termini oggettivi, che il medesimo non risulta aver reso ampie dichiarazioni confessorie o, comunque, utilizzate per l’accertamento di reati e/o per la individuazione degli autori degli stessi, essendosi limitato a deporre nell’ambito dei soli procedimenti penali che vedevano imputati due notissimi personaggi politici, l’on. Giacomo Mancini e, appunto, il sen. Andreotti.

Dunque, il Mammoliti si è determinato ad offrire il suo contributo agli inquirenti esclusivamente per accusare due personaggi politici di primo piano, cosicché, al di là di ogni considerazione sulla attendibilità delle indicazioni da lui fornite, il caso specifico finisce con il confermare che la peculiarissima posizione e la fama del sen. Andreotti e la notoria esistenza di un procedimento a carico del medesimo potevano fungere da elemento catalizzatore di propalazioni accusatorie anche in un soggetto, sospettato di far parte di un pericolosissimo sodalizio di tipo mafioso, che era, per altro verso, assolutamente restio a collaborare con la giustizia.

Al di là della questione riguardante la attendibilità delle indicazioni fornite dal Mammoliti, si può osservare che, ancora una volta, le ragioni del descritto, peculiare comportamento del predetto, che si caratterizza, rispetto a quello del Corniglia e del Pulito, per la sicura esclusione di una più ampia volontà di collaborare con la giustizia, non possono che individuarsi in quelle già focalizzate a proposito dei predetti.

4) Il caso dei fratelli Emanuele ed Enzo Salvatore Brusca.

La posizione di Emanuele Brusca è, in qualche modo, assimilabile a quella del Mammoliti: egli, infatti, non è un collaboratore di giustizia ed ha ammesso le sue responsabilità esclusivamente in ordine alla partecipazione a Cosa Nostra, peraltro minimizzando il proprio apporto alla organizzazione criminale.

Preoccupato di difendersi da gravi accuse rivoltegli da Baldassare Di Maggio, che lo aveva indicato anche come partecipe ad alcuni omicidi, il Brusca non ha arrecato alcun particolare contributo all’accertamento delle vicende della organizzazione criminale di cui aveva fatto parte e, in buona sostanza, ha ridotto il suo ruolo in seno alla associazione mafiosa a mansioni meramente “amministrative” ed alla cura dei collegamenti con il capomafia Salvatore Riina ed il padre, Bernardo Brusca, detenuto, collegamenti ai quali rimaneva rigorosamente estraneo, almeno secondo la versione del predetto e dei suoi fratelli Giovanni ed Enzo Salvatore, ogni riferimento a specifici fatti delittuosi ed, in particolare, a fatti di sangue.

Il solo rilevante apporto accusatorio è quello, dai risvolti comunque rocamboleschi (è sufficiente considerare, al riguardo, che egli ebbe a correggere ed a ampliare le proprie indicazioni soltanto dopo aver compiutamente appreso il contenuto delle dichiarazioni del fratello Enzo Salvatore, il quale, peraltro, avrebbe, a suo dire, tratto le proprie conoscenze ascoltando quanto lo stesso Emanuele aveva riferito al padre detenuto), fornito a carico del sen. Andreotti, che gli è valso, in termini oggettivi, un notevole beneficio.

Nel periodo delle sue propalazioni accusatorie a carico dell’imputato, invero, Emanuele Brusca era sottoposto a procedimento penale anche per concorso in alcuni omicidi (ai danni di Tortorici Salvatore, Pillari Francesco, Ajavolasit Luigi e Sciortino Calogero) e se è vero che con la sentenza della I Sezione della Corte di Assise di Palermo del 25 luglio 1997 (procedimento c/ Agrigento Giuseppe + 57) egli era stato assolto da quegli addebiti (difettando il riscontro alle accuse del collaboratore Di Maggio), pendeva, comunque, la possibilità che il PM (che ne aveva sollecitato la condanna all’ergastolo) proponesse appello, fidando anche nella eventualità, tutt’altro che impossibile (come l’esperienza giudiziaria di questi anni insegna), che nelle more sopravvenisse qualche ulteriore contributo accusatorio offerto da nuove collaborazioni. Il gravame, invece, non è stato proposto e la statuizione assolutoria è passata in giudicato (all’esito del giudizio di appello, peraltro, il Brusca è stato assolto anche dalle imputazioni in materia di armi e al medesimo sono state accordate le circostanze attenuanti generiche).

E’ del tutto plausibile che anche Enzo Salvatore Brusca abbia conseguito un notevole beneficio per le sue propalazioni – che gli stessi PM non esitano a valutare quanto meno confuse - a carico del sen. Andreotti: al predetto, invero, la Corte di Assise di Palermo, con la ricordata sentenza del 25 luglio 1997, aveva negato la attenuante di cui all’art. 8 DL 152/1991, irrogandogli una pena assai più severa (diciassette anni di reclusione) di quella richiesta dal PM (otto anni), attenuante che, per contro, gli è stata riconosciuta con la sentenza di appello (18 marzo 2000), ma sulla concorde richiesta - formulata ex art. 599 c.p.p. - delle parti (vedasi il verbale del 13 luglio 1999 prodotto in questo grado del giudizio).

Pure in questo caso, dunque, non può negarsi che, come poteva essere previsto, anche in virtù delle dichiarazioni a carico del sen. Andreotti (rese a partire dal 19 ottobre 1996) gli organi requirenti abbiano consolidato nei confronti di Enzo Salvatore Brusca un atteggiamento improntato ad una benevola considerazione, superando anche il convincimento espresso dai giudici della Corte di Assise, i quali la avevano ritenuta ingiustificata, nella estensione poi accordata, dalla importanza della collaborazione offerta dal medesimo in quello specifico, particolarmente rilevante, procedimento, che coinvolgeva numerose e gravissime vicende criminali riconducibili alla cosca mafiosa di San Giuseppe Jato, nella quale lo stesso Brusca gravitava.

Le dichiarazioni di Enzo Salvatore Brusca, peraltro si caratterizzano per essere intervenute, al pari di quelle del fratello Emanuele, quando erano ormai notorie le rivelazioni di Baldassare Di Maggio in merito all’incontro fra l’imputato e Salvatore Riina e per avere assunto all’avvio, almeno alla stregua delle stesse affermazioni del predetto, contenuti deliberatamente falsi.

Posto ciò, può dirsi che la vicenda delle dichiarazioni dei due Brusca, sulle quali si ritornerà più avanti, costituisce una ulteriore conferma della acquisita, ampia disinvoltura con la quale imputati in procedimenti connessi hanno fornito indicazioni a carico dell’imputato, superando la remora a parlare di rapporti mafia-politica che aveva caratterizzato le propalazioni dei “pentiti” storici; inoltre, la stessa rafforza l’esposto convincimento circa la assoluta peculiarità del caso Andreotti.

Autorizza tale conclusione, invero, il rilievo che i Brusca, in una situazione processuale particolarmente delicata, hanno tratto prevedibili benefici dalle loro spontanee propalazioni a carico dell’imputato, propalazioni certamente occasionate dalla notorietà dell’eclatante episodio riferito dal Di Maggio e che, per Emanuele Brusca, costituiscono, per di più, il solo rilevante apporto arrecato alla giustizia. 

5) Il caso degli incontri a Roma, all’interno dell’Hotel Nazionale, del sen. Andreotti con il capomafia Michele Greco.

Si tratta di un episodio che assume scarso significato nell’ambito del complicatissimo reticolo dei numerosi elementi addotti dalla Accusa, tanto che neppure i PM appellanti hanno ritenuto di doversene occupare per confutare le negative conclusioni del Tribunale, che lo ha trattato nelle pagg. 2860 e ss. della appellata sentenza.

In questa sede mette conto, però, sottolineare come la sola fonte offerta in proposito dalla Accusa sia costituita dalle dichiarazioni di Benedetto D’Agostino, noto imprenditore palermitano, il quale, tratto in arresto alla fine di novembre del 1997 con l’addebito di concorso esterno in associazione mafiosa, in occasione del primo interrogatorio reso al GIP nella mattina del 28 novembre aveva accennato che era sua intenzione rendere al PM di Palermo dichiarazioni che riguardavano il sen. Andreotti, cosicché nel pomeriggio dello stesso giorno era stato sentito dal magistrato inquirente.

Al di là della attendibilità delle affermazioni del predetto, appare con ogni evidenza significativa la esigenza, immediatamente avvertita e manifestata, di riferire al magistrato inquirente elementi a carico del sen. Andreotti, esigenza sentita da un soggetto appena raggiunto da un provvedimento restrittivo per concorso in associazione mafiosa e che, per di più, come ricordato dal Tribunale, non era niente affatto interessato ad ammettere le proprie responsabilità e, più in generale, a collaborare con la giustizia. Insomma, tale atteggiamento non poteva che essere suggerito dalla immediata percezione del particolare interesse che una propalazione a carico del sen. Andreotti avrebbe assunto per lo stesso Ufficio inquirente che procedeva contro il dichiarante e dalla speranza che essa avrebbe assicurato qualche beneficio al medesimo, non certo animato da resipiscenza o da intenti collaborativi.

Ancora una volta, come nel caso di Antonino Mammoliti e di Emanuele Brusca, si è, dunque, al cospetto di un apporto accusatorio, proveniente da un imputato o indagato in relazione alla appartenenza ad associazioni mafiose, indirizzato esclusivamente contro il sen. Andreotti, al quale non risulta che i predetti dichiaranti, per nulla propensi ad ammettere senza riserve le proprie responsabilità ed a offrire una ampia e piena collaborazione, fossero, in qualche modo, legati da un rapporto personale, astrattamente idoneo a giustificare le accuse.

Tutto ciò conferma che la situazione pregressa, che aveva suggerito ai “pentiti” storici (Buscetta, Marino Mannoia) di tacere su quanto sapevano dei rapporti fra mafia e politica, si sia ribaltata, anche in dipendenza del venir meno dei timori legati alle rivelazioni in questione, a sua volta scaturito dalla interazione fra lo sviluppo della indagine, l’affievolirsi della influenza del sen. Andreotti e la sostanziale scomparsa del gruppo politico dominante del quale egli aveva fatto parte: piuttosto che la esistenza di remore ad accusarlo, gli elementi rassegnati e, del resto, la nutrita schiera delle propalazioni nei confronti del predetto dimostrano che, da un certo punto in poi, si sia radicato un clima che le ha alquanto agevolate, clima che non può affatto escludersi sia stato favorito dalla consapevolezza della comprensibile importanza annessa dagli inquirenti alla investigazione a carico del medesimo.

Quanto esposto rafforza, in ogni caso, la evidenziata peculiarità della posizione processuale dell’Andreotti ed impone la adozione di ogni cautela nella valutazione delle propalazioni rese a carico del medesimo da imputati in procedimenti connessi o collegati intervenute solo dopo che le indicazioni accusatorie dei collaboratori storici e le vicende cui si è fatto cenno avevano aperto la strada all’evidenziato, nuovo clima.

6) Il caso di alcune indicazioni del collaboratore di giustizia Camarda.

Un ulteriore esempio della propensione dei collaboratori di giustizia a offrire indicazioni a carico del sen. Andreotti è costituito dalle dichiarazioni di Michelangelo Camarda, soggetto che è stato legato – anche da vincoli criminali – a Baldassare Di Maggio dopo che costui aveva iniziato la sua collaborazione con la giustizia e che dal medesimo Di Maggio avrebbe appreso notizie a proposito del noto incontro Andreotti-Riina.

Si tralasciano, per ragioni di sintesi, le, non esaurientemente spiegate, oscillazioni che caratterizzano, sul punto specifico, lo svolgimento delle varie, iniziali deposizioni del Camarda – vizio che, alla luce dei fatti, appare piuttosto ricorrente fra i collaboratori -, essendo sufficiente rinviare alla eloquente lettura dell’esame dibattimentale reso dal predetto nella udienza del 7 aprile 1998 ed, in particolare, del serrato controesame della Difesa.

In questa sede ci si può, infatti, limitare ad rilevare che il Camarda, nel corso di detta deposizione dibattimentale, rispondendo alle domande della Difesa, ha avuto modo di indicare per la prima volta che l’incontro Andreotti-Riina era avvenuto nel settembre del 1987 (<<CAMARDA MICHELANGELO: Si, ho saputo che lui, dell’incontro come si è svolto e tutto, appunto per fargli capire all’avvocato che la data... cioè se l’ho detto, risulta anche in fonoregistrazione, che mi sono potuto sbagliare quel giorno, però la data è ‘87, settembre ’87 - AVVOCATO BONGIORNO: Settembre ‘87. - CAMARDA MICHELANGELO: Io sono... questo non lo avevo dichiarato, questo non...>>), ribadendo la affermazione su domanda del PM (che, per ovvie ragioni, ha ripreso l’argomento) e specificando ulteriormente, nell’occasione, di aver appreso dal Di Maggio che l’imputato si trovava a Palermo per “motivi di politica” (<<PRESIDENTE: Pubblico Ministero, se deve fare delle domande nuove? - PM: Si. Signor Camarda, lei poco fa, rispondendo alla difesa, ha detto “Di Maggio mi disse quando era stato l’incontro, i questo non l’ho dichiarato sino ad ora nei verbali”, appunto ci vuol dire che cosa le disse Di Maggio su questo punto? Quando era stato questo incontro? - AVVOCATO BONGIORNO: Come, l’ha detto - CAMARDA MICHELANGELO: E’ stato nel settembre dell’87 - PM: E che cosa le disse su questo punto? - CAMARDA MICHELANGELO: Su questo incontro mi ha detto che... per farmi capire l’importanza che lui aveva per il bene che Totò Riina le voleva a lui tenendolo vicino e tenendolo all’occorrente di queste situazioni molto delicate, mi ha detto, dice che era stato lui l’uomo scelto nell’incontro con il Senatore Andreotti nella casa di Ignazio Salvo e quindi mi ha raccontato la storia com’è che si è verificata: che è stato lui che è andato a prendere a Totò Riina in un posto, mi sembra in un pollaio... - PM: D’accordo, senta, ma questa data del settembre dell’87... - CAMARDA MICHELANGELO: Si - PM: ... Di Maggio si ricordava il mese? L’anno? si ricordava qualche fatto specifico? - CAMARDA MICHELANGELO: Che c’era un comizio politico del senatore qui a Palermo, cioè che il Senatore si trovava a Palermo per motivi di politica, si trovava e di questo...>>).

Al di là della esatta individuazione del momento in cui il Camarda avrebbe ricevuto le confidenze del Di Maggio in merito all’eclatante episodio, di cui quest’ultimo aveva già parlato alla Autorità Giudiziaria, ed, in quest’ambito, in particolare, in merito agli elementi temporali de quibus, nessuna rivelazione può essere avvenuta dopo il 14 ottobre 1997: ed invero, il Camarda, per sua stessa ammissione, ha cessato i suoi rapporti con il Di Maggio poco prima del 14 ottobre 1997, data in cui è stato arrestato (<<PM: Ho capito. Senta signor Camarda, allora abbiamo chiarito quali sono stati i suoi rapporti con Di Maggio, sino a quando sono durati questi rapporti con Di Maggio? - CAMARDA MICHELANGELO: Fino a giorni prima del mio arresto - PM: E lei è stato arrestato quando? - CAMARDA MICHELANGELO: Il 14 ottobre del ‘97>>).

Ora, fino alla data del 13 febbraio 1998 (allorché venne interrogato a Perugia, nel corso del dibattimento per l’omicidio Pecorelli) lo stesso Di Maggio ha, a proposito della collocazione temporale dell’incontro Andreotti-Riina, proseguito nel fornire indicazioni contraddittorie ed imprecise (si veda l’esaustivo resoconto contenuto nella appellata sentenza), senza, in ogni caso, mai citare il mese di settembre del 1987 e tanto meno la presenza dell’imputato a Palermo in relazione ad un avvenimento “politico”, per sua natura agevolmente documentabile (quale è, poi, quello che la Accusa ritiene di aver individuato): non si può, allora, che concludere che il Camarda ha fatto passare per una rivelazione del Di Maggio quanto aveva appreso aliunde, presumibilmente attingendo informazioni dagli organi di stampa (così come aveva fatto, per sua stessa ammissione, con le dichiarazioni di Emanuele Brusca: <<CAMARDA MICHELANGELO: Allora, il giorno prima, due giorni prima, il... Emanuele Brusca aveva deposto al processo Andreotti e lo potete anche... lo sapete. Siccome erano usciti degli articoli nel giornale e io ho tutto registrato dov’è che sono, quindi anche il giornale stesso che leggo e tutte cose, ho letto questo articolo nel giornale, mettendo in evidenza che il Emanuele Brusca parlava del Di Maggio su questa situazione e io gli ho detto al dottore De Luca: “Guardi dottore De Luca, così e così.. a me mi risulta che la storia è diversa - AVVOCATO BONGIORNO: Quindi lei... - CAMARDA MICHELANGELO: Per questo io, non è che ho avuto dichiarazioni, io ho letto i giornali io, non è che ho avuto dichiarazioni di Emanuele Brusca!>>).

L’atteggiamento del Camarda, il quale, in buona sostanza, aveva, a suo dire, appreso dal Di Maggio più di quanto lo stesso Di Maggio aveva rivelato in giudizio, ancora una volta denota una spiccata propensione a fornire, senza escludere più o meno evidenti forzature, indicazioni a carico dell’imputato e rafforza l’impressione della incidenza, eventualmente inquinante, che sulle deposizioni dei collaboratori esercitava la percezione dell’importanza che per gli inquirenti rivestivano le notizie riferite, la conoscenza dei temi di prova e di altri, precedenti apporti e, infine, la speranza di ottenere benefici di vario genere.

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B) Le conoscenze diffuse, all’interno di Cosa Nostra, fra gli “uomini d’onore” su fatti di interesse generale, suscettibili, in astratto, di coinvolgere una personalità come quella del sen. Andreotti, non potevano che scaturire da informazioni mediate, provenienti dai vertici del sodalizio mafioso (è evidente che un qualsiasi affiliato non poteva accedere direttamente ad eventuali rapporti con l’imputato), vertici che, dopo l’avvento dei “corleonesi” in esito alla feroce faida dei primi anni ’80, si identificavano, in sostanza, nella persona del famigerato boss Salvatore Riina: ne deriva che nel valutare le indicazioni collegate alle voci che si propagavano fra gli “uomini d’onore” deve prudentemente considerarsi anche la origine delle stesse e la possibile incidenza sulla veridicità del loro contenuto e sulla loro messa in circolo di erronee valutazioni, quando non di precisi interessi e scopi verticistici, strettamente inerenti alle esigenze di governo della organizzazione criminale.

In buona sostanza, riconoscere piena ed indiscutibile attendibilità alle indicazioni dei boss raccolte dai sottordinati ed escludere la possibilità che le stesse fossero frutto anche di forzature collegate a reconditi disegni di potere appare un approccio interpretativo del tutto disancorato dalla reale situazione, che, a tacer d’altro, viene smentito dalla ricordata interpretazione, proposta dagli stessi PM, dell’episodio che, secondo la ipotesi accusatoria, avrebbe visto protagonisti Salvatore Riina ed Emanuele Brusca (il primo avrebbe falsamente rappresentato al secondo che era stato Andreotti a sollecitare l’incontro con lo stesso capomafia che sarebbe, poi, avvenuto nella abitazione di Ignazio Salvo).

Si può convenire, al riguardo, con il P.G. che la frase con la quale Emanuele Brusca ha testualmente riportato quella rivoltagli dal Riina (“U viri a chiddu ci vinni a ntisa di incuntrarimi!” – Lo vedi, a quello è venuta l’esigenza di incontrarmi -) non escluda, di per sé, una interpretazione compatibile con la iniziativa dello stesso Riina e con la ipotesi che l’imputato abbia, infine, accettato di aderire alle richieste di incontrarsi indirizzategli dal capomafia, ma la medesima interpretazione non soddisferebbe le esigenze ricostruttive dei PM appellanti, posto che la valutazione degli stessi non è fine a se stessa, ma è collegata ad una serie di ragionamenti sviluppati a sostegno della loro tesi, che, tra l’altro, tendono a spiegare la ragione per cui il Riina avrebbe prescritto al Di Maggio di parlare della faccenda con Ignazio Salvo riservatamente, escludendo dalla conversazione proprio Emanuele Brusca, che nella circostanza aveva accompagnato il Di Maggio medesimo.

Si possono, peraltro, a titolo esemplificativo, citare le dichiarazioni di quest’ultimo per ribadire come il Riina non fosse affatto alieno, neppure con i più stretti ed intimi sodali, dall’usare la menzogna nel perseguire i suoi fini di governo del sodalizio mafioso. Il predetto, infatti, in occasione delle dichiarazioni rese al magistrato inquirente il 26 maggio 1993, a proposito dell’omicidio del boss mafioso Filippo Marchese, ha riferito che il Riina, nel corso di una conversazione alla quale era presente anche Bernardo Brusca, aveva riferito che la morte del Marchese era stata accidentalmente provocata da un colpo di pistola che era stato inavvertitamente esploso: in verità, ha aggiunto il Di Maggio, “il Marchese era stato assassinato, ma forse in quel periodo il Riina cercava di accreditare in giro una versione diversa”.

Insomma, non può affatto trascurarsi la possibile incidenza sulle notizie che si diffondevano in seno a Cosa Nostra della esigenza, avvertita dai capimafia, di preservare il loro potere e di acquisire o conservare prestigio presso individui piuttosto semplici (gli “uomini d’onore”), la cui peculiarità, come la storia ha largamente dimostrato, non riposava sul possesso di adeguati mezzi culturali, di intelligenze “raffinate” e lungimiranti e di particolari capacità strategiche, ma semplicemente sulla avidità di denaro e di potere, sulla dozzinale furbizia, sulla assenza di scrupoli e sulla spietata ferocia.

In questo realistico quadro si deve riconoscere che il notorio legame politico fra il sen. Andreotti ed il defunto on. Lima e la pacifica vicinanza di costui con affiliati a Cosa Nostra ed, in particolare, con i Salvo e con gli esponenti di spicco della c.d. ala moderata del sodalizio mafioso, usciti sconfitti e decimati dalla guerra dei primissimi anni ’80, può aver suggerito, a soggetti che, evidentemente, erano in possesso di informazioni solo indirette ed intrattenevano rapporti solo mediati, alcuni impropri collegamenti o assimilazioni, ovvero aver favorito negli stessi l’incondizionato recepimento di indicazioni provenienti dall’alto.

In definitiva, quando le conoscenze trasmesse si propagano dal vertice alla base non sempre tante voci concordi equivalgono ad altrettante, autonome indicazioni, probatoriamente significative nel quadro della c.d. convergenza del molteplice.

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C) Ma, al di là della concreta possibilità di chiamate in correità interessate e mirate ovvero di indicazioni fondate su non controllabili ed inattendibili notizie di seconda mano, nell’ambito di una vasta e notoria indagine a carico di un personaggio pubblico già influentissimo come il sen. Andreotti, non circoscritta certo ad un singolo, specifico episodio, non si può trascurare la possibile incidenza di inclinazioni alla mitomania e/o al protagonismo giudiziario e perfino la influenza di antipatie politiche anche su quegli atteggiamenti spontaneamente collaborativi, dai quali sono scaturite alcune, più o meno tardive, testimonianze, antipatie che abbiano, comunque, condizionato il tenore delle stesse.

Ci si limita, in proposito, al mero richiamo esemplificativo delle deposizioni, in parte occasionate dalla pregressa conoscenza di altri apporti processuali:

- della teste Rosalba Lo Jacono (concernente il regalo fatto dal sen. Andreotti in occasione delle nozze della figlia maggiore di Antonino Salvo), la quale soltanto nel marzo 1997 ha, per la prima volta, spontaneamente riferito quanto, secondo le sue affermazioni, aveva appreso nell’agosto del 1993;

- del teste Antonino Filastò a proposito del quadro del pittore Gino Rossi di cui alcuni boss mafiosi avrebbero fatto dono al sen. Andreotti;

- del teste Vito Di Maggio a proposito di un incontro avvenuto nel 1979 fra il sen. Andreotti ed il capomafia Benedetto Santapaola, di cui il predetto ha parlato per la prima volta nel marzo del 1995.     

E’ vero che la notorietà del personaggio e del processo a carico del medesimo ha agevolato la conoscenza della inchiesta e può aver indotto le svariate presentazioni spontanee, in ipotesi determinate semplicemente da un sincero intento di collaborare con la giustizia, ma è, per contro, altrettanto evidente che non può negarsi la possibilità di indicazioni non del tutto genuine e, comunque, notevolmente influenzate dal possesso di informazioni sul contenuto di atti di indagine in precedenza acquisiti e potenzialmente anche da scarsa simpatia politica nei confronti dell’imputato.

Giova precisare che in questa sede non si intende affatto prendere posizione sulla attendibilità delle suddette dichiarazioni (della quale, peraltro, il Tribunale, almeno per il Filastò ed il Di Maggio, ha dubitato), ma semplicemente addurre un ulteriore elemento atto a dimostrare la assoluta peculiarità del procedimento a carico del sen. Andreotti, nel quale sono confluiti anche apporti cognitivi spontaneamente offerti, più o meno tardivamente, da soggetti certamente spinti a presentarsi agli inquirenti da notizie di stampa riguardanti la esistenza e lo sviluppo della inchiesta e del procedimento medesimo.

In tale contesto merita, in questa sede, una citazione particolare ed un esame più approfondito – anche per la specifica censura della valutazione del Tribunale operata dai PM appellanti - la deposizione del dr. Mario Almerighi, il quale ha riferito quanto, a sua memoria, aveva appreso dal dr. Piero Casadei Monti in ordine ad un presunto intervento attuato dall’imputato presso il collega Ministro di Grazia e Giustizia Virginio Rognoni per bloccare la promozione di un procedimento disciplinare nei confronti del dr. Corrado Carnevale a seguito di un esposto inoltrato dal dr. Claudio Lo Curto il 23 febbraio 1987.

Posto che per i termini della vicenda si rinvia alla sintetica esposizione del contenuto della appellata sentenza ed alla illustrazione dei motivi di gravame, si premette che la Corte ritiene si debba senz’altro condividere la prudente valutazione del Tribunale, ingiustificatamente attaccata dai PM appellanti, i quali, nella loro prospettazione unilaterale, spesso trascurano il ricordato principio guida, che vuole che i fatti vengano interpretati a favore dell’accusato laddove gli elementi probatori raccolti presentino forti elementi di dubbio.

Gli argomenti dei primi giudici possono, in parte, integrarsi con le seguenti considerazioni.

La necessità, avvertita dal dr. Almerighi, di consultare il dr. Casadei Monti parecchi mesi prima che il dr. Lo Curto e, immediatamente dopo, egli stesso riferissero i fatti ai magistrati inquirenti (il primo è stato esaminato il 2 dicembre 1994, il secondo nel giorno successivo), contraddice, in qualche modo, le affermate certezze dello stesso dichiarante: se l’Almerighi avesse conservato un ricordo certo e preciso dei fatti, non si vede per quale ragione avrebbe dovuto preventivamente verificare gli accadimenti parlandone ripetutamente con la sua fonte, della quale egli stesso esclude ogni maliziosa reticenza. Tutto ciò senza voler richiamare le osservazioni del Tribunale in ordine alla omessa menzione dell’episodio in occasione di precedenti deposizioni dello stesso Almerighi, atteggiamento che, in qualche modo, smentisce un ricordo costantemente presente e, dunque, limpido ed indelebile.

D’altra parte, appaiono scarsamente persuasive le argomentazioni con cui i PM tendono a privilegiare la versione accusatoria del Lo Curto e dell’Almerighi assumendo il totale disinteresse di costoro e, per contro, una possibile inattendibilità del Casadei Monti e del Rognoni, dipendente da un duplice ordine di ragioni: una conferma delle affermazioni dell’Almerighi avrebbe comportato, per il Rognoni e per il Casadei Monti, la sostanziale ammissione di un illecito condizionamento politico delle loro, rispettive, funzioni di Ministro e di Capo di Gabinetto del Ministro della Giustizia; la testimonianza dei predetti, inoltre, non sarebbe “affatto scevra da ogni possibile condizionamento, ma al contrario a priori virtualmente condizionata sia dalla delicatezza della vicenda, sia dai pregressi rapporti di amicizia e di collaborazione intrattenuti”, per il Rognoni, con l’imputato, e, per il Casadei Monti, già attivamente impegnato in politica (essendo stato eletto Senatore della Repubblica, nelle liste del PPI, nelle lezioni del marzo 1994), con lo stesso Rognoni.

In termini oggettivi si può affermare che l’esposto in parola era di scarso fondamento: avvalorano l’assunto non soltanto le congrue spiegazioni fornite dal Casadei Monti, il quale ha dato puntuale conto delle ragioni per le quali egli stesso decise di archiviarlo dopo aver verificato che il solo profilo astrattamente perseguibile – la decisione adottata dalla Corte di Cassazione, presieduta dal dr. Carnevale, senza la previa acquisizione degli atti – era, in realtà, privo di effettiva valenza accusatoria (e il Tribunale ha, al riguardo, opportunamente richiamato l’art. 55 del previgente c.p.p.), ma, soprattutto, la circostanza che il precedente, analogo esposto, inoltrato dal Lo Curto il 12 marzo 1986 al Ministro di Grazia e Giustizia ed al CSM, non risulta aver avuto alcun effettivo seguito.

Se, dunque, un analogo, precedente esposto pendeva anche dinanzi al CSM e se quello in questione era di scarso fondamento, così come, in definitiva, non viene contestato dai PM appellanti, si stenta a comprendere la ragione per cui il contenuto dello stesso dovesse destare particolare preoccupazione nel dr. Carnevale o negli amici del medesimo, al punto da richiedere un intervento dell’allora Ministro degli Esteri Andreotti sul collega Rognoni.

Il contesto rende, in ogni caso, inconsistente la asserita eventualità che l’esposto sia stato archiviato a causa dell’intervento dello stesso Andreotti ed incomprensibile una maliziosa negazione da parte del Rognoni e del Casadei Monti: non si vede, invero, per quale ragione costoro dovessero coltivare la preoccupazione di nascondere un eventuale, remoto sviamento delle loro funzioni istituzionali – legato, peraltro, ad un provvedimento adottato, in ipotesi, nell’esercizio di un potere politico discrezionale -.

Per contro, assai più rilevante era il rischio di esporsi ad un procedimento penale (per il reato di false informazioni al PM e, quindi, per falsa testimonianza), reso concreto dalla consapevolezza che ulteriori, possibili contributi, evocati, peraltro, dallo stesso Casadei Monti, avrebbero potuto smentire la – in ipotesi, falsa – versione concordemente offerta: si consideri, per esempio, quello del dr. Brignone, certamente a conoscenza dello svolgimento della vicenda, ma che non risulta sentito in merito.

Ancora, rileva al riguardo la consapevolezza che erano state acquisite altre e contrarie indicazioni di valenza spiccatamente accusatoria e, perciò, comprensibilmente privilegiate dagli inquirenti, il cui atteggiamento, in occasione della escussione del Casadei Monti (vedasi il relativo verbale del 17 gennaio 1995), inequivocabilmente manifesta la inclinazione a credere alle discordanti affermazioni dell’Almerighi: ed infatti, raccolta la diversa versione del Casadei Monti, gli inquirenti hanno formulato una serie di osservazioni, chiaramente rivelatrici della preferenza accordata a quella dell’Almerighi e del Lo Curto (<A questo punto, l’Ufficio osserva: la ricostruzione dei fatti verbalizzata dal dott. Almerighi corrisponde ai ricordi del dott. Casadei Monti per quanto riguarda la parte iniziale, divergendo invece per quanto riguarda la parte relativa all’asserito intervento dell’on. Andreotti su Rognoni; la ricostruzione dei fatti complessivi, verbalizzata dal dott. Almerighi per contro, sostanzialmente coincide con quella verbalizzata dal dott. Lo Curto, al quale esso Almerighi riferiva - nell’immediatezza dei fatti - man mano che essi si verificavano. Pertanto, osserva ancora l’Ufficio, la versione di Almerighi e Lo Curto non è il risultato di ricostruzione a distanza di anni di fatti accaduti nel passato (come per il dott. Casadei Monti), ma riproposizione di ricordi ininterrottamente protrattisi dal momento della loro formazione, contestuale all’accadimento dei fatti, fino ad oggi. L’Ufficio osserva inoltre che, in particolare, il racconto dei dott. Lo Curto, riguardando esso fatti che ebbero a colpirlo in maniera personale e diretta, appaiono per ciò stesso forniti di un considerevole tasso di affidabilità. Infine, l’Ufficio osserva come taluni particolari riferiti dal dott. Almerighi (in specie l’intenzione del dott. Casadei Monti di non trattare certi profili del problema per telefono; nonché i successivi commenti fra Almerighi ed esso Casadei Monti a proposito dei “garantisti”, commenti riferiti dall’Ufficio al teste mediante lettura del verbale reso da Almerighi in data 3.12.1994) risultino incompatibili con l’ipotesi di una qualche confusione o sovrapposizione di ricordi da parte del dott. Almerighi. Tanto premesso, l’Ufficio invita il teste a fornire spiegazioni sulle ragioni per cui il dott. Almerighi ed il dott. Lo Curto avrebbero dovuto riferire versioni non veritiere, in quanto contrastanti con la verità oggi allegata dal dott. Casadei Monti>).

Sempre a proposito delle modalità con cui è stato condotto l’esame del Casadei Monti, deve, inoltre, evidenziarsi come lo stesso non sia stato iniziato chiedendo semplicemente al predetto di riferire in ordine all’esito di un esposto presentato dal Lo Curto contro il Carnevale, ma è stato fatto preliminarmente presente che “da acquisizioni probatorie di natura testimoniale” erano emersi i fatti che sono stati piuttosto dettagliatamente esposti secondo la versione fornitane dall’Almerighi (<L’Ufficio espone sinteticamente al teste che, da acquisizioni di natura testimoniale, è emerso;

• che esso teste - allorché era Capo di Gabinetto del ministro della Giustizia on. Rognoni - sarebbe stato interessato dal giudice Mario Almerighi (per conto dell’allora G.I. di Caltanissetta dott. Caludio Lo Curto) circa un esposto che il Lo Curto aveva in animo di presentare a carico del Presidente della 1^ sezione penale della Cassazione, dott. Corrado Carnevale, per una vicenda sviluppatasi durante l’istruzione formale del processo per l’omicidio del magistrato trapanese dott. Gian Giacomo Ciaccio Montalto, e riguardante altro magistrato della Procura di Trapani, cioè il dott. Antonio Costa;

• che esso teste, dopo aver letto una bozza dell’esposto al fine di esprimere una valutazione sulla eventuale portata disciplinare dei fatti in esso contenuti, aveva espresso il parere - anche quale ex componente della Sezione Disciplinare del CSM. - che vi fossero profili passibili di valutazione disciplinare;

• che esso teste, dopo la presentazione formale dell’esposto, aveva portato a conoscenza del ministro Rognoni il documento stesso, ricevendo dal ministro l’opinione (riferita al dott. Almerighi) che avrebbe iniziato l’azione disciplinare nei confronti del dott. Carnevale;

• che, invece, dato che all’esposto del Lo Curto non veniva dato corso, esso teste - espressamente richiesto dal dott. Almerighi - aveva alfine comunicato a quest’ultimo che il ministro Rognoni era ritornato sulle proprie decisioni, a seguito delle “fortissime pressioni” che l’on. Andreotti aveva esercitato sul ministro Rognoni in favore del Presidente Carnevale;          

• che, in particolare, tale comunicazione confidenziale era stata fatta da esso teste al dott. Almerighi nel corso di un incontro personale avvenuto forse in casa di quest’ultimo.>).

Ora, escludendo che gli inquirenti siano stati spinti dall’intento di suggestionare il Casadei Monti, la ricordata esposizione dei fatti emersi (secondo la versione dell’Almerighi) rivela che gli stessi avvertirono la esigenza di illustrare preventivamente al Casadei Monti gli estremi della particolare e risalente vicenda ed induce, pertanto, a ritenere che gli stessi non erano a conoscenza che il predetto ne era ben al corrente avendone ripetutamente parlato, pochi tempo prima, con lo stesso Almerighi: si deve, allora, ritenere che costui, nel corso della sua deposizione del 4 dicembre 1995, non fece presente agli inquirenti il negativo riscontro che i suoi ricordi avevano ricevuto dagli abboccamenti con il Casadei Monti.

La eventualità, poi, che la deposizione del Rognoni e del Casadei Monti fosse “a priori virtualmente condizionata” ha il valore di una mera congettura, la cui scarsa consistenza è tradita dalla stessa formulazione dei PM e che non è supportata da elementi di qualche concretezza, posto che, al di là dell’appartenenza al medesimo partito politico, non constano rapporti e legami personali dei predetti con l’imputato talmente forti (i PM appellanti ricordano che il Presidente Mattarella, certamente a conoscenza delle relazioni interne al suo partito, si recò a Roma per parlare con l’allora Ministro dell’Interno Rognoni allo scopo di rappresentargli le sue pesanti doglianze a carico soprattutto di esponenti andreottiani del partito, cosa che ragionevolmente non avrebbe fatto se lo stesso Rognoni fosse legato ad Andreotti da stretti ed amichevoli rapporti) da persuaderli, nella descritta situazione, a dire il falso.

Per contro, constano con certezza legami di amicizia e di stima fra il Casadei Monti e l’Almerighi (si vedano le stesse dichiarazioni di quest’ultimo), che ragionevolmente avrebbero distolto il primo a smentire falsamente il secondo.

In altri termini, non si vede proprio per quale motivo il Rognoni ed il Casadei Monti avrebbero dovuto negare, contro il vero, che da parte del ministro Andreotti era pervenuta una sollecitazione a favore del Carnevale, specie se si tiene conto che gli stessi avrebbero avuto ampio agio di precisare (mettendosi al riparo da ogni, possibile rilievo in merito alla loro correttezza istituzionale) che, comunque, l’esposto del Lo Curto era stato archiviato essendo stato verificato che lo stesso era privo di effettivo fondamento giuridico, cosicché non poteva prevedersi che una eventuale azione disciplinare avrebbe avuto successo.

Ma ancora più incomprensibile appare, se riguardato nell’ottica dell’Accusa, l’atteggiamento immediatamente negativo assunto dal Casadei Monti nella personale e privata relazione con il suo amico Almerighi: se, a tutto volere concedere, si potrebbe pensare che il predetto abbia maliziosamente mentito ai magistrati inquirenti, davvero non si concilia con gli amichevoli legami fra i due interlocutori un eventuale, pronto e deliberato mendacio del medesimo, accompagnato, in seguito, da un serie di spiegazioni, frutto del personale approfondimento della vicenda da lui curato (e, del resto, tale zelo difficilmente si comprenderebbe se egli fosse stato consapevole di aver falsamente negato quanto ricordava l’Almerighi). 

Quanto, poi, alla sostenuta, totale indifferenza e neutralità rispetto all’imputato ed alla materia processuale del Lo Curto e dell’Almerighi, per intuitivi motivi si possono nutrire riserve in ordine alla serenità del primo nei confronti del Carnevale e dell’imputato, descritti dalla ipotesi accusatoria come sodali nell’illecito; ed il rilievo, data la posizione complementare, può essere esteso all’Almerighi. In ogni caso, per le considerazioni sulle quali brevemente ci si intratterrà oltre, può dubitarsi che quest’ultimo fosse “ideologicamente” indifferente all’esito del procedimento a carico del sen. Andreotti e che nutrisse simpatie (si tratta, evidentemente, di un eufemismo) per quest’ultimo e per il Carnevale.

In definitiva, non sussistendo decisive ragioni per dubitare della buona fede di nessuno dei protagonisti della vicenda, non può che condividersi il convincimento del Tribunale circa la possibilità che fra l’Almerighi ed il Casadei Monti si sia verificato un malinteso, che lo stesso Casadei Monti si è affrettato ad ipotizzare, animato dalla preoccupazione di salvaguardare la buona fede dell’amico: il predetto, che ha espressamente dichiarato di aver fatto presente all’Almerighi che <poteva essersi verificato un equivoco, nel senso che parlando con lui – in uno dei nostri periodici incontri – io abbia risposto alle sue domande sul caso Carnevale, che continuava ad essere all’attenzione dell’opinione pubblica, riferendomi alle decisioni successivamente assunte in merito al problema degli incarichi extra-giudiziari. Dico questo perché, sul momento, Almerighi sembrò accettare questa possibile spiegazione delle parole attribuitemi. Né mi ribattè che avevamo avuto una serie di telefonate, quelle da lui descritte nelle dichiarazioni di cui mi è stata data lettura>, ha, invero, avvertito che, in ordine alle divergenze con l’Almerighi, poteva <solo fare delle ipotesi, non certo per sostenere la falsità delle dichiarazioni di Almerighi, la cui buona fede è per me fuori dubbio, ma per rilevare che la ricostruzione dei fatti è del 3.12.1994, e quindi possono essersi verificate delle sovrapposizioni inconscie>, addirittura giungendo a prospettare la eventualità che egli avesse <inteso tacitare le sollecitazioni di Almerighi sull’esposto archiviato, con un argomento di tipo “politico”, quando quello tecnico non l’avrebbe convinto>, fermo restando che la ipotesi veniva formulata <come tale, anche se ovviamente i fatti si sono svolti nei sensi che ho detto> (le riportate, testuali dichiarazioni del Casadei Monti confermano quanto si desume dal complessivo contenuto della deposizione del medesimo circa la recisa negazione di un intervento di Andreotti nella vicenda e privano di fondamento la deduzione dei PM appellanti secondo cui il predetto avrebbe semplicemente affermato di non ricordare sollecitazioni dell’imputato in favore del Carnevale, ma non le avrebbe escluse).

Non può, poi, escludersi che il malinteso sia stato, in qualche modo, inconsapevolmente influenzato anche da una pregiudiziale, negativa opinione che l’Almerighi coltivava nei confronti dell’imputato e del Carnevale. 

Alla stregua delle rassegnate emergenze si deve necessariamente ritenere che l’assenza di validi motivi che autorizzino ad affermare che il Rognoni – sola fonte primaria – ed il Casadei Monti abbiano mentito rende totalmente improponibile ogni ragionevole possibilità di privilegiare la versione derivata dell’Almerighi e del Lo Curto, cosicché deve essere del pari condivisa la conclusione dei primi giudici: l’intervento dell’imputato nella vicenda è rimasto privo di adeguata dimostrazione.

Tanto precisato, nel contesto che qui interessa si deve brevemente ritornare alla posizione dell’Almerighi e ci si deve chiedere la ragione per la quale costui, pur avendo dovuto prendere atto che la verifica promossa interpellando ripetutamente la sua ritenuta fonte aveva dato un esito negativo supportato da articolate spiegazioni, abbia comunque riferito ai magistrati inquirenti la sua diversa versione dei fatti, nella consapevolezza che il Casadei Monti, che sarebbe stato inevitabilmente esaminato sulla vicenda, la avrebbe smentita.

E’ possibile ritenere che, malgrado i ripetuti abboccamenti con il Casadei Monti ed i dinieghi e le spiegazioni di quest’ultimo, l’Almerighi, pur non considerando, per sua stessa ammissione, in mala fede il suo interlocutore (tanto che non ritenne di modificare i suoi amichevoli rapporti con lui), non sia stato mai, neppure per un momento, sfiorato dal dubbio di ricordare male ovvero di essere, a suo tempo, caduto in equivoco.

Non è, in ogni caso, possibile negare che con la scelta di presentarsi ai magistrati inquirenti e riferire, comunque, la sua versione dei fatti il medesimo abbia volontariamente esposto se stesso e l’amico stimato Casadei Monti ad una disagevole posizione processuale.

Un siffatto atteggiamento non può, allora, che essere stato dettato dalla assoluta volontà di fornire ai magistrati inquirenti, costasse quel che costasse, un contributo conoscitivo che riteneva importante, rappresentandolo in termini di assoluta certezza e senza prospettare il minimo dubbio.

Lo stesso atteggiamento, data la peculiare situazione descritta, male si concilia con una personale indifferenza (ideologica, beninteso) verso le sorti del procedimento a carico del sen. Andreotti: insomma, è ragionevole pensare che l’Almerighi non si sarebbe, comunque, determinato a riferire ai magistrati inquirenti, con le modalità accennate, la sua versione dei fatti se fosse stato totalmente indifferente all’esito del procedimento e se non fosse stato a priori – ed in perfetta buona fede - convinto della particolare importanza della inchiesta e della fondatezza della ipotesi accusatoria, che vedeva il sen. Andreotti ed il dr. Carnevale legati da una malsana comunione illecita.

La riflessione conferma ulteriormente la evidenziata, assoluta peculiarità del procedimento e della posizione dell’imputato e la ampia possibilità di anomale interferenze psicologiche sull’iter di accumulazione probatoria ed, in particolare, sul modo con cui – anche in perfetta buona fede – sono stati ricordati fatti molto spesso assai risalenti nel tempo.

In proposito meritano un accenno anche le deposizioni, raccolte nella udienza del 23 gennaio 1997, rese da Cesare Scardulla e da Michele Vullo con riguardo alla telefonata, pervenuta alla utenza dell’Ospedale Civico di Palermo, con la quale l’imputato avrebbe palesato un interessamento per le condizioni di salute di Giuseppe Cambria, ivi ricoverato dal 5 all’8 settembre 1983, presso la divisione di cardiologia (l’episodio è stato trattato nelle pagg. 814/907 della appellata sentenza).

I primi giudici hanno evidenziato che, secondo quanto riconosciuto dal teste Gaspare Messina (sola fonte primaria, avendo personalmente ricevuto la chiamata telefonica in questione), i ricordi del medesimo erano comprensibilmente sbiaditi (a distanza di tredici anni) ed hanno ritenuto che più nitidi e sicuri apparivano quelli dello Scardulla, cosicché hanno risolto a favore di quest’ultimo (fonte solo mediata) il contrasto vertente sulla richiesta di chiamare al telefono specificamente Beppe Lima o uno dei cugini Salvo.

Premesso che il tema centrale della prova erano e sono i rapporti dell’imputato con i cugini Salvo e non certo i rapporti del primo con Lima o il fratello di costui o il Cambria, si tralascia di considerare che un interlocutore che chiamava da Roma e che non risulta aver chiesto preventivamente chi si trovasse presso il degente non poteva senz’altro chiedere che venisse all’apparecchio una specifica persona, ma avrebbe, semmai, genericamente sollecitato l’intervento di qualcuno dei presenti (così come effettivamente riferito dal Messina). Allo stesso modo, appare del tutto ragionevole escludere che l’imputato abbia personalmente composto il numero telefonico ed effettuato la chiamata verso il nosocomio presso il quale era degente il Cambria, cosicché sembra ancora una volta da accreditare la versione del Messina, il quale non si è mai espresso in termini certi sulla presenza di Andreotti all’altro capo della linea telefonica. E’, invece, ben possibile che egli abbia successivamente sottolineato, per rimarcare la importanza del degente, l’interessamento di Andreotti (radicato, comunque, dalla chiamata proveniente dalla segreteria del medesimo) e che ciò abbia ingenerato in chi lo ascoltava (e, dunque, nello Scardulla) il convincimento che fosse stato personalmente l’imputato a chiamare.   

Ma ciò che, in questa sede, mette conto rimarcare è lo svolgimento della deposizione del Vullo, che, a distanza di molti anni, aveva appreso dell’episodio dallo Scardulla, il quale, a sua volta, all’epoca del fatto, ne era stato informato dal Messina.

Il Vullo – esponente sindacale di spicco della CGIL, a suo dire per nulla restio a denunciare alla Autorità Giudiziaria il malaffare – nella udienza del 23 gennaio 1997 ha dichiarato, tra l’altro, quanto segue.

Nel corso di una conversazione nella quale si trattava, tra l’altro, “del calo di tensione che c'era attorno ai temi della lotta alla mafia in questa città”, aveva appreso dallo Scardulla (anch’egli iscritto alla CGIL, come, del resto, il terzo interlocutore, Claudio Clini, che avrebbe, poi, riferito il fatto alla Autorità Giudiziaria) che <<arrivò questa telefonata..... e lui riferì che un suo collega aveva detto di avere ricevuto questa telefonata direttamente dall'onorevole Andreotti che chiedeva informazioni sullo stato di salute del Dott. Cambrìa e che poi successivamente si fece passare uno dei cugini Salvo.>>.

Su contestazione della Difesa, che gli ha ricordato quanto aveva dichiarato il 2 maggio 1996 (<<E allora: “Durante la degenza del Cambrìa era pervenuta nel reparto una telefonata dell'onorevole Andreotti il quale aveva chiesto notizie sulla salute del Cambrìa e poi aveva chiesto di parlare con Beppe Lima o con uno dei cugini Salvo. Non ha affatto riferito che addirittura uno dei Salvo andò a parlare con l'onorevole Andreotti, questa è una novità di oggi!>>), ha parzialmente modificato la sua versione, precisando che: <<No, io confermo quanto dichiarato perché si fece passare Peppe Lima ed uno dei cugini Salvo, questo è quanto è emerso in quella discussione.>>.

Più oltre la deposizione del Vullo sul punto sembra aver assunto connotati meno categorici, ancorché piuttosto ambigui: <<PRESIDENTE: Allora rettifica quello che aveva dichiarato stamattina, vero? - VULLO MICHELE: Io ricordo perfettamente che il ragionamento era .... si fece passare Beppe Lima ed uno dei cugini Salvo. - AVV. BONGIORNO: Si fece passare? - VULLO MICHELE: Chiese di parlare, per carità, chiese di parlare, però poi dal racconto veniva fuori che ci fu un avvicendarsi di personaggi, probabilmente parlò anche con qualcun altro che chiaramente non lo so...>>.

Infine, su domanda del Presidente (<<PRESIDENTE: Ora dico, Scardulla le disse se effettivamente ci fu questo colloquio telefonico oppure no? Questa era la domanda.>>), il Vullo ha negato di aver specificamente appreso del colloquio telefonico in questione, precisando: <<VULLO MICHELE: No questo... – PRESIDENTE: Non glielo disse. - VULLO MICHELE: Assolutamente – PRESIDENTE: Va bene. - VULLO MICHELE: Sinceramente non gliel'ho nemmeno chiesto quindi…>>.

La inclinazione del Vullo a contraddirsi nel giro di pochi secondi è confermata in termini piuttosto chiari dal seguente passo della sua deposizione: <<AVV. BONGIORNO: E Scardulla. Quando Scardulla riferisce questo episodio… innanzi tutto voi l'avete invitato o meno a dire di andare all'Autorità Giudiziaria? - VULLO MICHELE: No, non se n'è discusso in quel momento. - AVV.BONGIORNO: Allora io le contesto che… - VULLO MICHELE: In quel momento non se n'è proprio discusso. - AVV.BONGIORNO: No già c'è una contestazione sul punto che il 2 maggio '96 lei ha detto: “Si discusse dell’importanza dell'episodio ed invitammo lo Scardulla a riferirlo alla magistratura”. Quindi come se ci fosse stato un vostro invito cioè: “Vallo a riferire” - VULLO MICHELE: Non è proprio così, noi ne abbiamo discusso però ritenevamo che se non ci fosse stata una disponibilità di chi aveva ricevuto la telefonata, questo tipo di ... una richiesta di questo tipo poteva essere semplicemente un'esposizione inutile. - AVV.BONGIORNO: Sì, però dobbiamo chiarire una cosa, innanzi tutto avete invitato o meno? Conferma questa parte del verbale o no? - VULLO MICHELE: Noi abbiamo ragionato sul fatto che sarebbe stato opportuno farlo quindi un invito indiretto sicuramente c'è stato però si è poi  ragionato sulla impossibilità sostanzialmente di farlo da parte dello Scardulla come di farlo da parte mia.>>.

Ancora più indicativo è il seguente stralcio della deposizione del Vullo: <<AVVOCATO: Quindi il Dottore Messina ad un certo punto, se io ho capito bene, nel corso della sua esposizione, voi avevate preoccupazione che non lo confermasse. E' così o no? - VULLO MICHELE: Non ci siamo posti il problema perché non ci siamo posti il problema di andare a raccontare questo episodio alla magistratura cioè io sono stato chiamato e mi è stato chiesto: "E' accaduto questo?" Ed ho detto: "Sì" "Come è accaduto?" "In questa maniera" "Cosa ricorda?" "Ricordo questo". Non sono andato io dal PM dal Dottor Scarpinato, sono stato chiamato. – AVVOCATO: Mi scusi, le leggo un passaggio del suo... - VULLO MICHELE: Ed in genere abitualmente vado io. – AVVOCATO: Delle informazioni che lei ha reso il 2 maggio del 96, lei ad un certo punto dice: "A richiesta mia e del Clini il dottor Scardulla precisò che il collega in questione era il il dottor Gaspare Messina. Si discusse dell'importanza dell'episodio ed invitammo lo Scardulla a riferirlo alla magistratura. Lo Scardulla manifestò la preoccupazione che il Messina chiamato dalla magistratura negasse l'episodio". Ha ricordo di questo? - VULLO MICHELE: Perfetto – AVVOCATO: Lo conferma questo? - VULLO MICHELE: Come no>>.

Anche lo Scardulla non ha inizialmente fatto menzione di Beppe Lima, limitandosi a citare i Salvo come gli interlocutori richiesti dall’altro capo del telefono da Andreotti malgrado reiteratamente invitato a riferire le testuali parole con le quali il Messina gli aveva riferito l’episodio: <<PM: Allora torniamo su questo punto, che cosa le disse esattamente allora in quella occasione, durante la degenza di Giuseppe Cambria, Messina a proposito di questa telefonata? - SCARDULLA CESARE: Che aveva telefonato l'onorevole Andreotti per chiedere notizie del Dottore Cambria, che lui poi si era recato nella stanza del Cambria per passare la telefonata cioè perché venissero a rispondere. E naturalmente io gli chiesi: "Vero! Con il paziente?" - Dice: "No c'erano delle persone nella stanza, mi ha chiesto dei Salvo" - PM: Il soggetto chi è? "Mi ha chiesto dei Salvo?" - SCARDULLA CESARE: L'Onorevole Andreotti, secondo quello che lui mi disse all'epoca. […] PM: “Ha telefonato Andreotti” e continui sempre in prima persona come se fosse Messina.... - SCARDULLA CESARE: “Ha telefonato Andreotti, voleva notizie di... del dottore Cambria, io sono andato nella stanza perchè... perchè dovevo passare  al telefono...” - “Chi l’ammalato?” - “No, i Salvo”... questo è quanto.>>.

Solo in un secondo tempo, dopo specifica contestazione della Difesa, ha confermato che l’imputato aveva chiesto dei cugini Salvo o di Beppe Lima (<<AVV. BONGIORNO G.: Passiamo alla seconda parte della richiesta dell’interlocutore telefonico Andreotti o Segreteria Andreotti. Lei adesso ha detto che aveva chiesto dei Salvo e li andò a chiamare. Ora in questa dichiarazione lei rende una... da una versione diversa che io ora le leggo “In quel periodo il collega Messina mi disse...” secondo quanto qua dichiarato “...che aveva telefonato in reparto l’On. Andreotti e parlando con lui gli aveva chiesto notizie della salute del Cambria”. E fino qui è conforme. “Andreotti aveva chiesto inoltre di parlare con uno dei cugini Salvo o Beppe Lima”. - SCARDULLA CESARE: Si. - AVV. BONGIORNO G.: Siccome ora lei ha parlato solo di uno dei Salvo e invece qui fa riferimento a Beppe Lima mi interessava sapere se si era parlato di Lima Beppe, per ora. Aveva chiesto al telefono l’interlocutore.... - SCARDULLA CESARE: Parliamo del direttore sanitario. - AVV. BONGIORNO G.: Si. Se l’interlocutore telefonico, chiunque sia stato, ha chiesto di parlare con Beppe Lima o con uno dei Salvo o se ha chiesto soltanto di uno dei Salvo? - SCARDULLA CESARE: Ha chiesto di parlare o con uno dei Salvo o con Beppe Lima.>>).

Né, può dirsi che i ricordi dello Scardulla in merito alla degenza del Cambria ed alla conversazione avuta con il Messina, avvenute circa tredici anni prima, siano particolarmente limpidi (così come è del tutto comprensibile).

Il predetto, contrariamente a quanto riferito al magistrato inquirente il 2 maggio 1996, non ha ricordato con precisione se l’on. Salvo Lima avesse fatto visita al Cambria (<<PM: Ricorda se anche l'onorevole Salvo Lima in quel periodo fece delle visite di cortesia a Cambria in ospedale? - SCARDULLA CESARE: Di questo non ho un ricordo netto. - PM: Perché il 2 maggio del 1996 lei ha fatto l'elenco delle persone che oggi ha confermato e poi ha detto: "Veniva spessissimo nella stanza del Cambria anche Beppe Lima fratello dell'onorevole Salvo Lima allora direttore sanitario dell'ospedale ed a volte venne anche l'onorevole Lima". Qual'è il suo ricordo oggi? E' quello di stamattina oppure quello che lei mi riferì il 2 Maggio del 1996? - SCARDULLA CESARE: Il ricordo..io vivevo in un ospedale dove naturalmente l'onorevole Lima è venuto più di una volta o per pazienti ricoverati che lo potevano interessare, familiari o alcune volte per motivi anche suoi personali di malesseri, malori per cui trovandosi a Palermo evidentemente contattava il fratello ed il fratello poi lo accompagnava o lo indirizzava a seconda della necessità. Io ci ho il ricordo non nettissimo, potrei avere anche una sovrapposizione su questo punto con altre volte, ritengo che forse il Dottore D'Antonio che tenne allora di più i rapporti diciamo verbali con queste persone, intendendo per verbali il dare notizia, il discutere appunto il parlare anche di opportunità di trasferimenti o meno, lo possa ricordare in maniera ...>>) ed anche circa il contenuto di quanto rivelatogli dal Messina non è stato precisissimo ed ha significativamente parlato di una sua “interpretazione”: <<AVV. BONGIORNO G.: Si, daccordo. Lei è in grado di dirmi... di esludermi,  cioè fu chiaro nel dire “Cugini Salvo” oppure la parola cugini non fu pronunziata e fu uno dei Salvo o comunque ci può essere questo equivoco di Lima Salvo? - SCARDULLA CESARE: Io sarei un mostro di memoria... questo non lo posso... ho perfettamente interpretato la sua domanda, cioè il problema era se nel... nella frase Beppe Lima e Salvo Lima visto che c’è... - AVV. BONGIORNO G.: salvo di mezzo. - SCARDULLA CESARE: l’omonimia, in questo caso tra nome e cognome, potrebbe essere nato  un bisticcio di parole che poi... - AVV. BONGIORNO G.: Esatto. - SCARDULLA CESARE: No, io diciamo Beppe Lima... la mia interpretazione di quello che lui mi disse era questa... dico la mia interpretazione perchè le parole furono quelle. - AVV. BONGIORNO G.: Cioè? - SCARDULLA CESARE: Che lui aveva chiesto di parlare dei Salvo... con i Salvo, con uno dei Salvo o con Beppe Lima.>>.

Seguendo le premesse, non si tratta, in questa sede, di prendere posizione su un episodio piuttosto marginale e dalla, quanto meno incerta, conducenza probatoria, ma di evidenziare che i due testi, “politicamente” motivati nella lotta contro la mafia ed il malaffare, hanno inizialmente impresso alle loro deposizioni un senso spiccatamente accusatorio, indirizzandole verso una decisa conferma dei rapporti fra l’imputato ed i Salvo ed attenuando, in qualche modo, la valenza delle loro indicazioni soltanto dopo le contestazioni della Difesa; nel caso del Vullo, poi, detto atteggiamento si accompagna ad evidenti oscillazioni, che compromettono la affidabilità delle dichiarazioni del medesimo.

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D) Il precedente rilievo introduce l’inevitabile sottolineatura della – già accennata - particolare esposizione di tutta la inchiesta, largamente pubblicizzata dai mass media, alla interferenza, potenzialmente inquinante, derivante dalla pregressa conoscenza, da parte di vari dichiaranti, dei temi di prova e del contenuto di altre, precedenti propalazioni o acquisizioni.

Tale conoscenza, invero, priva molti apporti dell’importante requisito di genuinità garantito dalla verifica “a sorpresa”. Per una riprova oggettiva ed evidente, è sufficiente, a titolo meramente esemplificativo, accennare alle dichiarazioni che sono state rese dai fratelli Brusca in merito all’incontro fra il sen. Andreotti ed il boss Salvatore Riina ovvero alle già richiamate deposizioni concernenti il quadro o il vassoio: così, del tutto palese è che ben altra efficienza dimostrativa avrebbe potuto riconoscersi alle dichiarazioni dei fratelli Emanuele ed Enzo Salvatore Brusca in merito all’incontro fra l’imputato ed il Riina se le stesse fossero state rese quando i dichiaranti erano ignari delle precedenti propalazioni del Di Maggio.

Quanto considerato radica, tra l’altro, la opportunità di privilegiare, tendenzialmente, il riferimento alle originarie dichiarazioni della fonte, specie quando esse siano state rese in epoca in cui non erano noti ulteriori apporti forniti da altri sullo stesso tema di prova.

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E) La Corte, contrariamente a quanto ritenuto dai primi giudici, non considera verisimile che la peculiare posizione dell’imputato potesse, in astratto, indurlo a nascondere relazioni non particolarmente edificanti.

La lunghissima carriera politica del predetto lo ha talora messo a contatto, qualche volta anche assai intimo, con personaggi assai chiacchierati (si potrebbero citare Licio Gelli, Michele Sindona, Vito Ciancimino e lo stesso Salvo Lima) senza che il medesimo abbia dato mai segno della preoccupazione di nascondere o di allontanare tali frequentazioni, su alcune delle quali ha insistito, con una certa qual spregiudicatezza, anche quando si levavano voci pesantemente critiche: in buona sostanza, non esistono elementi che possano convalidare l’assunto secondo cui l’Andreotti abbia coltivato la preoccupazione di offuscare la propria immagine ammettendo alcune discutibili frequentazioni (in proposito, per inciso, si deve evidenziare la eccessiva enfasi con cui i PM appellanti hanno rimarcato l’erroneo riferimento, operato dal Tribunale nell’avanzare la ipotesi qui non condivisa, alle propalazioni di Giovanni Brusca in merito al coinvolgimento dei cugini Salvo nella strage Chinnici, posto che era noto già dal 1984 che gli stessi Salvo erano pienamente coinvolti in procedimenti aventi ad oggetto la loro partecipazione alla mafia).

La questione della interpretazione degli atteggiamenti eventualmente menzogneri dell’imputato deve, piuttosto, tenere conto della peculiarità dell’accertamento giudiziale da operare: deve, infatti, riconoscersi che colui che è chiamato a rispondere di una condotta quanto mai aspecifica, quale quella associativa, e così complessa da investire una notevole serie di fatti e di rapporti snodatisi lungo svariati anni, si può prospettare la eventualità che alcuni episodi o alcune relazioni, se ammessi, possano essere interpretati in senso sfavorevole al di là del reale significato che gli stessi hanno avuto. Sarebbe, dunque, errato procedere senz’altro alla immediata applicazione di un criterio generale che attribuisca, in qualche modo, una valenza confessoria (beninteso, in relazione alla imputazione contestata) alla menzogna smascherata.

In buona sostanza, anche l’innocente può mentire su alcuni accadimenti o addirittura nasconderli se ritiene più conveniente farlo per la sua difesa, ma da un siffatto atteggiamento non possono sempre desumersi categoriche conclusioni a lui sfavorevoli.

Respinta, dunque, una automatica valenza accusatoria di menzogne relative a fatti o aspetti specifici, resta, però, impregiudicata la possibilità di trarre un, per quanto generico, utile elemento di valutazione dalla reiterata ed eventualmente verificata inclinazione a nascondere specifici fatti o relazioni di qualche pregnanza. 

In ogni caso, anche a questo specifico riguardo deve riconoscersi la peculiarità della posizione processuale del sen. Andreotti ed occorre, pertanto, rifuggire dalla pedissequa e non meditata applicazione di criteri di massima che potrebbero mal attagliarsi al fatto da valutare.

 

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Traendo le conclusioni di quanto argomentato, deve, in primo luogo, rimarcarsi la esigenza di una imprescindibile, particolare prudenza nel valutare il compendio probatorio e le singole deposizioni, di cui va verificata la concreta attendibilità e la specifica conducenza, senza interferenze preconcette determinate dal generico, positivo giudizio sulla personale affidabilità del propalante, giudizio che non deve seguire canoni stereotipati, ma deve, per le assolute peculiarità già evidenziate, saper individuare, in termini particolarmente rigorosi, quali elementi negativi, possibili inquinamenti derivanti dalla conoscenza di precedenti indicazioni probatorie, la eventuale inclinazione palesata dal dichiarante verso interessi e mire personali, specie quando non sia stata spontaneamente abbandonata, nonché la propensione a compiacere le tesi accusatorie degli inquirenti o, addirittura, la concreta capacità di mentire per assecondare le stesse che la fonte abbia messo in mostra.

Per il resto, deve convenirsi con la Difesa circa la importanza relativa del giudizio generale sulla affidabilità di una fonte probatoria, legato a considerazioni spesso astratte e di difficile verificabilità: l’accoglimento pacifico del criterio della valutazione frazionata della “chiamata”, per dirlo con la Difesa, necessariamente comporta “che la credibilità non esclude verità parziali, così come la falsità non esclude verità parziali”, cosicché l’apprezzamento sulla generale attendibilità di una fonte non esclude possibili errori e falsità, come, per converso, non è precluso cogliere indicazioni veritiere anche nelle propalazioni di una fonte generalmente poco credibile.

E’ compito dell’interprete cogliere la sostanza delle indicazioni fornite e va tendenzialmente respinto il cavilloso indugiare su discordanze e su sfumature che, in definitiva, non la intacchino; allo stesso modo, non appare in linea con una adeguata interpretazione di apporti molto spesso concernenti fatti ed episodi assai lontani nel tempo la enfatizzazione di singole, erronee indicazioni di carattere marginale o addirittura estranee allo specifico tema di prova.

Se deve, in termini generici, respingersi il metodo valutativo improntato alla frammentazione del quadro probatorio, deve, però, affermarsi la tendenziale necessità di una inevitabile, rigorosa valutazione di ciascun fatto, senza che ciò implichi, comunque, una imprescindibile, precisa conferma esterna di ogni singolo episodio.

Nell’ambito di detta, rigorosa valutazione, poi, quanto mai cauto dovrà essere il ricorso alla possibilità di trarre utili indicazioni di riscontro dal semplice contesto, specie se, come è stato fatto dai PM appellanti, il quadro di riferimento venga ampliato a dismisura con la prospettazione di connessioni fra fatti assai lontani fra loro non solo e non tanto temporalmente, ma anche per la diversità delle situazioni ed delle condizioni in cui si sono svolti, e con la totale obliterazione del reale senso dei singoli avvenimenti, che, nell’ottica della Accusa, non è stato, talora, apprezzato con la dovuta attenzione.

Ciò ha dato luogo ad una grossolana accumulazione di fatti distinti e successivi, dal significato solo apparentemente omologo, alla stregua di una elaborazione che, oltre ad emarginare alcune importanti indicazioni, ha, di fatto, tradito la relazione del singolo episodio con lo specifico contesto, appiattendo il mutevole quadro di riferimento attraverso la individuazione di una inesistente, unica ed immutabile situazione, che, secondo i PM appellanti, si sarebbe protratta per circa un ventennio.

A titolo esemplificativo, si può citare il fondamentale episodio dell’incontro fra l’imputato ed alcuni capimafia avvenuto a Palermo nella primavera del 1980, cui i PM appellanti correttamente conferiscono il valore di una conferma delle personali relazioni fra i primo ed alcuni esponenti di Cosa Nostra, trascurandone, però, del tutto, il pregnante, intrinseco significato e la incidenza esercitata nello sviluppo delle medesime relazioni (sul punto si ritornerà più avanti).

L’inesatto ricorso alla cieca accumulazione, in un unico calderone probatorio, di episodi e condotte - ritenuti, talora, dimostrati sulla scorta di una disamina soltanto parziale e, per usare un termine caro ai PM appellanti, “atomistica” - è frutto di una operazione superficiale, che omette di cogliere di ogni singolo aspetto in considerazione lo specifico significato ed induce a spianare ogni peculiarità, ostacolando, in definitiva, la comprensione del reale corso degli avvenimenti, snodatisi in circa tre lustri, durante i quali molte cose sono accadute senza che gli appellanti abbiano avvertito alcun sostanziale mutamento, spinti dalla esigenza di conferire ad ogni tassello un significato coerente con la assunta, perdurante ed ininterrotta disponibilità dell’imputato nei confronti di Cosa Nostra: in questo modo sono pervenuti ad affermazioni apodittiche e del tutto destituite di fondamento alla stregua dei fatti acquisiti, quale quella, particolarmente insistita, secondo cui per un ventennio l’imputato sarebbe stato il costante riferimento dei cugini Salvo per la soluzione dei problemi del sodalizio mafioso.

Per le ragioni delineate, il metodo di approfondire la disamina della sussistenza e del significato di ogni singolo aspetto o episodio adottato dai primi giudici deve essere condiviso e, quanto alla valutazione degli elementi raccolti, ad avallare la richiamata, necessaria prudenza nel considerarli in relazione al globale, amplissimo contesto probatorio, sovviene la considerazione che un generalizzato e disinvolto ricorso al riscontro offerto dal complesso degli altri fatti acquisiti avrebbe reso superfluo un particolare approfondimento sui singoli episodi ed avrebbe condotto la indagine a risultati positivi anche nei casi in cui tali conclusioni non erano, alla prova dei fatti, giustificate.

 

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2) ALCUNE NECESSARIE PRECISAZIONI IN MERITO ALLA CONDOTTA VALUTABILE.

 

La già evidenziata aspecificità del delitto associativo rende necessario che la Corte precisi, prima di accingersi a valutare le complesse e variegate risultanze processuali, nella gran parte riproposte dagli appellanti PM, quale ritiene sia la condotta che, nel caso concreto, debba essere presa in considerazione al fine di verificare la sussistenza del reato addebitato e, cioè, la contestata partecipazione dell’imputato alla associazione mafiosa Cosa Nostra.

La puntualizzazione, tra l’altro, consentirà di individuare quanto è necessario approfondire e di accantonare il superfluo, posto che, come è evidente, la Corte non è chiamata tanto ad esprimere un giudizio in ordine alla sussistenza di alcuni fatti od episodi (per quanto eclatanti), ma principalmente in ordine alla ricorrenza della condotta illecita: ne consegue che la assunzione di una univoca e definitiva posizione in ordine alla sussistenza del singolo episodio, che escluda ogni possibile alternativa, non sarà strettamente necessaria tutte le volte in cui la meditata analisi dei fatti e delle possibili, diverse opzioni interpretative non ne muterà, nella sostanza, la (negativa) rilevanza in vista del giudizio sulla condotta di partecipazione a Cosa Nostra addebitata.

Alla stregua della ormai consolidata esperienza giudiziaria, consacrata in una innumerevole serie di decisioni, la prima e fondamentale figura di partecipe a Cosa Nostra che viene all’attenzione dell’interprete è quella del soggetto organicamente inserito nella associazione mafiosa (denominato, secondo il gergo proprio del sodalizio, “uomo d’onore”).

A tale prima accezione si può fare riferimento nella fattispecie se si tiene conto dell’epoca, ormai lontana, alla quale risale la condotta contestata, che, secondo gli stessi PM, non si è protratta, comunque, oltre l’inizio del 1992 (con la sentenza della Corte di Cassazione che ha definito il c.d. maxiprocesso si può dire definitivamente cessato, anche alla stregua della prospettazione accusatoria, ogni rapporto fra l’imputato ed il sodalizio mafioso).

E’ notorio, infatti, che nel sistema tradizionale di Cosa Nostra, il quale, si ribadisce, per la evidenziata, risalente collocazione temporale delle condotte in esame, è quello a cui si deve fare riferimento, l’inserimento nel sodalizio mafioso e la appartenenza allo stesso erano contrassegnati da alcune peculiari regole (una formale cerimonia di iniziazione; la presentazione rituale fra gli affiliati; la possibilità di discutere soltanto con altri affiliati degli affari interni alla associazione mafiosa; il dovere di dire la verità fra affiliati) che rendevano immediatamente riconoscibili, all’interno della organizzazione, gli “uomini d’onore” e che nettamente li distinguevano dai soggetti di cui la organizzazione medesima eventualmente si serviva e che erano, tuttavia, privi dello status di affiliato (appunto, “uomo d’onore”) e delle connesse “prerogative”.  

In passato è stato talora contestato che la semplice indicazione di un imputato quale “uomo d’onore”, in carenza di concreti elementi comprovanti la specifica attività svolta in seno al sodalizio, fosse sufficiente a radicare la responsabilità in ordine al reato associativo.

Come la Corte ha, in proposito, avuto modo di osservare – nell’ambito di decisioni divenute irrevocabili -, alla stregua delle ormai consolidate conoscenze, sancite da numerose pronunzie giudiziali, una delle peculiarità della organizzazione Cosa Nostra era (e, forse, è tuttora) costituita dalla capillare diffusione sul territorio, che consentiva, anche attraverso la coesione interna assicurata da un patto associativo rigoroso e che non ammetteva sgarri, una, anche soltanto eventuale, ampia disponibilità di apporti, su cui gli “uomini d’onore” potevano contare nelle più disparate zone del territorio siciliano ed anche, talora, fuori dall’Isola.

La accertata unitarietà della organizzazione, sia pure divisa in articolate ramificazioni periferiche, e la diffusione capillare degli associati garantivano, in buona sostanza, un incisivo controllo di un vastissimo territorio e, all’occorrenza, complicità e protezioni, ricoveri ed assistenza per i latitanti. In altri termini, può dirsi che la folta schiera degli associati, a prescindere dall’attivo impegno in specifiche attività illecite di ciascuno di essi, determinava la vera forza e la pericolosità estrema della organizzazione criminale.

Se, dunque, il gran numero degli associati costituiva un essenziale punto di forza del sodalizio, che ha assicurato, tra l’altro, una costante capacità di rigenerazione, si deve convenire che le singole adesioni arrecavano già, di per sé, un notevole apporto alla organizzazione, a prescindere dalle specifiche attività individuali poste in essere in seno alla stessa.

Degno di nota è, poi, che il formale ingresso in Cosa Nostra avveniva attraverso un cerimoniale ed un giuramento cui veniva annessa una rilevante importanza: la ritualità del conferimento della formale veste di “uomo d’onore”, preceduto, peraltro, di massima, da un periodo di militanza sostanziale, ragionevolmente escludeva ogni possibilità di ipotizzare che il nuovo adepto non si rendesse perfettamente conto del significato che assumeva l’inserimento nel sodalizio e della disponibilità totale assunta nei confronti dello stesso e degli altri associati.

Ne deriva che non può svalutarsi la assunta veste di “uomo d’onore”, svincolandola dalla adesione totale che essa sottendeva e riducendola a una mera definizione, priva di autonoma pregnanza.

Il semplice status di ”uomo d’onore” consentiva, tra l’altro, l’accesso a notizie riservatissime, quali quelle sulla composizione personale e sulla struttura di Cosa Nostra; lo stesso status, inoltre, permetteva, attraverso il sistema della rituale presentazione, la conoscenza diretta di altri partecipi al sodalizio e tale interscambio di informazioni, in una associazione rigorosamente segreta, non può che interpretarsi, di per sé, come un vero e proprio agire in seno alla organizzazione e per le finalità della stessa. Non può dubitarsi, infatti, che la conoscenza degli altri partecipi inevitabilmente determinasse un reciproco affidamento in ordine alla conservazione, all’esterno, del segreto sulla comune veste di “uomini d’onore” e fosse idonea a radicare virtuali aspettative in termini sodaliristici.

Non si ritiene, pertanto, essenziale, ai fini della responsabilità in ordine al reato associativo, la individuazione dei concreti contributi arrecati dal singolo associato alle specifiche attività di Cosa Nostra, stante che è sufficiente a fondare la stessa responsabilità la semplice adesione al sodalizio, apprezzabile, di per sé, come un importante apporto.

Del resto, la norma incriminatrice punisce la semplice partecipazione alla associazione delinquenziale e non richiede affatto la prova di un concreto impegno del singolo “uomo d’onore” in specifiche incombenze.

In conclusione, ad avviso della Corte, ove siano persuasive e, perciò, idonee ad integrare una adeguata dimostrazione in merito, anche le semplici indicazioni aventi ad oggetto la mera veste di “uomo d’onore” del singolo imputato concretizzavano la prova della condotta associativa, a meno che, beninteso, non ricorressero pregnanti controindicazioni che autorizzassero il convincimento di una adesione svuotata non solo di un concreto contributo alla attività del sodalizio, ma anche di una seria adesione psicologica alle finalità dello stesso e, dunque, di una, sia pure virtuale, disponibilità di agire per esso.

La delineata disponibilità totale dell’“uomo d’onore”, da ritenere insita nella contrazione del vincolo associativo con Cosa Nostra, era tendenzialmente perpetua, salva, su quest’ultimo punto, la sopravvenienza di fatti idonei a comprovare il venir meno della stessa ovvero a radicare un ragionevole dubbio in merito.

Posto ciò, deve pacificamente escludersi che le emergenze processuali consentano di ricondurre la figura dell’imputato a quella di un “uomo d’onore”, ritualmente ed organicamente affiliato a Cosa Nostra e che il predetto fosse considerato dai mafiosi alla stregua di uno di loro.

A quest’ultimo riguardo è sufficiente rilevare che nessun significativo apporto attribuisce all’imputato la veste di “uomo d’onore” e citare uno dei più pregnanti episodi che, secondo la prospettazione accusatoria, avrebbero visto protagonista il sen. Andreotti.

La vicenda che ruota attorno all’omicidio del Presidente della Regione Siciliana Pier Santi Mattarella (6 gennaio 1980) vede - si ribadisce, secondo la prospettazione accusatoria che verrà più avanti verificata - il sen. Andreotti prima incontrarsi con il boss Stefano Bontate ed altri capimafia nella tenuta agricola “La Scia” appartenente agli imprenditori Costanzo di Catania e, quindi, il medesimo estromesso dalla, quanto mai importante, decisione di sopprimere l’eroico esponente politico. Tale esclusione trova rispondenza nell’irritato atteggiamento dell’imputato, il quale “scende” in Sicilia nella primavera del 1980 per chiedere spiegazioni in merito alla decisione di commettere quel gravissimo fatto di sangue, che evidentemente non condivide e non aveva condiviso.

La richiesta di spiegazioni, a sua volta, irrita il Bontate, il quale, in occasione di tale, secondo incontro entra in duro contrasto con l’imputato, alza la voce e, in qualche modo, contrappone se stesso e la organizzazione di cui fa parte al suo interlocutore, al partito egemone della Democrazia Cristiana di cui quest’ultimo è esponente di spicco, e, più in generale, al mondo politico: per nulla deferente al cospetto di una personalità di primo piano nella vita politica nazionale, già più volte titolare di cariche di governo anche al più alto livello, il Bontate precisa con veemenza che nelle regioni del Sud comandano essi mafiosi e che se la Democrazia Cristiana vuole conservare la prevalenza elettorale si devono seguire le indicazioni degli stessi; diffida, inoltre, la classe politica dall’assumere provvedimenti antimafia, pena gravi conseguenze.

In buona sostanza, lo sviluppo della vicenda, quale si ricava dalle stesse fonti di accusa, non può lasciare dubbi sul fatto che l’imputato non facesse organicamente parte del sodalizio mafioso, sol che si consideri, a tacer d’altro, che, malgrado la sua ipotizzata vicinanza a Cosa Nostra ed il suo peso di uomo di potere influentissimo, non è stato interpellato neppure su una decisione di importanza essenziale – anche sotto il profilo di stretta competenza politica – e potenzialmente gravida di conseguenze politico-legislative (tanto da indurre il ricordato, minaccioso atteggiamento del Bontate), quale quella di assassinare un esponente di primissimo piano del suo stesso partito.

Del resto, sempre secondo la prospettazione accusatoria, in altra circostanza il Bontate, conversando con suoi sodali, avrebbe fatto presente semplicemente la buona predisposizione verso la organizzazione di Andreotti, che aveva dato prova di disponibilità in alcune occasioni in cui era stato “disturbato”.

Escluso, dunque, che, anche seguendo la ipotesi accusatoria, possa parlarsi di un organico inserimento dell’imputato in Cosa Nostra, si deve, però, convenire che il disconoscimento della veste di associato da parte dei membri della stessa organizzazione non preclude all’interprete di ritenere, comunque, sussistente la illecita partecipazione al sodalizio mafioso.

La commissione del delitto associativo può, infatti, ravvisarsi in altri, meno intimi, legami, che, quantunque non riconosciuti come legittimanti dagli stessi affiliati alla organizzazione criminale, indichino all’interprete una partecipazione alla stessa: la individuazione di tali legami, dunque, acquisisce significato essenziale.

Come la Corte ha avuto modo di rilevare in occasione di precedenti pronunzie, nel tentativo di colpire la c.d. fascia grigia dei fiancheggiatori della associazione mafiosa, si è venuta delineando negli ultimi anni una elaborazione giurisprudenziale che ha attratto nella sfera di punibilità forme di partecipazione “esterna” al sodalizio e, dunque, comportamenti singoli non concretizzati da una vera e propria affiliazione.

La giuridica qualificazione degli stessi si profila problematica, giacché essa rinvia a situazioni spesso incerte, ambigue e di difficile lettura, che inevitabilmente rendono in larga parte opinabile il confine dell’illecito penale e che, conseguentemente, costringono l’interprete ad una ardua ponderazione dei dati processuali, divisa fra la esigenza di non lasciare impunite condotte astrattamente riconducibili alla ipotesi criminosa e quella di non ricomprendervi comportamenti che vanno, semmai, sanzionati esclusivamente in relazione a specifiche fattispecie delittuose, ovvero che sono solo moralmente vituperabili. 

Posto che tali forme di partecipazione non possono, come è ovvio, individuarsi nella semplice esistenza di relazioni o di mere frequentazioni con esponenti mafiosi, può dirsi che sono due le possibili ipotesi di concorso nel reato associativo che prescindano dall’inserimento formale nella organizzazione mafiosa.

1) Il primo caso riguarda una attività di cooperazione continuativa con il sodalizio criminale, equiparabile, sul piano sostanziale, ad una vera e propria adesione allo stesso, pure in assenza di formale affiliazione, cui deve corrispondere la consapevolezza degli affiliati di poter fare affidamento sull’apporto dell’agente.

L’ipotesi rinvia, per esempio, a condotte, in sostanza, assimilabili a quella dell’affiliato e, in particolare, alle pratiche di “tirocinio” cui venivano sottoposti i futuri “uomini d’onore” prima di essere formalmente ammessi, una volta sperimentata la loro valentia e la loro affidabilità criminale, nella organizzazione.

In qualche modo assimilabile allo schema profilato è la ipotesi in cui, pur in assenza di una formale affiliazione e pur in presenza di un legame meno intimo di quello appena prospettato, l’agente abbia deliberatamente e consapevolmente prestato al sodalizio mafioso - inteso nel suo complesso - un contributo non episodico ma di apprezzabile continuità - e stabilità –, tale da rivelare, in buona sostanza, la coscienza e la volontà di aderire alla associazione criminale.

2) Il secondo caso concerne non già un comportamento continuativo di adesione e cooperazione alle finalità del sodalizio, che l’agente fa proprie, ma si estrinseca in singoli e concreti contributi alla associazione mafiosa, le cui caratteristiche, però, secondo quanto precisato dalla giurisprudenza della Suprema Corte, devono essere tali da arrecare un apporto essenziale alla vita della organizzazione in vista del superamento di momenti di particolare difficoltà della stessa: in questa seconda ipotesi non è necessario che l’agente faccia proprie le finalità della organizzazione, potendo egli perseguire scopi propri, purché nella consapevolezza dell’essenziale aiuto prestato all’intero sodalizio.

La distinzione fra “uomo d’onore”, organicamente ed a pieno titolo (con la pienezza del relativo status e delle connesse “prerogative”) inserito nel sodalizio criminale, e semplice partecipe alla associazione nel senso delineato è densa di pregnanti ricadute sul piano ontologico e, di conseguenza, sul piano della prova del reato.

Ed infatti, in entrambe le profilate ipotesi di partecipazione, per così dire, non formale, ciò che radica la condotta associativa è il contributo arrecato dall’agente alla organizzazione: a differenza di quanto avviene per il soggetto formalmente affiliato alla organizzazione (“uomo d’onore”), non può, infatti, ritenersi sufficiente a costituire prova della stabile partecipazione al sodalizio mafioso l’affermata sussistenza di un semplice status dell’agente, che non sia corredata da adeguate indicazioni concernenti l’apporto conferito dal medesimo alla associazione criminale.

Ancora, mentre, come accennato, per la particolare struttura dei rapporti fra gli affiliati a Cosa Nostra (associazione segreta che non può tollerare il pericolo della lesione della segretezza) non è fisiologicamente possibile una adesione circoscritta nel tempo, cosicché il vincolo associativo deve ritenersi tendenzialmente perpetuo, lo stesso non può dirsi per le profilate, meno intime, forme di partecipazione, che comportano, tra l’altro, una limitata conoscenza della compagine criminale.

Ne consegue che, in carenza di una pregnante prova contraria, può sempre affermarsi la permanenza della condotta associativa dell’affiliato, permanenza la cui prova non è legata all’aggiornato e dimostrato ripetersi di concreti apporti al sodalizio: per contro, laddove difetti un organico inserimento nella compagine mafiosa sono proprio i singoli apporti o la stabile disponibilità che definiscono la condotta associativa, che, pertanto, è ravvisabile solo fino a quando gli stessi apporti vengano arrecati o fino a quando la stessa disponibilità persiste.

Tanto premesso in termini generali, ritornando in qualche modo alla peculiarità del caso Andreotti che si riflette anche sotto il profilo in considerazione, ci si deve chiedere se nella fattispecie la stabile partecipazione “non formale” possa essere radicata dalla prova di una semplice, continuativa disponibilità, anche in assenza della dimostrazione piena e concreta di singoli, specifici apporti.

Ora, la Corte ritiene che la valutazione dello stabile contributo conferito al rafforzamento della associazione criminale non può realisticamente non tenere conto della concreta posizione che, nell’ambito del potere legale, occupi l’agente: è, infatti, evidente il differente rilievo che, sotto il profilo considerato, va riconosciuto ad una inequivoca manifestazione di amicizia proveniente da un soggetto che occupi ai massimi livelli le sfere del potere per essere una eminentissima ed influentissima personalità politica di livello nazionale.  

Al riguardo si può ragionevolmente ritenere che la semplice consapevolezza, da parte dei membri della organizzazione mafiosa, della amichevole disponibilità di un importantissimo personaggio politico nazionale rafforzi il sodalizio, giustificando negli affiliati il convincimento di essere protetti al più alto livello, con la conseguenza che la stessa, perdurante disponibilità può costituire, di per sé, un notevole e continuativo contributo alla associazione criminale.

La Corte si rende conto che, in via di principio, un orientamento di tal genere espone al rischio di minare la imprescindibile esigenza di assicurare a qualsivoglia ipotesi criminosa un minimo di tipicità, potendo attrarre nell’ambito della punibilità – a titolo di partecipazione alla associazione per delinquere – anche comportamenti intrinsecamente equivoci, non estrinsecantisi in un concreto, specifico ed esattamente individuabile apporto alla organizzazione criminale, ma piuttosto in semplici manifestazioni di vicinanza e di disponibilità, anche non seguite da alcun concreto, verificabile contributo.

Malgrado la esposta riflessione, deve, tuttavia, ritenersi che la amichevole disponibilità verso il sodalizio mafioso, dotata di una qualche continuità, palesata da un influentissimo personaggio politico sia idonea a radicare la responsabilità in ordine al reato associativo, purché il comportamento dell’agente sia stato assistito dalla consapevolezza e dalla autentica volontà di interagire con la associazione mafiosa e, dunque, sia pure con le anomale modalità delineate, di farne parte.

 

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3) LE NUOVE PROVE ORALI ACQUISITE NEL GIUDIZIO DI APPELLO: BREVI CONSIDERAZIONI SULLA INTRINSECA ATTENDIBILITA’ DEI DICHIARANTI ANTONINO GIUFFRE’ E GIUSEPPE (PINO) LIPARI.

 

Il capitolo dedicato alle premesse introduttive deve essere chiuso dalla valutazione della intrinseca attendibilità dei soggetti che solo in questo grado del giudizio hanno arricchito, con le loro dichiarazioni, il già imponente compendio probatorio.

1. Iniziando da Antonino Giuffrè, escusso su richiesta della Accusa nella udienza del 16 gennaio 2003, si osserva, innanzitutto, che, in dipendenza anche della solo recente collaborazione con la giustizia del medesimo, la Corte non dispone degli esaustivi elementi di valutazione della sua intrinseca attendibilità che possono essere forniti, in particolare, dalla sperimentata verifica giudiziale della fondatezza delle indicazioni accusatorie.

Tuttavia, pare possibile, al riguardo, esprimere un giudizio cautamente non negativo, con le precisazioni che si diranno.

In primo luogo deve rimarcarsi come la posizione di spicco (capo del “mandamento” di Caccamo) assunta da svariati anni in Cosa Nostra dal Giuffrè trovi conferma in pronunciamenti giudiziali anche risalenti: in proposito si può fare rinvio alle sentenze rese dalla Corte di Appello di Palermo 15 marzo 1994, irrevocabile il 18 aprile 1994, il 15 febbraio 2001, irrevocabile il 4 ottobre 2001, nonché a quella resa dalla Corte di Assise di Appello di Palermo il 29 marzo 2000, irrevocabile il 30 settembre 2000; inoltre, dalla prima delle citate sentenze si desume che al Giuffrè è stata effettivamente demandata la assistenza al capomafia Michele Greco, latitante nel territorio del “mandamento” di Caccamo, nel cui agro è stato arrestato nel febbraio 1986.

Ora, costituiscono indiscutibilmente un notevole supporto logico alle rivelazioni del Giuffrè sia la citata veste che la menzionata incombenza curata dal medesimo, posto che le stesse, a partire dagli anni ’80, lo hanno effettivamente messo in condizione di frequentare capimafia di prima grandezza e di acquisire, in tal modo, conoscenza di importanti fatti che inerivano alla vita del sodalizio mafioso, raccogliendo, dapprima dal Greco e, quindi, dai vertici “corleonesi” di Cosa Nostra (in particolare, da Salvatore Riina e da Bernardo Provenzano), quelle confidenze che formano oggetto principale del suo apporto, fondamentalmente basato su notizie de relato.

Per il resto si può rilevare:

che non constano personali motivi di risentimento che possano aver negativamente influito sulle indicazioni fornite a carico dell’imputato;

che nelle dichiarazioni del Giuffrè non sono ravvisabili particolari incongruenze;

che per il poco che è dato verificare raffrontando, in particolare, le dichiarazioni rese dal Giuffrè sullo specifico tema dei rapporti fra i vertici di Cosa Nostra ed esponenti politici - e, dunque, quelle che formano oggetto dell’interrogatorio del 7 novembre 2002 - con quelle rese dinanzi alla Corte il 16 gennaio 2003, non si riscontrano significative discordanze, se si eccettua la integrazione, fornita soltanto il 16 gennaio 2003, concernente gli incontri diretti dell’imputato con il capomafia Stefano Bontate ed il contrasto verificatosi fra i due, integrazione sulla quale si ritornerà più avanti;

che il Giuffrè non ha risposto alle domande che gli sono state rivolte da Accusa e Difesa con superficialità ed avventatezza, ma, al contrario, ha messo in mostra un atteggiamento misurato e la preoccupazione di meditare le sue affermazioni attraverso un eloquio lento e riflessivo;

che il Giuffrè ha riconosciuto lealmente di non essere in grado di fornire indicazioni dirette e specifiche sulla gran parte degli aspetti che rilevavano nel presente processo (<<PRESIDENTE: Avvocato, è inutile che facciamo qui un’arringa. Desidera ancora una volta l'Avvocato conoscere se Lei sa indicare i fatti specifici, al di là di questo generico riferimento ad un arco di impunità, un arco temporale di impunità? - GIUFFRE’: Su fatti specifici, non ho ricordato e non ricordo nemmeno ora i discorsi precisi e specifici. […] AVV. COPPI: Questo lo abbiamo capito, ma io chiedevo se Lei ricordava se Provenzano le abbia mai detto: ho incontrato Ciancimino, il quale mi ha detto di essersi visto con il senatore Andreotti e di avere parlato di questo e di quest'altro? Lei mi risponde che non se lo ricorda, quindi non si ricorda neppure quali possano essere state richieste specifiche inoltrate al senatore Andreotti tramite Ciancimino? - GIUFFRE’: No, tramite Ciancimino, questo no, Avvocato.>>);

che il Giuffrè non ha esitato ad ammettere lealmente fatti che militavano a sfavore della tesi di accusa, quali: la declinante attenzione del Lima nei confronti di Cosa Nostra; la progressiva ed ininterrotta incisività della azione di contrasto alla mafia promossa dalle forze dell’ordine e dalla magistratura e la correlata insussistenza di concreti interventi politici che alleggerissero la pressione sul sodalizio criminale nel corso degli anni ’80; la assenza di qualsivoglia riferimento del Riina all’imputato, in particolare in relazione all’auspicato “aggiustamento” del maxiprocesso (<<GIUFFRE’: E appositamente Salvo Lima era additato in modo particolare da Provenzano come la persona che lo riteneva il maggiore responsabile di questi mali che cominciavano sempre più a riversarsi sopra Cosa Nostra. […] PRESIDENTE: E in che cosa, diciamo, si può ritenere Lima responsabile di questa situazione che si era venuta a creare? Perché Lei a questo accennava. - GIUFFRE’: Perché non aveva... incisivamente intervenuto presso gli alti..., le alte sfere politiche romane affinché queste intervenissero nei loro..., cioè per mitigare questa pressione duplice delle Forze dell'ordine e della Magistratura. Spero di essermi spiegato. […] AVV. COPPI: D'accordo. Per quello che Lei sa o per quello che ha potuto constatare ma con riferimento a fatti, non le chiediamo di..., o per quello che le è stato detto da Michele Greco, le risulta che dopo il 1983 e dopo le assicurazioni date da Nino Salvo e da Gioia di cui questa mattina ci ha parlato, tant'è vero che Lei parla di ottimismo di Michele Greco, le risulta che ci sia stato questo allentamento di pressione? - GIUFFRE’: In tutta onestà, no. […] AVV. COPPI: Queste garanzie, il Totò Riina diceva da chi le avrebbe ricevute? O meglio, se vogliamo, Totò Riina diceva di essere in grado di dare queste garanzie per avere ricevuto assicurazioni da parte di chi? - GIUFFRE’: Cioè, Avvocato, Signor Presidente, in tutta onestà non è che si sia..., non ha mai fatto riferimento preciso al senatore Andreotti, si atteneva su questo discorso di avere ricevuto delle garanzia.>>).

Le positive notazioni testé formulate militano, dunque, a favore del riconoscimento di un apprezzabile grado di intrinseca attendibilità del Giuffrè, idoneo a consentire il passaggio alla valutazione del merito dei suoi apporti.

Su questo versante deve, però, segnalarsi la caratteristica fondamentale che connota le dichiarazioni del predetto e che ne menoma il rilievo probatorio, ravvisabile nella estrema e, del resto, ammessa, genericità della maggior parte dei riferimenti del medesimo, quasi sempre ancorati alle notizie trasmessegli da terzi in termini quanto mai vaghi e non corredati dalla indicazione di fatti o situazioni dotati di un minimo di specificità: la notazione si presenta particolarmente pregnante alla luce dell’effetto inquinante che può essere stato determinato dalla probabile, pregressa conoscenza di fatti e di temi di prova che sono stati ampiamente dibattuti nel corso del procedimento a carico del sen. Andreotti, aspetti che di certo hanno ricevuto ampia diffusione sui mezzi di comunicazione.

In questo quadro si deve segnalare come in alcuni passaggi della sua deposizione il propalante è significativamente sfuggito alle richieste di specificazione, spingendosi fino a rendere affermazioni che profilavano giudizi di sintesi in ordine agli apporti arrecati da Andreotti a Cosa Nostra, giudizi che pur non mancando, come meglio si dirà in sede di conclusioni, di una loro significatività, sembrano, a tutta prima, ripetere convincimenti diffusi presso certi analisti (forse si potrebbe più propriamente parlare di luoghi comuni) più che basati su fatti concreti, che, come ricordato, il collaboratore non è stato mai in grado di indicare (paradigmatico è il seguente, eloquente passo dell’esame dibattimentale del 16 gennaio 2003: <<AVV. COPPI: Però io le avevo chiesto se mi sapeva indicare comunque un fatto specifico, specialmente con riferimento al periodo in cui tutto andava alla grande, di interventi del senatore Andreotti in favore di Cosa Nostra? Perché, vede, di interventi contrari ne abbiamo tanti, a partire da tutta la attività legislativa e che Lei ha indicato non essere stata accolta con particolare favore da Cosa Nostra. Quindi di interventi negativi del senatore Andreotti nei confronti di qualcosa, noi abbiamo il processo pieno di esempi, non riusciamo a trovare un caso specifico di intervento del senatore Andreotti in favore di Cosa Nostra, speravamo che Lei ce lo potesse indicare. - GIUFFRE’: Allora dato che non sono chiaro, ritorno... – PRESIDENTE: Se ha qualche cosa di specifico da dirci ce lo dica, se deve ripetere quello che ha detto no. - GIUFFRE’: A livello di... – PRESIDENTE: Dico, risponda alla domanda, sostanzialmente è una domanda quella che le ha fatto. - GIUFFRE': E la domanda, cioè? – PRESIDENTE: Dice: Lei é in grado di indicarci qualche particolare, parole, qualche aiuto fornito del senatore Andreotti a Cosa Nostra? - GIUFFRE’: Grazie, Signor Presidente, all’interessamento dell'onorevole Andreotti che vi è stato per Cosa Nostra un periodo di impunità, mi faccia passare il termine.>>).

Peraltro, alcune inedite rivelazioni del Giuffrè (quale quella sul ruolo di intermediario fra Cosa Nostra ed Andreotti che sarebbe stato svolto da Vito Ciancimino) non possono senz’altro ricondursi a cognizioni assunte dal collaboratore seguendo lo sviluppo del processo o certa letteratura, anche se impongono all’interprete di non escludere la possibilità che le stesse siano frutto fantasioso della esigenza, avvertita dal propalante, di qualificare la propria collaborazione convalidando, in qualche modo, la tesi accusatoria con apporti originali e, in definitiva, non verificabili.  

Una prudente valutazione consiglia, in definitiva, di non disconoscere al collaboratore una genuinità di fondo, ma impone, per via delle esposte notazioni, di verificare con il dovuto, massimo rigore la effettiva conducenza probatoria delle dichiarazioni del medesimo che via via verranno in considerazione.

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2. Le notazioni già formulate per il Giuffrè in tema di genericità possono, grosso modo, estendersi a Giuseppe (Pino) Lipari, esaminato, come già ricordato, su richiesta della Difesa nella udienza del 14 marzo 2003, anch’egli solo di recente determinatosi a rendere dichiarazioni in merito alla responsabilità di terzi.

Peraltro, a differenza del Giuffrè, il Lipari non ha riscosso particolare successo presso i magistrati inquirenti e nei confronti del medesimo risulta essere stata revocata la procedura di ammissione al regime previsto dalla legge per i collaboratori di giustizia (si veda la nota del 17 gennaio 2003 del Procuratore della Repubblica di Palermo, prodotta al P.G. nella udienza del 31 gennaio 2003).

Come già ricordato allorché è stato illustrato lo svolgimento del processo, la Corte, con la ordinanza che ha ammesso l’esame del Lipari, ha riconosciuto che egli era potenzialmente portatore di notevolissime conoscenze per via della accertata sua vicinanza con i massimi vertici della mafia “corleonese” (in particolare, con i noti Salvatore Riina e Bernardo Provenzano) e che aveva dato luogo, nel corso delle dichiarazioni rese ai magistrati inquirenti, a comportamenti scorretti, emersi con evidenza nel corso di alcune intercettazioni ambientali di colloqui da lui avuti il 3 dicembre 2002 ed il 7 gennaio 2003 con i familiari, comportamenti che gettavano un’ombra sulla intrinseca attendibilità del medesimo e suggerivano la possibile strumentalità dell’asserito intento di collaborare con la giustizia. Tuttavia, la Corte ha rilevato anche che dalle medesime intercettazioni e dalle dichiarazioni rese dal predetto allorché, il 15 gennaio 2003, gli erano state contestate le svariate violazioni accertate, non era mai emersa una indicazione esplicita, ancorché indiretta, che dimostrasse in modo inequivocabile la falsità delle affermazioni da lui rese ai magistrati inquirenti e, comunque, ha ritenuto che, alla stregua della esigenza di non ostacolare la ricerca della verità, già tenuta presente nell’ammettere, interrompendo la discussione, l’esame del Giuffrè, non dovesse negarsi all’imputato la possibilità di svolgere pienamente la sua difesa.

Riprendendo la accennata, negativa incidenza del contenuto degli intercettati colloqui con i familiari, la Corte deve rilevare che le giustificazioni fornite al riguardo dal Lipari vertono, in sostanza, sulla esigenza di tranquillizzare i congiunti e di salvaguardarli da possibili ritorsioni in conseguenza delle indiscrezioni sul contenuto delle sue propalazioni, alcune delle quali erano comparse sulla stampa.

Tale giustificazione, tuttavia, non appare esaustiva, posto che in alcuni atteggiamenti intercettati non si intravede la semplice preoccupazione di tranquillizzare i familiari: gli stessi giustificano, al contrario, la forte impressione di un comportamento strumentale e di una collaborazione non genuina, non autentica e non intrapresa con l’intento di rivelare senza riserve tutto quanto noto.

Al riguardo è sufficiente citare alcune eloquenti espressioni usate dal Lipari, nel conversare dei suoi familiari, a proposito di quanto aveva già dichiarato ai magistrati inquirenti e di quanto si proponeva ancora di riferire ai medesimi, espressioni dalle quali si desume la netta sensazione di un compiaciuto resoconto dei contenuti della sua collaborazione, vissuta come un “lavoro” da lui ben congegnato ed attuato, “alto”, che non si occupava di fatti specifici o gravi che potessero incidere concretamente su alcuno e che, anzi, si proponeva deliberatamente di preservare talune persone da ogni possibile accusa e di far pervenire ad altre messaggi rassicuranti - per esempio, a Mario D’Acquisto, uomo politico siciliano di primo piano e già esponente di spicco della corrente andreottiana - (P = Lipari; C. = la figlia Cinzia):

<P: … siamo entrati un poco su Andreotti… gli ho detto: “Io amo Andreotti più di mio padre, che non ho conosciuto… io so… incompr… che Andreotti non si è baciato con nessuno, non si è visto con nessuno… non esiste! Questa situazione…” (rivolgendosi a Cinzia) quando parli con Gaetano… gli dici che mi saluta a D’Acquisto… a Mario (a bassa voce) … al vecchio… Mario D’Acquisto – C: uhm… - P: gi dici:”Pino ti saluta”… gli dici che dorma tranquillo che non ha detto niente… neanche lo conosce!… perché… incompr… - C: ... incompr.. – P: no, ma lui non sa niente io… io per dirglielo… frase incomprensibile… quindi lo tranquillizzi per questa cosa…>;

<P: quindi il rapporto politico con come si chiama… il rapporto politico con… Dell’Utri… scartato … scartato completamente… questo è importante che te lo legga… magari… “I tentativi degli agganci con personaggi della nuova politica attuale” … come vedi, Cinzia… vedi come lavora tuo papà?>;

<P: sto volando un poco così… alto, alto… alto, alto… cioè questi sono… incompr… Arturo… io non ho da accusare di fatti specifici… persone… non so di omicidi né antichi né … incompr… voi li sapete tutti oramai… processi già fatti eccetera, eccetera ... gli ho detto: “Da dieci anni a Palermo non succede niente - gli ho detto - proprio questa ... attesa … incompr ... che la pensa all’americana … se gli succede qualche cosa si lecca le ferite!” … tutto quello che… quindi capirono un poco la situazione… quindi siamo su ... su una strada giusta… io non so se voi avevate carpito qualche cosa ... se mi credevano ... se non mi credevano ... dice: “Noi abbiamo agevolato anche la stampa per dire, per ora quello sta parlando però noi non è che uno si pente e dopo tre giorni e possiamo dire ci crediamo: non ci crediamo ... per la sicurezza delle famiglie … incompr… eccetera – C: ... frase incomprensibile… - P: … incompr… quindi, Arturo io ho fatto questa disamina… […] Fino all’ultimo incontro che io ebbi con lui (n.d.r. Provenzano Bernardo) nel maggio duemila la situazione per agganci politici non era stata ancora risolta - quindi questo combacia con quello che dice Giuffrè - Ebbi l’impressione che stesse in attesa di tempi migliori. Ma non demordeva”. Perché mi sono portato queste carte... così vi ho annoiato un poco a leggere questa cosa invece di parlare dei fatti nostri eccetera ... per dirvi questo è il taglio che sto dando a questa cosa … mi sono spiegato? Il taglio è questo ... quindi non è che io mi sto andando ad accollare ... perciò questa paura ... queste cose… incompr… po se l’avvocato…>;

<P: come vedi… vedi che taglio ho dato? Non tocco Marsala, Arturo… perché tu ci devi stare… perché avrei tante cose da dire su Pizzo su Figurelli…>.

La inevitabile, negativa luce che tali atteggiamenti gettano sulla attendibilità del Lipari non è stata dissipata dall’esame dibattimentale del medesimo, il quale, pure, era certamente assai vicino ai vertici “corleonesi” di Cosa Nostra, così come confermano gli accertamenti giudiziari definitivi (il predetto, tra l’altro, oltre che all’esito del maxiprocesso, è stato condannato per il reato di associazione mafiosa, insieme al Riina, al Giuffrè e ad altri, nell’ambito del procedimento denominato “mafia e appalti”, con la sentenza irrevocabile della Corte del 4 giugno 1998 - prodotta dal P.G., su invito della Corte, prima dell’esame del collaboratore Antonino Giuffrè -) e l’apporto di svariati collaboratori di giustizia (da ultimo, proprio del Giuffrè).

Ed invero, nel corso della deposizione dibattimentale il Lipari ha sostanzialmente ripetuto quanto aveva riferito in precedenza anche a proposito dell’imputato, senza, tuttavia, spiegare in modo esauriente e con la massima franchezza cosa si nascondesse dietro quegli atteggiamenti che gli sono stati puntualmente contestati dal P.G. e, in definitiva, quale fosse stato il suo reale disegno nell’intraprendere la collaborazione con gli inquirenti: come già evidenziato, non appare, infatti, soddisfacente la asserzione del Lipari secondo cui i suoi atteggiamenti sarebbero stati, in sostanza, dettati dal mero intento di tranquillizzare i familiari, intento che è chiaramente inidoneo spiegare le affermazioni sopra riportate. 

In ogni caso, per quanto qui interessa, può rimarcarsi come in merito alla posizione dell’imputato il Lipari abbia, in sostanza, negato la esistenza di qualsivoglia interazione del predetto con la mafia corleonese, in particolare:

escludendo di essere mai venuto a conoscenza dell’incontro fra Riina e Andreotti ed aggiungendo che lo stesso Riina ad un eventuale colloquio con l’imputato si sarebbe fatto accompagnare ed assistere proprio da esso dichiarante;

riferendo che Paolo Rabito, da lui conosciuto in carcere nel 1995, nel corso di una comune detenzione presso la Casa Circondariale dell’Ucciardone, ebbe a smentire, conversando con lui, l’episodio dell’incontro, parlando, in proposito di una “montatura politico giudiziaria” (pag. 32 del verbale di interrogatorio del 18 dicembre 2002): dinanzi alla Corte, peraltro, il Lipari, ritornando sull’argomento, non ha ripetuto la ricordata definizione del Rabito, avendo in tale occasione, nel corso dell’esame della Difesa, dichiarato che il <<Rabbito mi disse su una richiesta che gliela feci così, gli ho detto perciò ti fai questi incontri e non dici niente? Mi disse questa è una invenzione del Di Maggio, chissà che cosa spera di ottenere come sconti di pena etc…>>; più tardi, in sede di controesame del P.G., il Lipari ha ribadito la precedente affermazione dibattimentale, inducendo il P.G. a rilevare la vistosa differenza con quanto aveva dichiarato ai magistrati inquirenti (<<LIPARI: Ho detto stamattina che si trattò di una conversazione, l'argomento del giorno era questo processo, quindi si parlava all'area di queste cose e in un momento di debolezza, considerato quello che lei giustamente mi fa osservare, in un momento di debolezza questo dice, ripeto testualmente le parole, queste parole di Di Maggio vedi che cosa si è inventato. - PRESIDENTE: L'ha chiesta lei questa spiegazione o no? - LIPARI: Io ho detto passeggiando, si assiste a questi baci, a questi incontri… - PRESIDENTE: Quindi è stato lei a sollecitare il chiarimento? -  LIPARI: Si, ho sollecitato il chiarimento e lui mi ha detto questa cosa e basta. - P.G.: Che cosa le ha detto esattamente? - LIPARI: Mi ha detto che era stata una invenzione del Di Maggio perché non so a che cosa aspirasse in una delle sue collaborazioni con queste invenzioni, questo furono le parole che mi ha detto Paolo Rabbito. - P.G.: Al procuratore della Repubblica il 18 dicembre a foglio 32 lei ha detto cosa diversa, lei ha detto che testualmente Rabbito le avrebbe detto, guardi, questa è una montatura politica o giudiziaria, la definì così, io non ho fatto mai questo incontro, cioè lei ha dato una definizione del tutto diversa e una risposta del tutto diversa da quella che ci sta dando oggi. - LIPARI: Non credo che sia diversa. - P.G.: Lei oggi sta dicendo che Rabbito disse, non è vero Di Maggio si è inventato un sacco di fesserie. - LIPARI: Appunto, non è una montatura? - P.G.: Sono cose completamente diverse.>>);

riferendo dei commenti del Provenzano circa l’episodio de quo: si trattava di un complotto ordito al fine di destabilizzare la DC ed il P.S.I. <<P.G.: Senta, ma per caso Rabbito le raccontò pure di un complotto ordito per destabilizzare la DC e il PSI, portare il PC al Governo, le raccontò pure che Violante e Castelli di  chiara fede comunista e Caselli di chiara fede comunista avevano dato carta bianca a D'Alema e che lei era un ingenuo, le disse tutte queste cose Rabbito? - LIPARI: Questo non me l'ha detto Rabbito, queste cose me le ha dette Provenzano. - P.G.: Quando gliele ha dette Provenzano? - LIPARI: Nel 1999.>>);

riferendo che Ignazio Salvo aveva fatto sapere che il Lima gli aveva comunicato che non poteva parlare all’imputato dell’“aggiustamento” del maxiprocesso o di agevolare Cosa Nostra in quanto sarebbe stato estromesso dalla corrente andreottiana (<<AVVOCATO COPPI: Quindi c'è stato un intervento solo di Ignazio Salvo, perché Ignazio Salvo intervenisse su Lima e affinché Lima arrivasse da Andreotti? - LIPARI: Se Ignazio Salvo dovesse arrivare all'Onorevole Andreotti o a altri non lo so, so solo però che in ultimo quando decise il Riina di girare le spalle alla democrazia cristiana lo fece, in quanto disse Ignazio Salvo, non preoccupatevi, io non posso parlare al Presidente di questa cosa, al Presidente si riferiva al Presidente della sua corrente, perché mi caccerebbe fuori dalla corrente. Questo lo ha riferito Ignazio Salvo per averglielo detto Lima. - AVVOCATO COPPI: Quindi Ignazio Salvo non si era rivolto direttamente al Senatore Andreotti, ma ne avrebbe dovuto parlare con Lima e da Lima ha avuto questa risposta di cui lei ci sta dicendo? - LIPARI: Si, la risposta è stata questa, che lo fece infuriare un poco. - PRESIDENTE: Questo fatto l’ha riferito Salvo oppure l’ha appreso così? - LIPARI: Questo me l’ha detto Riina. - PRESIDENTE: Quindi Riina avrebbe appreso da Salvo che dopo avere parlato con Lima, Lima gli avrebbe risposto io non mi posso permettere di parlare di queste cose col Presidente perché mi caccerebbe, è questo il senso? - LIPARI: Il concetto è proprio questo e fu per questo che Lima intanto si cominciava a defilare, Lima non veniva più a Palermo, ricordo che poi andò via alle europee, fu definito babiaturi in questa cosa.>>).

Nella narrazione del Lipari, peraltro, non sono mancate contraddizioni, anche piuttosto palesi, fra le quali si possono ricordare:

quella, già menzionata, concernente il tenore della confidenza da lui ricevuta dal Rabito;

quella concernente un diretto incontro fra Provenzano e l’on. Lima, di cui ha parlato dinanzi alla Corte (<<P.G.: Lei ha detto oggi se non sbaglio, ha parlato di un incontro diretto Lima - Provenzano, quando Lima, tanto per ricordare l'episodio, aveva la febbre a 38 - 39, ma lei il 05  novembre a foglio 69 ha escluso che ci fosse stato mai un incontro diretto tra Lima e Provenzano, ma ha detto invece che questo rapporto era stato mediato da Totò Greco, se vuole le rileggo il passo. - LIPARI: Lo ricordo questo fatto. - P.G.: Sul punto è molto chiaro perché lei lo esclude espressamente. - LIPARI: Io ho escluso questo incontro quando Ciancimino cavalcò Provenzano per riemergere politicamente e Provenzano sposò questa causa, tant'è che fu oggetto di sfottò da parte di tutti perché Riina non volle più incontrare il Ciancimino, lo vide solo una volta e non lo volle più incontrare per suoi motivi, non gli piacque il comportamento del Ciancimino in quell'occasione e per quella richiesta specifica che gli aveva fatto. Quindi i contatti non c'erano stati più, ma il contatto tra Provenzano e Lima è successo nell'83 solo una volta. - P.G.: Come mai davanti al Procuratore della Repubblica aveva detto che non c'era stato un incontro diretto? - LIPARI: Nelle carte che mi sono state sequestrate e che ha il procuratore della Repubblica c'è tutto questo resoconto  preciso. - P.G.: I suoi appunti le sono stati sequestrati? - LIPARI: Esattamente. - P.G.: Non mi risulta. Quando le sono state sequestrati? - LIPARI: Il 15  gennaio. - P.G.: Non se ne dà atto a verbale che le sono stati sequestrati. - LIPARI: Si, io ho il verbale. - PRESIDENTE: Volevo un chiarimento. Ma questo incontro tra Provenzano e Lima è contestuale, cioè Provenzano - Lima e Ciancimino, cioè quando Lima aveva la febbre, è sempre lo stesso incontro? - LIPARI: Si, quello è l'incontro. - P.G.: C'era pure Ciancimino? - LIPARI:  Si, c'era Ciancimino, Salvo Lima, Provenzano e...>>) e che aveva, invece, inequivocabilmente escluso deponendo dinanzi ai magistrati inquirenti (v. pagg. 68/69 dell’interrogatorio del 5 novembre 2002: <<GRASSO: Scusi, mi era parso di capire che c’era stato un incontro Provenzano-Lima o ho capito male? – LIPARI: No, no. – GRASSO: Non c’è mai stato? – LIPARI: Non c’è mai stato… - GRASSO: Che le sappia – LIPARI: no che io sappia, no, non c’è stato…>>);

quella concernente l’epoca dell’incontro con Provenzano nel corso del quale costui gli avrebbe espresso la sua opinione in merito all’episodio del presunto colloquio fra Andreotti e Riina: come già ricordato, nel corso del dibattimento il Lipari ha precisato che tale colloquio sarebbe avvenuto nel 1999 (si vedano le dichiarazioni sopra testualmente trascritte), laddove ai magistrati inquirenti (interrogatorio del 18 dicembre 2002, pag. 56) aveva riferito: <Riina non mi parlò mai di questo incontro, assolutamente, non me ne ha mai parlato di questo incontro. Quindi, quando io sono uscito nel ‘96, dopo che era stata pubblicizzata questa cosa, era cominciato il processo, ecc., il primo argomento che toccai con Provenzano - siamo nel ‘96, dopo il ‘96, io uscii nel maggio del ’96 - il primo discorso che affrontai con Provenzano fu proprio questo, il processo Andreotti: ci dissi, “dimmi una cosa, Totuccio non mi ha detto nulla, mai nulla, tu ora mi devi dire come stanno le cose”, Provenzano fu categorico e mi disse, “sei un ingenuo”, così mi ha detto, “non vuoi capire che si è trattato di un complotto politico- giudiziario, come fu Tangentopoli al nord, che serviva a destabilizzare la Democrazia Cristiana ed il Partito Socialista, e portare il Partito Comunista al Governo, mentre nel mondo il comunismo è stato abbattuto ed a Roma noi portiamo i comunisti al Governo. Che Violante e Caselli, di chiara fede comunista” - è il Provenzano che parla - “di fede comunista e giustizialista”, disse, avevano avuto carta bianca da D’Alema il baffino, cosi mi dice il Provenzano, per adoperarsi su questa via. E quindi mi diede dell’ingenuo, dice, “come mai tu non... colsero i frutti delle loro idee, distrussero la grande imprenditoria siciliana, con la conseguenza anche per l’immagine della Sicilia”...>.

In generale, l’impressione che si trae dalle dichiarazioni del Lipari è che il medesimo abbia fatto sapiente uso di cognizioni personali attinte dalle sue incisive frequentazioni mafiose, accomunandole, però, talora confusamente, a informazioni derivate da notizie di stampa e da propalazioni, a lui note anche per ragioni processuali, di alcuni collaboratori di giustizia. Una indicativa esemplificazione in tal senso si trae dalle deduzioni difensive riportate nella pag. 1265 della memoria conclusiva, che evidenziano come il Lipari parli a casaccio delle voci relative a presunti incontri di Andreotti con esponenti mafiosi e collochi tra gli interlocutori dell’imputato “perfino personaggi che, per quanto risulta dalle loro stesse affermazioni, sicuramente non lo hanno mai visto: è il caso di Siino, indicato, seppure genericamente e alla rinfusa, tra coloro che avrebbero avuto uno di tali incontri” (<<LIPARI: Io avevo capito che lei mi chiedesse se io personalmente ero a conoscenza. Si erano sentite queste voci di incontri con Bontade e con Siino etc… Il Provenzano mi disse, c'è questa voce, in questi termini.>>).

In tal modo il Lipari ha palesato conoscenze non sempre genuine del mondo mafioso ed ha cercato di rassegnare una lettura congrua – ma probabilmente strumentale - degli avvenimenti succedutisi, non mancando di arricchire e “colorare” la sua narrazione (si può citare, al riguardo, l’asserito ricordo, a margine della rievocazione del processo a carico dei Rimi, dell’assassinio del Lupo Leale, che egli avrebbe avuto modo di vivere da vicino in quanto da “ragazzino” abitava nei pressi del luogo in cui era stato consumato - pag. 35/36 delle trascrizioni del verbale del 18 dicembre 2002 -: in realtà, il Lupo Leale è stato ucciso il 30 gennaio 1962, quando il Lipari non era più un “ragazzino”, essendo nato il 14 aprile 1935).

In definitiva, se tutto quanto evidenziato non esclude che i sicuri, stretti contatti del Lipari con il Riina ed il Provenzano abbiano consentito al medesimo di accedere alla diretta conoscenza di fatti di rilievo o di commenti dei predetti o di altri esponenti mafiosi, e se non consente neppure di disconoscere radicalmente ogni attendibilità alle indicazioni da lui fornite, tuttavia si comprende bene come precludano la possibilità di fare pieno ed incondizionato affidamento sulle sue propalazioni la generale impossibilità di riconoscergli un sincero ravvedimento ed una genuina volontà di cooperare con la giustizia senza riserve e senza strumentali accorgimenti.

Si può convenire con la Difesa che l’atteggiamento assunto non abbia procurato al Lipari alcun vantaggio e che, in astratto, poteva essere per lui conveniente accodarsi al coro degli accusatori dell’imputato: tuttavia, è sufficiente riflettere sui veri scopi perseguiti dal predetto – che potevano non essere quelli di collaborare lealmente con la giustizia ma di screditare le accuse contro l’amato uomo politico – per cogliere la relatività del rilievo.

In ogni caso, per le esposte ragioni, alle dichiarazioni del Lipari – e specialmente a quelle favorevoli all’imputato – non potrà essere mai attribuita una valenza decisiva e le indicazioni del predetto potranno semplicemente fungere da utile conferma di fatti e situazioni che dovranno trovare in altri e ben più pregnanti elementi la loro compiuta dimostrazione.

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CAPITOLO II : I FATTI VALUTABILI CONCERNENTI L’EPOCA ANTECEDENTE ALL’AVVENTO DEI “CORLEONESI” (fino all’inizio del 1981).

 

I) GLI EPISODI CONNESSI CON L’ASSASSINIO DEL PRESIDENTE DELLA REGIONE, ON. PIERSANTI MATTARELLA.

 

A) L’incontro fra il sen. Andreotti e Stefano Bontate a Palermo nella primavera del 1980.

La Corte ritiene che la specifica indagine sulla condotta dell’imputato debba prendere le mosse da un episodio che considera essenziale nello sviluppo storico della vicenda dei rapporti fra il predetto ed esponenti di Cosa Nostra: si tratta dell’incontro con il boss Stefano Bontate ed altri mafiosi avvenuto in Palermo nella primavera del 1980, qualche mese dopo l’assassinio del Presidente della Regione Siciliana, on. Piersanti Mattarella (risalente al 6 gennaio 1980).

La articolata disamina contenuta nella appellata sentenza, sopra compendiata, e nei, dettagliatamente riportati, motivi di gravame esime dall’esporre nuovamente gli elementi di prova, diretti ed indiretti, che sono stati addotti dalla Accusa al fine di offrirne dimostrazione.

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1. In questa sede si deve, innanzitutto, chiarire se lo stesso episodio possa considerarsi provato alla stregua delle indicazioni fornite dalla sola, specifica fonte, costituita dalle dichiarazioni del collaboratore Francesco Marino Mannoia.

La Corte ritiene che alle stesse dichiarazioni debba essere riconosciuta piena attendibilità.

Come ci si è riproposti, non si farà riferimento alla, pur sperimentata, attendibilità personale del collaboratore ed al giudizio ampiamente positivo formulato sul tema dallo stesso Tribunale, che, tuttavia, non ha ritenuto di poterne trarre argomento per conferire valore probatorio alle specifiche dichiarazioni concernenti l’imputato.

Accantonando per il momento alcune discordanze, estranee al particolare tema di prova, si deve, piuttosto, valutare la consistenza delle specifiche dichiarazioni che interessano, per verificare se, in linea con quanto evidenziato nelle premesse introduttive, le stesse possano essere state condizionate da una preconcetta avversione nei confronti del sen. Andreotti ovvero dall’intento di accreditare la propria collaborazione, arricchendola di un contributo particolarmente importante quale è indubbiamente quello in questione.

In primo luogo, deve trarsi argomento di attendibilità dalla constatazione che il Marino Mannoia ha superato la remora costituita dal possibile pregiudizio che avrebbero potuto arrecargli le accuse lanciate nei confronti di un personaggio della influenza del sen. Andreotti: una preoccupazione del genere, del resto, è stata più di una volta esplicitata dal collaboratore in occasione della deposizione del 3 e 4 aprile 1993.

Al riguardo deve essere sottolineato come le dichiarazioni del Marino Mannoia, a differenza di quelle di altri collaboratori, siano intervenute quando gli elementi della indagine a carico del sen. Andreotti non avevano ancora acquisito sviluppo e notorietà, solo successivamente assunti, cosicché le stesse appaiono frutto del sincero e notevole sforzo di superare la atavica remora a parlare di rapporti fra Cosa Nostra ed personaggi politici, oggettivamente suscettibile di esporre il propalante e gli stessi inquirenti alle insidie multiformi degli sbarramenti che sarebbero stati opposti da ancora potenti soggetti, remora che, in buona sostanza, può considerarsi del tutto superata nella fase successiva, anche in virtù di precise ragioni storiche, sintetizzabili nella incisiva azione di contrasto promossa dalle forze dell’ordine e dalla magistratura inquirente e nell’affievolirsi della influenza e del prestigio degli accusati ed, in particolare, per quanto qui interessa, dell’imputato (ampia dimostrazione dell’assunto si trae dalla, già evidenziata, messe di apporti accusatori spontanei, non sempre degni di credito, talora diretti esclusivamente proprio contro influenti personaggi politici).

In particolare, mette conto rimarcare, in proposito, come nessuna fonte prima del Marino Mannoia avesse parlato di rapporti diretti fra il sen. Andreotti ed i cugini Salvo.

Prescindendo da tale aspetto, deve riconoscersi che il complessivo tenore delle dichiarazioni del Marino Mannoia non denuncia affatto intenti persecutori nei confronti dell’imputato, posto che egli non ha affatto accreditato la tesi di accusa che trova la sua sintesi nella imputazione di associazione mafiosa (capo B della epigrafe).

Il predetto, infatti:

non ha esitato a prospettare che, per quanto a sua conoscenza, i pregressi rapporti intrattenuti dal sen. Andreotti con la fazione che faceva riferimento al capomafia Stefano Bontate (assassinato nell’aprile del 1981) non si fossero perpetuati in seguito, con il gruppo che aveva assunto il predominio in seno a Cosa Nostra (i “corleonesi”) dopo la “guerra di mafia” dei primissimi anni ’80 [<In questo contesto successivo alla morte di Bontate, Riina e i suoi cercavano anche la fiducia di Andreotti. Ho sentito che non si sono trovati bene con lui, nel senso che Andreotti non è risultato disponibile come era tempo prima. Tanto è vero che fu deciso di dare una dimostrazione ad Andreotti, facendo pervenire (anche all’Ucciardone) l’ordine – per tutti gli uomini d’onore – di far votare votare, in tutta la Sicilia che si poteva avvicinare, il P.S.I. ed in Particolare Martelli ed un candidato di Partinico, che mi pare si chiamasse Filippo Fiorino (mi riferisco alle elezioni del 1987)> – pagg. 16/17 del verbale del 3 e 4 aprile 1993 -; tali dichiarazioni sono state ribadite in sede di esame dibattimentale: <<PM NATOLI: scusi, due precisazioni. Lei ha parlato di  "schiaffo" e di "scrollata". Sa per quale motivo si doveva dare uno "schiaffo", si doveva dare una "scrollata" alla Democrazia Cristiana con questa inversione, diciamo, di tendenza, nella espressione del voto, nel 1987? - MANNOIA F.: sì, la parola "schiaffo", specialmente la  "scrollata", la "scrollata" riferita alla Democrazia Cristiana era soprattutto riferita ad un singolo uomo in particolare, all'Onorevole Giulio Andreotti. E in quella occasione appresi che l'Onorevole Andreotti, dopo la morte di Bontade, dopo tante cose avvenute a Palermo negli anni successivi, non si era più, diciamo, non era più disponibile nei confronti di Cosa Nostra>>];

non ha esitato ad escludere che fosse a sua conoscenza che, anche in specifica relazione al maxiprocesso, l’imputato fosse coinvolto in disegni di “aggiustamento” e, in quest’ambito, non ha esitato ad escludere di essere a conoscenza di una comunità di intenti illeciti che legasse il sen. Andreotti al Presidente della Prima Sezione Penale della Corte di Cassazione, dr. Corrado Carnevale, e che il primo fosse il tramite di cui i mafiosi si servivano per arrivare al secondo (<Il presidente Carnevale è stato sempre avvicinabile. […] A me non risulta che Carnevale fosse contattato per il tramite di Andreotti> – pag. 17 del citato verbale dell’aprile 1993 -);

non ha riferito, in realtà, di alcuno specifico favore che l’imputato avrebbe fatto al sodalizio mafioso (in particolare, rimane fuori dalla propalazione del predetto ogni riferimento al caso Rimi, al caso Sindona e, più in generale, ad interessamenti del sen. Andreotti volti ad “aggiustare” processi che vedevano imputati importanti esponenti mafiosi).

Può dirsi, dunque, che il Marino Mannoia si sia lealmente limitato a rassegnare quanto a sua conoscenza, senza aggiungere (come sarebbe stato agevole ed anche incontrollabile), neppure in termini generici, riferimenti, ancorché indiretti, a favori elargiti dall’imputato ad esponenti di Cosa Nostra e senza formulare alcuna facile illazione (come è stato fatto da altre fonti) in ordine a legami fra l’imputato ed i “corleonesi”.

Nessuna inclinazione a compiacere gli inquirenti può, pertanto, intravedersi nelle misurate dichiarazioni del collaboratore, il quale spontaneamente ha condotto il suo dire su Andreotti essendo stato piuttosto interrogato sull’assassinio dell’on. Lima (vedasi il verbale del 3 aprile 1993) ed è arrivato al punto di escludere, in termini espliciti, che da un certo momento in poi l’imputato avesse agevolato alcun esponente mafioso.

Né il Marino Mannoia è ragionevolmente sospettabile dell’intento di guadagnare benefici, posto che la sua figura di collaboratore serio e prestigioso era ormai consolidata, così come erano consolidate le sue condizioni di vita, peraltro assicurate non dagli inquirenti italiani, ma dalla competente autorità statunitense: semmai, nell’ambito della deposizione del 3 e 4 aprile 1993, egli ha esposto la sua personale posizione a possibile aggravamento, avendo per la prima volta confessato la partecipazione a numerosi omicidi.

Al di là dell’ulteriore, pregnante elemento di attendibilità, radicato dalla significativa impossibilità di ravvisare nelle specifiche dichiarazioni in esame (si ribadisce, quelle attinenti all’incontro della primavera del 1980) incoerenze o incongruenze di sorta - che neppure il Tribunale, pur all’esito di una valutazione particolarmente rigorosa, ha evidenziato -, occorre brevemente occuparsi dei soli rilievi mossi dai primi giudici alle indicazioni del collaboratore, incentrati:

sulla incapacità del Marino Mannoia di collocare con precisione nel tempo l’episodio;

sulla falsa, risalente versione secondo cui il Bontate si sarebbe “infuriato” per l’assassinio del Presidente Mattarella;

sulla erronea attribuzione al Presidente Mattarella della adesione alla corrente andreottiana della D.C.;

sulla non riscontrata affermazione del collaboratore circa i favori elargiti dal Presidente Mattarella ad esponenti mafiosi;

sulla pregressa, erronea affermazione riguardante la partecipazione materiale all’omicidio del Presidente Mattarella di tale Francesco Davì, in merito alla quale il Marino Mannoia, nel corso dell’esame dibattimentale, si è dichiarato incerto;

sull’esito negativo della indagine diretta ad individuare i due velivoli PA20 e DA20 che nel mese di aprile del 1980 erano atterrati nell’aeroporto di Birgi senza essere registrati dal personale civile dell’aeroporto;

sull’esito negativo della indagine concernente l’incontro nella tenuta “La Scia” dei fratelli Costanzo, precedente logico e cronologico di quello della primavera del 1980.

Sul primo punto, senza immorare, come hanno fatto, in modo fin troppo pignolo, i PM appellanti, sulle diverse occasioni in cui i primi giudici non hanno sollevato obiezioni in merito ad indicazioni temporali solo approssimative, occasioni, peraltro, non esattamente assimilabili a quella in questione, della quale il Tribunale ha correttamente evidenziato la peculiarità – si trattava pur sempre del solo contatto diretto che il dichiarante aveva avuto con una personalità della importanza di Andreotti -, la Corte deve, però, convenire che il dato non può supportare un giudizio negativo.

Alla stregua di una valutazione assolutamente ragionevole deve, infatti, riconoscersi come sia del tutto plausibile che a distanza di tanti anni non venga serbato il ricordo della esatta data di un avvenimento che, per quanto rilevante e suscettibile di essere rammentato vividamente, non può considerarsi alla stregua di un episodio fondamentale nella vita del Marino Mannoia che sia stato periodicamente richiamato alla memoria in connessione con il preciso giorno in cui si era verificato – quale può essere la ricorrenza di un avvenimento emotivamente coinvolgente che afferisca alla vicenda personale o familiare di un uomo -: anche tenendo conto della peculiarità del fatto, che va, peraltro, considerata alla stregua della percezione soggettiva del singolo osservatore – nella fattispecie il Marino Mannoia, che si è autodefinito “apolitico” e che poteva, sul momento, non cogliere la peculiarissima importanza storica dell’episodio anche perché avvezzo ai rapporti del Bontate con esponenti politici anche di notevole rilievo -, la approssimazione del collaboratore, la cui indicazione non è stata, peraltro, oggetto di oscillazioni (come in altri casi è avvenuto), è più che comprensibile e non giustifica, pertanto, perplessità di sorta in ordine alla attendibilità del medesimo.

Se è vero che la medesima approssimazione ostacola la possibile difesa dell’imputato, tuttavia tale aspetto non può certo assumere rilievo fondamentale in vista della esclusione della affidabilità della indicazione, che, del resto, trova conferma negli elementi logici e fattuali che verranno rassegnati più avanti. 

Di significato tutt’altro che decisivo appare la risalente, falsa versione del Marino Mannoia secondo cui il Bontate sarebbe stato “infuriato” per l’assassinio del Presidente Mattarella: il mendacio, spontaneamente richiamato, ammesso e rettificato dallo stesso Marino Mannoia allorché si è determinato a riferire quanto a sua conoscenza dei rapporti mafia-politica (v. pagg. 13/14 del verbale della deposizione del 3 e 4 aprile 1993), trova adeguata giustificazione nella pregressa, programmata intenzione di non affrontare tale argomento, posto che un diverso resoconto avrebbe comportato una spiegazione che, alla stregua di quanto successivamente rivelato, avrebbe potenzialmente coinvolto proprio le relazioni fra mafiosi e politici; inoltre, così come il Marino Mannoia ha confermato anche nel corso dell’esame dibattimentale, il Bontate non era, in ogni caso, felice di quella decisione, che aveva, comunque, concorso ad adottare, e gli appellanti PM non hanno mancato di evidenziare che la circostanza trova pieno riscontro nelle dichiarazioni del Buscetta – una ulteriore, sia pure indiretta, indicazione circa le perplessità del Bontate si ricava dalle dichiarazioni del collaboratore Di Carlo concernenti il colloquio fra il Bontate medesimo ed il capomafia di Ribera, Carmelo Colletti, riferitogli da quest’ultimo (si vedano gli stralci testuali delle medesime dichiarazioni sopra riportati nell’illustrare i motivi di appello) -.

Il riferito atteggiamento del Bontate, del resto, appare in linea non solo con la tendenziale “moderazione” del medesimo, poco incline ad atti sanguinari eclatanti che colpissero le istituzioni dello Stato - tanto può trarsi dalle concordanti dichiarazioni dei collaboratori che lo conoscevano bene per aver intrattenuto con lui intimi rapporti (v., per esempio, Marino Mannoia e Buscetta, ma anche la seguente, significativa affermazione di Gaspare Mutolo: <<PM: No, no. Intendevo chiederle che cosa significò nella storia di Cosa Nostra l'omicidio Bontate? – MUTOLO G.: Significò, diciamo, il sopravvento, diciamo, la fine di un'epoca, diciamo così, di una certa cultura mafiosa e l'inizio di una cultura mafiosa aberrante e aggressiva, di quello che insomma è sotto gli occhi di tutti... insomma degli ultimi tempi insomma.>>) –, ma, più in generale, con le tradizionali strategie della mafia, alle quali egli si atteneva e dalle quali altri esponenti mafiosi - e segnatamente quelli appartenenti alla fazione dei “corleonesi” - si sono allontanati (con gli esiti tragici ormai consegnati alla storia, ma anche, in definitiva, con grave danno per la organizzazione criminale, colpita dalla, infine inevitabile, dura reazione dello Stato).  

E’ vero, come osservato dai primi giudici, che la remora a parlare dei rapporti mafia-politica non implicava necessariamente la enfatizzata prospettazione di una posizione assolutamente contraria del Bontate e l’uso della parola “infuriato”, ma non è possibile trarre da una versione dei fatti sicuramente falsa e reticente, quale quella fornita al Giudice Istruttore del tempo, valido argomento per confutare quella rettificata oggi prospettata.

E’, infatti, dato pacifico e non revocabile in dubbio che fosse falso e reticente quanto a suo tempo il Marino Mannoia riferì al Giudice Istruttore e che detta falsità sia stata ammessa dallo stesso collaboratore, che, tra l’altro, ha lealmente e credibilmente rivelato di essersi determinato, in definitiva, a rimanere inerte, evitando di distogliere il giudice inquirente dall’erroneo indirizzo investigativo che ritenne fosse da costui in quel momento privilegiato, indirizzo che individuava nel terrorismo di destra la matrice del delitto Mattarella: siffatto atteggiamento appare del tutto in linea con la prospettata “furia” del Bontate ed è plausibile in chi preferiva eludere ogni approfondimento dell’argomento.    

Non può, pertanto, ritenersi che la originaria versione del Marino Mannoia fosse veritiera e il medesimo la abbia deliberatamente “aggiustata” per renderla congrua con il suo nuovo, falso racconto.

Peraltro, non bisogna dimenticare che i (peculiarissimi) contenuti del colloquio fra l’imputato ed il Bontate sono stati esplicitati proprio dal Marino Mannoia, cosicché, ipotizzando che egli abbia artatamente manipolato i fatti, non si comprenderebbe perché avrebbe dovuto spontaneamente richiamare e rettificare la pregressa, falsa dichiarazione resa dinanzi al Giudice Istruttore anziché eludere ogni possibile contraddizione adattando gli stessi contenuti all’atteggiamento (“infuriato”) del Bontate in precedenza riferito: così, senza pregiudicare la congruenza del racconto, avrebbe potuto rivelare che, chiamato dall’imputato a fornire spiegazioni in ordine a quella tragica determinazione, il Bontate, anziché contrapporsi all’illustre interlocutore replicando fermamente e veementemente alle critiche da costui rivolte all’operato di Cosa Nostra, ne avesse riconosciuto il fondamento e si fosse giustificato affermando che, malgrado il suo contrario avviso, era prevalsa, con suo disappunto, in seno alla organizzazione la decisione di assassinare il Presidente della Regione, caldeggiata da altre fazioni con le quali egli non era in buoni termini.

Si potrà obiettare che una siffatta versione avrebbe implicato la esposizione del Bontate al rischio di intaccare dinanzi al suo eminente interlocutore il proprio prestigio di capomafia, ma anche tale possibile rilievo non avrebbe potuto radicare una logica incongruenza dell’eventuale racconto alternativo del collaboratore: ed invero, un simile, recuperabile, sacrificio del Bontate poteva logicamente valere la conservazione dei buoni rapporti con l’influentissimo uomo politico, pregiudicata dall’atteggiamento di dura contrapposizione riferito dal Marino Mannoia.

In merito alla erronea attribuzione al Presidente Mattarella della adesione alla corrente andreottiana della D.C. ed alla affermazione del Marino Mannoia circa i favori elargiti dallo stesso Presidente Mattarella ad esponenti mafiosi si possono richiamare le, dettagliatamente riportate, argomentazioni dedotte dai PM appellanti.

In particolare, la prima affermazione è chiaramente frutto di una erronea deduzione del collaboratore che conferma la sua scarsa dimestichezza con la politica e che non è, comunque, idonea ad incidere, in termini sostanziali, sulla attendibilità del suo racconto, essendo sufficiente sottolineare come sia, comunque, ragionevole ritenere che, a prescindere dalla appartenenza a diverse correnti della Democrazia Cristiana, fosse credibile per i mafiosi che ad un uomo della esperienza e del prestigio di Andreotti non difettassero, in astratto, le occasioni per cercare di influire, attraverso una opportuna attività di mediazione politica, sul collega di partito Mattarella (e, come appare fin troppo evidente dallo svolgimento dei fatti riferito dal Marino Mannoia, era proprio quella della mediazione politica la sola strada ammessa dall’imputato).

Peraltro, si può riconoscere che i margini di tale eventuale mediazione fossero oggettivamente assai angusti e che ciò renda, in qualche modo, plausibile il rilievo del Tribunale e della Difesa circa la congruenza della indicazione del Marino Mannoia: il punto merita, dunque, una valutazione più approfondita, che verrà svolta nel paragrafo dedicato alla crisi dei rapporti fra l’imputato e Cosa Nostra.

Quanto alle relazioni fra il Bontate, i Salvo ed il Presidente Mattarella, si può concedere che il Marino Mannoia possa averle tradotte, all’esito di un procedimento meramente deduttivo, in favori accordati ai primi, così come rivela, del resto, la genericità del riferimento: malgrado ciò, nel rinviare alle corrette e condivisibili argomentazioni dei PM appellanti, in questa sede ci si può limitare a rimarcare come gli elementi di fatto dai medesimi richiamati – e trascurati dai primi giudici - valgano, comunque, ad escludere che sia rimasta smentita la esistenza di pregressi rapporti fra l’eroico uomo politico ed esponenti mafiosi, cosicché dalla relativa affermazione del Marino Mannoia, al di là della prova dello specifico, effettivo fondamento della elargizione di favori, non può trarsi valido argomento per mettere in dubbio la attendibilità del racconto del medesimo.

La erronea, risalente indicazione del Marino Mannoia concernente la partecipazione di Francesco Davì all’assassinio del Presidente della Regione costituisce un fatto del tutto specifico e marginale, che nulla ha a che fare con le dichiarazioni in esame, riguardanti l’incontro della primavera del 1980: è evidente che nessuno potrebbe affermare la assoluta infallibilità, specie sui dettagli, dei ricordi di qualsivoglia collaboratore e ciò vieppiù allorché gli stessi, come accade nel caso in parola, facciano riferimento non ad una conoscenza diretta, ma ad una notizia del tutto peculiare (la indicazione dei singoli partecipanti ad una delle innumerevoli imprese criminose poste in essere dalla organizzazione mafiosa), acquisita presso terzi.

In ogni caso, ammesso che sul punto il Marino Mannoia si sia sbagliato – ed egli stesso ha palesato esplicite incertezze in merito nel corso dell’esame dibattimentale -, non si vede come la inesattezza de qua possa minare la affidabilità di un racconto avente ad oggetto tutt’altro episodio, del quale il collaboratore è stato, invece, diretto testimone.

In termini logici, il fallimento della ricerca di un riscontro probatorio - ricerca che nella fattispecie è stata resa, per di più, ardua dal trascorrere del tempo e da circostanze del tutto peculiari, quale è la oggettiva impossibilità di reperire conferme documentali, connessa, come bene evidenziato dai PM, alla originaria esigenza di tenere riservato il viaggio di Andreotti - non può valutarsi alla stregua di una smentita ed assumersi, dunque, come indice di inattendibilità della affermazione da verificare: ne deriva che non può condividersi il convincimento dei primi giudici, che hanno tratto un elemento negativo di valutazione dall’esito infruttuoso della indagine diretta ad individuare i due velivoli PA20 e DA20 che nel mese di aprile del 1980 erano atterrati nell’aeroporto di Birgi senza essere registrati dal personale civile dello scalo.

Analoga notazione può essere formulata a proposito dell’argomento desunto dal Tribunale dal convincimento negativo cui è pervenuto in ordine alla esistenza dell’incontro che, secondo quanto riferito dal Marino Mannoia per averlo appreso dal Bontate, era avvenuto nella primavera-estate del 1979 nella tenuta “La Scia” dei fratelli Costanzo: in proposito, al di là delle argomentazioni dedotte dai PM appellanti, nel fare rinvio alla disamina che verrà effettuata più avanti, si può anticipare che, a giudizio della Corte, le affermazioni del Marino Mannoia non possono ritenersi smentite da elementi di prova esterni alle stesse; inoltre, ribaltando il procedimento logico seguito dai primi giudici, appare più corretto prendere le mosse dall’episodio della primavera del 1980, frutto della conoscenza diretta del collaboratore, e valutare, semmai, alla luce dello stesso le affermazioni, solo indirette, del medesimo, concernenti l’incontro presso “La Scia”.

Sul tema della personale, specifica affidabilità del Marino Mannoia appaiono alla Corte inconducenti i rilievi difensivi vertenti sugli irritati atteggiamenti processuali dal predetto, talora, assunti a fronte dell’incalzante controesame al quale è stato sottoposto, dovendo riconoscersi netta prevalenza alle già valorizzate indicazioni, nonché ai leali atteggiamenti che la stessa Difesa non esita a richiamare, senza, però, coglierne l’effettivo significato (per esempio, la ammissione di essere stato più volte nella villetta dove si svolse l’incontro o di aver visto in altre occasioni la vettura dei Salvo, correttamente invocate per escludere che gli oggettivi e positivi accertamenti al riguardo potessero fungere da significativi riscontri).

All’esito delle illustrate considerazioni, non sembra conclusivamente alla Corte che le argomentazioni del Tribunale possano sorreggere un negativo convincimento circa la attendibilità delle dichiarazioni del Marino Mannoia concernenti lo specifico episodio in trattazione.

Ciò che, per contro, induce a formulare un giudizio di particolarissima attendibilità del predetto è la evidente, assoluta peculiarità dei fatti narrati sul conto dell’imputato, peculiarità che ragionevolmente induce ad escludere che gli stessi siano frutto di maliziosa invenzione.

Ed invero, collegare i diretti rapporti fra l’imputato ed il Bontate alla questione Mattarella, che presentava aspetti, in qualche modo, squisitamente “politici” che interessavano anche l’assetto di potere all’interno dei locali organismi della D.C.; riferire, al riguardo, di aver appreso dal Bontate che Andreotti era intervenuto nell’incontro avvenuto presso “La Scia”; aggiungere che il predetto era ritornato in Sicilia per chiedere spiegazioni in ordine alla soluzione cruenta successivamente prescelta dai mafiosi; parlare del regalo di un quadro per il quale l’imputato “impazziva” significa fornire apporti del tutto peculiari, estranei ai tradizionali rapporti di scambio che potevano caratterizzare le relazioni fra politici e mafiosi – quali, per esempio, gli interventi volti ad “aggiustare” processi o l’adozione di provvedimenti amministrativi compiacenti (per una descrizione, ovviamente approssimativa e sommaria, del genere di favori richiesti ai politici dai mafiosi, si vedano le seguenti dichiarazioni di Giovanni Brusca: <<PM SCARPIN.: Ho capito. Altra domanda. I piaceri di cui aveva bisogno Cosa Nostra, gli uomini di Cosa Nostra, di che tipo erano? - BRUSCA G.: Ma, guardi, ne che c'erano solo processi che si dovevano aggiustare o... - PM SCARPIN.: Ci vuole fare una serie di esempi del tipo? Di piaceri di cui aveva bisogno Cosa Nostra da parte di politici o amministratori, cosa serviva? - BRUSCA G.: Per esempio, noi abbiamo avuto bisogno per finanziamenti alla Cooperativa Kaggio e noi tramite i Salvo, quindi tramite i politici, abbiamo avuto dei finanziamenti con un primo stabilimento li abbiamo avuto regolarmente, poi un secondo e un terzo finanziamento l'abbiamo avuto grazie all'Onorevole... ai cugini Salvo e i cugini Salvo tramite Lima, tramite la loro corrente politica. Poi quando io sono andato per i finanziamenti per la SIRAP, non è nato nel '91 quando sono arrivati agli appalti, cioè alla gara di appalto, ma bensì è partito molto tempo prima, credo all'88-87, partito questo progetto, quindi l'iter burocratico è stato lungo e per questi fatti Ignazio Salvo mi ha dato una buona mano d'aiuto per potere poi arrivare al finanziamento. Questa non è che è una cosa da poco. E questo è un altro favore. Quindi quando si parlava di favori, che non erano per forza di... di processi o di leggi, in questo tipo di favori si mettevano a disposizione. - PM SCARPIN.: Ecco, lei ha fatto due esempi. Ci può fare qualche altro esempio? Abbiamo parlato di finanziamenti, abbiamo parlato di appalti, ci può fare esempio di altro tipo di intervento, che può servire? - BRUSCA G.: Tipo, per esempio, a Palermo c'erano gli interessi economici sia di Riina e di tanti altri uomini politici per le aree edificabili nel palermitano, ne che era una cosa da poco. Quindi sotto questo profilo si indirizzavano, si indirizzavano i terreni, cioè si davano indicazioni ai vari Sindaci o rappresentanti, cioè i Presidenti di Regione, chi era in quel momento, o le persone forti, perché per esempio anche se c'era il Presidente della Regione D'Acquisto Mario, tanto per dire un esempio, però la persona forte era sempre Lima, quello che dava indicazioni come potere dare un certo tipo di problema. Per esempio, un altro fatto che Provenzano Bernardo era interessato ad appalti per la fornitura ospedaliera e ogni volta c'erano contrasti tra Ciancimino e i limiani e, quindi, si interveniva per farli mettere d'accordo in maniera che Ciancimino poteva fornire, cioè poteva aiutare Pino  Lipari, Pino Lipari, Bernardo Provenzano o le persone che lo rappresentavano. C'erano posti, posti di USL, c'erano tante cose. - PM SCARPIN.: Posti di USL, di U.S.L. che significa? - BRUSCA G.: Di U.S.L. - PM SCARPIN.: Ci dica che vuol dire posti, c'erano di U.S.L. - BRUSCA G.: Per esempio, non mi ricordo se, per esempio, si dividevano le varie U.S.L. nel palermitano... - PRESIDENTE: Si dividevano? - BRUSCA G.: Cioè si dividevano... c'è l'Ospedale Civico, il Cervello, nelle varie correnti politiche ognuno si prendeva il suo... il suo posto. Se non ricordo male, per esempio, il Civico di Palermo apparteneva all'Onorevole Lima, non apparteneva che era suo, ma come corrente politica cioè faceva capo all'Onorevole Lima. Quindi ... e poi man mano uno che aveva di bisogno si mettevano a disposizione. - PM SCARPIN.: C'erano interessi anche, per esempio, per le banche, per crediti? - BRUSCA G.: Questo un altro fatto. Per esempio noi siamo andati per avere dei prestiti e tramite i Salvo noi li abbiamo avuto, tipo quando siamo... abbiamo acquistato il terreno in Contrada Don Tommaso, tramite Salvo noi abbiamo avuto un prestito alla Commerciale, se non ricordo male, grazie ai cugini Salvo, quindi alla sua forza politica. Per esempio posti di lavoro all'Esattoria per fare impiegare persone. Erano tutta una serie di attività, non c'era solo... non c'erano solo processi o c'era solo...>>) -.

In altri termini, la narrazione del Marino Mannoia, soggetto particolarmente vicino al Bontate, del quale raccoglieva qualche confidenza, circoscrive gli incontri personali fra il Bontate medesimo ed Andreotti alla questione Mattarella, mentre la stessa ricostruzione del contesto delineata nei – dettagliatamente riportati e, almeno in parte, condivisibili – motivi di gravame, ai quali può farsi rinvio, suggerisce che l’imputato si sia occupato personalmente della questione proprio per la importanza del personaggio politico che aveva suscitato il malcontento dei mafiosi ed era, perciò, entrato nel mirino dei medesimi (ma, in ordine ai motivi che hanno spinto Andreotti ad incontrare personalmente i mafiosi, si ritornerà più avanti).

La accennata peculiarità delle indicazioni del collaboratore investe, poi, in modo particolarmente spiccato, la narrazione dell’episodio della primavera del 1980, che non descrive affatto l’imputato in una posizione adesiva rispetto a Cosa Nostra: egli, lungi dal compiacersi per l’operato della organizzazione mafiosa, che aveva, comunque, preservato la locale corrente politica andreottiana dalla minaccia costituita dalle possibili iniziative del Presidente Mattarella ed aperto addirittura la strada della Presidenza della Regione ad un esponente della stessa corrente, l’on. Mario D’Acquisto (particolarmente gradita ai cugini Salvo, i quali, come ricordano i PM appellanti, ne beneficiarono ampiamente), manifesta il suo forte disappunto ed assume una posizione assai critica rispetto alla uccisione dello stesso Presidente Mattarella, tanto da subire la irritata replica del Bontate, inusitatamente alterato nei toni, e perfino le minacce di quest’ultimo.

La valorosa Difesa dell’imputato ben coglie la particolarissima significanza della evidenziata peculiarità, al punto che cerca sintomaticamente di obliterarla sostenendo che, secondo il racconto del Marino Mannoia, il Bontate avrebbe “convocato” (v. pag. 414 della memoria conclusiva) a Palermo Andreotti per “manifestare le ragioni per le quali Mattarella era stato ucciso e minacciare Andreotti a non pensare ad azioni di ritorsione e ad adottare misure eccezionali perché altrimenti Cosa Nostra avrebbe ritirato il suo appoggio a tutta la Democrazia Cristiana” (pag. 438 della medesima memoria).

Ma, a parte che la deferenza dei mafiosi verso l’eminente uomo politico renderebbe, in ogni caso, del tutto improprio l’uso del verbo “convocare”, è evidente che la strumentale versione prospettata travisa completamente le chiarissime e inequivocabili affermazioni del Marino Mannoia, il quale ha, al contrario, costantemente dichiarato che era stato l’imputato a “scendere” a Palermo “per avere chiarimenti sull’omicidio Mattarella” ed a provocare per questo la inconsueta ira del Bontate e l’atteggiamento minaccioso da lui assunto.

Più in generale, si può notare come la attentissima Difesa, nell’ansia di respingere tutti gli apporti accusatori e di sostenere la globale inattendibilità dei propalanti, rinunzi perfino a citare le indicazioni favorevoli all’imputato dai medesimi fornite (si pensi a quelle, già richiamate, del Marino Mannoia, ovvero a quelle, che verranno più avanti considerate, di Giovanni Brusca), ovvero le richiami in modo marginale e sommesso (si pensi alla negativa affermazione del Marino Mannoia in ordine al coinvolgimento di Andreotti nelle manovre volte ad “aggiustare” il maxiprocesso) o le utilizzi addirittura per attaccare il propalante (si pensi alla rivelazione del Siino in ordine alla strumentale esortazione rivoltagli dal Di Maggio perché confermasse l’episodio del presunto incontro fra Andreotti e Riina, risolta con la sbrigativa ed apodittica prospettazione della comune inattendibilità degli stessi Siino e Di Maggio, il quale ultimo, evidentemente animato dalla esigenza di preservare la sua genuinità, aveva, al contrario, affermato che sarebbe stato il primo ad offrirgli una sponda).

Ma, tornando all’episodio in trattazione, si osserva che se esso, da un lato, costituisce elemento atto a comprovare la esistenza di relazioni dell’imputato con Cosa Nostra - ed, in particolare, con il gruppo che faceva riferimento al    Bontate -, dall’altro, proprio alla stregua della sua peculiarità, non può che essere letto come un momento di crisi di tale rapporto, che ne segna, per le logiche ragioni che saranno analizzate più avanti, l’inevitabile declino - e, del resto, di lì a poco sarebbero stati eliminati da ogni influenza nel sodalizio criminoso i referenti tradizionali: il gruppo che faceva capo al Badalamenti, peraltro già estromesso dalla organizzazione, ed al Bontate, assassinato nell’aprile del 1981, è stato pressoché sterminato a seguito della c.d. guerra di mafia -.

Si tratta, ora, di verificare se gli elementi processuali acquisiti supportino adeguatamente le indicazioni – si ripete, in sé particolarmente attendibili – del Marino Mannoia.

La profilata, notevolissima attendibilità intrinseca del Marino Mannoia e delle specifiche dichiarazioni de quibus consente, di per sé, di ammettere un riscontro dalla efficacia dimostrativa meno spiccata, secondo il condivisibile e ragionevole criterio alla stregua del quale la pregnanza probatoria della conferma esterna è inversamente proporzionale al grado di affidabilità della fonte e della specifica chiamata.

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2. Posto ciò, nel dedicarsi alla ricerca dei riscontri ci si deve, innanzitutto, occupare delle dichiarazioni con le quali il neocollaboratore Antonino Giuffrè (udienza del 16 gennaio 2003) ha riferito alla Corte di aver appreso da Michele Greco di incontri che sarebbero avvenuti tra l’imputato e il capomafia Stefano Bontate, nonché di contrasti che sarebbero intervenuti fra i due, nel contesto dei quali il secondo avrebbe ammonito il primo ricordandogli che il Sicilia “comandava la mafia” (<<PROC. GEN.: Ora ritorniamo a questa ulteriore risposta che Lei ha fornito, ci specifici che cosa esattamente Lei ha appreso su quanto ci ha appena detto su contatti diretti Bontade - senatore Andreotti? - GIUFFRE': Altrettanto dentro Cosa Nostra, come ho detto, si diceva, qua siamo ai discorsi per sentito dire, che tra Stefano Bontade e il... e Andreotti vi erano stati dei contatti diretti, degli incontri diretti. Non so se fosse leggenda o meno, ma addirittura c'era qualcuno che diceva che ci fossero stati anche dei contrasti tra i due e in modo particolare, per essere chiari, il discorso sulla..., non so se sia leggenda o meno, ma é un discorso che io ho sentito all'inizio degli anni ’80. Che in uno di questi incontri tra Stefano Bontade e Andreotti, Stefano Bontade ha messo i puntini sulle i che in Sicilia comandava la mafia e non Andreotti. - PROC. GEN.: Queste notizie, Lei ha detto “si diceva in Cosa Nostra, per sentito dire”, da chi - se Lei ricorda - ha proprio sentito fare questi discorsi? - GIUFFRE': Queste notizie importanti all'inizio degli anni ‘80 mi sono state riferite in linea di massima di Michele Greco e da Ciccio Intile.>>).

Notevole è la coincidenza con la narrazione del Marino Mannoia, che ha, peraltro, interessato solo le indicazioni appena citate, non essendo il Giuffrè stato in grado di specificare in alcun modo le circostanze ed i temi dei riferiti incontri o le ragioni del menzionato contrasto.

Ora, tenuto conto che l’episodio era stato oggetto di ampio dibattito nel corso del primo grado del giudizio e che, inevitabilmente, era stato riportato dai mezzi di comunicazione, si deve riconoscere che la genericità della nuova propalazione non può non menomare la efficienza dimostrativa della stessa, del resto frutto di una conoscenza solo indiretta, posto che, a tutto volere concedere, neppure il Greco, asserita fonte del Giuffrè, era portatore di cognizioni dirette, non risultando fra i presenti a quella riunione.

Peraltro, lo stesso dichiarante, come si è visto, non ha esitato ad affacciare fugacemente la possibilità che le notizie de quibus fossero una “leggenda” che circolava in Cosa Nostra, ed il tenore univoco di tale dichiarazione (“… dentro Cosa Nostra, come ho detto, si diceva, qua siamo ai discorsi per sentito dire, che tra Stefano Bontade e il... e Andreotti vi erano stati dei contatti diretti, degli incontri diretti. Non so se fosse leggenda o meno, ma addirittura c'era qualcuno che diceva che ci fossero stati anche dei contrasti tra i due…”) rende, in qualche modo, insufficiente la precisazione, fornita in sede di controesame, con cui il propalante ha inteso ancorare la sua precedente affermazione alla importanza del fatto (<<AVV. COPPI: Lei questa mattina, tramite intercalare, con suo intercalare, per carità di Dio, ma con riferimento a questa storia degli incontri di Bontade con Andreotti ha detto “leggenda o meno che sia”, perché Lei ha parlato di leggenda? - GIUFFRE’: Perché io per estrema chiarezza, per estrema onestà, Avvocato, intendevo sottolineare - se ce ne fosse di bisogno - che io non ero presente ed é un discorso, diciamo parlo di “leggenda” perché é un discorso molto ma molto importante.>>): in verità, le affermazioni del Giuffrè devono essere correttamente interpretate come la dimostrazione della genuinità del medesimo, il quale, nel riferire di un fatto così eclatante, del quale aveva avuto solo indiretta notizia, ha inteso, in qualche modo, lealmente sottolineare di non avere avuto modo di verificare personalmente se esso fosse frutto di una invenzione (una “leggenda”) ovvero se si fosse realmente verificato.

Nel ricordato contesto, conferma la esigenza di una valutazione particolarmente rigorosa la novità (prontamente rilevata dalla Difesa, che, come si è avuto modo di ricordare, dopo essersi inizialmente opposta, ha chiesto ed ottenuto la acquisizione del verbale dell’interrogatorio reso sui temi in questione del Giuffrè il 7 novembre 2002 ai magistrati inquirenti) della indicazione rispetto alle affermazioni fatte dal predetto nel circoscritto arco temporale di centottanta giorni previsto dalla più recente disciplina che regola i contributi dei collaboratori di giustizia – art. 14, comma 1, L. 13.2.2001 n. 45 -, normativa che prevede espressamente che le “notizie e le informazioni di cui ai commi 1 e 4 sono quelle processualmente utilizzabili che, a norma dell’art. 194 del codice di procedura penale, possono costituire oggetto della testimonianza” e che le dichiarazioni “rese al pubblico ministero o alla polizia giudiziaria oltre il termine previsto dallo stesso comma 1 non possono essere valutate ai fini della prova dei fatti in esse affermati contro le persone diverse dal dichiarante, salvo i casi di irripetibilità” (art. 14, comma 9, L. citata).

La Corte ritiene che, una volta che, come è pacifico, le propalazioni sul conto dell’imputato sono state inserite nel “verbale illustrativo dei contenuti della collaborazione”, debba escludersi che possa immediatamente estendersi la profilata inutilizzabilità a dichiarazioni tardive che, come è accaduto nel caso di specie, siano soltanto integrative del complessivo dictum del collaboratore e siano state rese dinanzi al giudice nel contraddittorio delle parti.

Altra cosa è il peso probatorio da riconoscere alla indicazione de qua, peso che, per le ragioni rassegnate, deve essere valutato con molta cautela.

Al riguardo la Corte osserva che un ulteriore apporto ed una considerazione logica consentono, però, di non privare la affermazione del Giuffrè di efficienza dimostrativa.

Devono, invero, essere qui richiamate le convergenti indicazioni di Giuseppe Lipari, teste (assistito) addotto dalla Difesa e certamente non sospettabile, alla stregua di quanto già precisato in relazione al complessivo tenore delle sue dichiarazioni, di essere incline a procurarsi la benevolenza degli inquirenti accusando l’imputato.

Il Lipari, confermando quanto già affermato deponendo dinanzi agli inquirenti (v. pagg. 35/36 del verbale del 18 dicembre 2002: in detta sede, peraltro, il dichiarante ha parlato di voci diffuse in seno al sodalizio mafioso, ma non ha specificato che la sua fonte era il Provenzano), ha ricordato di aver appreso dal noto boss corleonese Bernardo Provenzano della esistenza, nell’ambito di Cosa Nostra, di voci circa incontri di Bontate, inteso “il principe” (di Villagrazia, zona di Palermo nella quale esercitava il suo predominio, quale capo della “famiglia” di Santa Maria di Gesù), con l’imputato ed ha anche aggiunto una notazione peculiare, precisando che lo stesso Provenzano rimarcava la “prosopopea” del “principe” Bontate, il quale si vantava di tale rapporto con l’eminente uomo politico (<<AVVOCATO COPPI: Se il signor Lipari può essere più preciso nello spiegarci che cosa si intende per dicerie del principe con riferimento alle notizie che sarebbero state messe in giro da Bontade circa i suoi incontri con il Senatore Andreotti? - P.G.: (fuori microfono) - LIPARI: Il principe inteso principe Bontade. - PRESIDENTE: Si, ci siamo capiti perfettamente. - LIPARI: Il rapporto tra Bontade e Provenzano non era un rapporto privilegiato, si ciaravano i mussi e ogni tanto il Provenzano esternava questa prosopopea del famoso principe che aveva avuto incontri, così ho appreso la cosa da Provenzano.>>).

Rilevato che la prospettazione del Lipari suggerisce, in qualche modo, che il Provenzano aveva saputo degli incontri in questione non da generiche voci, ma direttamente dal Bontate (che ne traeva vanto), si deve aggiungere che, a specifica domanda della Corte, il Lipari medesimo ha precisato di aver appreso tali fatti dallo stesso Provenzano in epoca anteriore all’inizio della clamorosa inchiesta a carico dell’imputato (<<PRESIDENTE: Lei ha riferito di avere appreso prima da voci pubbliche, nel senso dell'ambiente di cosa nostra, poi espressamente da Provenzano di vecchi incontri avuti dal Senatore Andreotti con personaggi di spicco della vecchia mafia, Bontade, Marino Mannoia, queste notizie Provenzano gliele ha date quando, prima o dopo il processo Andreotti? - LIPARI: Me le ha date prima e li collocava nella diceria del Bontade, del principe.>>), confermando, peraltro, quanto già dichiarato in proposito ai magistrati inquirenti il 18 dicembre 2002 (<GRASSO: Voci che risultavano a lei prima ancora che ci fosse il processo Andreotti? – LIPARI: Sì, sì… - GRASSO: Questo intende dire? – LIPARI: Questo intendo dire, voci di corridoio>): ne deriva che deve escludersi, secondo la stessa versione del Lipari, che le voci in questione possano aver tratto origine, in realtà, da notizie che si erano diffuse a proposito del contenuto delle propalazioni del Marino Mannoia.

Le indicazioni convergenti del Giuffrè e del Lipari appaiono, poi, in qualche modo confortate dal seguente argomento logico: il diretto rapporto fra il Bontate ed uno dei più eminenti uomini politici nazionali costituiva un fatto idoneo a solleticare la vanità di un capomafia ed a indurlo ad accrescere il suo prestigio parlandone ai consociati di vertice e vantandosi di non aver avuto remore a puntualizzare all’illustre interlocutore chi comandasse in Sicilia. Ne consegue che dovrebbe ritenersi strano, semmai, che dell’episodio non fossero a conoscenza almeno gli esponenti mafiosi di spicco, sia pure appartenenti a fazioni diverse da quella, sterminata dalla successiva guerra di mafia dei primi anni ‘80, che faceva capo al Bontate ed al Badalamenti, quali erano il Greco ed il Provenzano, rispettivamente fonti del Giuffrè e del Lipari.

Il quadro acquisito resiste, poi, alla obiezione che la propagazione all’interno del sodalizio mafioso delle voci di cui hanno parlato il Giuffrè ed il Lipari sia stata il frutto di una semplice millanteria del Bontate, finalizzata ad accrescere il proprio prestigio fra i coassociati.

Innanzitutto, si deve puntualizzare che, contrariamente a quanto deduce la Difesa (memoria conclusiva, pag. 1265), la “prosopopea” di cui ha parlato il Lipari non indica un atteggiamento millantatore, ma semmai quello di chi si dà un’aria di importanza, che, nella specie, poteva risultare particolarmente fastidiosa al Provenzano (fonte delle notizie del Lipari), il quale, alla stregua di quanto riferito dallo stesso Lipari (e del resto, delle notorie vicende di Cosa Nostra – sono stati proprio i “corleonesi” a fare assassinare il Bontate ed a fare sterminare i suoi fedeli -), era prevenuto nei confronti del Bontate, verso il quale non provava alcuna simpatia.

Inoltre, nessuno dei collaboratori che lo hanno conosciuto descrive il Bontate come un fanfarone millantatore e l’episodio, riferito dal Siino, avvenuto al ritorno dalla tenuta denominata “La Scia” (vedasi infra) induce ad escludere che il defunto boss fosse un chiacchierone vanaglorioso.

Infine, il rilievo difensivo potrebbe assumere consistenza se l’incontro fra lo stesso Bontate e l’imputato fosse testimoniato esclusivamente da indicazioni fondate sulle voci in questione: sennonché la prova dell’episodio, come si è visto, poggia principalmente sull’attendibile apporto oculare del Marino Mannoia, che priva la obiezione di ogni fondamento.

Appare, dunque, legittimo considerare le indicazioni del Giuffrè e del Lipari alla stregua di, sia pure indiretti, elementi di prova convergenti, idonei a confermare i personali contatti fra il Bontate ed Andreotti di cui ha parlato il Marino Mannoia: ciò, tenendo conto della, già rimarcata, specialissima attendibilità che va riconosciuta a quest’ultimo e della evidenziata possibilità che le voci riferite dal Giuffrè e dal Lipari non fossero di incontrollata origine ma provenissero specificamente dal diretto interessato, Stefano Bontate, e facendo cauto uso del criterio di giudizio secondo cui “in materia di valutazione della prova orale, costituita da dichiarazioni di soggetti imputati o indagati per lo stesso reato o per reati connessi interprobatoriamente collegati, non sono assimilabili a pure e semplici dichiarazioni de relato quelle con le quali si riferisca in ordine a fatti o circostanze attinenti la vita e le attività di un sodalizio criminoso, dei quali il dichiarante sia venuto a conoscenza nella sua qualità di aderente, in posizione di vertice, al medesimo sodalizio, specie quando questo sia caratterizzato da un ordinamento a base gerarchica, trattandosi, in tal caso, di un patrimonio conoscitivo derivante da un flusso circolare di informazioni dello stesso genere di quello che si produce, di regola, in ogni organismo associativo, relativamente ai fatti di interesse comune” (Cass., sez. I, 10-05-1993, Algranati).

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3. Ma, quand’anche si volessero emarginare dal novero degli elementi valutabili le convergenti, sia pure indirette, indicazioni del Giuffrè e del Lipari, dovrebbe escludersi, ad avviso della Corte, che le specifiche dichiarazioni del Marino Mannoia non trovino negli elementi acquisiti il necessario conforto estrinseco.

Attese le evidenziate peculiarità del procedimento a carico dell’imputato, il contesto, doviziosamente descritto nei motivi di gravame (ai quali è stato dato ampio spazio), e, in quest’ambito, in particolare, la importanza del Presidente Mattarella, pur offrendo una logica ragione del riferito, diretto interessamento dell’imputato medesimo (ma si è già avvertito che si tornerà in modo più analitico sulle ragioni che spinsero l’imputato ad incontrare personalmente i mafiosi), non dovrebbe reputarsi sufficiente ad offrire il necessario riscontro alle affermazioni del Marino Mannoia.

Tuttavia, come pure accennato, le indicazioni di quest’ultimo, per le ragioni precisate (sintetizzabili nella collocazione temporale delle stesse, che rendeva ancora difficile fare quel passo, a differenza di come è avvenuto per quelle di più recenti collaboratori di giustizia, rivelatrici, al contrario, di una spiccata – e, talora, anche disinvolta - propensione ad accusare l’imputato), non partecipano di quelle peculiarità, cosicché non appare consona la pedissequa applicazione dei rigorosissimi criteri di giudizio già delineati.

Dunque, il generico contesto appare, in questa occasione, valorizzabile al fine di assicurare una conferma logica alla narrazione del Marino Mannoia, anche perché la gravità dei fatti che stavano maturando e la eminente personalità del Presidente Mattarella spiegano (ma, si torna a ribadire, sulla questione di dovrà ritornare più avanti), in qualche modo, il personale intervento di Andreotti, che in altre, contemporanee vicende, che pure interessavano particolarmente i mafiosi, non risulta essere stato sollecitato (si veda, in particolare, quanto si dirà in merito al caso Sindona).

Si potrà, però, obiettare che, anche ad ammetterla, la plausibilità dell’interessamento diretto dell’imputato nella vicenda non può tradursi tout court in una conferma degli incontri di cui ha parlato il collaboratore, cosicché appare opportuno ricercare ulteriori riscontri, che, peraltro, non potranno che essere indiretti – e, del resto, è pacifico che il riscontro non debba essere costituito da elementi idonei a provare autonomamente il fatto -.

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4. Pregnante significato si può attribuire, in merito, alla indicazione, da parte del Marino Mannoia, dell’atterraggio di Andreotti all’aeroporto di Birgi, che, come bene evidenziato nei motivi di gravame (ai quali ancora una volta può farsi rinvio per evitare inutili ripetizioni), da una parte poteva apparire anomala essendo lo scalo trapanese assai più distante dal luogo dell’appuntamento rispetto a quello palermitano di Punta Raisi, ma dall’altra – particolare questo di cui non può dirsi che il Marino Mannoia fosse al corrente – era ben giustificato, in quanto garantiva la necessaria riservatezza del viaggio: l’aver riferito una circostanza apparentemente anomala, rivelatasi, alla stregua dei successivi accertamenti, pienamente congrua, accresce e convalida ab extrinseco la attendibilità del collaboratore (per contro, a causa della intrinseca equivocità del dato, può accordarsi una valenza solamente vaga, suggestiva, ma, in definitiva, insufficiente al – fortunosamente accertato - atterraggio nel medesimo aeroporto, nel periodo di tempo in questione, di un paio di velivoli atti allo scopo, elemento sul quale i PM appellanti si sono diffusi con il consueto scrupolo).

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5. Volendo superare anche tale importante elemento di conferma, si osserva che non può revocarsi in dubbio la assoluta singolarità della inaudita rivelazione del Marino Mannoia, a tenore della quale uno dei più eminenti e noti personaggi politici nazionali, apparentemente estraneo all’ambiente siciliano, sarebbe “sceso” in Sicilia per incontrare alcuni capimafia (Bontate ed Inzerillo in primo luogo) e per chiedere spiegazioni sull’assassinio del Presidente della Regione Siciliana, on. Pier Santi Mattarella: è evidente che il primo compito dell’interprete chiamato a valutare la credibilità della medesima, stupefacente rivelazione è quello di verificare se un fatto così eclatante trovi possibile supporto, quanto meno generico, nella, non meno sorprendente, esistenza di relazioni fra quel personaggio ed esponenti mafiosi.

Più specificamente, posto che l’episodio si incentra su un incontro con esponenti mafiosi di primo piano, appartenenti al gruppo di Cosa Nostra che può definirsi “moderato” e che già si contrapponeva a quello dei “corleonesi”, incontro al quale Andreotti sarebbe stato accompagnato dai cugini Salvo, un riscontro ultimativo deve, a parere della Corte, riguardare due aspetti essenziali, la cui assoluta singolarità - rafforzata, per quanto riguarda le relazioni con i Salvo, dalle recise negazioni dell’imputato, il quale, come da lui stesso osservato, non avrebbe, apparentemente, dovuto avvertire alcuna remora ad ammetterli - si traduce, di per sé, in conferma:

a) la effettiva esistenza di rapporti fra l’imputato e quegli esponenti mafiosi;

b) la effettiva esistenza di legami fra i cugini Salvo e l’imputato, legami che vanno letti tenendo presente quanto deve logicamente desumersi dalle costanti e recise negazioni dei medesimi da parte dell’imputato. Ed infatti, se Andreotti ha ritenuto possibile negare la conoscenza con i Salvo, deve ragionevolmente ritenersi che la stessa non poteva essere notoria all’epoca delle affermazioni del Marino Mannoia e non poteva, dunque, essere sfruttabile da chiunque per una maliziosa, falsa delazione (e mette conto rimarcare come prima del Marino Mannoia nessuno avesse parlato di rapporti diretti fra l’imputato ed i Salvo).

Sul primo punto si può osservare che al di là della moltitudine di concordanti apporti di collaboratori di giustizia che confermano, sia pure in termini indiretti, i rapporti in questione, si possono focalizzare alcuni contributi più specifici, che rendono concreto ciò che, per via dei certi, stretti legami fra Andreotti e Lima e di quest’ultimo con quella frangia di Cosa Nostra e con i cugini Salvo, sarebbe soltanto presumibile.

A) Ci si riferisce, in primo luogo, alle dichiarazioni del collaboratore Tommaso Buscetta.

Quest’ultimo può essere accomunato al Marino Mannoia sia per il risalente percorso collaborativo, che solo nell’aprile del 1993 è approdato ad una franca rivelazione delle conoscenze in merito ai rapporti fra esponenti politici e Cosa Nostra, sia per la consolidata posizione di prezioso collaboratore da tempo residente fuori dall’Italia, sia per la totale indipendenza dalla autorità nazionale del proprio regime di vita – con la conseguente insussistenza di compiacenze volte a procurarsi possibili benefici -, sia per la misura delle dichiarazioni, che non si sono mai abbandonate a, sia pure indirette, indicazioni o illazioni in ordine a favori procurati da Andreotti alla mafia al di fuori di un’unica occasione, peraltro soltanto ventilata.

A tale proposito possono, dunque, ripetersi le osservazioni formulate in merito alla elevata attendibilità del Marino Mannoia con riferimento alle specifiche propalazioni sul conto dell’imputato e si può aggiungere che dalle dichiarazioni dei testi Martin e Petrucci si ricava che il Buscetta ebbe già a fare cenno ad Andreotti – quale protagonista di rapporti con mafiosi - in tempi assai risalenti, che lo pongono al riparo dal sospetto di aver coinvolto (falsamente) l’imputato solo dopo che si erano diffuse (alla fine di marzo del 1993, con l’inoltro al Senato della richiesta di autorizzazione a procedere) le notizie sulla clamorosa inchiesta giudiziaria a carico del medesimo. Poco importa, al riguardo, che il Martin sia entrato in contraddizione con il Petrucci e con lo stesso Buscetta in ordine alla assunta disponibilità di quest’ultimo a parlarne, se richiesto, in pubblico dibattimento, posto che sull’accenno ad Andreotti e sull’occasione in cui lo stesso avvenne – mentre il Martin, preparando la deposizione del collaboratore, lo ammoniva sulla necessità, inderogabilmente prevista dalla normativa statunitense, di rispondere a tutte le domande dicendo la verità - si registra una totale concordanza.

Del pari, oziose ed inconducenti devono ritenersi le considerazioni critiche della Difesa vertenti sulla omessa comunicazione alle competenti autorità statunitensi o al dr. Giovanni Falcone del semplice accenno del Buscetta: senza voler indugiare sulle spiegazioni fornite dal Martin e dal Petrucci e senza voler sottolineare che il chiaro atteggiamento riottoso del collaboratore poteva dissuadere dal diffondere una semplice allusione del medesimo, si deve, comunque, convenire che la omessa esternazione della stessa a terzi, comunque si voglia valutare, non influisce sulla storicità della medesima allusione.

Le rivelazioni, non particolarmente ricche, che il Buscetta si è determinato, infine, a fare per la prima volta nell’aprile del 1993 non sono, dunque, altro che la esplicitazione dei fatti che stavano a base di quanto egli aveva semplicemente accennato dinanzi al Martin ed al Petrucci.

Ora, è vero che le dichiarazioni del Buscetta in ordine ad alcuni, anche importanti, dettagli di quanto specificamente appreso direttamente dal Bontate e dal Badalamenti rivelano un andamento contraddittorio e, talora, una consistente approssimazione, frutto della comprensibile ed ammessa difficoltà di ricordare con precisione, a distanza di parecchi anni, l’esatto tenore delle brevi frasi scambiate con i predetti, e, tuttavia, al di là delle oscillazioni, esse evidenziano un nucleo costante, che si può individuare:

nella esistenza di rapporti – ancorché intermediati da terzi ed, in particolare, dai cugini Salvo - fra la fazione mafiosa facente capo al Bontate ed al Badalamenti, da una parte, e l’imputato, dall’altra;

nella esistenza di un incontro avvenuto in Roma, avente, comunque, ad oggetto il processo a carico di (Vincenzo e) Filippo Rimi, che aveva visto protagonista l’imputato, uno dei cugini Salvo, il Badalamenti e Filippo Rimi.

In questa sede non interessa approfondire particolarmente gli ulteriori dettagli delle varie dichiarazioni del Buscetta, sui quali il Tribunale e le parti si sono ampiamente ed analiticamente soffermati per evidenziarne discordanze ovvero sostanziali convergenze, con un esercizio esegetico talora fin troppo cavilloso (per esempio, la disquisizione sulla distinzione fra “studio” ed “ufficio” di Andreotti, tra Cassazione e Corte di Appello romana che il Buscetta, uomo di cultura giuridica tutt’altro che raffinata, poteva comprensibilmente confondere), che, a parere della Corte, finisce con il perdere di vista la realtà essenziale delle cose, alla quale si deve mirare per eludere oziosi ragionamenti, che finiscono con lo smarrire il contatto con la concreta verità processuale e con lo sconfinare nell’assolutamente opinabile.

Va, innanzitutto, chiarito che il Buscetta sconta indiscutibili improprietà lessicali, suscettibili di incidere sulla formazione dei suoi pensieri e, quindi, sulla formulazione delle proprie affermazioni, rendendole involute, ambigue e di difficile comprensione (un buon esempio è la seguente, testuale proposizione, che ha dato luogo a lunghe dissertazioni: “E nel 1971 incontrando il Rimi all'Ucciardone mi dicono che stanno aspettando per una sentenza che possa andare in Cassazione e prosciogliersi per questa cosa”, frase nella quale, peraltro, la Difesa arbitrariamente individua senz’altro la attesa di una sentenza della Corte di Cassazione e non di una sentenza destinata successivamente ad essere vagliata dalla Corte di Cassazione). Il dato suggerisce vieppiù la necessità di analizzare le dichiarazioni del predetto nella loro complessiva sostanza e sconsiglia, per converso, una indagine capillare e formale, che si soffermi su ogni singolo passaggio e su ogni sfumatura.

Appare piuttosto evidente – e, in definitiva, lo riconoscono i primi giudici, che non hanno ritenuto la inattendibilità del collaboratore, ma anche la Difesa, che non ha risparmiato critiche alla estrema confusione ed alle oscillazioni del medesimo – che il Buscetta ricorda i colloqui con il Bontate ed il Badalamenti e, grosso modo, l’oggetto degli stessi, ma, comprensibilmente, non serba precisa memoria, nel dettaglio, dei loro esatti contenuti, spesso legati, nella sua narrazione, all’uso di un termine anziché un altro (per esempio, “interessamento” e “ringraziamento”), cosicché su questo punto le sue varie e talora contraddittorie affermazioni restano condizionate a quanto, di volta in volta, rammenta nel momento contingente, anche sulla scorta delle eventuali suggestioni cui è, di volta in volta, sottoposto.

Del resto, si può legittimamente affermare che la presenza delle oscillazioni ragionevolmente esclude che il collaboratore abbia inventato quanto riferito: se le sue indicazioni fossero state il deliberato parto di una maliziosa fantasia e fossero state guidate da intenti persecutori nei confronti del sen. Andreotti, egli, al di là di qualche marginale aggiustamento ed incoerenza, sarebbe rimasto costantemente fedele alla versione originariamente immaginata e fornita e non avrebbe palesato in seguito le oscillazioni e le incertezze determinate da un ricordo comprensibilmente poco limpido sui dettagli.

Per esemplificare, se il Buscetta avesse deliberato di affermare falsamente di aver appreso in termini certi che era stato l’imputato a chiedere espressamente di sopprimere il Pecorelli non avrebbe corretto le sue iniziali dichiarazioni (peraltro verbalizzate in modo soltanto sintetico, metodo che non si addice alle dichiarazioni di un soggetto così involuto come il Buscetta, in quanto suscettibile di tradirne l’effettivo pensiero), ma le avrebbe costantemente reiterate; se il Buscetta avesse deliberato di rivelare falsamente di aver appreso che l’imputato si era adoperato per condizionare l’esito del processo Rimi e che il suo interessamento era stato sollecitato in occasione del riferito incontro, non avrebbe palesato le oscillazioni fra la sollecitazione ad intervenire ed il ringraziamento per la fausta conclusione della vicenda, che appaiono alla Corte il frutto di una autentica incertezza dello stesso dichiarante, come è provato dalla significativamente generica formula di esordio (“in relazione all'interessamento svolto da quest'ultimo per un processo in Cassazione riguardante Rimi Filippo”).

Non può, poi, validamente confutare l’esposto convincimento il fatto che il Buscetta abbia corretto (secondo la Difesa, artatamente) talune sue dichiarazioni dopo aver appreso di alcune indicazioni del Badalamenti: la circostanza che qualche correzione sia stata operata conferma che il collaboratore ha profittato di qualche indicazione esterna per chiarire i suoi ricordi, come detto non sempre limpidi sui dettagli e sulla precisa collocazione temporale dei fatti.

Del resto, come accennato, la stessa Difesa finisce con il convenire sulle incertezze del Buscetta in merito ai precisi contenuti delle brevi conversazioni riferite (si veda il seguente passaggio della memoria conclusiva: <Ed invero il collaboratore, dimostrando di non essere affatto in grado di riferire se all’epoca del presunto incontro il processo era già stato celebrato e se quindi Badalamenti intendeva ringraziare il sen. Andreotti o se invece lo scopo dell’incontro era quello di sollecitare un futuro intervento del sen. Andreotti in occasione di un processo da celebrare, così si esprime: “certamente l’incontro era finalizzato ad interessare Andreotti per un processo che riguardava Rimi o per ringraziarlo per un interessamento avvenuto”. Conclusivamente sono destinati a fallire tutti i tentativi diretti a sanare il contrasto sull’oggetto del colloquio documentati nella rogatoria del 6.4.1993, atteso che il successivo verbale del 2.6.1993 attesta inesorabilmente tutte le incertezze nutrite da Buscetta.> - pag. 216 -).

E’ evidente che le indiscutibili incertezze sui dettagli non possono che riflettersi negativamente sulla valenza probatoria degli specifici contenuti, oggetto delle oscillazioni, dei riferiti colloqui fra il Buscetta, da una parte, ed il Bontate o il Badalamenti, dall’altra: ne consegue che è difficile avvalersi delle dichiarazioni in questione utilizzandole quali pregnanti elementi di prova della effettiva commissione da parte dell’imputato delle specifiche condotte ipotizzabili a carico del medesimo (l’effettivo intervento nell’“aggiustamento” del processo Rimi; l’effettivo coinvolgimento, quale mandante, nell’omicidio del giornalista Carmine Pecorelli).

Va lasciato a chi di competenza il giudizio sull’eventuale coinvolgimento dell’imputato nell’assassinio del Pecorelli, anche perché una compiuta verifica al riguardo non potrebbe limitarsi, attraverso una ardua finzione dialettica, alla attendibilità del Buscetta, ma entrerebbe inevitabilmente nel merito dei fatti e delle responsabilità.

In questa sede si può brevemente osservare come la istruzione sul punto soffre di apporti - sui quali insistono i PM appellanti e che, talora, sono stati giustamente trascurati dal Tribunale - tutt’altro che esenti da incongruenze e contraddizioni e, in qualche caso (come le deposizioni dei giornalisti), scarsamente conducenti in relazione allo specifico tema di prova.

In particolare, si può ricordare come sull’atteggiamento del gen. Dalla Chiesa nei confronti di sen. Andreotti nel periodo precedente l’omicidio Pecorelli possano registrarsi le contraddittorie indicazioni del m.llo Incandela, che ha parlato di un particolare accanimento dell’ufficiale contro l’uomo politico, e del teste Fernando Dalla Chiesa, che, nell’ambito di una complessiva smentita delle affermazioni del primo, dalle quali, a suo dire, emergeva un ritratto del padre del tutto contrastante con quanto gli constava e con quanto aveva potuto apprendere dai collaboratori del medesimo, ha negato di essere in alcun modo a conoscenza di attriti fra il genitore e l’imputato (<<AVVOCATO BONGIORNO: No, no, ci interessava la notte anche perche' gia' e' acquisito al fascicolo del dibattimento, il Tribunale -INCOMPRENSIBILE- le dichiarazioni di Evangelisti, su quello che sarebbe avvenuto la notte del primo ottobre. Comunque, sempre... noi abbiamo per ora escluso, abbiamo escluso che a lei sia stato riferito da collaboratori o anche da sorelle o da terzi che suo padre fosse in possesso di queste carte e che ne avesse dato una parte al senatore Andreotti. Io comunque le chiedo anche un altro aspetto della vicenda e cioe' se in quel momento, ripeto siamo nel '78, suo padre aveva delle ragioni, delle ... delle ragioni, vi erano delle circostanze che avrebbero indotto suo padre a non dare tutti i documenti al senatore Dalla Chiesa... al senatore Andreotti. Che lei sappia c'erano delle ragioni per le quali voleva sottrarre del materiale, per le quali provava del risentimento? Nel '78 siamo. - DALLA CHIESA FERNANDO: No, no. - AVVOCATO BONGIORNO: Nel '78 no. - DALLA CHIESA FERNANDO: Ragioni di attrito... - AVVOCATO BONGIORNO: Ecco, ragioni di attrito. - DALLA CHIESA FERNANDO: No. - AVVOCATO BONGIORNO: Perche' tra l'altro, proprio su queste ragioni di attrito e sempre su questo argomento, abbiamo avuto una deposizione in questo processo in cui si e' parlato di una sorta di incontro di Teano e di riappacificazione a seguito delle consegne di queste carte, ecco perche' io le chiedo se per caso c'era un contrasto nel '78 che poi puo' essere stato sanato da questa consegna di carte. Volevo sapere se lei era a conoscenza che nel '78 c'era un contrasto. - DALLA CHIESA FERNANDO: Guardi, no.>>).

Conforme alla indicazione del teste Dalla Chiesa è la testimonianza dell’ex Ministro Virginio Rognoni, il quale ha riferito che il gen. Dalla Chiesa gli aveva sempre parlato in termini positivi dell’imputato (<<ROGNONI VIRGINIO: Io ho premesso prima che il… il… il Generale Dalla Chiesa, tra l’altro, mi ebbe sempre a parlare in termini positivi del Gene… del Presidente Andreotti. - PUBBLICO MINISTERO: No, questo lei non l’ha detto. Ha detto il contrario, che Andreotti le aveva parlato in termini positivi di Dalla Chiesa. VOCI FUORI MICROFONO - ROGNONI VIRGINIO: Beh, colgo l’occasione per dire anche la reciproca… - AVVOCATO COPPI: E comun… e comunque non ha detto questo. - PRESIDENTE: Lo ha detto. - ROGNONI VIRGINIO: Comunque vale la reciproca.>>).

Più ambigue appaiono le indicazioni della teste Setti Carraro, la quale, nell’ambito di una deposizione non immune da incongruenze, ha, da una parte, riferito che il genero, gen. Dalla Chiesa, ammirava e stimava l’on. Andreotti, che considerava addirittura il solo vero uomo politico di quel periodo (<<AVV. COPPI: Eh, lei nel verbale del 15 Aprile del '93, sempre nello stesso verbale dice: sempre e secondo quanto mi disse Emanuela, quindi parole che... - SETTI CARRARO: Esatto, esatto. - AVV. COPPI: Mi segue? Parole che sua figlia le disse, il generale considerava Andreotti l'unico vero politico italiano di quel periodo e si era recato a trovarlo diverse volte. - AVV. COPPI: Conferma quindi, si ricorda? - SETTI CARRARO: Esatto, si. Si, si, confermo. - AVV. COPPI: Si ricorda che sua figlia le disse questo. - SETTI CARRARO: Certo.>>) ed escluso di aver mai appreso dalla figlia che lo stesso ufficiale coltivasse l’intento di “incastrare” l’imputato (<<AVV. COPPI: Sua figlia le ha mai detto, sua figlia le ha mai detto che il Generale Dalla Chiesa intendeva incastrare il senatore Andreotti? - SETTI CARRARO: No, mai assolutamente.>>); per altro verso, la stessa teste, con affermazione da valutare con estrema cautela per le ragioni ampiamente evidenziate dal Tribunale, ha tardivamente indicato nell’imputato l’uomo politico che nel corso di una conversazione familiare lo stesso gen. Dalla Chiesa aveva negativamente descritto come soggetto di cui non ci si poteva fidare (<<PRESIDENTE: Lei deve ricordare, se ricorda, dire le cose con esattezza. Lei disse in quella occasione: "nel corso di una conversazione, dai toni familiari, Emanuela parlò di un uomo politico che allora faceva parte del Governo e che non... e del quale non riesco a ricordare il nome. Il generale osservò che di quell'uomo politico non ci si poteva fidare, Emanuela gli chiese che cosa ne sapesse lui ed egli rispose con un sorriso un pò ironico. Tutte queste cose io le so". - SETTI CARRARO: Io confermo. - PRESIDENTE: Conferma che cosa? - SETTI CARRARO: Confermo questo che ho detto e confermo che oggi ricordo e che questo nome era Andreotti.>>).

Contrariamente alle deduzioni dei PM appellanti, che ancora una volta incorrono nell’errore di una lettura parziale ed unilaterale delle risultanze processuali, una opinione non negativa del Generale sull’Andreotti si coglie anche nella pagina del diario del 6 aprile 1982, nella quale il primo, pur menzionando gli interessi elettorali siciliani del secondo, gli rimprovera una sottovalutazione del fenomeno mafioso più che una maliziosa connivenza con lo stesso (“[…] Sono convinto che la mancata conoscenza del fenomeno, anche se mi ha voluto ricordare il suo lontano intervento per chiarire la posizione di Messeri a Partinico, lo ha condotto e lo conduce ad errori di valutazione di uomini e circostanze.[…]”), giudizio che, come avanti si dirà, può essere, almeno in parte, condiviso.  

Altro momento di possibile incompatibilità fra i diversi apporti accusatori concerne il possesso o meno, da parte del gen. Dalla Chiesa, di una copia più completa del memoriale dell’on. Moro, che il predetto non avrebbe consegnato alla Magistratura e neppure dato in visione all’on. Evangelisti ed all’on. Andreotti: alla negativa indicazione proveniente dal m.llo Incandela, secondo cui l’Ufficiale ricercava spasmodicamente quei documenti per “incastrare” l’imputato, si contrappone la testimonianza della Setti Carraro, dalla quale si desume, in sostanza, che il gen. Dalla Chiesa era in possesso degli stessi documenti, che non avrebbe integralmente consegnato alla Magistratura ed a Andreotti dopo averli rinvenuti presso il covo delle Brigate Rosse di via Monte Nevoso.

Ma, al di là di tali fugaci notazioni, che evidenziano come l’accertamento processuale incontri, sul punto, notevolissime difficoltà, legate anche alla, a tutto volere concedere, non tranquillizzante attendibilità delle dichiarazioni o dei ricordi di alcuni testi, si può rilevare che gli attacchi e le insinuazioni che compaiono negli articoli del Pecorelli richiamati dai PM appellanti rendono plausibile un malumore, un fastidio, una inquietudine di Andreotti o, comunque, dell’entourage del medesimo.

In particolare, che nell’ambito degli stretti sodali dell’imputato (che erano, peraltro, in rapporti con i cugini Salvo) vi fosse, quanto meno, una attenzione per il Pecorelli e per le iniziative giornalistiche del medesimo si può ricavare dalle dichiarazioni rese il 2 maggio 1980 al magistrato inquirente di Roma dall’on. Franco Evangelisti, confermate in più occasioni dal medesimo (deposizioni del 20 novembre 1980 e del 28 maggio 1993), dichiarazioni delle quali si riportano i seguenti, eloquenti passi: <D.R.: Prendo visione di una copertina di OP, relativa al n. 5 del 06.02.79 titolata “Gli assegni del Presidente”. Preciso tutto quanto rammento sull’episodio. Verso la fine del gennaio 1979, il dottor Claudio Vitalone, magistrato alla Procura di Roma mi riferì di una cena – svoltasi, credo, presso il Circolo dei Piemontesi, a corso Vittorio, in Roma - alla quale egli aveva partecipato insieme al gen. Della Guardia di Finanza Lo Prete (se non erro), il Pecorelli e – ritengo – anche Walter Bonino. Durante tale cena (di cui non ricordo gli altri partecipanti o addirittura non l’ho mai saputo) il Pecorelli si era lamentato molto di me, sostenendo che io non lo aiutavo in nessun modo e che – pertanto – egli avrebbe attaccato l’on. Andreotti sul suo settimanale. Il Pecorelli aveva dichiarato di avere già preparato una copertina intitolata all’allora Presidente del Consiglio Andreotti. Vitalone mi disse anche che aveva convinto il Pecorelli a non dar corso all’attacco e mi fece mandare due copie di detta copertina. […] D.R.: A proposito dell’intestazione della copertina suddetta, preciso che il dr. Vitalone nulla mi disse a proposito del merito dell’articolo richiamato ed io nulla gli chiesi. Egli rimase sorpreso del fatto che io avessi rapporti con il Pecorelli senza che gliene avessi mai parlato. Anche nel successivo contatto con il Pecorelli non ritenni di chiedergli spiegazioni sul contenuto dell’articolo annunziato in copertina, perché sono certo che si trattasse di rielaborazione anzi di tentativo di rielaborazione di una vecchia notizia (di non più di dieci righe) relativa ad alcuni assegni del Banco di S. Spirito che – in maniera tortuosa ed indiretta – implicavano la persona dell’on. Andreotti. Mi riservo di riesaminare i miei appunti e di fornire il trafiletto di cui ho parlato.>.

Non rileva, poi, in alcun modo se gli attacchi e le insinuazioni del Pecorelli avessero o meno effettivo fondamento o fossero semplici illazioni del giornalista assassinato, essendo essi, tuttavia, suscettibili di destare qualche allarme o qualche fastidio in chi veniva preso di mira o nella cerchia dei di lui sodali.

Ne consegue la sostanziale inutilità di tutta la defatigante indagine vertente sulle differenze dei due diversi “memoriali” dell’on. Moro, sulla maggiore o minore lesività per la figura di Andreotti del contenuto di quello dattiloscritto dai brigatisti rossi (rinvenuto nel 1978) o di quello manoscritto dallo stesso on. Moro (rinvenuto nel 1990) - ma, sul punto, è difficile confutare le considerazioni del Tribunale e gli esiti della accuratissima indagine della Difesa -, sulla esistenza o meno di una più ampia, mai rinvenuta, copia dello stesso memoriale, della quale, comunque, non risulta provato che il Pecorelli avesse il possesso o di cui Andreotti o i suoi amici avessero contezza (il che era indispensabile per valutare eventuali pericoli legati alla pubblicazione).

Ma la sostanziale inutilità della stessa indagine scaturisce ancor prima da un realistico approccio alle dichiarazioni del Buscetta: le oscillanti, vaghe e confuse affermazioni di costui concernenti il movente dell’assassinio del Pecorelli (eloquente è la sintetizzazione nel verbale del 6 aprile 1993 della prima dichiarazione sul punto del Buscetta: <Secondo quanto mi disse Badalamenti, sembra che Pecorelli stesse appurando "cose politiche" collegate al sequestro Moro.>) dimostrano, infatti, come il collaboratore avesse, in proposito, cognizioni soltanto approssimative e lacunose, colmate, di volta in volta, alla rinfusa da contraddittorie indicazioni (incentrate ora su fatti segreti che ruotavano attorno al sequestro Moro, ora sul possesso da parte del Pecorelli di documenti o, addirittura, di “bobine”), probabilmente desunte anche da frammentarie informazioni ed ipotesi attinte dai mass media.

In buona sostanza: se vi è traccia di attacchi di diversa natura che il Pecorelli portava o si proponeva di portare all’imputato, magari anche occasionati da qualche contenuto del pubblicato “memoriale” Moro (si pensi, per esempio, all’affare Italcasse), dalle dichiarazioni del Buscetta non può trarsi una seria indicazione che suggerisca eventuali, effettive conoscenze di segreti legati al sequestro dell’on. Moro ed al “memoriale” del medesimo.

Allo stesso modo, nessuna certezza in proposito possono, comunque, consentire gli altri, largamente contraddittori, elementi di prova addotti dai PM.

Anche emendato dagli incerti e contradditori apporti, il quadro delineato conferisce, comunque, plausibilità alla eventualità che qualche zelante sodale dell’on. Andreotti, che coltivava stretti rapporti con i Salvo, abbia esternato (pur, in ipotesi, senza averne ricevuto alcuna richiesta) lamentele sulla attività giornalistica del Pecorelli e che i Salvo abbiano ritenuto di agevolare l’uomo politico inducendo i loro amici mafiosi Bontate e Badalamenti a sopprimere il predetto per favorire l’imputato.

D’altronde, ciò che in questa sede conta non è tanto la positiva dimostrazione della attendibilità specifica dei contenuti delle indirette ed approssimative affermazioni del Buscetta riguardanti, in particolare, le causali dell’omicidio Pecorelli, ma, appunto, la astratta plausibilità della vicenda e la conseguente assenza di elementi che possano giustificare un giudizio negativo sulla complessiva affidabilità del nucleo centrale delle dichiarazioni del collaboratore che qui interessa mettere in risalto e che deve individuarsi nei seguenti fatti: Pecorelli, nell’esercizio della sua attività di giornalista, dava o poteva dare fastidio ad Andreotti; Pecorelli è stato soppresso per ordine dei capimafia Stefano Bontate e Gaetano Badalamenti, su sollecitazione dei Salvo, per favorire Andreotti.

Quanto all’eventuale condizionamento dell’esito del processo Rimi, si può subito avvertire, richiamando quanto già accennato, che l’episodio indirettamente riferito dal collaboratore non assicura affatto la prova della effettività di un intervento dell’imputato volto a pilotare quel verdetto, non essendo, in ogni caso, quanto narrato – vuoi che si propenda per la richiesta di “interessamento”, vuoi che si opti per la esternazione di un “ringraziamento” - incompatibile con un attivarsi soltanto simulato del predetto e con un merito indebitamente acquisito nei confronti dei mafiosi, atteggiamento a mezzo del quale il medesimo ha, in ipotesi, mandato avanti il suo disegno di conseguire, senza, in realtà, “sporcarsi le mani”, benemerenze presso gli interlocutori siciliani (analogamente a quanto, secondo la definitiva prospettazione degli stessi PM, avrebbe fatto circa dieci anni dopo, in relazione alla vicenda del maxiprocesso - vedasi infra -).

Al riguardo logicamente rilevano le doviziose notazioni del Tribunale circa il contenuto delle relative sentenze (si veda la relativa trattazione svolta nel capitolo IX della appellata decisione), essendo, tra l’altro, fin troppo evidente che lo snodo essenziale del processo Rimi è stata la decisione di annullamento pronunciata dalla Corte di Cassazione il 3 dicembre 1971 e non già quella emessa, in sede di rinvio, dalla Corte di Assise di Appello di Roma il 13 febbraio 1979 e dovendosi, per di più, registrare la totale assenza di elementi specifici che consentano, in qualche modo, di dare corpo ad un effettivo collegamento fra l’imputato ed i componenti dei collegi giudicanti interessati.

Quello che, però, non si può obliterare è che le propalazioni, sia pure indirette, di altro storico collaboratore, della cui attendibilità, in ordine ai ricordati contenuti sostanziali, non vi è ragione di dubitare anche per la risalente allusione alla vicinanza di Andreotti ai mafiosi, assicurano, in ogni caso, una autonoma conferma della esistenza di quei singolarissimi rapporti, che costituiscono il necessario presupposto dell’episodio narrato dal Marino Mannoia: in altri termini, sfrondate dalle parti inficiate dalle incertezze, non può dubitarsi che le dichiarazioni del Buscetta attestino, comunque, che egli ebbe ad apprendere dai più importanti capi dello schieramento “moderato” di Cosa Nostra, il Bontate ed il Badalamenti, che costoro avevano intrattenuto rapporti, quanto meno indiretti, con Andreotti e che in una occasione, in relazione al processo Rimi, lo stesso Badalamenti aveva personalmente incontrato l’imputato in compagnia del cognato, Filippo Rimi, e di uno dei cugini Salvo.

Inconducenti e sintomaticamente cavillosi, pure nel quadro delle evidenziate, pacifiche incertezze ed imprecisioni del Buscetta, appaiono alcuni rilievi mossi dalla Difesa in ordine alla congruità logica del racconto del collaboratore.

E’ stato osservato, in particolare, che abbinando la ricostruzione temporale proposta dal PM al racconto del Buscetta, si dovrebbero conferire contorni piuttosto surreali al riferito incontro Andreotti-Badalamenti, in quanto, a poche settimane dall’omicidio Pecorelli si sarebbero riuniti, senza fare alcun cenno al predetto ed al piano per sopprimerlo, uno degli organizzatori del delitto (Badalamenti), uno dei mandanti (Salvo) ed il soggetto che ne avrebbe beneficiato (Andreotti): non si comprende, però, come possano ricavarsi dalla circostanza elementi che inficino la narrazione del collaboratore, né la ragione per cui si sarebbe dovuto parlare (ammesso che fosse stato già elaborato) del piano per sopprimere il Pecorelli, in merito al quale può esprimersi riserva circa la stessa consapevolezza da parte dell’imputato (che alla Corte, come già si avrà modo di osservare nella parte della sentenza che verrà dedicata alla crisi dei rapporti fra l’imputato e Cosa Nostra, non pare affatto persona che ammetta il ricorso a metodi cruenti per liberarsi dei possibili avversari).

E’ stato rilevato che il Buscetta, differenziandosi marcatamente dagli altri collaboratori, avrebbe tratteggiato la figura del sen. Andreotti come quella di un soggetto incauto e sprovveduto, incurante di adottare ogni cautela per evitare di essere visto in compagnia del capomafia Badalamenti: ma Roma non è Cinisi (paese siciliano di residenza del boss) e neppure Palermo e Badalamenti non era un personaggio famoso dalla inconfondibile fisionomia, cosicché non si comprende come l’accesso nello studio di Andreotti del Badalamenti medesimo – accesso del quale il collaboratore non ha affatto precisato le modalità e gli orari, che, in ipotesi, possono essere stati debitamente discreti -, dovesse essere immediatamente percepito da eventuali terzi, che non avevano certo occasione di ravvisare in quello che era un anonimo visitatore un capomafia siciliano.

Non ci si intrattiene, poi, sui rilievi difensivi concernenti la conducenza delle indicazioni fornite da altri collaboratori a proposito dell’interessamento dei mafiosi per “aggiustare” il processo Rimi: si tratta di indicazioni che sono frutto di notizie indirette ed assai risalenti, non immuni da eventuali errori di dettaglio e da possibili contraddizioni, ma la coralità delle stesse deve essere valutata come una conferma del particolare impegno profuso – in particolare, proprio dal Badalamenti, cognato di Filippo Rimi – per un esito favorevole di quella vicenda processuale.

Lo stesso Tribunale, del resto, pur all’esito della penetrante analisi critica alla quale ha sottoposto le dichiarazioni del Buscetta, ha finito con il riconoscere che le contraddizioni del medesimo erano verosimilmente dovute anche al lungo arco di tempo trascorso dall’epoca dei colloqui del collaboratore con il Bontate ed il Badalamenti (risalenti ai primi anni ’80) e che non vi era prova che il predetto avesse mentito inventandosi conversazioni, in realtà, mai avvenute.

I primi giudici hanno, peraltro, rilevato che la carenza di concreti ed apprezzabili elementi di riscontro escludeva che fosse stata acquisita prova certa che i fatti riferiti al Buscetta dalle sue fonti fossero corrispondenti al vero: ma, trascurando il fatto che non si scorgono decisive ragioni che potessero giustificare false confidenze dei due capimafia al collaboratore, si può ribadire che la conclusione del Tribunale può, a tutto concedere, essere accettata con riguardo agli specifici comportamenti delittuosi attribuiti o attribuibili ad Andreotti (il concorso morale nell’omicidio Pecorelli; l’effettivo intervento volto ad “aggiustare” il processo Rimi), ma lo stesso non può farsi con riferimento alle relazioni dell’imputato con gli esponenti dell’“ala moderata” di Cosa Nostra, che trovano rispondenza in svariate e concrete emergenze processuali e, fra tutte, in primo luogo, quelle desumibili dalle affermazioni del Marino Mannoia, testimone oculare di un incontro. 

Le inaudite dichiarazioni con cui lo stesso Marino Mannoia ha riferito per la prima volta nell’aprile del 1993 dell’incontro, al quale aveva direttamente assistito, fra l’imputato ed il Bontate, agevolato dai cugini Salvo, non costituiscono, dunque, una indicazione, stupefacente ai limiti dell’incredibile, che cade in un deserto probatorio ed in esso sia destinata a scomparire: esse, per contro, trovano piena plausibilità e logico supporto non solo e non tanto nella, piuttosto diffusa, conoscenza, all’interno del sodalizio mafioso, della “vicinanza” al gruppo Bontate-Badalamenti di Andreotti, quanto nelle autonome dichiarazioni del Buscetta, relative ad episodi diversi, che sciolgono il nodo della apparente inverosimiglianza delle prime, confermando, comunque, la conoscenza, sintomaticamente negata dall’imputato, fra quest’ultimo ed i Salvo e le relazioni intrattenute dal medesimo con i capimafia della fazione “moderata” di Cosa Nostra.       

B) Ancorché, per le svariate oscillazioni ed approssimazioni del Buscetta, si volesse dissentire sulla efficacia corroborativa delle richiamate indicazioni del medesimo, non potrebbe, comunque, disconoscersi che una ulteriore – beninteso, sempre indiretta - conferma alle affermazioni del Marino Mannoia provenga dalle dichiarazioni di Giovanni Brusca, il quale, a differenza dei primi due propalanti, non è un collaboratore della prima ora, non è astrattamente immune dal possibile condizionamento esercitato dalla diffusa conoscenza del procedimento a carico del sen. Andreotti e dei temi di prova relativi, non è virtualmente esente dal sospetto di perseguire benefici processuali e personali, dipendenti anche dall’apparato inquirente: per il predetto, in buona sostanza, potrebbero teoricamente valere le peculiarità già delineate in premessa e le conseguenti, massime cautele da adottare nel vagliare le sue dichiarazioni.

Posto ciò in termini astratti, scendendo nel concreto deve evidenziarsi che il Brusca non può essere legittimamente sospettato di intenti persecutori nei confronti del sen. Andreotti o di interessate compiacenze verso gli inquirenti.

In proposito è sufficiente rilevare che, quando erano già notorie le propalazioni di Baldassare Di Maggio sull’episodio forse più eclatante addotto dalla Accusa, costituito dal presunto incontro dell’imputato con Salvatore Riina in casa di Ignazio Salvo, propalazioni che il Brusca aveva avuto modo di considerare con attenzione – tanto che, all’epoca in cui era spinto dal confessato intento di sbugiardarlo, aveva concluso che sul punto le affermazioni del Di Maggio era deboli ed attaccabili -, lo stesso Brusca ha riferito di nulla sapere in merito, aggiungendo perfino di aver interrogato al riguardo Paolo Rabito – che, secondo il Di Maggio, nell’occasione avrebbe svolto le consuete mansioni di portinaio in casa di Ignazio Salvo – e di averne ricevuto risposta negativa.

Lungi, dunque, dall’assecondare l’assunto accusatorio rispetto ad un avvenimento di assoluta rilevanza probatoria, il Brusca non solo ha escluso di esserne venuto, in qualche modo, a conoscenza (cosa che egli avrebbe potuto, in ipotesi, agevolmente affermare senza rischiare di essere smentito – sarebbe stato sufficiente, per esempio, riportare un breve accenno diretto del Riina, con il quale il collaboratore aveva intrattenuto serrati rapporti proprio in relazione alla fase finale della vicenda del maxiprocesso, che non poteva non essere stato oggetto del presunto colloquio fra l’imputato ed il capomafia -), fornendo così, stante la sua posizione di vertice in Cosa Nostra ed attesa la sua intima parentela con altri propalanti, i suoi fratelli Emanuele ed Enzo Salvatore, valido argomento logico alla tesi difensiva, ma non ha esitato a riferire un elemento astrattamente idoneo a contraddire lo stesso assunto, menzionando la negativa risposta del Rabito, sia pure, come più avanti si vedrà, non mancando di prospettare il dubbio che lo stesso Rabito fosse stato nell’occasione reticente.

Né può dirsi che la negazione del Brusca sia semplicemente il deliberato frutto della pervicace volontà di smentire il Di Maggio, che egli, per sua stessa ammissione, aveva, fino ad un certo momento, coltivato e, quindi, abbandonato: a parte che detti, iniziali intendimenti sono stati lealmente confessati, mette conto sottolineare come il Brusca abbia riconosciuto in termini espliciti che, per quanto aveva avuto modo di desumere dalle sue conoscenze, il Di Maggio aveva, di massima, sempre detto la verità (<<AVV. SBACCHI: Senta, ma lei a queste dichiarazioni di Di Maggio credeva o non credeva? - BRUSCA G.: Come? - AVV. SBACCHI: Credeva o non credeva alle dichiarazioni di Di Maggio? - BRUSCA G.: Ma guardi, io non so se ci credo o non ci credo, io ci dico che Di Maggio fino alla giornata, per quello che ha raccontato, mi consta, tranne qualche piccola cosa, la verità. - AVV. SBACCHI: Stiamo parlando delle dichiarazioni di Di Maggio sul Senatore Andreotti. - BRUSCA G.: Ma quelle sono ipotesi mie, non posso rispondere alle ipotesi mie.>>) ed abbia precisato di non essere in grado di escludere che anche sull’episodio in questione il predetto avesse riferito il vero (<<AVV. COPPI: Con il permesso del Tribunale sono costretto a ripetere una parola non molto elegante da lei usata. Lei è andato però ancora oltre, perchè non solo ha definito una stupidaggine queste cose, ma lei ha detto che il fatto del bacio è una "stronzata" e che si riservava poi di spiegare le ragioni per la quale questo fatto, che non voglio più ridefinire con i suoi termini, doveva essere considerato tale. Lei conferma di avere usato addirittura questa parola che io oggi ho ripetuto? - BRUSCA G.: Sì, siamo sempre lì. - AVV. COPPI: Siamo sempre lì. Comunque mi conferma di avere usato... - BRUSCA G.: Sì. - AVV. COPPI: Non per questo adesso lei lo ritratta. - BRUSCA G.: Non lo ritratto. Non sono in condizioni nè di smentirlo neanche di confermarlo, no lo ritratto. Cioè io volevo portare quel mio progetto avanti, però non sono in grado di smentirlo.>>).

Il Brusca, poi, non si è abbandonato a inventare di essere a conoscenza di leggi o provvedimenti favorevoli a Cosa Nostra emessi per intervento dell’imputato, avendo, al contrario, affermato di non esserne al corrente (<<AVV. COPPI: Quindi, lei non mi sa dire di legge favorevoli alla Mafia promosse da Andreotti alla stessa stregua di come dopo ha promosso leggi sfavorevoli, decreti, grazie in favore di questo o quel soggetto mafioso, non mi sa dire nulla?... - BRUSCA G.: No, no non le so dire niente. - AVV. COPPI: Di provvedimenti adottati da Andreotti in favore... - BRUSCA G.: No. - AVV. COPPI: Di Cosa Nostra? Va bene. Mi sa dire, che cosa avrebbe comunque ottenuto comunque in cambio il senatore Andreotti oltre i voti? Ha avuto denaro, ha avuto, oltre... oltre l'appoggio politico di cui voi parlate perlomeno fino al 1987, in cambio il senatore Andreotti, cosa avrebbe ottenuto? - BRUSCA G.: Avvocato, se mi dice i fatti particolari, non so niente, Salvatore Riina, ogni volta che faceva un omicidio di un certo livello, dice: ora i "cucini", cioè i cugini Salvo se vanno da Lima, da Andreotti e si vanno a prendere il merito.>>).

Le stesse, piuttosto vaghe ed incerte, affermazioni in ordine alla bocciatura dell’accesso del dr. Giovanni Falcone a capo dell’Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo sembrano essere state ricondotte ad – insondabili e dubbi - interessi personali di Andreotti piuttosto che ad un interesse di Cosa Nostra (<<PM SCARPIN.: Ho capito. Un'altra cosa. Lei nel rispondere alle domande della Difesa, arrivato ad un certo punto, ha detto o ha espresso questo concetto che i primi segnale di crisi, diciamo del rapporto tra Cosa Nostra e Andreotti, lei li verifica quando inizia il maxi-processo. Però stamattina ha anche detto che Ignazio Salvo le comunicò che Andreotti e Vitalone erano intervenuti per non fare nominare Falcone a Consigliere Istruttore, e qui siamo nel 1988, e poi ha anche detto degli interventi di Lima a proposito dell'assegnazione degli appalti SIRAP e lì siamo nel 1990-1991. Tenuto conto quindi, che, già nel 1988 il  rapporto tra Andreotti e Ignazio Salvo per quello che le comunica direttamente Ignazio Salvo, cioè che Andreotti è intervenuto per non fare nominare Falcone a Consigliere Istruttore, è in piedi e Andreotti, per quello che le comunica Ignazio Salvo, è intervenuto per questo motivo, come fa lei a dire che il rapporto tra Andreotti e Cosa Nostra era già entrato in crisi all'inizio del maxi processo? Non so se sono stato chiaro. Il maxi processo inizia nell'86, nell'88 lei sa, perché le comunica Ignazio Salvo che Andreotti si è attivato per non fare nominare Falcone Consigliere Istruttore e quindi per fare un favore a Cosa Nostra, sono due cose che non sono compatibili tra di loro. E' chiaro il concetto? - BRUSCA G.: Ma io credo di avere dato una risposta chiara, però la  ripeto. Quando io porto la notizia a Salvatore  Riina per dire si stanno interessando per non fare nominare il Consigliere Istruttore Giovanni Falcone, porto la risposta e Salvatore Riina dice "per quando vogliono loro per i fatti suoi sono in condizione di potersi risolvere i problemi quando vogliono e come vogliono, per noi non si vogliono bruciare, non si vogliono mettere le mani avanti". Non so se sono stato chiaro. Cioè dice "quando loro vogliono, sono sempre in condizione di sistemarsi e aggiustarsi le cose, che a me non mi interessa che lui blocchi la candidatura di Giovanni Falcone a Capo Ufficio Istruzione, tanto io lo devo sempre uccidere, a me mi interessa che lui si interessi per sistemare il maxi processo", cosa che lui non voleva fare.>>).

In conclusione, valorizzando i rassegnati elementi (sui quali, come anticipato, la Difesa significativamente tace) possono senz’altro superarsi i profilati, pur astrattamente legittimi, elementi di sospetto sulla personale attendibilità del Brusca in merito alle specifiche dichiarazioni riguardanti il sen. Andreotti e la notazione, che – si ribadisce - comporta la chiara esclusione di ogni significativa compiacenza verso le tesi degli inquirenti, consente di respingere recisamente la prospettazione difensiva volta a privilegiare la attendibilità delle affermazioni iniziali del Brusca medesimo - che egli ha esplicitamente e reiteratamente ammesso essere state funzionali al malizioso disegno, poi abbandonato per una sincera collaborazione, di mettere a repentaglio la attendibilità dell’odiato Di Maggio -, affermazioni che sarebbero state successivamente modificate per assecondare le esigenze della Accusa.

Ora, anche omettendo di considerare che il Brusca, al pari di svariati altri collaboratori, ha dichiarato di avere avuto, sia pure indiretta, conoscenza delle relazioni fra Andreotti ed il gruppo Bontate/Badalamenti, precisando di averle apprese dai discorsi del padre e di Salvatore Riina (<<BRUSCA G.: Mio padre con Salvatore Riina, cioè commentavano, io ascoltavo e  sentivo  per dire Don Tano, Don Stefano fanno e sfanno quello che vogliono con i cugini Salvo, con Andreotti... - PRESIDENTE: Quando glielo diceva queste cose suo padre? - BRUSCA G.: No, quando me lo dicevano, siccome spesso e volentieri io assistivo o perché eravamo in macchina che li stavo accompagnando in qualche posto e loro poi commentavano, o quando ci vedevamo in campagna in Contrada Dammusi, cioè spesso e volentieri io ascoltavo i suoi commenti o i suoi... - PRESIDENTE: Discorsi. - BRUSCA G.: I suoi discorsi. - PM NATOLI: E quindi la frase che lei ricorda è questa che ha testè ripetuto? - BRUSCA G.: Sì. - PRESIDENTE: Quindi in quali anni li sentiva queste parole? - BRUSCA G.: Nel 78, nel '77, '79, '76, questo periodo, Signor Presidente.>>), relazioni che provocavano la irritazione ed il risentimento degli esponenti della fazione dei “corleonesi”, i quali ne erano tagliati fuori, si può citare lo specifico episodio riguardante la esplicita frase con cui Nino Salvo replicò alle sollecitazioni ad interessarsi per l’“aggiustamento” del processo per l’omicidio del cap. Basile recategli dallo stesso Brusca: nell’occasione il Salvo accampò difficoltà e citò, per contro, il successo ottenuto, in altri tempi, nel processo Rimi, per il quale era riuscito a far intervenire l’on. Andreotti (<<PM: Ho capito. Poi ha sentito parlare altre volte dentro Cosa Nostra di Andreotti? - BRUSCA GIOVANNI: Poi le altre volte che ho sentito parlare in prima persona dell'Onorevole Andreotti fu per l'aggiustamento del processo dei Rimi di Alcamo. Io vado da Antonino Salvo per aggiustare, allora non mi ricordavo preciso, ma oggi più vado avanti e più sono più preciso, perchè i ricordi affiorano di più, omicidio Basile, cioè omicidio del capitano Basile. Al che io vado da Antonino Salvo e gli dico di intervenire per l'omicidio del capitano Basile… […] - PM: A Nino Salvo. Quindi lei porta questo messaggio di Riina a Nino Salvo e Nino Salvo che cosa le dice se le dice qualcosa? - BRUSCA GIOVANNI: Nino Salvo in quella occasione, quando io gli dico di andare ad intervenire su questa persona e precisamente di andare dall'Onorevole Lima, perchè lui doveva intervenire per questo processo, al che Nino Salvo mi esclama, mi incomincia a mettere delle difficoltà, non è possibile, è possibile, per ora ci viene molto dura, il momento è brutto. Comincia a mettere come si suo dire, un pò le mani avanti. - PM: E questo glielo dice immediatamente. - BRUSCA GIOVANNI: Sì, immediatamente. Al che io ritorno da Salvatore Riina e ci dico ... Però mi dice pure: "ora vediamo quello che posso fare". Al che io porto questa risposta a Salvatore Riina e gli dico: "Don Antonino" cioè Antonino Salvo "mi ha risposto in questa maniera". Al che mi ci rimanda e mi dice di subito intervenire perchè loro hanno la possibilità di potere intervenire. E io ritorno e ci dico: "Don Antonino ..." ah, e mi dice: "E se non aggiustano questo processo ce n'è per tutti" cioè significava che li avrebbe uccisi a tutti, a cominciare anche da lui. Dice: "Fai preoccupare anche lui". Cioè, per Antonino  Salvo. Al che io in maniera scherzosa ci dico: "Don Antonino, veda che Salvatore Riina mi ha detto queste parole, di intervenire su questo processo in maniera molto forte, perchè mi ha detto che ce n'è pure per lei" Si mise a ridere e dice: "Anche pure per me ce n'è?" ci dissi: "Purtroppo sì, e per tutto il resto" Al che in maniera molto espressiva fa: "Mizzica, per quei disonorati, per quei pezzi di carabinieri ..." - PRESIDENTE: Parli in italiano. - BRUSCA GIOVANNI: Chiedo scusa. - PRESIDENTE: Traduca in italiano. - BRUSCA GIOVANNI: Io prima dico in siciliano per poi tradurre in italiano. Cioè per quei pezzi di disonorati o per quei pezzi di carabinieri, cioè dei Rimi di Alcamo, allora ho avuto la possibilità di potere fare intervenire l'Onorevole Andreotti in prima persona, e ora mi viene un pò molto più difficile. Al che io subito ci dico: "Come?" dice: "Sì, per quei disonorati io ho ... per quei pezzi di disonorati dei Rimi di Alcamo, allora hanno avuto questa possibilità, io ho avuto questa possibilità di potere far venire l'Onorevole Andreotti in prima persona. In quella occasione ha dimostrato che l'Onorevole Andreotti ha realmente le scatole". Così mi ha detto Nino Salvo.>>).

Nel quadro della evidenziata attendibilità personale del Brusca l’episodio riportato costituisce elemento che vale a confermare le relazioni del Salvo con l’imputato ed anche il fatto che a quest’ultimo venne in qualche modo sollecitato un interessamento per il processo Rimi, poi conclusosi positivamente, processo che stava particolarmente a cuore proprio al capomafia Gaetano Badalamenti, cognato di Filippo Rimi, e per il cui “aggiustamento” (come numerosi apporti confermano) si era verificata una notevole mobilitazione fra i mafiosi, tanto che ne era stata tramandata memoria anche ad affiliati più giovani.

Lo stesso episodio dà corpo alla affermata, generica vicinanza di Andreotti alla fazione di Cosa Nostra che faceva riferimento ai boss Bontate e Badalamenti e, per più, avvalora la confidenza fatta da quest’ultimo al Buscetta, ragionevolmente escludendo che la stessa sia stata frutto di una mera millanteria del capomafia. La stessa valutazione può farsi, per speculari ragioni ed anche per i motivi che saranno precisati più avanti, per la riportata affermazione di Nino Salvo, che, tra l’altro, nella scomoda situazione riferita dal Brusca non aveva certo interesse ad irritare vieppiù il Riina inventandosi precedenti interventi (attuati per favorire esponenti della fazione rivale) del genere di quello richiestogli, per il quale, invece, manifestava difficoltà.

A torto, invece, la Difesa rileva che le versioni del Buscetta e dello stesso Brusca sarebbero disarmoniche in quanto la negativa risposta data da Antonino Salvo alla sollecitazione del secondo contraddirebbe la opinione del primo, secondo cui “i cugini Salvo avevano con l’on. Andreotti un rapporto, a mio avviso, addirittura più intenso di quello dell’on. Lima” ed in quanto l’intenso rapporto personale tra Andreotti ed i Salvo contrasterebbe con le parole, riferite dal Brusca, <con le quali Nino Salvo, rammaricandosi per il forzato diniego, avrebbe ricordato un pregresso intervento effettuato sul sen. Andreotti, per condizionare favorevolmente l’esito del processo Rimi, “in quel momento abbiamo avuto la forza di fare intervenire il sen. Andreotti per quei pezzi di disonorati”>: così, secondo la Difesa, per il Buscetta l’imputato <rappresenterebbe lo “zio” che intrattiene rapporti intensi e cordiali con i Salvo; per Brusca, l’attenzione del sen. Andreotti si sarebbe rivolta al processo Rimi, non in virtù di un rapporto di amicizia e di confidenza personale con i Salvo, ma piuttosto perché questi ultimi, in passato, avevano avuto la “forza” di farlo intervenire>.

Premesso che, secondo quanto riferito dal Brusca, il Salvo, nel rievocare in quel contesto la vicenda Rimi, ha attribuito a se stesso (usando il singolare e non il plurale) e non al suo, indistinto, gruppo il merito dell’intervento dell’imputato (<<allora ho avuto la possibilità di potere fare intervenire l'Onorevole Andreotti in prima persona, e ora mi viene un pò molto più difficile. […] io ho avuto questa possibilità di potere far venire l'Onorevole Andreotti in prima persona>>), davvero non si comprende la inconciliabilità, profilata dalla Difesa, fra la possibilità di fare intervenire Andreotti e gli amichevoli rapporti con lui intrattenuti; inoltre, non si scorge la dedotta incompatibilità delle due rappresentazioni di Andreotti, ma, semmai, una diversa disponibilità del medesimo nei confronti delle sollecitazioni del Salvo, sulla quale ci si intratterrà più oltre; infine, nella espressione del Salvo non può certo ravvisarsi il preteso, solo indiretto contatto del medesimo con l’imputato, essendo la stessa, a tutto volere concedere, sotto tale profilo neutra.

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6. Dalla congerie degli elementi addotti dalla Accusa può trarsi un ulteriore episodio che la Corte ritiene di dover valutare in modo difforme rispetto al Tribunale e che conferma la esistenza delle relazioni de quibus e ne suggerisce una plausibile caratteristica fondamentale: si tratta dell’intervento che il capomafia Stefano Bontate ha attuato, su una richiesta proveniente dall’imputato, in favore dell’industriale Bruno Nardini, raggiunto da pretese estorsive provenienti da esponenti della ‘ndrangheta calabrese, che il Tribunale ha trattato nel capitolo VII della appellata sentenza.

Al riguardo la Corte condivide i rilievi – sopra, come di consueto, analiticamente riportati – formulati dai PM appellanti ed osserva quanto segue.

Benché sia innegabile l’anomalia dell’atteggiamento processuale del Mammoliti, già messa in risalto nella parte introduttiva dei motivi della presente decisione, e benché essa imponga una rigorosa valutazione delle dichiarazioni del predetto, tuttavia la stessa non autorizza un giudizio aprioristicamente negativo sulle indicazioni del medesimo e la immediata emarginazione delle stesse, non preceduta dalla opportuna verifica del loro fondamento collegata agli altri elementi acquisiti, alla stregua del criterio - costantemente seguito dalla Corte, precisato nelle premesse introduttive e sul quale, come ricordato, conviene la Difesa - che tende a privilegiare la unitaria valutazione del materiale probatorio rispetto al preventivo giudizio sulla attendibilità della fonte.

Se, dunque, può convenirsi che non siano arbitrari alcuni rilievi difensivi in merito alla personale attendibilità del Mammoliti – in particolare, quelli legati alla non esaurientemente e coerentemente spiegata genesi delle dichiarazioni contro l’imputato, alla individuazione più precisa del nome di alcuni dei mafiosi palermitani che intervennero nella vicenda, alle reticenze sulla storia criminale e sulle responsabilità del dichiarante -, deve, per contro, rimarcarsi come una sintomatica ansia di respingere l’accusa induca la Difesa ad affastellare ogni argomento apparentemente utile a screditare il propalante, sollevando questioni di scarsa consistenza, quali: a) la approssimazione e la progressione delle indicazioni del Mammoliti riguardanti la collocazione temporale dei fatti, che appaiono assolutamente giustificabili alla stregua del lungo tempo trascorso e risolvibili sulla scorta delle oggettive risultanze acquisite: del resto, il rilievo in questione appare con ogni evidenza inconducente in vista della dimostrazione della inattendibilità del propalante, atteso che il presupposto del racconto del Mammoliti è, come denunciato dalla stessa Difesa, la conoscenza della macchinazione estorsiva perpetrata ai danni del Nardini nella seconda parte del 1977 e che deve ritenersi incontestabile che lo stesso Mammoliti sia stato a Palermo e sia stato, in particolare, condotto presso il negozio Battaglia -; b) la sostenuta falsità del riferito legame fra l’imputato ed il Nardini, che deve, invece, negarsi alla stregua di quanto si preciserà; c) le incertezze del Mammoliti su alcuni dettagli della sua visita a Palermo, ancora una volta comprensibili nel quadro di un appannamento del ricordo che deve ritenersi assolutamente naturale se si considera che dall’epoca dei fatti (che non erano certamente tali da essere costantemente tenuti vivi nella memoria) alla propalazione sono trascorsi ben oltre quindici anni.

In ogni caso, nessuno dei rilievi difensivi è dotato di efficacia tale da giustificare la immediata espulsione dal quadro probatorio delle dichiarazioni del Mammoliti (quale potrebbe essere l’oggettivo accertamento di una circostanza del tutto incompatibile con il racconto). 

Per contro, non può trascurarsi la assoluta peculiarità di quanto rivelato dal propalante, il quale, in buona sostanza, non ha riferito un episodio che vede collegati nell’illecito l’imputato ed i mafiosi, ma, al contrario, mostra gli stessi protesi a bloccare la esecuzione di una attività estorsiva in corso.

E’ vero che la maliziosa invenzione può non conoscere limiti di sorta, ma la singolarità dell’episodio suggerisce di valutare con la massima attenzione le indicazioni del Mammoliti ad onta delle legittime perplessità che possono essere nutrite sulla personale attendibilità del medesimo.

Anche in questo caso è ovviamente necessario procedere ad una rigorosa verifica esterna delle dichiarazioni del Mammoliti e, al riguardo, si può riconoscere che non manchino di una certa qual ambiguità i richiami operati, con il consueto approfondimento, dai PM appellanti agli elementi probatori che dimostrano la esistenza dei rapporti del Bontate con esponenti della ‘ndrangheta (ad essi può aggiungersi la più recente indicazione del Lipari, il quale ha riferito che il Bontate aveva per lungo tempo favorito la latitanza del Piromalli a Palermo).

Ed invero, se da una parte gli stessi radicano un contesto che rende plausibile l’episodio narrato dal Mammoliti, dall’altra depotenziano in qualche modo il racconto del predetto nella parte concernente la sicura conoscenza dei mafiosi palermitani ed il riferito viaggio nell’Isola, che, attese le comprovate relazioni fra i clan calabresi e quelli siciliani, potrebbero essere stati occasionati da tutt’altre circostanze.

Resta, peraltro, la rimarcata, indubbia peculiarità del narrato, che ragionevolmente esclude che il Mammoliti abbia sfruttato conoscenze di luoghi e di persone acquisite in circostanze del tutto diverse per elaborare una indicazione accusatoria che, in buona sostanza, come meglio di vedrà in sede di interpretazione dei fatti, conferisce alla condotta dell’imputato una particolarissima fisionomia, che ne attenua, in qualche modo, la connotazione negativa.

Sintetizzando, il Tribunale ha ritenuto di trarre dalle dichiarazioni del Nardini e dalla sua versione dei fatti, cui ha prestato credito, una decisiva smentita alle affermazioni del Mammoliti.

La Corte non ritiene di poter condividere tale giudizio, posto che la approfondita valutazione del quadro probatorio e, in quest’ambito, delle dichiarazioni del Nardini radica perplessità di numero e consistenza tali da giustificare la conclusione che le medesime dichiarazioni avvalorino, piuttosto che la versione del predetto, le affermazioni del Mammoliti e la ipotesi accusatoria.

Gravano, in primo luogo, sulla personale attendibilità del Nardini i suoi incontestabili legami con ambienti politici di matrice democristiana – non potrebbero spiegarsi altrimenti gli accertati, svariati incarichi di nomina politica che sono stati affidati al predetto - ed i suoi certi rapporti con l’imputato – poco importa, con riferimento alla astratta verifica di possibili remore psicologiche del teste, che manifestazioni degli stessi rapporti siano state acquisite per la gran parte in relazione ad episodi soltanto successivi alla attività estorsiva subita dal Nardini nel 1977 -.

In proposito non possono che apprezzarsi come sintomaticamente reticenti e, in definitiva, inverosimili le affermazioni del Nardini in ordine alla sua ignoranza circa le circostanze in cui sono maturati svariati incarichi di nomina politica, a lui affidati in una zona in cui, come riconosciuto dallo stesso Nardini, il grande politico di riferimento era Andreotti, per interessamento del quale erano stati accordati diversi contribuiti e finanziamenti.

La vicenda degli incarichi di nomina politica, alcuni dei quali tradizionalmente “spettanti” alla corrente andreottiana, gli svariati contatti personali che il Nardini ha avuto con Andreotti – il più remoto dei quali, almeno alla stregua di quanto acquisito, risale ad epoca precedente l’attività estorsiva de qua (<<NARDINI B.: io se veniva Andreotti ad Acquapendente era mio dovere andare a salutarlo, questa è una cosa certa. Perché seppure tramite l'Onorevole Iozzelli e tramite il Comitato provinciale era lui mi aveva ottenuto una quantità enorme di benefici per il Consorzio, ma poi tutto il resto non lo so. Non so di che cosa si tratti questo Vallivo Montano, non so.>>) ed il fatto che l’imputato fosse, per usare le parole dello stesso Nardini, “il grande politico della zona” rendono, di per sé, poco plausibile la negazione del teste circa la sua veste di grande elettore di Andreotti.

Per contro, del tutto plausibile deve ritenersi che il Nardini, intervistato dal giornalista Moncada, la abbia affermata, cosicché la conferma dibattimentale del contenuto dell’intervista telefonica proveniente dallo stesso Moncada deve senz’altro preferirsi alla negazione del Nardini medesimo.  

Quest’ultimo ha, altresì, negato di aver mai chiesto ad Andreotti di interessarsi della vicenda estorsiva (<<AVV. COPPI: la domanda è se, con riferimento a questo secondo episodio, che culminerà con la consegna di denaro da parte sua a Piromalli, lei prima, dopo, durante, per cercare di risolvere questo problema si è rivolto al Senatore Andreotti pregandolo di intervenire per risolverle questo problema. - NARDINI B.: mai! Mai!>>), prospettando la difficoltà – ma non, almeno inizialmente, la impossibilità – di sollecitare l’imputato in relazione alla stessa (<<AVV. COPPI: i suo rapporti con il Senatore Andreotti le avrebbero, comunque, consentito di rivolgersi a lui in questi te... - NARDINI B.: beh, difficile, è difficile. - AVV. COPPI: va bene. - PRESIDENTE: quindi no? Difficile significa no? - NARDINI B.: no.>>).

Ma, anche a voler credere a dette affermazioni, è evidente che, in termini astratti, non può escludersi che all’imputato sia pervenuta in modo solo indiretto la notizia delle difficoltà in cui il Nardini si dibatteva a causa delle iniziative estorsive in corso in Calabria e che si sia determinato ad intervenire per aiutarlo: tale eventualità forma oggetto degli opportuni quesiti rivolti al teste dal Presidente del Tribunale, quesiti ai quali il predetto ha dato risposta negativa, sostenendo, in sostanza, che sulla vicenda aveva mantenuto assoluto riserbo e che, in particolare, non ne aveva parlato con l’on. Iozzelli, andreottiano, con il quale intratteneva solide relazioni, né con l’on. Bonomi (<<PRESIDENTE: ho capito. Senta a proposito di quelle estorsioni, lei ne parlò con quel suo amico politico, l'Onorevole Iozzelli? - NARDINI B.: no! - PRESIDENTE: non ne parlò. Con Bonomi neanche? - NARDINI B.: no, no, no, no! - PRESIDENTE: no. - NARDINI B.: no, era una faccenda che tenevo per me. - PRESIDENTE: come? - NARDINI B.: era una cosa che tenevo per me, non l'andavo raccontando in piazza, insomma. - PRESIDENTE: ho capito, dico, intanto la gravità del caso, ecco. - NARDINI B.: e lo so... - PRESIDENTE: se lei avesse parlato con questo Onorevole che era un suo... - NARDINI B.: no, no. - PRESIDENTE: ... punto di riferimento, insomma, ecco.>>).

Un tale riserbo, che appare, di per sé, poco plausibile (tenuto conto anche che le svariate iniziative di danneggiamento prodromiche alla estorsione non potevano rimanere segrete e che, almeno a livello locale, la stampa aveva dato notizia degli attentati subiti dagli impianti di pertinenza della società di cui il Nardini era socio ed amministratori), viene, però, smentito dalla testimonianza di altro uomo politico, il quale conosceva il Nardini pur non intrattenendo legami particolarmente intimi con lui: si tratta di Antonino Murmura, già parlamentare e Sindaco di Vibo Valentia.

Sul punto, infatti, il Murmura, escusso come teste nella udienza del 16 giugno 1996, ha riferito: <<PM: In tale qualità di Sindaco, ha avuto rapporti con l'Avvocato Nardini? - MURMURA A.: Beh, quando lui veniva a Vibo, spesso mi telefonava perchè si era realizzata una rispettosa reciproca amicizia. - PM: Questa amicizia come si concretava? Vi frequentavate? C'erano inviti a cena? - MURMURA A.: Mah, a Vibo mai. Qualche volta sono stato a pranzo o a cena con lui, una volta ad Acqua pendente ricordo, un paio di volte a Roma. - PM: Si stabilì insomma un rapporto di confidenza, oppure rimase un rapporto formale? - MURMURA A.: No, rapporto formale. - PM: L'Avvocato Nardini le parlò mai di problemi suoi connessi a estorsioni, danneggiamenti? - MURMURA A.: Ma io ricordo di aver letto sui giornali e poi di avere avuto conferma dall'Avvocato Nardini di qualche bomba addirittura che gli era stata posta o al deposito o a qualche automezzo che trasportava il carburante nel suo deposito. E siccome poi ne aveva parlato anche la stampa, io gli dissi... "Ma qua, anzitutto lei, o prima o dopo deve sapere chi è, perchè non è che sono fuochi pirotecnici che si fanno in occasione delle feste  patronali. Sono persone che vogliono qualche cosa o gliel'hanno chiesta e lei ha detto di no, e gliela chiederanno. E poi, lei deve rivolgersi all'Autorità Giudiziaria", cosa che credo lui abbia fatto. D'altro canto, siccome ne parlò se non ricordo male, anche la stampa, sono convito che l'Autorità Giudiziaria di Vibo abbia fatto i suoi accertamenti, abbia aperto un procedimento.>>.

Anche sotto il profilo considerato, dunque, le affermazioni del Nardini non appaiono affidabili e suggeriscono l’artificioso tentativo di accreditare una realtà inesistente, che finisce con il radicare una logica conferma della ipotesi accusatoria.   

Poiché la Corte non si sente di escludere la possibilità di un semplice, cattivo ricordo del teste, già avanti negli anni (egli è nato il 14 novembre 1913), non ritiene di dover enfatizzare particolarmente, adducendolo a comprova decisiva della scarsa attendibilità della versione del Nardini, la contraddittoria indicazione della somma che egli avrebbe consegnato al Piromalli, quantificata in lire 60.000.000 in occasione della deposizione resa il 9 agosto 1995 ed in lire 80.000.000 nel corso dell’esame dibattimentale del 9 ottobre 1996: tuttavia, la discrasia non può certo giovare alla complessiva affidabilità del predetto.

Più rilevante, sempre sul giudizio di attendibilità del Nardini, appare la non corrispondenza con il contenuto delle telefonate estorsive del riferito, maturato accordo che prevedeva il pagamento della somma di lire 150 milioni: al riguardo non può che condividersi la analisi dei PM appellanti, alla quale può farsi rinvio, e concludere che, così come evidenziato dallo stesso Tribunale, alla stregua delle trascrizioni delle telefonate estorsive, il pagamento di detta somma era stato, a tutto concedere, malvolentieri accettato dagli ignoti interlocutori del Nardini come mero acconto di un importo che avrebbe dovuto essere assai più elevato.

Si riportano, al riguardo, i seguenti, eloquenti passi delle trascrizioni della telefonata delle ore 10,30 del 24 settembre 1977: <ALTRO UOMO: … lei... lei mi devi dire, in questo momento che intenzioni ha di offrire! - NARDINI: Io voglio da... vi do tutti i 150 milioni d'incasso! - ALTRO UOMO: No, no, non c'è niente da fare! - NARDINI: E beh, scusate un poco, se io non ce li ho, che vi devo dare? - ALTRO UOMO: No, non c'è niente da fare. - NARDINI: Io vi posso dare questi perché ce li ho. - ALTRO UOMO: No, no, non c'è niente da fare. - NARDINI: Poi possiamo... possiamo vedere in seguito... - ALTRO UOMO: (incomprensibile) - NARDINI: Pronto? - ALTRO UOMO: Non c'è niente da fare. - NARDINI: Allora, che volete fare, scusate? - ALTRO UOMO: Va bene? Guardi… (incomprensibile)… e ci sentiremo in appresso. Va bene? – NARDINI: No, aspetti un momento, rimanga in linea un momento, perché voglio vedere… ALTRO UOMO: (incomprensibile)… non posso stare in linea quanto lei mi vuol tenere a linea! – NARDINI: Ma io non la voglio tenere in linea, ché non mi importa niente di tenercelo! Io voglio… - ALTRO UOMO: (incomprensibile) – NARDINI: … vorrei arrivare ad una qualche conclusione fra me e lei! Cioè, io dico che quello che non ho venduto martedì, io potrò vendere un altro giorno – ALTRO UOMO: Ma… senta un po’… - NARDINI: Dica. – ALTRO UOMO: … senta un po’, qua è inutile che noi andiamo ancora a perdere del tempo. Va bene? - NARDINI: Sì. - ALTRO UOMO: Lei ha intenzione di offrire delle cifre... - NARDINI: Ma... - ALTRO UOMO: ..da poter ragionare? - NARDINI: Io ho intenzione delle cifre se ce le ho, se non ce le ho, bisogna che venda ancora, per offrirvi delle cifre! - ALTRO UOMO: Ma vendere ancora, quanto tempo deve… (incomprensibile) - NARDINI: Ma non lo so, perché, vede, la prima vendita l'avevo fatta facilmente, la seconda mi ci vuole del tempo. - ALTRO UOMO: Va bene, allora… (incomprensibile) - NARDINI: Ma voi, sentite un poco, in totale, vediamo un poco, in totale, perché ve ne posso da... - ALTRO UOMO: (incomprensibile) - NARDINI: ... ve ne posso dare in più... in più rate, no? - ALTRO UOMO: In più rate. - NARDINI: In più rate, è naturale! - ALTRO UOMO: No, no... - NARDINI: Oggi ho... oggi ho questi... - ALTRO UOMO: (incomprensibile) - NARDINI: …oggi ho questi, vi do questi, domani poi vi do... vi posso… (incomprensibile)… altra roba, no? - ALTRO UOMO: (incomprensibile) - NARDINI: Però, datemi il tempo di trovarla! - ALTRO UOMO: Avvocato... - NARDINI: Dica. - ALTRO UOMO: ..chiedo scusa, qua, guardi, lei ha capito, la faccenda è una faccenda seria, purtroppo ci siamo combinati così. Va bene? - NARDINI: Beh, lo so. - ALTRO UOMO: Se lei... se lei ha intenzione di lavorare… (incomprensibile) - NARDINI: Ma son d'accordo. - ALTRO UOMO: (incomprensibile)… non ha intenzioni, lasci stare, e quindi, io non sto qui a perdere tempo e dico quello che lei sta dicendo. Va bene? - NARDINI: Eh! - ALTRO UOMO: Ma dico, non c'è niente da fare, e non c'è niente da fare sul serio. Va bene? - NARDINI: Sì, ma... - ALTRO UOMO: Ora... ora, lei deve dirmi: "Guardi, io ho l'intenzione di offrirvi questo". Anche se è in due rate, poi le diciamo noi come lei deve comportarsi per fare… (incomprensibile) - NARDINI: Sì, ma vede, io per sapere quanto devo... - ALTRO UOMO: Sì. - NARDINI: ..per sapere quanto devo offrire, devo anche sapere quanto trovo da ricavare. Perché... - ALTRO UOMO: Ma quello.. ma quello che lei deve ricavare lo sa, quello che deve… (incomprensibile) - NARDINI: Ma non lo so, perché bisogna... bisogna... - ALTRO UOMO: (incomprensibile) - NARDINI: ... bisogna che vendo, non so quanto vendo, perché non è... non sono azioni di borsa che hanno un listino. Io, se trovo da vendere, vendo. Certo, più tempo mi date e più... e più rimedio. […] - ALTRO UOMO: Le disposizioni sono queste: lei, per la prima cifra deve 300, e poi, in appresso, con un'altra rata… (incomprensibile) - NARDINI: Guardi, io per la prima cifra, per la prima... - ALTRO UOMO: Va bene? - NARDINI: Io, per la pri... no, un momento. Io, per la prima cifra, vi posso dar 150, poi, dovremo trovar altro tempo per trovare gli altri. Io son d'accordo a darvi i 300... i 300 milioni... - ALTRO UOMO: No, lei ha an... ha ancora 8-10 giorni di tempo, e saprà le disposizioni come questa cifra dev'essere... va bene?… versata, e quindi lei deve 300. - NARDINI: Allora, quando mi ritelefonate? - ALTRO UOMO: 300, però noi gli diamo 8-10 giorni per poter versare questa cifra. - NARDINI: 8-10 giorni. Oggi... oggi ne abbiamo... - ALTRO UOMO: (incomprensibile) - NARDINI: Oggi... (incomprensibile)… tempo per trovare... per gli altri, io son d'accordo a darvi le trecen... i 300 milioni. - ALTRO UOMO: No, lei ha ancora 8-10 giorni di tempo, e saprà le disposizioni come questa cifra dev'essere... va bene?… versata, e quindi lei deve 300. - NARDINI: Allora, quando mi ritelefonate? - ALTRO UOMO: 300, però noi le diamo 8-10 giorni per poter versare questa cifra. […] – ALTRO UOMO: D’accordo. Però, senta… (incomprensibile)… gli telefono la sera di sabato… - NARDINI: sì -  ALTRO UOMO: Lei, nel giro di 2-3 giorni, deve disporre di questa cifra. - NARDINI: Va beh, devo, devo... - ALTRO UOMO: (incomprensibile)… succede come… (incomprensibile) - NARDINI: …devo, di qui a sabato, io farò il possibile per trovarla. Ma... - ALTRO UOMO: Tempo, veda che qua le cose si stanno mettendo... - NARDINI: Sì, voi me lo avete detto... - ALTRO UOMO: (incomprensibile) - NARDINI: … me lo avete detto, me lo ave... e me lo ripetete, però, io farò il possibile per trovarla! Ripeto, martedì sono in condizioni già di trovarne la metà... - ALTRO UOMO: (incomprensibile)… sabato... - NARDINI: ... l'altra metà, cercherò di trovarla in qualche maniera. - ALTRO UOMO: Sabato pomeriggio alle 20 alla sera. - NARDINI: Va bene. Se è possibile, se però... se... se... - ALTRO UOMO: Alle 19 di sera. - NARDINI: ..se trovo gli altri 150. Se non li trovo... - ALTRO UOMO: Sì... - NARDINI: … non mi è possibile! - ALTRO UOMO: Sì... no e no! - NARDINI: Come, no e no? >.

Infine, a conferma che i malviventi non fossero affatto disponibili ad accettare - e men che meno a totale tacitazione delle loro pretese - il proposto importo di 150 milioni, si può rilevare come in due accenni contenuti nelle ultime due conversazioni intercettate in cui si rintraccia un esplicito riferimento all’importo che il Nardini avrebbe dovuto recare si menzioni la somma di 200 milioni: così è avvenuto, infatti, nella conversazione delle ore 8,30 dell’1 ottobre 1977, nel corso della quale il Nardini continua a resistere alla pretesa ed il suo interlocutore sembra accettare, per il momento, un importo inferiore (<ALTRO UOMO: Pronto, mi senta un po’. - NARDINI: Dica. - ALTRO UOMO: (incomprensibile) - NARDINI: Dica. - ALTRO UOMO: Lei, entro martedì... - NARDINI: Martedì. - ALTRO UOMO: Entro martedì... - NARDINI: Si. - ALTRO UOMO: ... lei ci mandi 200. - NARDINI: Eh, ma... mando quelli che ho. No.. - ALTRO UOMO: No, no, no, no, no, no, no! Senta un po…. (incomprensibile) - NARDINI: Se non ce l’ho, non ve li mando, abbiate pa­zienza! Perché vi debbo promettere una cosa, e poi non ve la mantengo? - ALTRO UOMO: Ma allora, qua deve succedere quello... - NARDINI: Eh! - ALTRO UOMO: che lei... (incomprensibile) - NARDINI: Eh, io... io ho paura che succeda, però d’altra parte, se non ce li ho, non li posso fa... non li posso fa... non li fabbrico, abbia pazienza! lo, non posso darvi che que... se li trovo, ve li da... ve li mando, ma non son sicuro di tro­varli, no? - ALTRO UOMO: Eh! Va bene, allora, entro martedi... - NARDINI: Eh! - ALTRO UOMO: Entro martedì... lei capisce, no? - NARDINI: Sì, ma dove, come? - ALTRO UOMO: Sicari, Sicari. Va bene?>>) ed in quella, più breve, delle ore 18,38 del medesimo giorno, nel quale l’anonimo estortore ribadisce l’invito a recare “due” (<<UOMO: Lei martedì... – NARDINI: Sì. - UOMO: si trovi al suo ufficio di Vibo. – NARDINI: AI mio ufficio di Vibo. Martedì... in serata? – UOMO: Martedì... martedì in serata, pomeriggio. - NARDINI: Senta, non può essere mercoledì? - UOMO: Lunedì va bene? - NARDINI: No, mercoledì. – UOMO: (incomprensibile) – NARDINI: Sì. - UOMO: Ma cerchi di trovare due. Va bene? – NARDINI: Beh, se ce la faccio si! - UOMO: Va bene? – NARDINI: Va bene per mercoledì, allora>).

Un ulteriore elemento che mette in crisi la versione del Nardini proviene dalle dichiarazioni di Vincenzo Riso, il quale ha smentito di essersi concretamente interessato della vicenda e di avere, pertanto, preso in mano la trattativa ottenendo una riduzione, secondo i casi, a lire 60.000.000 o a lire 80.000.000 della somma da pagare agli estortori e di avere procurato l’incontro con il Piromalli in occasione del quale il Nardini ebbe a consegnare il denaro al Piromalli medesimo.   

In proposito non appare esaustivo il rilievo del Tribunale secondo cui il Nardini, se consapevole della falsità della propria versione, non avrebbe avuto necessità di coinvolgere il Riso (che la avrebbe inevitabilmente smentita) ed avrebbe potuto semplicemente riferire di aver abbandonato la somma in un luogo concordato con gli estortori: non si trattava, infatti, semplicemente di variare le modalità di consegna della somma, giacché il Nardini, nell’elaborare la propria versione, sarebbe stato inevitabilmente chiamato a spiegare le circostanze attraverso le quali, dopo le telefonate registrate, aveva, questa volta non direttamente ed a mezzo del telefono, proseguito la trattativa eludendo i controlli degli investigatori dell’Arma.

In tale quadro egli ha menzionato, quale tramite, il Riso (il quale già in passato si era reso utile nella vicenda che aveva visto la “gambizzazione” di un autotrasportatore), consapevole di aver effettivamente cercato (sia pure con il negativo esito riferito dallo stesso Riso) di interessarlo alla faccenda e fiducioso che una eventuale smentita del predetto avrebbe potuto essere agevolmente attribuita ad un atteggiamento reticente ed omertoso del medesimo ed alla volontà di non “compromettersi”.

Ma, nella necessaria, scrupolosa valutazione dei fatti, la Corte non ritiene di dover omettere di contemplare quest’ultima possibilità e con essa la eventualità che il Riso si sia effettivamente adoperato per procurare al Nardini un incontro con il Piromalli, nel corso del quale sia stata corrisposta a costui la somma di denaro variamente indicata dallo stesso Nardini.

Ma, posta tale eventualità, si deve evidenziare che il Nardini non è stato in grado di spiegare attraverso quali mezzi il Riso, che non consta sia individuo influente e che lo stesso Nardini ha escluso facesse parte della ‘ndrangheta, avrebbe ottenuto, infine, la riferita, notevole riduzione della somma da pagare agli estortori (<<PM SCARPIN.: e il Signor Riso in base a quali argomenti riuscì a ottenere un'ulteriore... - NARDINI B.: ah, non lo so. - PM SCARPIN.: ... riduzione della cifra da centocinquanta a 80.000.000 (ottantamilioni), lei lo sa? - NARDINI B.: no, non lo so. - PM SCARPIN.: non lo sa? - NARDINI B.: non lo so>>): ne consegue che, a tutto volere concedere, la reticenza del Riso può aver investito l’interessamento per procurare l’incontro fra il Nardini ed il Piromalli, ma non l’opera di intermediazione volta ad ottenere una riduzione della somma da corrispondere agli estortori.

Il tema introduce l’elemento essenziale che rende il racconto del Nardini inidoneo a smentire quello del Mammoliti e che, induce, per contro, a ravvisare in esso una conferma del secondo: esso è costituito dalla totale assenza di giustificazione della enorme decurtazione che lo stesso Nardini avrebbe ottenuto rispetto alla originaria pretesa degli estortori, i quali fino alle ultime telefonate si erano mostrati particolarmente decisi ed accaniti e tutt’altro che disposti, anche nel corso delle trattative telefoniche, ad accettare, a completa tacitazione delle loro illecite pretese, la somma offerta (lire 150.000.000), che era assai più elevata di quella che, secondo il Nardini, sarebbe stata, infine, pagata al Piromalli e che appare addirittura irrisoria rispetto a quella inizialmente richiesta.

Al riguardo deve essere respinta la eventualità, velatamente sostenuta dal Nardini, che gli estortori si siano persuasi della abnormità delle loro pretese per via della prospettazione di condizioni economiche che non consentivano allo stesso Nardini di pagare quanto richiesto.

Se è vero che una certa mitigazione – frutto naturale delle trattative - delle iniziali pretese delle estortori emerge dalle trascrizioni delle telefonate, tuttavia non traspare affatto una arrendevolezza dei predetti e la disponibilità ad accontentarsi di una somma irrisoria rispetto a quella inizialmente richiesta.

Né può dirsi che una presunta disponibilità in tal senso sia stata propiziata dalla ignoranza di costoro in ordine alle notevolissime capacità economiche del Nardini e della sua società (che, come riconosciuto dal teste, fatturava, all’epoca dei fatti - 1977 - circa 500 miliardi all’anno), come ventilato dalla Difesa, che, allo scopo di suggerire una siffatta eventualità, nel corso dell’esame del Nardini ha fatto in modo di rimarcare come del fatturato della società non si fosse mai parlato nel corso delle telefonate estorsive (<<AVV. COPPI: perfetto. Adesso veniamo al secondo episodio. Salvo ovviamente le domande che sono state fatte dal Pubblico Ministero. Quindi ci introduciamo direttamente nell'argomento. Quindi siamo adesso nel 1977. Lei ha parlato in precedenza di un fatturato di 500 miliardi annui. - NARDINI B.: sì. - AVV. COPPI: lo riferiamo già al 1977? - NARDINI B.: sì, sì, sì. - AVV. COPPI: è  un fatturato di quegli anni. - NARDINI B.: insomma, adesso... 450/500, diciamo. - AVV. COPPI: d'accordo, d'accordo. - NARDINI B.: per essere più sicuri. - AVV. COPPI: benissimo. Nel corso delle trattative che si sono svolte tra questi delinquenti e lei, qualcuno dei suoi interlocutori telefonici, quindi qualcuno dalla parte di Piromalli o lui stesso se era lui al telefono, ha mai fatto riferimento al fatturato di cui lei era titolare? - NARDINI B.: no, no! - AVV. COPPI: mai? Benissimo.>>).

Ma il notevole patrimonio sociale era sotto gli occhi degli estortori, la cui illecita attività e le cui pretese non erano certo frutto del caso, ma presupponevano la consapevolezza di aver a che fare con una impresa dai larghi mezzi, in grado di pagare robuste somme: ed invero, la società amministrata dal Nardini possedeva nella sola Calabria una trentina di impianti di distribuzione di carburante e due depositi costieri (<<PM SCARPIN.: quanti impianti di carburante gestiva? - NARDINI B.: beh, non lo so con precisione ma più di cento. - PM SCARPIN.: più di cento, e in Calabria quanti ce ne erano? - NARDINI B.: una trentina. - PM SCARPIN.: una trentina. Nell'anno... - NARDINI B.: ma in Calabria c'era anche due depositi di costieri, uno a Vibo Valentia e uno a Crotone.>>). Inoltre, i malviventi potevano trarre utili indicazioni circa una più vasta possidenza anche dalle affermazioni del Nardini, il quale nel corso delle telefonate estorsive aveva fatto riferimento ad impianti ubicati altrove, dalla cui vendita avrebbe potuto procurarsi il denaro necessario a soddisfare le pretese estorsive (conversazione delle ore 10,30 del 24 settembre 1977: <ALTRO UOMO: Va bene. Mi dica che cosa ha deciso. - NARDINI: Ho deciso? Voi mi avete detto che mi facevate guadagnar del tempo. Viceversa, me l'avete fatto perdere e non guadagnare! - ALTRO UOMO: Ma abbiamo dato altri dieci giorni di tempo. - NARDINI: Sì, ma non è vero, non mi avete dato niente, perché io, praticamente, avevo trattato una vendita... - ALTRO UOMO: Sì... - NARDINI: ..e avevo venduto... - ALTRO UOMO: Sì... - NARDINI: ..in attesa... volevo sapere anche il vostro benestare in attesa della e... - ALTRO UOMO: Va bene. Va bene. - NARDINI: Oh! Allora... e quindi, di conseguenza l'ho sospesa, perché non avevo ricevuta nessuna telefonata! - ALTRO UOMO: Ho capito. - NARDINI: Adesso, praticamente, vediamo un poco... parliamo seriamente e per bene. - ALTRO UOMO: Va benissimo. Però... però, io una cosa l'avverto, ah? - NARDINI: Mi stia... mi stia a sentire… Io ho venduto dei distributori in Lombardia... - ALTRO UOMO: Va bene. - NARDINI: ..per 150 milioni. - ALTRO UOMO: Sì? - NARDINI: Questo, posso concluderlo martedì. - ALTRO UOMO: Forza! - NARDINI: Eh, le dico che posso concludere martedì una vendita in Lombardia per 150 milioni, perché in Calabria, io non posso vender niente perché voi mi avete buttato le bombe! ->).

Deve, allora, considerarsi logicamente corretta la osservazione dei PM appellanti circa la mancanza di una ragionevole spiegazione della, asserita, notevolissima riduzione ottenuta dal Nardini, carenza che suggerisce un autorevole intervento esterno, idoneo a fornire valido riscontro alle affermazioni del Mammoliti ed alla ipotesi accusatoria.

Si potrà obiettare che il Mammoliti ha riferito che la attività estorsiva era stata bloccata ad opera del Piromalli a seguito della richiesta dei mafiosi palermitani e che la affermazione cozza con la corresponsione della, pur ridotta, somma allo stesso Piromalli, ma al riguardo, trascurando di rilevare che il pagamento, affermato dal Nardini, è contraddetto dagli elementi sopra evidenziati, si osserva:

che, anche a volerlo ammettere, lo stesso pagamento, proprio per la esiguità non spiegata della somma consegnata al Piromalli, non può ritenersi direttamente collegato alla attività ed alle pretese degli estortori, ma deve considerarsi, semmai, frutto di una dazione spontanea, cui il Nardini si sia determinato perché spinto, da una parte, dall’intento di “ringraziare” il capomafia Piromalli, che, peraltro, era il mafioso più importante della zona ma non l’autore della attività delittuosa, per l’opera di mediazione prestata ed anche dall’intento di ingraziarsi il boss e di evitare futuri inconvenienti. La estraneità del Piromalli alla attività estorsiva, riconducibile, secondo il Mammoliti, al capomafia di Palmi, Gaetano Parrello, costituisce una ulteriore indicazione che milita a favore della tesi accusatoria, posto che non si vede per quale ragione, diversa da quella prospettata, il Nardini abbia recato la somma di denaro da lui riferita al Piromalli medesimo. Si potrebbe obiettare che la attribuzione della attività estorsiva al Parrello è affermata dal solo Mammoliti: ma, a parte che non si scorge alcun valido motivo per mettere in dubbio la attendibilità della specifica indicazione (anche a voler ammettere, senza concedere, che il Mammoliti abbia inteso falsamente accusare il sen. Andreotti, non si vede perché avrebbe dovuto mentire su tale punto), mette conto rimarcare come il teste col. Angiolo Pellegrini abbia riferito che nel corso delle indagini svolte al fine di individuare i responsabili delle telefonate estorsive, attuate a mezzo di allacciamenti volanti alle linee telefoniche, erano stati fermati, come sospetti i fratelli Cagliostro, parenti del Parrello, inteso “Lupo di notte”, definito capo della cosca mafiosa operante a Palmi (<<PELLEGRINI A.: Allacciamenti volanti. Questa è una caratteristica di alcune famiglie mafiose, specie quelle dedite ai sequestri di persona, specialmente in zone aspromontane, di fare l'allacciamento a telefoni volanti in modo da non potere scoprire e pervenire al numero da cui si telefona e nel caso si telefoni da cabine, di avere più tempo per poter parlare con l'interessato, mentre noi sappiamo che nella cabina, anche per esperienza diretta tre minuti, quattro minuti, quando si riesce ad identificare la zona da cui avviene la telefonata, si riesce a sorprendere (incomprensibile) Il sequestro Alvaro riuscimmo a prendere dentro la  cabina mentre ancora faceva la telefonata alla moglie del sequestrato, mentre col telefono volante, essendo la linea lunga e poi in zona anche di campagna, perchè erano collegati nella zona di Sant'Elia di Palmi, quindi anche una zona poco abitata, si riusciva a collegarsi e quindi fare le telefonate. Sta di fatto che i carabinieri di palmi comunque identificarono alcune persone che facevano queste telefonate e si trattava dei fratelli Cagliostro, parenti di Parrello di Palmi, capo mafia della zona di Palmi. Gli stessi vennero fermati, interrogati, vennero trovati nella zona, due vennero trovati nella zona da cui era pervenuta la telefonata, un'altro venne notato dal comandante allora della squadra di Polizia Giudiziaria se non sbaglio dal maresciallo... dal capitano Argenziano che comandava la compagnia, venne notato nei pressi. Essi addussero scuse molto vaghe. Uno disse che si doveva collegare via radio... insomma, addussero scuse molto vaghe sulla loro presenza lì e quindi non si riuscì ad identificare in modo preciso, ci furono solamente i sospetti su questa... sia sulla provenienza delle telefonate da parte della famiglia... di parenti della... di Parrello, capo mafia di Palmi e successivamente, però, non si riuscì a denunciare, a pervenire, a concretizzare elementi necessari a una denunzia.>>);

che nella delineata, del tutto plausibile, ottica, che per la sua logicità deve senz’altro preferirsi all’inspiegata accettazione, da parte degli estortori, di una somma così esigua rispetto alle loro insistite pretese, non è possibile ravvisare alcuna contraddizione con la versione del Mammoliti, il quale, nel riferire dell’esito della vicenda fermandosi alla cessazione della attività estorsiva, ottenuta dal Piromalli intervenendo sul Parrello e, quindi, comunicata dallo stesso dichiarante ai mafiosi palermitani, poteva non essere a conoscenza della successiva dazione con cui il Nardini si era “disobbligato” con il Piromalli medesimo (e la prospettata eventualità è resa plausibile dal fatto che, come ricordato dalla stessa Difesa, il teste Pellegrini ha riferito che il Mammoliti è stato tratto in arresto il 30 gennaio 1978);

che la circostanza in cui, secondo il racconto del Nardini, sarebbe avvenuto il pagamento della somma di denaro nelle mani del Piromalli rinvia non già alla definizione del rapporto estorsivo e, dunque, ad un contatto – inevitabilmente risentito – fra estorto ed estortore, ma ad una occasione piuttosto cordiale, nel corso della quale lo stesso Piromalli si spinse addirittura a chiedere al suo interlocutore se fosse in grado di interessarsi presso la Corte di Cassazione in relazione ad un procedimento che ivi pendeva a carico del capomafia (<<PM SCARPIN.: eh, dunque, e ci vuole raccontare nei dettagli questo incontro con Piromalli? Riso Vincenzo è presente? - NARDINI B.: è presente ma fu un discorso di po... di poco conto proprio, fu un discorso... - PM SCARPIN.: e come avviene questo discorso? Chi introduce l'argomento? Come... - NARDINI B.: beh, io ero lì con la... la borsa con dentro... con dentro questi... questi denari e... Riso disse allora: "ecco, io ci ho quei soldi, ve li do, però voglio essere lasciato tranquillo", questo, questo il discorso, il discorso che fu fatto, fu abbastanza breve, eh! - PM SCARPIN.: e Piromalli cosa disse? - NARDINI B.: eh, Piromalli mi chiese addirittura un intervento presso la Corte di Cassazione perché c'era... perché c'era il processo... lui era stato condannato per ergastolo. Io gli dissi che purtroppo non potevo far niente perché era inutile che vendessi fumo e non potevo far niente perché non ci avevo... non ci avevo possibilità, e la cosa finì così. Noi quando... quando io lascia Piromalli, dopo pochi minuti, non fu un discorso molto lungo, quello mi baciò. - PM SCARPIN.: chi quello? - NARDINI B.: Piromalli. - PM SCARPIN.: la baciò? - NARDINI B.: sì. Mi sa... nel salutarmi mi baciò e io corrisposi il bacio. - PM SCARPIN.: lei era la prima volta che lo vedeva? - NARDINI B.: sì. - PM SCARPIN.: quindi Piromalli e lei ricambiò il bacio? - NARDINI B.: certo. - PM SCARPIN.: e come mai, visto che non l'aveva mai conosciuto Piromalli, ricambiò il bacio? - NARDINI B.: mah, io... perché? Perché praticamente mi pare che... gli avevo dei denari per... per assistermi, per aiutarmi e per continuare a... a aiutare... aiutare... evitare insomma tutto quello che era avvenuto fin ora, eh, però sa, mi dà un bacio e io glielo restituii, mi pare normale, normalissimo. - PM SCARPIN.: ma è sua abitudine salutare le persone con un bacio? - NARDINI B.: non è mia abitudine, infatti... - PM SCARPIN.: uhm. - NARDINI B.: ... non le saluto con un bacio. Ma se uno mi dà un bacio, di solito è mia... è mia abitudine rispondere con un altro bacio, di solito.>>);

che, esaminando il passo della deposizione del Nardini appena riportato, l’interprete non può esimersi dal rilevare come l’accenno sfuggito allo stesso Nardini confermi la ipotizzata, reale funzione del pagamento della somma di denaro, con cui, in realtà, il predetto non aveva corrisposto il prezzo della estorsione, ma aveva inteso, da un lato, compensare l’“assistenza” prestatagli dal Piromalli (che, si ribadisce, non era l’autore della attività estorsiva) e, dall’altro, assicurarsene la “protezione” anche per il futuro (“gli avevo dei denari per... per assistermi, per aiutarmi e per continuare a... a aiutare... aiutare... evitare insomma tutto quello che era avvenuto fin ora”).

In conclusione, le peculiari affermazioni del Mammoliti appaiono adeguatamente confermate dal restante compendio probatorio e, in particolare:

dalla effettiva esistenza della attività estorsiva ai danni del Nardini;

dalla comprovata esistenza, che non poteva essere nota al Mammoliti e che è emersa dalle indagini, di relazioni piuttosto approfondite del Nardini con la DC e, in quest’ambito, con la corrente andreottiana ed anche, personalmente, con il suo capo, relazioni significativamente minimizzate dal Nardini medesimo (una, sia pure indiretta, conferma del fatto che in quelle circostanze il Piromalli e, quindi, il Mammoliti vennero a conoscenza delle ricordate, importanti relazioni del Nardini si desume dalla, già accennata, affermazione, sfuggita allo stesso Nardini, circa la richiesta di un eventuale intervento presso la Corte di Cassazione, rivoltagli, in occasione dell’incontro, dal Piromalli: la richiesta, invero, sottende la consapevolezza, da parte di quest’ultimo, di importanti agganci del Nardini, posto che, altrimenti, non si comprenderebbe come una sollecitazione del genere potesse essere rivolta a quello che, in apparenza, era un semplice, benché importante, imprenditore laziale);

dalla sintomatica, complessiva inaffidabilità delle dichiarazioni del Nardini e della versione dei fatti da lui fornita, specie in merito alle sue relazioni politiche;

dalla conclusione, comunque positiva, della vicenda, che, a tutto concedere, ha visto il Nardini trarsi inspiegabilmente di impaccio con il pagamento al Piromalli (estraneo, si ripete ancora una volta, alla attività estorsiva) di una somma che, rispetto alle originarie pretese degli estortori, “giustificate” dai notevoli mezzi economici della impresa, può fondatamente ritenersi esigua.

In questo quadro, non può ritenersi incompatibile con le affermazioni del Mammoliti la circostanza che, alla stregua di quanto riferito dal teste Pellegrini (erroneamente indicato nelle trascrizioni della udienza del 26 giugno 1996 come “Traduttore”), il Nardini ricevette una ulteriore, ultima telefonata (estorsiva) il 9 o il 19 gennaio 1978 (<<… Le telefonate proseguirono come ho detto a Roma nell’ottobre del 1977, proseguirono anche successivamente a Roma, l'ultima di queste fu il 26 ottobre sempre nel 1977, anche questa proveniente dal distretto di Palmi e cessarono, dopo ci fu una sola telefonata il 9 gennaio '78 pervenuta a Viterbo, dove l'interlocutore diceva che erano gli amici "siamo gli amici e siamo gli stessi amici di prima e teneteci sempre presenti, vogliamo che ci teniate sempre presenti" - PRESIDENTE: Questo quando? - PELLEGRINI A.: Questo il 9 gennaio 1978. Sta di fatto che per quanto risulta dagli atti il capitano Argenziano, comandante della compagnia di Palmi, riferì al magistrato, al Giudice Istruttore, allora il dottor Puntorieri che il giorno 28 gennaio '78, che non si erano più verificati attentati e non si erano più verificate richieste estorsive.>> - ud. 25 giugno 1996 -. <<AVV. SBACCHI: Mi scusi Colonnello, volevo chiederle Riso. Lei ieri ha citato Riso come persona contattata dall'Avvocato Nardini. Riso mi pare Vincenzo, è esatto? Questo Riso Vincenzo loro hanno fatto indagini sul soggetto? Che cosa è risultato? Precedenti penali soprattutto, se ha precedenti. ... Senta, ieri signor Colonnello, lei tra le altre cose, ha parlato di una telefonata ricevuta dall'Avvocato Nardini il 19 gennaio 1978. - TRADUTTORE: Sì. - AVV. SBACCHI: Una telefonata ... Dico, lei ha detto 9. Lei è sicuro della data del 9? O 19 gennaio? - TRADUTTORE: 19 gennaio 1978.>> - ud. 26 giugno 1996 -).

Anche ad ammettere che la esatta data di detta, ultima telefonata sia stata quella del 19 gennaio 1978 (nella udienza del 25 giugno 1996 il teste aveva reiteratamente e spontaneamente indicato il 9 gennaio 1978, cosicché non può escludersi che nella udienza del giorno successivo sia stato influenzato dalla diversa indicazione del difensore che lo controesaminava), ed anche a ritenere che la medesima telefonata (il cui contenuto non risulta trascritto) provenisse effettivamente dai precedenti malviventi e fosse la una prosecuzione della precedente attività estorsiva, interrotta con la telefonata (trascritta) del 26 ottobre 1977 (il tenore della chiamata in questione, riportato dal teste Pellegrini, appare lontano dal tono aggressivo delle precedenti e l’interlocutore sembra rivolgere un invito piuttosto che una minaccia), non è affatto persuasiva la argomentazione con cui la Difesa (memoria conclusiva, pag. 365) ipotizza che i circa dieci giorni che la separarono dall’arresto del Mammoliti (30 gennaio 1978) non bastassero per risolvere la situazione nel senso indicato dallo stesso Mammoliti: ed invero, i tempi dei mafiosi non possono certo assimilarsi a quelli di una lenta macchina burocratica e dieci giorni possono ritenersi più che sufficienti per concludere felicemente una faccenda del genere.

Nel corso dell’intervento svolto nella udienza del 17 aprile 2003 la Difesa ha cercato di rafforzare la già assunta incompatibilità adducendo che il col. Pellegrini avrebbe precisato che l’ultimo danneggiamento in pregiudizio del Nardini si era verificato il 28 gennaio 1978 (e, dunque, appena due giorni prima dell’arresto del Mammoliti): sennonché, come si può desumere dalla già riportata, testuale trascrizione del relativo passo della deposizione del col. Pellegrini, costui non ha affatto dichiarato quanto dedotto dalla Difesa, giacché, ricollegandosi alla appena menzionata telefonata del 19 (o 9) gennaio 1978, ha precisato che il cap. Argenziano, c.te della Compagnia dei CC. di Palmi, il 28 gennaio 1978 aveva riferito al G.I. che non si erano più verificati attentati e richieste estorsive. Risulta, infatti, chiaro, anche se il trascrittore avrebbe fatto meglio a inserire alcuni puntini di sospensione dopo le parole “dottor Puntorieri che”, che la citazione del 28 gennaio 1978 specifichi la data in cui il cap. Argenziano riferì la riportata notizia al G.I., essendo evidente che, altrimenti, il teste avrebbe dichiarato che l’Ufficiale aveva riferito che dal 28 gennaio 1978 non si erano più verificati attentati o richieste estorsive.

Sempre nel corso dell’intervento svolto nella udienza del 17 aprile 2003, la Difesa ha dedotto che dovrebbe trarsi significativa smentita delle dichiarazioni del Mammoliti dal silenzio dei collaboratori Marino Mannoia e Siino, i quali, benché vicini al Bontate e conoscitori e frequentatori di esponenti della ‘ndrangheta, nulla hanno riferito in merito all’episodio in questione.

L’argomento non è affatto decisivo per i seguenti motivi: a) il Marino Mannoia non è stato specificamente interrogato sull’episodio: il suo silenzio rimane, dunque, neutro e non si presta ad escludere la esistenza dello stesso; b) niente può escludere che il Marino Mannoia non ne sia venuto a conoscenza, magari perché in quei giorni era impegnato in altre faccende: è un fatto che, in relazione alla vicenda, il Mammoliti non lo cita in alcun modo; c) non si può neppure escludere che il Marino Mannoia, non personalmente coinvolto nel fatto (assai risalente nel tempo), lo abbia semplicemente dimenticato e non ne abbia, pertanto, parlato; d) per il Siino valgono tutti i rilievi già formulati ai quali va aggiunto che il medesimo era legato da amichevoli rapporti con il Bontate ma non era un “uomo d’onore” e non faceva parte della “famiglia” capeggiata dal boss: non può, dunque, ritenersi in alcun modo indicativo il fatto che egli non abbia parlato dell’episodio in trattazione. 

Malgrado gli sforzi della Difesa, dunque, nessun elemento, incompatibile con la versione dei fatti da lui fornita, smentisce il Mammoliti e, in proposito, mette conto segnalare come il teste col. Pellegrini (si ricorda che egli è stato erroneamente indicato nelle trascrizioni della udienza del 26 giugno 1996 come “Traduttore”) abbia precisato che le verifiche operate avevano consentito di accertare che nessuno dei malavitosi citati dallo stesso Mammoliti come i protagonisti della vicenda si trovava in stato di detenzione all’epoca dei fatti (<<PRESIDENTE: Potrebbe ... va bene. Sui periodi di detenzione di Parrello, ha fatto accertamenti? - TRADUTTORE: Signor Presidente, sono stati fatti accertamenti, soprattutto finalizzati ad escludere che nei periodi interessati fossero detenuti. Per quanto è risultato, nessuno delle persone interessate alla vicenda era detenuto nei periodi ... - PRESIDENTE: In quale periodo quindi? - TRADUTTORE: Noi parliamo dall'inizio delle telefonate dall'agosto 1977 diciamo a metà gennaio 1978. - PRESIDENTE: Quindi non erano detenuti? - TRADUTTORE: Non erano detenuti. - PRESIDENTE: Nè Parrello, nè Piromalli nè Mammoliti? ...>>).

Maggior fortuna non può accordarsi alla restante obiezione difensiva, secondo cui sarebbe illogico che il Nardini si fosse rivolto, come ha fatto, ai Carabinieri potendo disporre dell’appoggio di Andreotti: il rilievo trascura che il Nardini perseguì per parecchio tempo la via ortodossa, assumendo un atteggiamento dilatorio e resistendo alle pretese dei malviventi, e che, come, del resto, da lui stesso ammesso, la abbandonò allorché si convinse che quella strada non avrebbe avuto successo.

Peraltro, nessuno può sostenere che il Nardini fosse fin dall’inizio consapevole che Andreotti avrebbe potuto aiutarlo e può ritenersi che siano sopravvenute – forse anche in modo semplicemente casuale - le circostanze, non rivelate, in cui l’imputato fu reso edotto della situazione e si determinò ad intervenire in ausilio del suo “grande elettore” mettendo a frutto le sue amicizie mafiose.

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7. In conclusione, il pregnante significato delle rassegnate, attendibili indicazioni del Giuffrè, del Lipari, del Buscetta, del Brusca e del Mammoliti costituisce, ad avviso della Corte, elemento di valutazione sufficiente a confermare le relazioni del sen. Andreotti con gli esponenti di spicco della c.d. ala moderata di Cosa Nostra ed a riscontrare le dichiarazioni del Marino Mannoia concernenti l’incontro della primavera del 1980 al quale egli aveva personalmente assistito.

Del resto, sarebbe davvero impossibile attribuire la diffusa e tramandata consapevolezza dei mafiosi circa le relazioni dell’imputato con Cosa Nostra ed i più specifici apporti appena esaminati ad una mera coincidenza di fatti, di vanterie e di millanterie del tutto privi del benché minimo fondamento, ai quali si sono aggiunte alcune innegabili reticenze dell’imputato – quali, per esempio, quella, risalente ad epoca ben anteriore alla inchiesta a suo carico, concernente il suo colloquio con il gen. Dalla Chiesa del 5 aprile 1982 -, che non trovano adeguata spiegazione al di fuori della coscienza di pregresse, non ineccepibili ed incoffesabili condotte.

Del pari, limitandosi al sintomatico rapporto del sen. Andreotti con i cugini Salvo, si può aggiungere che, al di fuori del quadro delineato, rimarrebbe, in qualche misura, inspiegabile come il medesimo sia costantemente rimasto del tutto estraneo ai pacifici, più o meno intensi, rapporti intrattenuti con gli stessi Salvo da Salvo Lima, da Claudio Vitalone e da Franco Evangelisti, tutte persone legate all’imputato da intime relazioni.

 

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B) L’incontro fra il sen. Andreotti e Stefano Bontate presso la tenuta “La Scia” nella primavera-estate del 1979.

 

Posto, dunque, che la stessa vicenda riferita dal Mammoliti, l’incontro di Andreotti con il Badalamenti in relazione al processo Rimi ed il colloquio dello stesso Andreotti con il Bontate ed altri mafiosi nella primavera del 1980 si possono considerare sufficientemente provati, è alla luce di tali dati processuali che devono essere valutate le dichiarazioni dello stesso Marino Mannoia riguardanti quanto appreso dal Bontate a proposito dell’incontro avvenuto in precedenza nella tenuta dei Costanzo, denominata “La Scia”, ubicata nei pressi di Catania (per la esposizione degli elementi acquisiti in merito all’episodio si fa rinvio al sintentico resoconto della relativa parte della appellata sentenza ed alla illustrazione dei motivi di gravame).

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1. Occorre, al riguardo, in primo luogo evidenziare come la prova di tale episodio non sia, in definitiva, fondamentale: la eventuale eliminazione dello stesso dal compendio probatorio non inciderebbe in modo determinante sul quadro già acquisito, idoneo, di per sé, a dimostrare la esistenza dei rapporti fra l’imputato, i Salvo, alcuni esponenti di spicco dell’ala “moderata” di Cosa Nostra, nonché la esistenza dell’incontro, avvenuto in Palermo nella primavera del 1980, riferito dal Marino Mannoia.

E’, però, indiscutibile che quest’ultimo episodio logicamente suggerisce un pregresso, personale contatto fra l’imputato ed il Bontate - avente ad oggetto la vicenda Mattarella -, contatto che giustificherebbe le doglianze del primo e le spiegazioni successivamente richieste al boss: diversamente opinando, infatti, non si comprenderebbe perché mai Andreotti avrebbe dovuto personalmente recarsi dal Bontate per reclamare chiarimenti e non si sia avvalso, al riguardo, delle indicazioni che i suoi sodali – e l’on. Lima innanzitutto – avrebbero potuto fornirgli.

La considerazione offre l’occasione per introdurre il tema rimarcando come la richiamata sussistenza di un pregresso contatto costituisca, comunque, una forte conferma logica della indiretta affermazione del Marino Mannoia, la quale, per quanto precisato e valutato, è impensabile sia stata mendace, così come, nel quadro ormai acquisito, appare del tutto inverosimile che sia stata falsa la presupposta confidenza del Bontate.

Né può trarsi elemento negativo di valutazione dalla omessa, originaria precisazione della ubicazione e della titolarità della riserva di caccia in cui si era svolto l’incontro, rivelata dal Marino Mannoia soltanto nel corso dell’esame dibattimentale: nel richiamare le corrette e condivisibili osservazioni formulate sul punto dai PM appellanti, la Corte rileva che davvero non si comprende come possa elevarsi a sospetto il chiarimento dibattimentale del collaboratore, posto che lo stesso non può che apprezzarsi come il frutto di un sopravvenuto ricordo, inidoneo a conferire al racconto del medesimo alcun significativo, ulteriore elemento di credibilità.

Il dato essenziale, rivelato dal Marino Mannoia nelle sue originarie dichiarazioni del 3 aprile 1993, era che l’incontro era avvenuto in una riserva di caccia frequentata dal Bontate e da altri “uomini d’onore”, sita “in una località della Sicilia” (e non, dunque, specificamente nella zona di Palermo) che il collaboratore, in quella occasione, ha affermato di non ricordare (e non, quindi, di ignorare per non averla mai appresa): se si considera che le indagini dei magistrati inquirenti, come ricordato dallo stesso Tribunale, si erano, quindi, rivolte a tutte le riserve di caccia isolane e che non era emersa nessuna indicazione che potesse specificamente indirizzare verso la azienda agricola dei Costanzo, che non era, peraltro, propriamente una riserva, deve escludersi che il Marino Mannoia abbia artificiosamente integrato il suo racconto per adattarlo ad emergenze investigative di sorta e deve, conseguentemente, respingersi ogni rilievo che contesti, in definitiva senza alcun valido motivo, la genuinità del sopravvenuto ricordo.

In altri termini, nulla autorizza a collegare la integrazione dibattimentale del Marino Mannoia ad eventuali, maliziose finalità di sorta.

Per di più, si può osservare che se si ipotizzasse, ad onta dei rassegnati, molteplici elementi che rassicurano sulla sua attendibilità,  che il Marino Mannoia sia un falso accusatore dell’imputato, non si comprenderebbe la ragione per cui egli avrebbe dovuto elaborare le riferite, macchinose e peculiari circostanze dell’incontro, di cui aveva avuto notizia solo indiretta e che era avvenuto presso una riserva di caccia della quale non ricordava la ubicazione, anziché, per esempio, collocare lo stesso incontro in un sito a lui familiare, che avrebbe potuto descrivere con dovizia di particolari, aggiungendo o meno la sua personale partecipazione ad esso.

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2. Lo stesso Tribunale non nega, in definitiva, la astratta possibilità di un breve viaggio di Andreotti a Catania di cui non sia rimasta traccia documentale, tanto che si attarda a valutare la sua concreta realizzabilità nei giorni che ha ritenuto di prendere in considerazione sulla scorta delle indicazioni temporali raccolte.

Sulla questione dei viaggi dell’imputato si deve premettere che i risultati delle faticosissime indagini sul punto non possono essere utilizzati come riscontri delle dichiarazioni del Marino Mannoia, in quanto non è stata acquista alcuna specifica conferma di un viaggio a Catania dell’imputato nel periodo interessato, specifica conferma che non può ricavarsi, ancorché in via semplicemente indiretta, da eventuali pratiche omissive (delle comunicazioni degli spostamenti) che l’imputato medesimo ed i fedeli uomini di scorta abbiano, eventualmente, adottato in altre occasioni.

La imponente documentazione acquisita e le diatribe in ordine alla lacunosità della stessa – attribuita dalla Accusa alla deliberata, strumentale omissione delle dovute comunicazioni degli spostamenti e, per contro, dalla Difesa alla incompletezza del lavoro investigativo ed al lungo arco di tempo trascorso – appaiono alla Corte inutili esercizi dialettici, posto che non può conferirsi il carattere della decisività né alla tendenziale inclinazione verso pratiche omissive, né all’eventuale assoluto rispetto delle norme e delle procedure.

Ed invero, in questa sede non si discute né di una diffusa pratica poco ortodossa, né di un assoluto rispetto delle regole, ma semplicemente di un singolo viaggio in Sicilia dell’imputato, che non poteva non essere intuitivamente circondato da notevole discrezione e, dunque, non poteva evidentemente risultare da atti e comunicazioni ufficiali – il che non equivale a dire che lo stesso fosse assolutamente segreto ed eventualmente ignoto perfino agli strettissimi e fedelissimi collaboratori dell’imputato, che godevano della piena fiducia del medesimo -.

Per questi motivi non possono ritenersi decisivi né, da un lato, la certa carenza di una traccia documentale del viaggio, né, dall’altro, le astratte condizioni – sulle quali si diffonde la Difesa – che rendevano difficile (ma – come finisce con il riconoscere la Difesa nell’intervento svolto nella udienza del 17 aprile 2003 - non assolutamente impossibile per l’influentissimo uomo politico) la organizzazione di un breve viaggio riservato, magari favorito dalla possibilità, riferita (come ricordato dalla stessa Difesa nella citata udienza del 17 aprile 2003) dai piloti escussi, di mutare nel corso del tragitto i piani di volo senza che restasse traccia sui registri.

In definitiva, anche a voler convenire con tutte le obiezioni della Difesa, compendiate nelle pagg. 490/545 della memoria conclusiva ed anche volendo prescindere dalle doviziose e persuasive deduzioni dei PM appellanti (alle quali è stato, come di consueto, dato ampio spazio), rimane il fatto che, da un lato, non è stata acquisita specifica dimostrazione documentale della fugace puntata in Sicilia in questione, e che, dall’altro, nessun decisivo e troncante elemento o argomentazione consente di escludere in modo certo ed inequivocabile la astratta possibilità dello stesso breve viaggio nell’Isola, circondato dalla opportuna discrezione e non risultante, pertanto, da atti o documenti ufficiali.

In ogni caso, in merito ai rilievi difensivi si osserva brevemente quanto segue.

La addotta rilevanza della elusione dell’onere della dimostrazione esaustiva del viaggio con la precisa indicazione dei mezzi, della data, degli orari, introdurrebbe, se riguardata anche alla luce della oggettiva difficoltà di fornirla dipendente anche dal notevolissimo arco di tempo trascorso dal fatto, una sorta di prova legale sottratta al libero convincimento del giudice: l’argomento avrebbe avuto validità se in merito al viaggio in questione non fossero stati acquisiti aliunde elementi di prova fattuali e logici, ma non nel contesto delineato – che verrà completato da quanto si dirà a proposito delle dichiarazioni del collaboratore Angelo Siino -, che radica adeguata dimostrazione dell’episodio.

La assunta lacunosità della attività investigativa di ricerca documentale rimane evidentemente neutra: l’eventuale rinvenimento di ogni minima traccia documentale dei movimenti ufficiali dell’imputato non escluderebbe, evidentemente, la possibilità di un viaggio riservato, quale quello che si ipotizza. Per converso, è palese che una eventuale maggiore diligenza della ricerca dei documenti non avrebbe, comunque, consentito di individuare un viaggio destinato a non lasciare traccia.

Per chiarire meglio il concetto ci si può riferire all’episodio addotto in via esemplificativa dalla Difesa a pag. 504 della memoria conclusiva.

E’ stato evidenziato che il m.llo Pulizzotto – al quale erano state demandate le indagini sugli spostamenti dell’imputato - aveva rilevato la carenza di documentazione relativa al viaggio a Firenze del 3 maggio 1980, viaggio di cui, però, aveva accertato la esistenza a mezzo di svariati documenti (ordinanza acquisita presso la Questura di Firenze; programma del seminario con il nome Andreotti; fonogramma del Ministero dell’Interno; nota con cui era stato indicato che l’on. Andreotti sarebbe arrivato in quel giorno ed avrebbe alloggiato all’Hotel Villa Dei Medici; cassetta Rai in cui era stato registrato il programma; comunicato Ansa): da ciò è stato dedotto che era impossibile occultare i movimenti di Andreotti, che era fuorviante il modus procedendi degli investigatori, i quali avevano concentrato tutte le indagini negli archivi dei Comandi dei Carabinieri, e che, in definitiva, i documenti citati dal m.llo Pulizzotto, se integrati con quelli prodotti dalla Difesa, dimostravano che la vita quotidiana dell’imputato, soprattutto negli anni dei presunti incontri (1979/80), era stata “osservata, vigilata, documentata, spiata, fotografata”. 

Ma la esemplificazione è, con ogni evidenza, inconducente: a parte che, comunque, nel caso citato (come in svariati altri accertati) la carenza di documentazione del viaggio negli archivi dei Carabinieri è un fatto incontestato, è palese che l’accertamento del viaggio medesimo è legato a circostanze ufficiali che nessuno aveva interesse ad occultare. Per contro, è perfino banale osservare che nessuna comunicazione o nessun documento ufficiale avrebbe potuto circondare una breve puntata in Sicilia quale quella di cui si discute, cosicché la eventuale carenza di comunicazione dello spostamento ai comandi dei CC. ne avrebbe precluso l’accertamento in quanto non avrebbe potuto essere colmata con altri mezzi.

E’ indubbiamente vero che la notorietà dell’imputato rendeva difficile mantenere la necessaria riservatezza: ma, ribadito che la salvaguardia della riservatezza non si estendeva necessariamente ai più fidati collaboratori, così come non si estendeva ai mafiosi e a coloro che si accompagnavano a loro – per definizione tenuti alla massima discrezione (era ancora da venire la stagione dei “pentiti”) -, si deve osservare che non è affatto detto che gli spostamenti – a mezzo di una autovettura o di un velivolo - non potessero essere gestiti con la dovuta discrezione, anche avvalendosi di velivoli privati e della collaborazione di facoltosi soggetti, direttamente interessati, quali erano, per esempio, i cugini Salvo.

Per inciso, si può dire che la disconosciuta attendibilità della indicazione del teste Vito Di Maggio non scaturisce certo dalla pretesa incongruenza della presenza dell’imputato su una autovettura guidata dall’autista di un noto e – a quell’epoca – stimato imprenditore, presenza che sarebbe stata solo estemporaneamente constatata dallo stesso Di Maggio, il quale, a suo dire, scorse Andreotti – che non si era certo messo in mostra - soltanto perché casualmente si avvicinò alla vettura per salutare il Lima che si allontanava (in definitiva, a conferire un connotato illecito a quanto sarebbe stato constatato dal Di Maggio sono la presenza del Santapaola e, soprattutto, la vanteria del medesimo, non già, in sé, la presenza dell’imputato a bordo di quella vettura).  

Del pari, non sarebbe stata, a quell’epoca, compromettente la eventualità, peraltro ragionevolmente remota, che qualcuno avesse percepito la presenza dell’imputato a bordo di una autovettura insieme a cugini Salvo, che, secondo quanto rilevato dall’imputato medesimo, erano allora stimati e noti imprenditori siciliani, notoriamente vicini alla Democrazia Cristiana.

E’ indubbiamente vero che l’imputato a quell’epoca era strettamente scortato anche per prevenire i colpi dell’allora ancora vitale terrorismo politico: ma le modalità di un viaggio in Sicilia quale quello di cui si discute escludono del tutto la possibile ricorrenza di una siffatta preoccupazione, che poteva investire, semmai, i movimenti sistematici ed i percorsi usuali, suscettibili di destare la attenzione dei terroristi in vista della organizzazione di un attentato.

In ordine alle indicazioni del teste amb. Riccardo Sessa – il quale, peraltro, non collaborava con l’imputato nel periodo interessato - si può brevemente richiamare quanto già evidenziato: la eventuale impossibilità di muoversi senza avvisare e senza lasciare tracce presupponeva, da parte dell’imputato e dei suoi stretti collaboratori, l’assoluto rispetto di norme e procedure. Per contro, è del tutto ragionevole pensare che nel singolo caso in esame (un breve viaggio di poche ore in Sicilia destinato a rimanere riservato) norme e procedure ortodosse non potevano che essere momentaneamente accantonate, anche con la opportuna copertura di qualche fidato collaboratore.

Peraltro, appare aberrante sostenere, come fa la Difesa, che l’obbligo di reperibilità onerava l’Accusa della dimostrazione che l’imputato fosse in grado di eluderlo: a parte la possibilità di tenere collegamenti via radio, è, infatti, più che evidente che Andreotti non era un prigioniero e che, pertanto, era astrattamente in grado di eludere momentaneamente un obbligo, mentre altra cosa è l’ausilio di opportune coperture, in merito al quale la carenza di specifica prova – che sarebbe quanto mai difficile fornire per intuitive ragioni, non solo connesse con il tempo trascorso - non può certo valere ad escludere l’evento.

Si sorvola, infine, sulle, sostanzialmente ininfluenti, deduzioni difensive riguardanti la questione delle scorte e le deposizioni dei relativi addetti e si può concludere ribadendo che nessun decisivo elemento consente di escludere la possibilità che l’imputato si sia reso protagonista, nel periodo interessato, di un breve viaggio a Catania del quale non siano rimaste tracce.

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3. Posto ciò, si può osservare che nel complessivo quadro probatorio acquisito il solo aspetto suscettibile, in astratto, di ostacolare il pieno riconoscimento della attendibilità della affermazione del Marino Mannoia è dato dalla eventuale incompatibilità con altre risultanze della collocazione nel tempo dell’incontro presso “La Scia”, che è stata circoscritta non già in forza delle dichiarazioni del predetto, che sono rimaste piuttosto approssimative (nella primavera-estate del 1979, comunque dopo il 9 marzo 1979, data dell’assassinio del segretario provinciale della D.C. Michele Reina), ma degli elementi forniti dal collaboratore Angelo Siino.

Prima di affrontare il tema specifico occorre soffermarsi sulle dichiarazioni di quest’ultimo per vagliarne la intrinseca attendibilità e conducenza.

Al riguardo non si può disconoscere che le stesse abbiano preso lo spunto proprio dalla conoscenza delle dichiarazioni del Marino Mannoia, che, come riferito dallo stesso Siino, richiamarono alla mente del medesimo il ricordo dell’episodio poi rassegnato con notevole ricchezza di dettagli malgrado il lungo arco di tempo trascorso.

Se tale genesi si concilia perfettamente con il racconto del Siino e, in particolare, con il riferito, scarso peso che il medesimo, in quella circostanza, diede all’avvenimento, rimasto per tanti anni sepolto nella sua memoria, si deve considerare concreta la eventualità che le dichiarazioni del Marino Mannoia abbiano condizionato la propalazione del predetto e che costui ne abbia maliziosamente profittato per inventare il proprio falso contributo alla importante inchiesta a carico dell’imputato.

Ora, a parte la considerazione che nella ipotesi prospettata il Siino difficilmente avrebbe rivelato che era stato proprio il racconto del Marino Mannoia a risvegliare il suo ricordo, la Corte, alla stregua del complessivo tenore delle affermazioni dello stesso Siino, deve ragionevolmente escludere un malizioso disegno del medesimo, volto a compiacere artatamente le ragioni della Accusa.

In proposito è sufficiente considerare la assoluta misura delle dichiarazioni del predetto, che mai ha forzato i toni del suo racconto, al punto da esporre a notevoli rilievi di ambiguità la parte probatoriamente essenziale dello stesso, costituita dalla presenza di Andreotti a “La Scia”, che il collaboratore ha, in buona sostanza, affidato pressoché esclusivamente all’accenno dell’individuo che svolgeva presso la azienda agricola dei Costanzo funzioni di sorvegliante o guardiacaccia, soprannominato “u cchiu”.

Nessuno avrebbe potuto impedire al Siino di riferire che, dopo aver avvertito il rombo delle autovetture in arrivo presso la azienda dei Costanzo e lo strepito degli sportelli che si chiudevano, aveva intravisto (o gli era parso di intravedere) a distanza Andreotti o qualche personaggio politico siciliano a lui vicino (eventualità che egli ha, invece, finito con il negare, non mancando di precisare che, in buona sostanza, la sua posizione gli avrebbe astrattamente consentito di distinguere i soggetti sopraggiunti); allo stesso modo, il Siino avrebbe potuto riferire che nel corso del pasto consumato dopo che le autovetture erano ripartite ed il Bontate era riapparso qualcuno dei mafiosi presenti (magari scegliendolo fra quelli nel frattempo deceduti) aveva fatto riferimento all’appena concluso incontro con Andreotti; del tutto incontrollabile, poi, sarebbe stato un resoconto più pregnante (in senso accusatorio) del colloquio avuto dal Siino con il Bontate durante il viaggio di ritorno a Palermo, posto che, stante la – ormai risalente - morte dell’interlocutore, nessuno avrebbe potuto smentire che quest’ultimo avesse esplicitamente confermato, a seguito della specifica domanda del collaboratore, la presenza dell’imputato a “La Scia”; allo stesso modo, nessuno avrebbe potuto smentire il Siino se egli, anziché proporre quella – in ipotesi, falsa - macchinosa versione dei fatti culminante nell’accenno dell’“u cchiu” e nel rassegnato dialogo con il Bontate, avesse dichiarato che quest’ultimo già in precedenza – per esempio, all’atto di fissare l’appuntamento ovvero durante il percorso mattutino verso Catania - gli aveva chiaramente rivelato che il reale scopo di quel viaggio a “La Scia” e la ragione del suo abbigliamento più accurato del solito era l’incontro con Andreotti.

In altri termini, se il Siino fosse stato ispirato da maligni intenti persecutori o avesse voluto compiacere gli inquirenti apportando un falso contributo alla investigazione è assolutamente ragionevole pensare che le sue affermazioni sul punto essenziale in considerazione sarebbero state assai più nette ed esplicite.

Le esposte notazioni resistono evidentemente alla obiezione difensiva che addebita al Siino di ritagliarsi deliberatamente, sugli aspetti più delicati degli episodi da lui riferiti, il ruolo di mero dichiarante de relato e di scaricare su altri la responsabilità delle sue affermazioni: ed invero, volendo per un momento ammettere il prospettato, malizioso atteggiamento del collaboratore, che presupporrebbe, a monte, il preciso intento di lanciare false accuse contro il sen. Andreotti mettendosi al riparo da possibili responsabilità, non si comprenderebbe la ragione per cui il predetto avrebbe scelto di formulare le evidenziate, solo indirette, indicazioni, anziché mettere in bocca al Bontate o a qualsiasi altro intervenuto a quella riunione espliciti e netti riferimenti alla presenza dell’imputato. 

Per inciso, a conforto della attendibilità personale del Siino e della assenza in lui di intenti persecutori nei confronti dell’imputato ovvero di una strumentale volontà di compiacere gli inquirenti si possono citare le dichiarazioni con cui il predetto ha riferito della sollecitazione rivoltagli da Baldassare Di Maggio perché confermasse l’incontro fra Andreotti e Riina ed ha negato di essere a conoscenza di tale importantissimo episodio, nonché le misurate affermazioni con cui ha parlato della telefonata fra Michele Sindona e l’interlocutore a nome “Giulio”: in tale occasione il Siino ha rassegnato che il Vitale ebbe a suggerire era nell’imputato che doveva indentificarsi la persona appellata dal Sindona con il nome “Giulio”, ma ha anche rappresentato quest’ultimo in netta contrapposizione allo stesso Sindona, sì da escludere ogni possibilità di accomunarlo – in quella fase - ai disegni del finanziere siciliano (si veda quanto si dirà più avanti, a proposito della vicenda Sindona).

Tornando alle specifiche indicazioni de quibus, mette conto sottolineare come un ulteriore motivo che milita a favore della attendibilità del Siino si ricavi da quanto da costui riferito in occasione della deposizione dibattimentale del 7 aprile 1998: il predetto, infatti, ha dichiarato di avere già parlato delle medesime circostanze prima ancora di iniziare la collaborazione con la giustizia, nel corso di informali conversazioni avute con il col. dei CC. Giancarlo Meli, conversazioni che costui, ad insaputa dello stesso Siino, aveva registrato e che gli erano state successivamente contestate dalla autorità giudiziaria di Caltanissetta (<<P.M.: Nel ‘97. Lei ha avuto, col tenente colonnello Meli, delle conversazioni nel mese di aprile maggio, giugno, 1997? - SIINO ANGELO: Si - P.M.: Lei sa se tutte o alcune di queste conversazioni sono state registrate dal colonnello Meli? - SIINO ANGELO: Io non so se le ha tutte o alcune, ma le ha registrate, non so quali perché non mi sono state contestate nella totalità - P.M.: Senta, ma lei sapeva... – PRESIDENTE: Non sono state? - SIINO ANGELO: Contestate nella totalità, di alcune so che... per averlo detto. - P.M.: Mi scusi un attimo - SIINO ANGELO: Si, prego - P.M.: Lei intanto quando il colonnello Meli registrava le vostre conversazioni, sapeva che il colonnello Meli stava registrando? Oppure no? - SIINO ANGELO: Assolutamente no, non pensavo che fosse così poco serio. - P.M.: Oh! Quindi lei lo ha appreso successivamente... - SIINO ANGELO: Certamente - P.M.: ... che almeno alcune di queste conversazioni, erano state registrate, esatto? - SIINO ANGELO: Si - P.M.: Quando lo ha appreso? - SIINO ANGELO: L’ho appreso... - P.M.: Siccome lei ha detto “Mi sono state contestate..” - SIINO ANGELO: Si, mi sono state contestate dall’autorità giudiziaria di Caltanissetta - P.M.: Ho capito. - SIINO ANGELO: Alcune di queste - P.M.: Ciò premesso... - SIINO ANGELO: Si - P.M.: ...nel corso di queste conversazioni, che lei ebbe col colonnello Meli... - SIINO ANGELO: Si - P.M.: ... lei parlò mai al colonnello Meli, intanto di quello che lei sapeva su Andreotti e che ha già riferito in questo dibattimento? - SIINO ANGELO: Si - P.M.: Che cosa gli raccontò? - SIINO ANGELO: Gli raccontai che avevo saputo, di que... cioè praticamente mi riferii al fatto prima di Marino Mannoia, di Marino Mannoia che si era riferito ad una riserva di caccia e io... ha detto che io sapevo a quale riserva di caccia si riferiva e, se voleva, poteva riferirlo anche all’autorità giudiziaria. - P.M.: E quindi gli raccontò tutto quello che ha raccontato qui in dibattimento su questo episodio della riserva di caccia? - SIINO ANGELO: Nei minimi particolari>>).

Se, allora, il racconto – piuttosto dettagliato - di quella giornata fornito dal Siino deve ritenersi intrinsecamente degno di fede in quanto non sospettabile di essere il frutto di un disegno maliziosamente accusatorio, va verificato il significato probatorio delle indicazioni del medesimo, come evidenziato non particolarmente incisive proprio sull’aspetto essenziale costituito dalla presenza dell’imputato a “La Scia”.

In proposito due sono gli elementi principali da prendere in considerazione: l’accenno dell’“u cchiu” alla presenza di Andreotti e l’atteggiamento assunto dal Bontate allorché il Siino, nel corso del viaggio di ritorno a Palermo, gli chiese conferma della stessa presenza.

Sul primo punto la Corte rileva:

che il sorvegliante, per le mansioni che svolgeva nella azienda dei Costanzo, era astrattamente in grado di sapere che in quella giornata era attesa una personalità della importanza dell’imputato;

che l’accenno dell’“u cchiu” (“c’è Andreotti”) è significativamente intervenuto dopo che il medesimo si era avvicinato al Siino all’atto dell’arrivo delle autovetture percepito da quest’ultimo;

che un carattere semplicemente scherzoso dello stesso accenno deve ragionevolmente escludersi, posto che non si comprenderebbe la ragione per cui il sorvegliante di una azienda agricola siciliana, al sopraggiungere di alcune autovetture, dovesse per pura celia evocare la presenza di Andreotti, illustre uomo politico nazionale, del tutto estraneo (almeno apparentemente) a quell’ambiente;

che, infine, malgrado le parole del collaboratore, riprese dai primi giudici, il comprensibile scetticismo con cui il Siino accolse l’accenno del sorvegliante è stato solo relativo e non può equipararsi alla assoluta incredulità di chi ne avesse escluso ogni fondamento, immediatamente rilevando il tono scherzoso del predetto e percependo la affermazione del medesimo come una semplice “boutade” (espressione impropriamente usata dallo stesso Siino per significare, in realtà, lo scarso peso che egli diede a quella rivelazione). Ed invero, una siffatta incredulità, benché - si ribadisce - affermata dal Siino, viene, di fatto, smentita dalla circostanza che il collaboratore venne più tardi indotto a chiedere al Bontate conferma della presenza di Andreotti, anche a prezzo di violare, esponendosi al prevedibile rimbrotto del capomafia, il dovere di riservatezza, pregnante connotato della mentalità mafiosa, che gli avrebbe imposto di non mostrare curiosità su faccende che non lo riguardavano.

Dunque, fin qui si può affermare che la espressione dell’“u cchiu”, riferita dal Siino: si è inserita in un contesto fattuale congruo, oggettivamente percepito e, quindi, riferito dal collaboratore (l’arrivo di alcune autovetture); al di là dei possibili, immediati convicimenti del Siino, è stata, in realtà, seria; è stata pronunciata da persona che poteva essere astrattamente informata e che non aveva alcuna ragione, in quella particolare circostanza, di inventarsi, celiando, la presenza dell’imputato.

Si tratta, pertanto, di un elemento probatorio degno di considerazione, che, per di più, trova riscontro nella congrua lettura della ricordata, successiva conversazione intervenuta fra il Bontate ed il Siino.

La reazione del Bontate alla domanda del Siino (la frase “ma perché non ti fai i cazzi tuoi?” accompagnata da un paio di amichevoli scappellotti) appare, invero, da un lato, perfettamente in linea con l’atteggiamento riservato che si addiceva ad un capomafia sollecitato, da un soggetto esterno alla organizzazione, a rivelare un avvenimento inerente alla vita del sodalizio, ma, dall’altro, non può che presupporre la veridicità del fatto su cui verteva il quesito e, dunque, della presenza di Andreotti: ed infatti, nella ipotesi in cui il quesito del Siino fosse stato del tutto privo di fondamento, sarebbe stato logico, per via della assoluta singolarità della cosa (la presenza in una azienda agricola catanese, contestualmente a numerosi esponenti di Cosa Nostra, di un eminente personaggio politico nazionale, estraneo a quell’ambiente), che il Bontate, più che invitare il suo interlocutore a non essere curioso, avesse manifestato quanto meno stupore per la domanda rivoltagli ed avrebbe, a sua volta, chiesto al Siino le ragioni e le scaturigini di quella inattesa ed ingiustificata interrogazione.

Il riferito atteggiamento del Bontate va, dunque, legittimamente interpretato come una conferma della presenza dell’imputato, cosicché le attendibili affermazioni del Siino finiscono con il riscontrare il racconto del Marino Mannoia, con il quale convergono perfettamente.

Impropriamente, poi, il Tribunale ha tratto dalla totale obliterazione dell’episodio da parte del Siino argomento per negare la conducenza di quanto da lui riferito, sulla scorta del convincimento che il collaboratore non aveva abbandonato il suo scetticismo in merito alla presenza di Andreotti anche dopo lo scambio di battute con il Bontade.

Come già accennato a proposito dell’atteggiamento mentale del Marino Mannoia, occorre sforzarsi di considerare che per un “uomo d’onore” ovvero per un soggetto, quale era il Siino, che gravitava nell’ambiente di Cosa Nostra, non particolarmente incline alle cose della politica nazionale ed avvezzo a ritenere piuttosto normale la esistenza di rapporti fra mafiosi ed esponenti politici anche di primo piano, un fatto quale quello in trattazione non presentava il carattere eclatante che comprensibilmente ad esso annetterebbe qualunque onesto cittadino.

Se si aggiunge, poi, che nel frangente il Siino non dispose di alcuna esplicita conferma che gli consentisse di farsi almeno un’idea delle circostanze e dei motivi di quella singolare presenza, non può destare meraviglia che egli, come da lui stesso lealmente ammesso, non abbia conferito rilievo all’episodio e lo abbia relegato nei reconditi meandri della sua memoria (e non può negarsi che la franca affermazione, ancora una volta, confermi la sicura attendibilità di quanto rassegnato).

In ogni caso, se è vero che il Siino non aveva dato particolare peso al fatto e lo aveva dimenticato, ciò non vuol dire che egli avesse desunto dal colloquio con il Bontate la certezza della totale infondatezza della battuta dell’“u cchiu”, circostanza, questa, che è smentita proprio dalla circostanza che l’episodio, benché accantonato, è rimasto, comunque, impresso nella memoria del predetto ed il ricordo del medesimo è riaffiorato vivido allorché, a seguito delle specifiche dichiarazioni del Marino Mannoia, è prepotentemente tornato alla attenzione del propalante, comprensibilmente indotto a riflettere sulla veridicità dello stesso.

Contrariamente a quanto ritenuto dal Tribunale, non appare per nulla significativo il silenzio dei mafiosi presenti sul singolarissimo evento (silenzio ancora una volta desunto dalle leali affermazioni del Siino): basta considerare, al riguardo, che, senza l’accenno sfuggito all’“u cchiu”, lo stesso Siino non ne sarebbe venuto a conoscenza, cosicché è improprio parlare di un incontro non circondato da alcuna riservatezza, che è stata, invece, rigorosamente mantenuta con il suo amico ed accompagnatore dal Bontate, il quale non si è neppure attardato a spiegare al predetto la ragione del suo nervosismo di quella mattina (percepito e riferito dal Siino) ovvero (malgrado la specifica sollecitazione dello stesso Siino) a confidargli il motivo per cui si era vestito in modo inusitatamente accurato (<<SIINO A.: Sì, praticamente mi ricordo che quando siamo partiti da Palermo vidi che praticamente il Bontate era vestito in maniera casual elegante. - PM: Cioè casual, scritto casual. - SIINO A.: Sì, casual, elegante. Praticamente noi avevamo delle tenute di caccia, delle tenute di caccia nel senso di vestiti, di belfe, insomma però lui quella giornata era proprio agghindato da cacciatore signorotto. Aveva delle particolari cose firmate, cose e ci dissi: "E dunni amu a gghiri? ma chi c'è a caccia cu u guardio?" cioè nel senso mi riferivo che spesso avevamo partecipato ad altre cacciate tipo in altri posti dove c'era la guardia che ci teneva il fucile, cioè ... lui neanche mi rispose. Vidi che praticamente era sul nervoso, un pò strano, nervoso, però io ho attribuito questo fatto al fatto che avevamo avuto l'incidente e che avevamo avuto modo di andare veloci verso Catania per cui non più di questo.>>).

Peraltro, il nervosismo e la premura del Bontate, che liquidò in tutta fretta l’automobilista che aveva investito, l’insolita cura nell’abbigliamento del medesimo, il suo allontanamento protrattosi per circa un paio d’ore sono circostanze che finiscono con il confermare la peculiarità, per il capomafia, di quella giornata, che non era certo incentrata su una normale battuta di caccia, e costituiscono, pertanto, indicazioni atte a fornire un riscontro, sia pure indiretto, all’assunto accusatorio.

Per concludere l’argomento in trattazione, si osserva, infine, come sia del tutto corrispondente alle regole di Cosa Nostra ed al ribadito atteggiamento riservato del Bontate il fatto che alla presenza di estranei all’organizzazione (quale, per esempio, era il Siino) gli “uomini d’onore” presenti a “La Scia” non si siano abbandonati a commenti concernenti la presenza dell’imputato.

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4. Non ci si intrattiene sulle osservazioni dei primi giudici vertenti sul motivo dell’incontro a “La Scia” riferito dal Marino Mannoia, essendo stato accennato che non può essere conferita valenza dirimente alle perplessità dei medesimi, basate sulla ipotesi che l’eventuale opera di mediazione politica dell’imputato si dovesse risolvere in un intervento personale e diretto sul Presidente Mattarella: il vero è che, a prescindere dalle strade che Andreotti avesse eventualmente ritenuto di percorrere, è del tutto verosimile che le doglianze dei membri siciliani della corrente del medesimo e, soprattutto, degli amici mafiosi vertenti sull’operato del Presidente Mattarella, che rivestiva la maggiore carica regionale, si rivolgessero al più importante referente politico degli stessi.

Peraltro, come si è già più volte anticipato, una più approfondita valutazione del comportamento assunto dall’imputato nella circostanza va rinviata al prosieguo.

La complessiva valutazione degli elementi di prova rassegnati induce, dunque, a concludere che sia stata acquisita valida dimostrazione anche dell’episodio costituito dall’incontro presso “La Scia”.

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5. Resta, però, da verificare se le indicazioni temporali, si ribadisce attinte esclusivamente dalla deposizione del Siino, ed i connessi approfondimenti siano idonei a ribaltare detta conclusione, inducendo un quadro probatorio incompatibile con essa.

Va premesso che, su tale aspetto, i meticolosi rilievi della Difesa – che vorrebbe trarre utile argomento dalle difficoltà e dalle possibili incongruenze ravvisabili nella collocazione temporale dell’episodio – sembrano trascurare che nel caso in esame, come in molti altri venuti alla attenzione, si verte su fatti assai remoti nel tempo e non già su fatti recenti o almeno relativamente recenti: tenendo ben presente tale non accantonabile dato, un approccio valutativo assolutamente ragionevole legittimerebbe, allora, un consistente sospetto di inattendibilità per una indicazione precisa ed immune da dubbi, laddove, per converso, non potrebbe, di per sé, giustificare un giudizio negativo sulla fonte qualsivoglia, possibile approssimazione o incongruenza.

Inoltre, nel quadro di una ricostruzione comprensibilmente difficoltosa ed approssimativa, deve escludersi che sia un criterio valutativo accettabile quello di conferire il crisma della certezza ad affermazioni semplicemente indicative: così, richiamando le dichiarazioni del Siino, la Difesa assume come assolutamente certo che in quel giorno il predetto ed il Bontate si incontrarono alle ore 4,00, all’alba, e, dopo l’incidente ed il conseguente cambio di vettura, partirono da Palermo ed arrivarono a destinazione verso le ore 6,00/7,00, concludendo senz’altro che il periodo dell’anno interessato sarebbe indefettibilmente ricompreso fra la fine di giugno e l’inizio di luglio, nel quale il sole sorge tra le ore 5,30 e le ore 5,45 circa.

Ma così categoriche conclusioni non sono oggettivamente autorizzate dalle stesse, richiamate dichiarazioni del collaboratore, che ha avvertito di non ricordare, ha parlato al contempo di chiarore e di buio (<<Quattro, non mi ricordo. Era buio, albeggiava, c'era un poco di chiarore, ma era buio.>>) ed ha indicato l’orario di arrivo in termini meramente orientativi (<<AVV. COPPI: Dopodichè siete partiti per questo luogo di destinazione. Ricorda quanto tempo avete viaggiato e a che ora siete arrivati? - SIINO A.: Ma saremmo arrivati intorno ... sei e mezza, sette, comunque non lo ricordo bene. Posso dire che io generalmente la Palermo-Catania con una macchina di quel genere la percorrevo in 1 ora e 10, 1 ora e 20.>>).

Sempre con riguardo alla collocazione temporale dell’episodio, la Corte concorda solo in parte con la prospettazione dei PM appellanti, che, sulla scorta della sopravvenuta individuazione nel 26 agosto del 1979 della data della apertura della caccia in Sicilia in quella stagione, hanno ritenuto che tutta la ricostruzione del Siino fosse inesatta perché fondata sull’erroneo, rivelato presupposto che la attività venatoria in quell’anno fosse stata autorizzata a partire dal mese di giugno o dal mese di luglio.

Se è vero che il Siino, dopo aver precisato che l’episodio risaliva ad epoca precedente l’arrivo in Sicilia del Sindona (agosto 1979), ha, sia pure in modo accennato, fatto riferimento alla apertura della caccia nel mese di giugno o nel mese di luglio, è anche vero che le affermazioni in questione sono molto oscillanti, avendo il medesimo lasciato chiaramente intendere che quella era una mera ipotesi e che, comunque, la chiusura della caccia non li distoglieva in modo assoluto dall’esercizio della attività venatoria (<<SIINO A.: Anche perchè c'è un motivo signor Presidente, l'apertura della caccia allora era non come ora a fine agosto ma era attorno a giugno, a luglio la cosa. Sarebbe facilissimo, perchè malgrado la liberalità che c'era nel portare i fucili, insomma, un certo riguardo l'avevamo a non portare dei fucili così a vista. Solo se era aperta la caccia. Doveva essere aperta la caccia o comunque non è che poi ci spaventassimo tanto di portare i fucili a vista di tutti. Per cui mi ricordo di questo fatto. Comunque c'era già caldo.>>).

Inoltre, degno di nota è che “La Scia”, così come precisato dal Siino, non era una vera e propria riserva di caccia, ma un fondo chiuso nel quale veniva allevata un enorme quantità di lepri, cosicché deve ritenersi che lo stesso fondo non fosse soggetto a particolari attenzioni da parte dei guardiacaccia, suscettibili di dissuadere dall’esercitare la attività venatoria soggetti che, di per sé, non erano certamente inclini a rispettare rigorosamente le leggi.

L’accenno del Siino ad un clima “già caldo”, poi, rimanda proprio al periodo primavera-estate indicato dal Marino Mannoia, laddove la eventualità, pure ventilata dal P.G., che l’incontro sia avvenuto solo nell’ultima parte dell’estate o addirittura nella prima parte dell’autunno avrebbe semmai indotto lo stesso Marino Mannoia a collocarlo nel periodo estate-autunno.

Altra indicazione che induce ad escludere che l’incontro sia avvenuto negli ultimi giorni di agosto o nel settembre del 1979 o addirittura più tardi si trae dalle dichiarazioni del collaboratore Francesco Di Carlo, il quale ha collocato nel medesimo mese di settembre il colloquio con Totò Greco, detto “il senatore”, nel corso del quale apprese che la sorte del Presidente Mattarella era ormai segnata e che il medesimo sarebbe stato ucciso (<<[…]DI CARLO F.: Stiamo sulla macchina e parlando così e le dico: sì, però la corrente di Mattarella e Mattarella vedo che va forte. Mi  fa: Mattarella è finito. Ci ho detto: no, vedi che io ... No, no, dice, Fra', Mattarella è finito. Io lo guardo, ci facciamo un sorrisino. Ho detto: come è finito politicamente? In tutti i sensi. Ma non siamo andati più avanti di là. - PM: E siamo in che periodo, Di Carlo? - DI CARLO F.: Verso settembre. - PM: Del 19...? - DI CARLO F.: Settembre '79.>>).

Al riguardo si deve considerare che proprio l’esito dell’incontro presso “La Scia” e la situazione di attesa che ne era scaturita (che il Bontate confidò al Marino Mannoia utilizzando la espressione “staremo a vedere”) suggeriscono un apprezzabile scarto temporale fra l’episodio e la, solo successiva, decisione di assassinare il Presidente della Regione, rimanendo, così, impraticabile l’ipotesi che lo stesso incontro sia avvenuto nell’arco di tempo, assai vicino, compreso tra la fine di agosto ed il mese di settembre del 1979.

Da ultimo, sul punto, si può osservare che deve escludersi che la inesatta memoria del Siino circa la data di apertura della caccia nel 1979 abbia condizionato la ricordata anteriorità dell’episodio avvenuto presso “La Scia” rispetto alla presenza del Sindona in Sicilia: ed invero, l’erroneo convincimento che la apertura della caccia fosse avvenuta in quell’anno nel mese di giugno o di luglio non precludeva in alcun modo al collaboratore la collocazione dell’episodio in epoca posteriore all’arrivo del Sindona nell’Isola. Ne deriva che alla riferita anteriorità dello stesso episodio rispetto a quest’ultima circostanza deve riconoscersi un significato autonomo e pregnante, svincolato da ogni collegamento con la inesatta indicazione della data di apertura della stagione venatoria.

In definitiva, ancorché debba riconoscersi che le indicazioni temporali del Siino non siano affatto dotate di certezza, in quanto inficiate da notevole, comprensibile approssimazione (si ribadisce che la distanza di tempo dal fatto, che era rimasto del tutto dimenticato, renderebbe sospetto il contrario), frutto non di un immediato e limpido ricordo ma di una ricostruzione a posteriori, largamente influenzata dai progressivi riferimenti, potenzialmente fuorvianti, suggeriti dal PM, si deve, però, escludere che gli elementi acquisiti consentano di collocare l’incontro presso “La Scia” in periodo successivo alla data di apertura della stagione venatoria (coincidente, come precisato, con il 26 agosto 1979).

Tanto premesso, per quanto esposto ed, in particolare, per le ricordate modalità di acquisizione del dato, non può affatto escludersi la possibilità che il Siino sia incorso in errore nell’individuare senz’altro l’epoca dell’avvenimento in momento anteriore non solo all’arrivo in Sicilia di Michele Sindona, ma anche alla partecipazione alla gara automobilistica denominata “12 ore di Campobello”.

La ipotesi, del resto, trova una qualche concretezza all’esito di una ordinata considerazione della ricostruzione temporale fornita dal Siino.

Costui, che, significativamente, prima di ricevere una più precisa indicazione dal PM, aveva genericamente collocato la citata gara fra la fine di luglio ed i primi giorni di agosto (<<SIINO A.: Ma praticamente questa gara si svolgeva nelle ultime giornate di luglio o nei primi di agosto, secondo gli anni, secondo quando gli organizzatori praticamente disponevano di organizzarla. Penso che sì, senza dubbio fu prima.>>), ha riferito:

che si era “eclissato”, per una relazione galante, immediatamente dopo lo svolgimento della “12 ore di Campobello” (<<io mi eclissai immediatamente dopo la ... quando si fece questa gara, cioè dopo questa gara io ho avuto un incontro così e mi sono eclissato per un pò di tempo>>), per circa quindici giorni (<<SIINO A.: Io ho appreso della presenza di Sindona in Sicilia quando dopo essermi eclissato immediatamente dopo la dodici ore di Campobello ... […] ... per cui evidentemente sono stato fuori una ventina di giorni dopo ... no, meno, una quindicina di giorni. - PM: Una quindicina di giorni dopo? - SIINO A.: La dodici ore di Campobello […]>>);

che aveva, quindi, incontrato a Cefalù i suoi amici Giacomino Vitale, Francesco Foderà e Michele Barresi, i quali gli avevano rivelato la presenza in Sicilia del Sindona (<<… e dopo essere stato cercato e ricercato in tutti i modi e le maniere da parte del Barresi, mi recai all'hotel Baia del capitano, dove trovai ... - PM: Dove si trova la Baia del capitano? - SIINO A.: Baia del capitano si trova a Mazzaforno in ... Cefalù. - PM: Mazzaforno, Cefalù. - SIINO A.: Che è una cosa ... una borgata di Cefalù dove c'è questo albergo e praticamente lì incontrai il Vitale, il Foderà ed il Barresi, con le rispettive signore. Erano particolarmente euforici. Mi chiamarono a parte e mi disse: "Ti comunichiamo ..." prima mi rimproverarono perchè ero sparito. - PM: E perchè era sparito? - SIINO A.: Ero sparito perchè diciamo che avevo avuto ... - PM: Se è cosa che è possibile dire. - SIINO A.: Un problema così, avevo conosciuto una signora e gli ho fatto girare un pò la Sicilia. […] Io praticamente vado a Mazzaforno, vedo queste persone che bonariamente mi rimproverano: "Al solito tuo, quando c'è bisogno di te scompari"! e ci dico: "perchè" "Eh, perchè! Prima di tutto ti comunichiamo che praticamente Sindona è qui con noi a Palermo e poi tu dovevi recarti con Giacomino e Ciccio a prenderlo ad Atene">>);

che egli a quell’epoca era già al corrente, per averlo appreso dalla lettura dei giornali, del (finto) rapimento di Sindona (<<PM: Le faccio una domanda, anche perchè il tempo stringe, una domanda più precisa: lei già sapeva che Sindona era sparito dagli Stati Uniti oppure no? - SIINO A.: Lo sapevo dai giornali. - PM: Ecco. - SIINO A.: Infatti tutto potevo pensare che Sindona ... Lo sapevo rapito, si diceva che fosse rapito da organizzazioni terroristiche, ma mai potevo pensare che Sindona era a Palermo e nelle mani di Giacomino Vitale, accompagnato da Giacomino Vitale e Ciccio Foderà. Proprio non lo pensavo proprio.>>);

che era stato, quindi, presentato al Sindona, alla cui “assistenza” era stato adibito, in “pieno agosto” (<<PM: Quando avviene questa conoscenza? - SIINO A.: Avviene quando io, accompagnato dal Giacomino Vitale mi recai in detta casa e fui messo a disposizione per ogni bisogno, così mi disse, e con mio sommo disdegno, perchè eravamo in pieno agosto, per tutti i bisogni del signor Sindona, cioè accompagnarlo ...>>), nella seconda decade di quel mese (<<PM: Forse non glielo avevo chiesto, lo chiedo ora, ecco, lei quando incontra il Sindona, se è in grado di collocarlo nel tempo. - SIINO A.: Seconda decade di agosto.>>).

Alla stregua delle riportate indicazioni, si può evidenziare che:

in quell’anno la gara automobilistica “12 ore di Campobello” si svolse, in realtà, il 14 ed il 15 luglio;

successivamente il Siino, a suo dire, si “eclissò” per quindici giorni prima di incontrare in Cefalù i suoi amici, che lo avevano inutilmente cercato perché collaborasse all’ingresso di Sindona in Italia;

lo stesso Siino, all’atto dell’incontro con gli amici, era già al corrente del (finto) rapimento del Sindona, ma non poteva averlo appreso dalla stampa nei primissimi giorni di agosto, posto la telefonata con la quale un anonimo individuo lo aveva annunciato era pervenuta la mattina di venerdì 3 agosto 1979 nell’ufficio del Sindona di New York;

nel frattempo era già stato curato dal Vitale e dal Foderà l’avventuroso ingresso del Sindona in Italia, dove era pervenuto proveniente dalla Grecia. Al riguardo, quanto evidenziato nella sentenza della Corte di Assise di Milano del 18 marzo 1986 consente di collocare nel 15 agosto 1979 l’arrivo in Sicilia del Sindona (si trascrive, per comodità espositiva, il seguente brano del più ampio stralcio della citata sentenza, riportato nelle motivazioni della decisione qui appellata: “Michele Sindona lasciò Vienna nel pomeriggio del 6 agosto e giunse ad Atene la sera con il volo 0S 381 (…). L’8 agosto Joseph Miceli Crimi prenotò un biglietto aereo per Atene, valido per il 9; non utilizzò tuttavia questo biglietto, pur essendosi recato ad Atene il 9 agosto. Lo stesso 9, infatti, egli prenotò quattro biglietti, tutti per la capitale greca, intestandone uno a sé, uno a Francesco Foderà, uno ad Ignazio Puccio e uno a Giacomo Vitale (…); egli ne utilizzò uno e giunse ad Atene lo stesso giorno (…). Gli altri vennero utilizzati il 12 agosto. Prima di partire per la Grecia, Miceli Crimi si era preoccupato di trovare persone fidate che lo potessero accompagnare e aiutare per il rientro clandestino di Sindona in Italia. La scelta era caduta su Giacomo Vitale, che Miceli Crimi sapeva essere cognato dei Bontade (famiglia mafiosa palermitana) ed essere “persona che sapeva mantenere il silenzio” (…). Il 7 agosto, quindi, Miceli Crimi telefonò a Michele Barresi (in contatto con Vitale per essere entrambi affiliati alla loggia massonica Camea …), (…) e gli chiese come poter rintracciare Giacomo Vitale (…). Grazie alle indicazioni di Barresi, Miceli Crimi rintracciò Giacomo Vitale e gli espose la situazione. Vitale accettò di organizzare il rientro di Sindona (…) e si preoccupò di trovare le persone adatte ad aiutarlo, Francesco Foderà e Ignazio Puccio. Il primo era pure un massone affiliato alla Camea (…), il secondo era l’esperto di navigazione che, grazie ai suoi precedenti di contrabbandiere, aveva in Grecia le entrature necessarie per reperire un natante da utilizzare per raggiungere la Sicilia (…). Contemporaneamente Miceli Crimi aveva (…) telefonato a Gaetano Piazza, massone di Caltanissetta che conosceva da qualche anno e che gli era stato presentato da Salvatore Bellassai – dirigente presso la Regione Siciliana e affiliato alla loggia massonica P2 – e gli aveva chiesto la disponibilità ad ospitare Sindona. Il Piazza (…) aveva accettato. Il 12 agosto Giacomo Vitale, Francesco Foderà e Ignazio Puccio giunsero ad Atene utilizzando i biglietti acquistati da Miceli Crimi il 9 (…). I cinque (…) partirono alle 21,30 del 14 agosto con la motonave S. Andrea e giunsero a Brindisi alle ore 15,45 del giorno successivo. A Brindisi si divisero: Vitale, Foderà e Sindona si diressero verso la Sicilia su una Fiat 131 noleggiata all’Avis (…); Miceli Crimi e Puccio partirono per Palermo in treno (…). Già da Atene, con alcune telefonate, Miceli Crimi aveva preavvertito Francesca Paola Longo e Gaetano Piazza che Sindona sarebbe giunto a casa di quest’ultimo la notte fra il 15 e il 16 agosto. Così avvenne: Sindona giunse a Caltanissetta, dove erano ad attenderlo il Piazza e la Longo, verso le 1,30 di notte. Subito dopo aver cenato, Vitale e Foderà se ne andarono, ed il loro posto di accompagnatori venne preso, la mattina successiva, da Miceli Crimi che era arrivato da Palermo.”);

infine, il Siino è stato adibito alla assistenza (messo a disposizione) del Sindona nella seconda decade di agosto.

Sulla scorta dei testé rassegnati elementi si deve convenire che nella ricostruzione del Siino esiste una notevole lacuna temporale, che non consente di collegare - come indurrebbero, a tutta prima, le affermazioni del collaboratore - attraverso un filo ininterrotto la gara automobilistica, l’allontanamento per quindici giorni, l’incontro con gli amici (al momento del quale la notizia del – finto - rapimento del Sindona si era già diffusa e lo stesso Sindona era già arrivato in Sicilia) e, quindi, la presentazione del Sindona, avvenimenti che si sono svolti nell’arco temporale di circa un mese e non di circa quindici giorni. In altri termini, l’incontro del Siino con gli amici a Cefalù non è intervenuto dopo circa quindici giorni dalla gara automobilistica (14 e 15 luglio 1979), ma lo stesso va certamente collocato nella seconda decade di agosto del 1979, a circa un mese di distanza.  

Per contro, diversa congruenza cronologica potrebbe riconoscersi alla narrazione del collaboratore se si riflettesse sul fatto, già segnalato, che, alla stregua del ricordo del Siino, la gara automobilistica si svolgeva verso la fine di luglio/inizio di agosto, periodo compatibile con la ricostruzione temporale fornita.

Per le considerazioni già esposte e per la oggettiva difficoltà di collocare esattamente nel tempo avvenimenti verificatisi quasi venti anni prima e, per di più, niente affatto rimasti costantemente vivi nella memoria, deve escludersi, contrariamente a quanto opina la Difesa, che le incertezze in questione possano radicare una negativa valutazione della attendibilità del racconto del Siino, cosicché non si può che concludere che quanto illustrato confermi semplicemente la scarsa affidabilità delle indicazioni temporali del medesimo e lasci ampio margine alla possibilità che egli si sia allontanato per la sua avventura galante circa quindici giorni prima dell’incontro con gli amici a Cefalù e che l’episodio presso “La Scia” sia avvenuto nel periodo compreso fra la “12 ore di Campobello” e detto allontanamento e, dunque, nella seconda metà di luglio del 1979.

La esattezza della individuazione del periodo in cui avvenne l’incontro operata ed approfondita dal Tribunale (20 giugno/8 luglio 1979) rimane, allora, a tutto concedere, possibile ma non certa, con la conseguenza che la ragionata esclusione della eventualità che in quell’arco temporale sia stato effettuato dall’imputato un breve e riservato viaggio a Catania non esaurisce la gamma delle possibilità, non sussistendo elementi certi, suscettibili di escludere che lo stesso viaggio si sia, in realtà, verificato in altro, non lontano ma successivo, momento.

Non mancano, alla stregua delle annotazioni contenute nella agenda dell’imputato e delle indicazioni desumibili dal suo libro “Gli anni della solidarietà – Diari 1976-1979” alcuni giorni in cui gli impegni o la assenza di impegni avrebbero consentito una rapida discesa in Sicilia.

In particolare, degna di attenzione è la data del 26 luglio 1979 (giovedì), sotto la quale nella agenda dopo una annotazione riferibile all’incirca alle ore 8,00, non compare alcuna altra scritturazione prima di quella (“senato capigruppo”) accostata alle ore 18,00, mentre nel citato libro sotto la stessa data, prima del riferimento alla riunione dei capigruppo, compaiono soltanto alcuni commenti concernenti, per lo più, sviluppi della situazione politica.

Ma, del resto, non ci si può esimere dall’osservare che la indagine sugli impegni di Andreotti e sulla compatibilità degli stessi con un rapido viaggio a Catania, con riguardo ad alcuni specifici giorni, è fondata esclusivamente sulle annotazioni contenute nella agenda dell’imputato e sui contenuti dei diari del medesimo, pubblicati nel citato libro “Gli anni della solidarietà - Diari 1976/1979”: è, allora, sufficiente immaginare la plausibile possibilità che qualche appuntamento annotato in agenda sia stato spostato o annullato in coincidenza con l’inconfessabile viaggio in Sicilia senza apportare (deliberatamente o per mera trascuratezza, non importa) la relativa correzione per compromettere in modo radicale la conducenza del dato.

Peraltro, appare tutt’altro che certa la assoluta precisione degli orari dei vari avvenimenti indicati nelle agende dell’Andreotti, ben potendo le annotazioni essere soltanto approssimative: in merito giova ricordare che lo stesso Tribunale ha avuto modo di rilevare una, sia pure contenuta, discrasia fra gli orari di uno stesso avvenimento indicati su due diverse agende dell’imputato  - “In data 8 gennaio 1979, alle ore 16.30 o alle ore 17 (secondo le annotazioni rispettivamente contenute in due diverse agende dell’imputato), si svolse un altro incontro tra l’avv. Guzzi e l'on. Andreotti” -.

Né, al riguardo, può validamente obiettarsi che i contenuti della agenda trovano rispondenza in quelli dei “Diari”, posto che alcune annotazioni di questi ultimi sono assolutamente laconiche e rendono, perciò, plausibile che siano state semplicemente e liberamente desunte a posteriori dalle scarne (e, per quanto rilevato, potenzialmente inattendibili) indicazioni dell’agenda (vedasi, in merito, quanto si osserverà fra breve).

In questo quadro si può segnalare come una annotazione riguardante Biasini - “c.s.] BIASINI” (la sottolineatura è dell’estensore) - compare nella agenda sotto la data 26 giugno 1979, laddove nel citato libro si fa menzione di un colloquio con il medesimo Biasini sotto la data del 25 giugno 1979: in qualche modo, la medesima annotazione può essere accostata a quella concernente Piccoli - “PICCOLI (c.s.) (la sottolineatura è dell’estensore) - che è stata vergata in corrispondenza delle ore 12,00 del giorno precedente.

Per scendere nel concreto, con specifico riferimento al periodo analizzato dal Tribunale, si può evidenziare come i primi giudici abbiano escluso che l’incontro presso “La Scia” possa essersi svolto il lunedì 25 giugno 1979 evidenziando che dai documenti prodotti dalla Difesa si desumeva che in quel giorno, alle ore 18,00, aveva avuto luogo una seduta del Consiglio dei Ministri sotto la presidenza dell’on. Andreotti che era terminata alle ore 20,40 e che le annotazioni contenute nella agenda (ore 8,30 un nome illeggibile e “P. Scotto”; ore 12,00 “Piccoli” con altra annotazione illeggibile; tra le ore 17,00 e 18,00 “Longo – Consiglio Min.”) e nei “Diari 1976/1979” (“Consiglio dei Ministri. Problemi dei precari delle scuole medie e altri decreti legge. Dio ce la mandi buona. Colloqui con Piccoli, con Pietro Longo e con Biasini.”) fossero incompatibili con un, sia pure breve, viaggio a Catania a causa della ristrettezza dell’arco temporale a disposizione in coincidenza con le ore centrali della giornata.

Ma, è sufficiente ipotizzare che, rispetto alle annotazioni contenute nella agenda, il colloquio con Piccoli sia stato annullato, rinviato (eventualmente al giorno successivo: si ricordi l’ipotizzato accostamento a quello con Biasini), ovvero sia stato anticipato per allargare l’arco temporale e, dunque, pregiudicare tutta la ricostruzione operata dai primi giudici.

In tale quadro appare, in qualche modo, significativa anche la laconicità della menzione, contenuta nei “Diari”, dei colloqui con Piccoli, Pietro Longo e Biasini, che non esplicita alcun accenno, neppure fugace, all’oggetto dei medesimi: per contro, l’imputato, nelle innumerevoli occasioni in cui menzionava un incontro o un colloquio, usava generalmente aggiungere quantomeno una brevissima notazione.

Al riguardo, soffermando la attenzione su un periodo apprezzabilmente lungo e vicino al 25 giugno 1979 ed analizzando, perciò, il contenuto dei “Diari” a partire dall’1 gennaio 1979 fino al 5 agosto 1979 (data con cui si concludono i resoconti pubblicati con il libro), si può osservare che, escludendo i casi in cui l’oggetto dei colloqui era, comunque, sottinteso (per esempio quando gli stessi si inserivano nelle consultazioni politiche volte alla formazione del Governo), si riscontra la citazione di incontri senza il minimo accenno all’oggetto della conversazione nelle seguenti occasioni, concernenti pressoché totalmente abboccamenti con personalità straniere:

13 gennaio: la faticosa ed impegnativa messa a punto dello schema di programma triennale (protrattasi dalle ore 8,00 alle ore 22,00) era stata interrotta da “tre brevi parentesi per vedere Gardner, Bufalini e mons. Angelini”: solo a proposito dell’incontro con quest’ultimo i “Diari” contengono qualche annotazione;

24 gennaio: “Vedo il senatore canadese Bosa, italiano emigrato laggiù due giorni prima del 18 aprile 1948”: non manca, comunque, qualche parola di commento;

19 febbraio: “Incontro Egon Klepsch, insieme al quale lavorammo a Strasburgo”: non manca, comunque, qualche parola di commento;

30 marzo: “Vedo Gardner (Tokyo Round)”: la annotazione fra parentesi, peraltro, suggerisce i temi del colloquio;

11 aprile: “A colazione a Palazzo Chigi Indro Montanelli”: la presenza del famoso giornalista suggerisce, peraltro, una intervista;

9 maggio: “In serata, visita ai Reali del Belgio, ospiti a Roma”: si trattava, peraltro, evidentemente di una visita di prammatica e di cortesia, non una occasione di incontro politico significativo;

11 maggio: “Colloquio e colazione con il ministro USA Califano”;

2 giugno: “Vedo il ministro venezuelano Machado”;

9 luglio: “Ricevo il ministro polacco del Commercio Estero”;

13 luglio: “ricevo il primo ministro dell’Alto Volta”.

Alla luce delle, già più volte ribadite, difficoltà che il Siino ha incontrato nella collocazione nel tempo dell’episodio riferito, non appare, poi, per nulla persuasiva la analisi operata dal Tribunale sulla giornata di domenica 8 luglio 1979, caratterizzata dalla sola annotazione, sulla agenda dell’imputato, del nome “Solari” alle ore 10,00, annotazione astrattamente compatibile con un rapido viaggio in Sicilia, come riconosciuto dai primi giudici.

Gli argomenti con cui è stata esclusa la possibilità di individuare, in concreto, l’8 luglio come il giorno del viaggio a “La Scia” si incentrano, invero, su considerazioni fondate su semplici, generiche abitudini agonistiche del Siino che avrebbero dovuto rendere più agevole il ricordo e sul fatto che, essendo l’8 luglio una domenica, sarebbe stato più facile rammentarsi di tale particolare, non menzionato, invece, dal collaboratore.

Invero, tale ultimo dato appare, di per sé, di incerta valenza e, del resto, sarebbe agevole rilevare come il Siino non abbia in alcun modo escluso che il giorno della battuta di caccia a “La Scia” fosse una domenica; inoltre, può legittimamente dubitarsi che la ricorrenza festiva fosse significativa per un soggetto che, come il collaboratore, non risulta che a quel tempo fosse credente e praticante o fosse impegnato in una occupazione lavorativa particolarmente disciplinata (tanto da poter assistere a tempo pieno il Sindona), che potesse personalmente indurlo a differenziare, specie nel difficile ricordo, un giorno feriale da uno festivo (mette conto, in proposito, richiamare il seguente passo delle dichiarazioni rese dal Siino nella udienza dibattimentale del 18 dicembre 1997: <<SIINO A.: Io vorrei capire, perchè non l’ho capito, che  cosa  il Professore Coppi mi chiede. Vuole sapere che cosa facevo prima del 1986? L'imprenditore, però molto ma molto ... in  maniera ... a tempo perso. Seguiva più papà le cose che ... io mi occupavo semplicemente del rapporto con i politici, mi occupavo di acquisire nuove commesse, mi occupavo di acquisire nuovi lavori.>>).

Quanto, poi, alla abitudine di perlustrare il percorso di una gara nella domenica anteriore allo svolgimento della stessa, essa non era inderogabile (“ci andavamo già quasi ogni domenica in precedenza, per cui questo lo facevamo.”), cosicché può legittimamente dubitarsi che un difforme – non certo unico - comportamento adottato nell’occasione sarebbe stato con certezza ricordato.

Ma, al di là di quanto esposto, si deve, più in generale, tenere conto che, come più volte rilevato, i riferimenti temporali del Siino sono quanto mai incerti ed approssimativi, cosicché appare davvero arbitrario desumere dalla omissione di eventuali precisazioni o dalla presenza di possibili lacune elementi significativi di valutazione ed addirittura la esclusione, dal novero di quelli in cui potenzialmente è avvenuta la riferita battuta di caccia a “La Scia”, di un giorno, ricadente nel periodo individuabile alla stregua delle indicazioni del medesimo, astrattamente compatibile con le altre acquisizioni processuali.

Né, alla luce del robusto ed esauriente quadro probatorio delineato, potrebbe assumersi quale elemento decisivo, connotato da valenza negativa, il fatto che non sia stato individuato dalla Accusa, in relazione al periodo esaminato particolarmente dal Tribunale (20 giugno/8 luglio 1979), <un volo aereo “possibile” al quale ricollegare il necessario viaggio dell’imputato in Sicilia>, posto che il tempo trascorso, le esigenze di riservatezza, la astratta possibilità che sia stato fatto scalo nell’aeroporto militare di Sigonella con la conseguente eliminazione di ogni documentazione rendono il dato niente affatto decisivo.

Analoga notazione vale per la carenza di apporti eventuali del personale addetto agli aeroporti di partenza e di arrivo (ammesso che se ne conservi memoria a distanza di anni, dovrebbe risolversi il problema della disponibilità a renderne testimonianza), ovvero del personale di scorta, la cui compiacenza, del resto, non può affatto escludersi dati i legami consolidati e risalenti con l’imputato.

In proposito non si può trascurare il tentativo di condizionare la testimonianza di alcuni fedeli capiscorta facendo loro avere un elenco dei viaggi in Sicilia dell’imputato, così come rivelato dal teste m.llo Zenobi: la Difesa contesta tale lettura dell’episodio, ma, se non vi fosse stato nulla da nascondere e se dal ricordo dei predetti non potesse sortire alcun fatto compromettente, davvero non si comprenderebbe per quale ragione l’imputato avrebbe dovuto preoccuparsi di fare avere ai medesimi detto elenco (al di fuori del quale, ovviamente, non poteva parlarsi di ulteriori viaggi).  

A proposito della scorta non ci si può esimere, poi, dal considerare arbitraria la notazione del Tribunale secondo cui nell’occasione, a voler seguire il racconto del Siino, l’imputato sarebbe stato accompagnato da un notevole numero di addetti alla sua sicurezza, come dimostrerebbe il corteo di (quattro o cinque) autovetture al seguito: ma, invero, nulla esclude che le vetture che arrivarono a “La Scia” insieme a quella su cui prendeva posto Andreotti recassero a bordo non uomini di scorta (salvo, magari, qualche fedelissimo caposcorta), ma altri esponenti politici locali, ovvero anche mafiosi che avevano accolto l’imputato al suo arrivo in aeroporto e lo avevano condotto presso la azienda dei Costanzo.

Emendando un non condivisibile convincimento del Tribunale, deve, poi, ricordarsi che l’assunto accusatorio non è fondato esclusivamente <su una mera “possibilità” o “compatibilità”> del viaggio dell’imputato in Sicilia in alcuni dei giorni astrattamente considerabili, ma sui concreti dati che possono desumersi dalle attendibili e convergenti indicazioni del Marino Mannoia e del Siino e che sono stati approfonditamente esaminati: ne consegue che, inserendosi in tale quadro probatorio, anche le mere “possibilità” e “compatibilità” sono idonee a consolidarlo e che, per contro, solo la dimostrata impossibilità o incompatibilità potrebbe, a tutto concedere, confutarlo.

In buona sostanza, la argomentazione del Tribunale difetta nel metodo, giacché, omettendo di tener conto che sull’episodio erano stati acquisiti convergenti elementi di prova forniti da fonti diverse, della cui attendibilità non vi era ragione di dubitare, elementi, in definitiva, immuni da rilievi che potessero minarne la intrinseca affidabilità e, per di più, sia pure indirettamente, confermati da altre indicazioni, sia logiche che di fatto, i primi giudici, nel vagliare la possibile confutazione incentrata sulla collocazione temporale del fatto, hanno, in qualche modo, ricercato una prova autonoma dello stesso, senza accontentarsi, come avrebbero dovuto, di constatare che le acquisizioni in merito non erano, in definitiva, idonee a smentire l’evento, la cui esistenza restava, pertanto, adeguatamente dimostrata.

Concludendo, anche l’incontro presso “La Scia” e, conseguentemente, le ragioni dello stesso, possono considerarsi adeguatamente comprovati.

 

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2) ALCUNE CONSIDERAZIONI SUI RAPPORTI FRA IL SEN. ANDREOTTI ED I CUGINI ANTONINO ED IGNAZIO SALVO.

 

E’ opportuno, a questo punto, soffermarsi brevemente sui rapporti fra Andreotti ed i cugini Salvo (di cui, tra l’altro, a dire del Buscetta, costoro gli avevano personalmente parlato – <<DOMANDA - Le chiedevo: i cugini Salvo le ebbero mai a parlare di esponenti politici? - RISPOSTA - Sì. - DOMANDA - Di chi? - RISPOSTA - Mi parlarono di Andreotti, del Senatore Giulio Andreotti. - DOMANDA - In che termini gliene parlarono? - RISPOSTA - Come se potessero, in qualsiasi momento, poter contare sul Senatore. Me ne parlarono in termini, direi, proprio di intima confidenza.>> -) ed, in particolare, sul significato della recisa negazione degli stessi da parte dell’imputato.

Quanto illustrato consente senz’altro di considerarli dimostrati e supera il macchinoso percorso argomentativo prescelto, al riguardo, dai primi giudici, i quali hanno accantonato, non ritenendoli sufficientemente dimostrati, anche apporti fondati sulla personale percezione del dichiarante (come nel caso del Marino Mannoia) e basato la propria valutazione su alcuni dati, la cui idoneità a fungere da elementi principali di prova della tesi accusatoria appare quantomeno incerta: invero, detti dati - almeno non tutti - non appaiono dotati di sicura conducenza e di significato inequivoco.

Si consideri, infatti, che gli stessi sono fondati: 1) sulla macchinosa ricostruzione della riferibilità all’imputato di un numero telefonico annotato su una agenda di uno dei cugini Salvo, che non è stata oggettivamente rinvenuta; 2) sulla utilizzazione della autovetture della SATRIS, procurata, peraltro, dal Lima che metteva a disposizione dell’imputato il suo autista; 3) sulla impressione di familiarità tratta dai testi Vittorio De Martino e Sebastiano Conte dall’atteggiamento tenuto dall’Andreotti e da Antonino Salvo nel corso del ricevimento svoltosi il 7 giugno 1979 presso l’Hotel Zagarella; 4) sulla controversa prova della vicenda del regalo del vassoio in occasione delle nozze della figlia di Antonino Salvo con Gaetano Sangiorgi, prova fondata sulle variegate rivelazioni, riferite da terzi, dello stesso Sangiorgi, personaggio descritto come un fanfarone, il quale, per limitarsi ad una osservazione, avrebbe riferito ad una persona appena conosciuta – il La Forgia – quanto avrebbe pochi giorni prima cercato di occultare agli inquirenti nascondendo il vassoio in questione; 5) sul già ricordato episodio della telefonata all’ospedale civico, i cui contorni appaiono quanto mai incerti.

Alla luce di quanto, al contrario del Tribunale, la Corte ha ritenuto dimostrato, è evidente che gli stessi indizi perdono efficacia determinante e che alcuni di essi possono, semmai, assumere una più modesta e, in definitiva, pleonastica funzione corroborativa di quanto aliunde e con mezzi assai più pregnanti accertato, cosicché su di essi non mette conto soffermarsi.

Degno di nota è, però, che, nel quadro della negazione della conoscenza con i cugini Salvo, la accertata conversazione con Nino Salvo presso l’Hotel Zagarella costituisca una conferma del mendacio dell’imputato che travalica il significato intrinseco dell’episodio: posto che è pacifico che i Salvo erano imprenditori noti anche a livello nazionale, che, per di più, intrattenevano intimi rapporti con persone strettamente legate ad Andreotti (Salvo Lima, Claudio Vitalone), l’imputato non avrebbe potuto dimenticare di aver conosciuto uno di loro e relegare quella, sia pure breve, conversazione ad un insignificante abboccamento con un qualunque, anonimo imprenditore alberghiero che nell’occasione aveva fatto gli onori di casa.

Rilevante è, in ogni caso, che, ad eccezione della, piuttosto equivoca, telefonata in ospedale del settembre 1983, che non è con certezza attribuibile personalmente all’imputato (con la conseguenza che la – eventuale – richiesta di parlare con uno dei cugini Salvo può essere stata formulata da un terzo frequentatore della segreteria dell’imputato interessato a chiedere notizie del degente – e non mancano davvero esempi di persone vicine ad Andreotti, quali Lima, Evangelisti, lo stesso Vitalone, che potessero frequentare la segreteria del primo e palesare detto interessamento -), dagli stessi indizi non può, comunque, ricavarsi argomento che consenta di collocare con certezza i rapporti in questione oltre la primavera del 1980 e, tutt’al più, se si volesse considerare probante la (piuttosto debole, sotto l’aspetto dimostrativo) utilizzazione delle autovetture blindate della SATRIS, oltre la primavera del 1981 (si consideri che non consta alcun elemento che consenta di ritenere che l’imputato sia stato invitato alle nozze, celebrate il 29 agosto 1981 - e, dunque, in periodo in cui una eventuale partecipazione non era ancora sospetta – di Maria Daniela Salvo, figlia di Antonino Salvo, con Giuseppe Favuzza, ovvero che abbia fatto pervenire qualche regalo).

Piuttosto, occorre convenire che la mendace smentita di tali rapporti, insieme con altre negazioni – e, principalmente, quella, risalente all’epoca del maxiprocesso (udienza del 12 novembre 1986) e ribadita in occasione delle dichiarazioni spontanee del 29 ottobre 1998, dei contenuti del colloquio con il gen. Dalla Chiesa avvenuto il 5 aprile 1982 (si veda l’esaustivo resoconto dell’episodio contenuto nel paragrafo 2 della Sezione II del capitolo IV della appellata sentenza) – denota ragionevolmente l’intento di non rivelare fatti e relazioni in qualche modo compromettenti, che sottende la consapevolezza della connotazione virtualmente illecita degli stessi e, dunque, finisce con il corroborare l’assunto accusatorio.

Con riguardo allo stesso incontro del 5 aprile 1982, non possono condividersi le deduzioni difensive volte ad enfatizzare la differenza fra il contenuto del diario del Generale ed il resoconto con cui il figlio del medesimo, Fernando Dalla Chiesa, ha riferito di un successivo colloquio con il padre vertente sullo stesso episodio. Se si può concedere che il Generale abbia usato con il figlio un tono più discorsivo ed accenti più coloriti e lo abbia, magari, arricchito di qualche notazione sull’atteggiamento dell’imputato (che sarebbe impallidito), non si può validamente contestare che vi sia una sostanziale corrispondenza fra le confidenze fatte dal neoprefetto di Palermo al figlio e da costui riferite in giudizio ed il contenuto del diario ed, in particolare, il proposito, comunicato apertamente dal neoprefetto medesimo all’imputato, di svolgere in Sicilia, senza remore, la propria azione di bonifica anche contro i sodali politici locali del predetto. E che il diario si riferisca a questi ultimi e non, genericamente, ai democratici cristiani o, come vorrebbe la Difesa, ad “ambienti anche autorevoli di Palermo e della Sicilia” (pag. 899 della memoria conclusiva) è confermato inconfutabilmente dall’esplicita indicazione dei medesimi come “suoi (di Andreotti - n.d.e. -) grandi elettori”.

Proprio la prospettazione personalmente formulata dall’imputato nelle dichiarazioni spontanee rese nella udienza del 29 ottobre 1998 rende, invero, irragionevole la ipotesi che la menzogna in ordine ai rapporti con i Salvo fosse frutto semplicemente del tentativo di salvaguardare la propria immagine pubblica o della preoccupazione di non rivelare un aspetto che, al di là della intrinseca, reale valenza dello stesso, potesse pregiudicare la propria posizione processuale: il sen. Andreotti, sia pure con riferimento al significato del mancato reperimento di ampia documentazione comprovante i negati rapporti, ha sottolineato come a quell’epoca i Salvo fossero “ben considerati nella società siciliana e i loro inviti erano ambitissimi e non vi sarebbe stato quindi alcun motivo di nascondere la mia frequentazione con loro”, cosicché si deve concludere che il predetto avesse piena consapevolezza di non avere ragione di smentire le relazioni con i medesimi, la cui ammissione, anche sul piano dell’immagine, non poteva essere considerata pregiudizievole per un frequentatore ignaro degli illeciti legami dei predetti (e per chi non si era, in passato, astenuto da incontri, contatti e frequentazioni con personaggi assai chiacchierati, quali il Sindona, il Ciancimino e lo stesso Lima).

Quanto, poi, alla inesistenza di oggettive documentazioni di dette relazioni, la stessa è agevolmente spiegabile con la riservatezza delle stesse, suggerita dalla inopportunità per i Salvo, legati ad altra corrente della Democrazia Cristiana, di partecipare ad avvenimenti pubblici in occasione dei quali Andreotti interveniva in Sicilia come capo della sua corrente; né, d’altronde, gli amichevoli rapporti con l’imputato implicavano necessariamente una spiccata intimità e la frequentazione di medesimi ambienti mondani.

Peraltro, i Salvo, seguendo i modi comportamentali degli “uomini d’onore”, quali essi stessi erano, dovevano improntare le loro relazioni alla massima, possibile discrezione e non avevano alcun interesse a rendere pubbliche le loro personali frequentazioni, ovvero a consentire che le stesse venissero documentate (e, del resto, su alcune, comprovate, occasioni di incontro con l’imputato era evidentemente necessario mantenere la assoluta riservatezza).

Quanto rassegnato spiega, al di là di possibili reticenze, la ragione per cui svariati esponenti politici siciliani abbiano dichiarato di non sapere nulla di rapporti fra i Salvo e Andreotti e rende tali indicazioni inidonee a smentirli.

Nel quadro delineato, poi, non possono ribaltare l’univoco significato degli elementi di prova già positivamente valutati le affermazioni del teste Graffagnini, già andreottiano e segretario provinciale della Democrazia Cristiana di Palermo, secondo cui i cugini Salvo avrebbero respinto la proposta, loro rivolta dall’on. Lima, di partecipare ad incontri conviviali con l’imputato e di essere presentati al medesimo (al riguardo, peraltro, si può fare rinvio alle condivisibili considerazioni critiche formulate dal Tribunale nelle pagg. 675 e ss. della appellata sentenza, che suggeriscono, quanto meno, riserve sulla veridicità – anche sotto l’importante il profilo della collocazione temporale – degli episodi riferiti dal teste).

Non possono, ancora, giovare alla tesi difensiva le negative indicazioni dei familiari dei Salvo: anche a voler escludere un diffuso atteggiamento reticente, le dichiarazioni dei predetti, alla stregua delle condivisibili notazioni del Tribunale, potrebbero, tutt’al più, privare di rilievo la vicenda del regalo del vassoio, che essi non potevano ignorare, ma non le effettive relazioni dei defunti congiunti con l’imputato, in merito alle quali non sapevano nulla di pregnante. 

Infine, ci si deve brevemente soffermare sul rilievo logico che la Difesa ha così esposto nella memoria conclusiva: “E’ questo un argomento, sul piano logico, assolutamente insuperabile. Perché, pur essendo certo che Andreotti non è uno sciocco, si dovrebbe pensare che Andreotti avrebbe scelto la strada della negazione della sua conoscenza con i cugini Salvo esponendosi al rischio che – durando la conoscenza da circa trenta anni - un qualche documento, un qualche testimone, una qualsiasi prova lo potesse smentire.”. 

La considerazione è astrattamente condivisibile, ma, nel concreto, essa trascura la possibilità che la avvertita esigenza di respingere in termini immediati ed assolutamente categorici le gravi accuse che gli venivano mosse sulla scorta di alcune propalazioni di collaboratori di giustizia che lo collegavano, in qualche modo, ai Salvo, abbia indotto l’imputato, in sede di prima difesa, a negare ogni conoscenza con i predetti, nella sicura fiducia che la inchiesta giudiziaria non sarebbe stata ulteriormente approfondita e proseguita. Inoltre, si può ragionevolmente ipotizzare che il sen. Andreotti abbia, in quel cruciale momento, fatto affidamento sulla discrezione che aveva circondato i suoi contatti con i Salvo, che avrebbe reso difficile (come, in effetti, è avvenuto) rinvenire elementi di prova in proposito, ed anche – ma su questo aspetto si ritornerà più avanti – sul notevole arco temporale probabilmente trascorso dalla cessazione dei relativi rapporti.

La posizione originariamente assunta ha, quindi, inevitabilmente vincolato il medesimo, posto che nel prosieguo della inchiesta sarebbe stato evidentemente impossibile, senza compromettere la propria posizione processuale, ammettere quella mendace negazione e spiegarne le ragioni in termini di assoluta liceità. 

Per necessaria conseguenza di quanto si è illustrato, si deve escludere che siano stati mero frutto di millanterie la conoscenza ed i contatti con l’imputato che, alla stregua di vari apporti, i cugini Salvo – ed, in particolare, Nino Salvo – vantavano presso gli “uomini d’onore” e le promesse di intercessione presso il predetto talora da essi formulate, che, peraltro, non potevano affatto garantire che Andreotti si sarebbe effettivamente attivato.

Al riguardo non si condivide la opinione dei PM appellanti secondo cui il mancato raggiungimento dei risultati sollecitati, per i quali gli stessi Salvo avessero assicurato la loro intercessione, avrebbe esposto i medesimi a severe ritorsioni: il profilato nesso logico appare, invero, il frutto di una interpretazione troppo rigida e basato su un approccio largamente congetturale, posto che assicurare un interessamento presso un terzo non può equivalere a garantire un risultato che dipenda direttamente dal promittente e del quale costui assume personalmente la responsabilità.

Men che meno la prospettata eventualità si attaglia al momento di transizione, che, all’esito della guerra di mafia dei primi anni ’80 (rovinoso per il gruppo che si raccoglieva attorno al Bontate ed al Badalamenti), indusse i Salvo a mettersi a disposizione della fazione vincente dei “corleonesi”: in quel frangente, invero, secondo la stessa, ragionevole prospettazione accusatoria, sono stati proprio i possibili collegamenti con Lima ed Andreotti a risparmiare i Salvo, cosicché si può ben comprendere come la immediata esigenza di salvarsi la vita non lasciasse spazio alla preoccupazione di subire - eventuali - future ritorsioni allorché sarebbe stato scoperto che gli interventi o i presunti interventi presso l’imputato non avevano sortito effetto.

La considerazione suggerisce, anzi, l’evidente interesse dei Salvo, in quel frangente, ad enfatizzare le loro buone relazioni con Lima e con l’imputato e, magari, a rassicurare, sia pure in termini astratti, la persistente, buona disponibilità di quest’ultimo verso i mafiosi: in questo quadro, si può ricordare quanto riferito dal Mutolo circa il buon accoglimento – manifestato, peraltro, in termini indiretti e piuttosto vaghi - della richiesta di interessamento rivolta, nel gennaio-febbraio 1982, ad Ignazio Salvo dal boss Rosario Riccobono per il processo che vedeva anche il genero, Michele Micalizzi, imputato dell’omicidio dell’agente Cappiello, il cui esito, però, per i mafiosi in esso imputati, fu disastroso, essendo stata annullata dalla Corte di Cassazione la sentenza di assoluzione, che venne seguita, poi, in sede di rinvio, dalla condanna dei medesimi.

Nel delineato contesto si devono inserire le dichiarazioni del Giuffrè circa alcune visite che sono state rese da Nino Salvo a Michele Greco durante la latitanza di quest’ultimo e finché costui mantenne, almeno formalmente, la carica di “rappresentante provinciale e regionale” di Cosa Nostra, nonché circa alcuni commenti dello stesso Michele Greco.

In particolare, facendo riferimento alle originarie dichiarazioni rese ai magistrati inquirenti il 7 novembre 2002 (il relativo verbale, come più volte ricordato, è stato acquisito nella udienza del 16 gennaio 2003), sostanzialmente confermate dinanzi alla Corte, si può ricordare che il Giuffrè ha riferito:

di una visita resa – pare di capire durante il 1983 - al capomafia latitante Michele Greco, a quell’epoca capo della “commissione” provinciale di Cosa Nostra, da Nino Salvo: nel corso di tale visita si sarebbe parlato genericamente di appoggi che il Salvo avrebbe dovuto procurare alla organizzazione mafiosa a Roma affinché venisse alleggerita la pressione esercitata dalla forze dell’ordine e dalla magistratura su Cosa Nostra (<PM: Ma che cosa si poteva aspettare da Nino Salvo a Roma, questo è… - GIUFFRE’: Eh ma Roma era un pochino sottinteso perché non è che andava… cioè doveva parlare con le Autorità politiche di allora che erano al comando del Governo appositamente per intervenire sulle Forze dell'Ordine, me lo lasci dire e sulla Magistratura, affinché si allentasse diciamo questa morsa su Cosa Nostra. - PM: Nomi specifici se ne fecero? - GIUFFRE’: No, discorsi diciamo… dei noi specifici se io, se io ricordo, non…  diciamo che 20 anni e 20 anni fa diciamo non… il nocciolo del discorso è questo. E il discorso è rimasto… Dopo… posso andare avanti? - PM: Sì!>);

di una ulteriore visita resa al Greco dal Salvo e da tale Gioia, fratello del più noto esponente politico e ministro democristiano, nel corso della quale, come nella prima, i tre colloquiarono privatamente: il dichiarante ha espresso la generica opinione che si fosse parlato anche della azione di contrasto dei magistrati ed, in particolare, del consigliere istruttore del Tribunale di Palermo, dr. Rocco Chinnici (<PM: Stavolta il discorso fu sempre privato o fu in comune? - GIUFFRE’: Sempre, sempre in privato. - PM: Sempre privato tra Michele Greco e questa persona, non in vostra presenza? - GIUFFRE’: … senza… no, in presenza si parlava giustamente poi io non è che mi posso ricordare del più e del meno politicamente i discorsi, magari, però poi i discorsi se li facevano (inc.) - PM1: E mi scusi, in questi appuntamenti quando si parlava delle pressioni delle Forze dell'Ordine, dell’atteggiamento della Magistratura in questi problemi, si fece riferimento per caso anche a nomi di Magistrati contro… ad esempio al Consigliere Chinnici e a qualcun altro, si ricorda? Magistrati sui quali si doveva intervenire perché esercitavano una forte pressione? - GIUFFRE’: Penso di sì, giustamente il discorso è sottinteso nel… perché appositamente c’è… l’oggetto del discorso diciamo che era appositamente, appositamente questo però non… diciamo che probabilmente che uno dei discorsi su cui si muovevano dovesse essere Chinnici. - PM1: Lei lo pensa o lo ricorda… - GIUFFRE’: Ma lo si è… - PM1: … si é parlato? - GIUFFRE’: … si è parlato allora però io onestamente non sono nemmeno nelle condizioni in tutta onestà ad andare a individuare in quel preciso momento se c’era quel Magistrato oppure no, cioè in tutta onestà non… - PM: Se ricorda esattamente … - GIUFFRE’: … non riesco a focalizzarlo (inc.) - PM: … cioè venne fuori il nome di Chinnici come un Magistrato che dava addosso, siamo nell’83… - GIUFFRE’: … credo che il discorso diciamo che probabilmente sia questo però già si comincia anche a defilare a pochi anni o allora a pochi anni, il nome di Falcone che comincia già a defilarsi ben preciso su questo non… posso?>);

di quanto il Greco avrebbe riferito dopo detto colloquio: in particolare, si sarebbe parlato dell’on. Andreotti come riferimento romano del Salvo ed il Greco avrebbe affermato che lo stesso Andreotti era la sola persona alla quale ci si poteva rivolgere con una certa fiducia; il Giuffrè ha aggiunto che gli emissari del Greco venivano inviati presso Andreotti per sollecitargli interventi in favore di Cosa Nostra (<PM: Riferì il contenuto del colloquio? - GIUFFRE’: … riferiva il contenuto del colloquio appositamente sia nella prima occasione che nel secondo incontro che si stava movendo, stava mettendo in moto le sue conoscenze locali per… particolari… per la seconda volta come ho detto nel primo discorso con Salvo a Roma, affinché questi intervenisse su Palermo per cercare di limitare diciamo i danni, di attutire questa lotta che come ho detto, la situazione è un pochino complessa e all’interno e per l’intralciare della Magistratura. Di appuntamenti con queste persone penso che ce ne siano stati di diversi, in modo particolare con Nino Salvo. Diciamo che erano sempre discorsi di interesse generale per Cosa Nostra. Dopo di ciò in stu periodo poi cominciano (inc.) - PM: Ma l’interlocutore di Nino Salvo o gli interlocutori romani di Nino Salvo si indicarono quali potevano essere o… - GIUFFRE’: No… - PM: … anche in termini, così, ipotetici? - GIUFFRE’:… noi usavamo un nomignolo di un politico nostro influente di allora, u Gobbo. Quando si parlava del Gobbo si parlava di Andreotti (inc.) - PM: Sì ma dico, se ne parlava in relazione a quel possibile intervento che si doveva fare a… siccome lei adesso lo sta… la mia domanda era, nel momento in cui Nino Salvo o altri politici doveva intervenire su Roma, si alludeva all’Autorità romana o alle Autorità romane su cui si doveva intervenire siccome lei ha parlato del Gobbo così come… - GIUFFRE’: Sì. - PM: E’ in relazione a questa mia domanda quindi, lei sta rispondendo alla mia domanda nel senso che era un discorso che lei ha sentito che si doveva intervenire a Roma sul Gobbo, alias Andreotti. - GIUFFRE’: Sì. Dico è saputo e risaputo, mi lasci passare il termine, scontato, che la persona di cui ho parlato appositamente di Andreotti diciamo che era la persona che questi avevano i contatti e ci dovevano appositamente parlare. - PM: Che questi erano i contatti lei lo dà come un fatto notorio in Cosa Nostra ma lo può, no so, indicare in qualche modo più preciso? - GIUFFRE’: Lo posso indicare in modo preciso perché si asseriva da parte di Michele Greco che l’unica persona a cui si poteva rivolgere con una certa fiducia, che potesse dare una mano, era appositamente l’On. Andreotti che spesso e volentieri rivestiva delle cariche di notevole importanza. - PM: Michele Greco lo disse chiaramente questo discorso, lei lo sentì con le sue orecchie? - GIUFFRE’: I suoi emissari, chiamiamoli così, perché erano i suoi ambasciatori, signor Procuratore, erano appositamente inviati a Roma dal Gobbo affinché questi intervenisse… - PM: Da Michele Greco erano mandati… - GIUFFRE’: Esatto. - PM: … presso il Gobbo (inc.) perché intervenisse… - GIUFFRE’: … in favore di Cosa Nostra… - PM: … in favore (inc.) - GIUFFRE’: … di quella provincia di Palermo in modo particolare.>);

di ulteriori incontri con il Salvo ed il Gioia e di una presumibile, positiva risposta sulla disponibilità di Andreotti, che avrebbe reso il Greco più ottimista (<PM: E continuando quindi ci furono altri incontri, lei assistette ad altri incontri? - GIUFFRE’: Successivamente di questi incontri… - PM: Dico, ci fu qualche risposta di tutti questi messaggi lanciati… - GIUFFRE’: Sì, stavo arrivando appositamente a questo… - PM: Sì io la anticipo ma… - GIUFFRE’:… di quello che mi ricordo io c’è stata una risposta di Salvo e dopo un paio di mesi, un mesetto e mezzo, cioè non mi ricordo diciamo preciso, comunque un lasso di tempo breve, si sono rivisti poi successivamente nel commento dopo, diciamo che Michele Greco era un pochino ottimista perché diciamo che aveva ricevuto delle comunicazioni affermative e cioè che si dovevano adoperare in modo particolare diciamo sempre al nome che ho fatto in precedenza, all’Onorevole, all’Onorevole Andreotti in favore della situazione palermitana. Di questi incontri come ho detto con Nino Salvo ce ne sono stati poi più di due, con il Senatore. Gioia un paio sono sicure… (inc.) il Senatore… - PM: Col fratello sempre… non è mai venuto l’Onorevole… - GIUFFRE’: Ma non so se (inc.) era forse deceduto, non me lo ricordo questo…>).

Ora, al di là delle incertezze che inevitabilmente inducono le non limpide affermazioni del Giuffrè in ordine al referente romano del Salvo, in un primo momento solo generiche (<PM: Nomi specifici se ne fecero? - GIUFFRE’: No, discorsi diciamo… dei noi specifici se io, se io ricordo, non> […] PM: Ma l’interlocutore di Nino Salvo o gli interlocutori romani di Nino Salvo si indicarono quali potevano essere o… - GIUFFRE’: No… - PM: … anche in termini, così, ipotetici? - GIUFFRE’:… noi usavamo un nomignolo di un politico nostro influente di allora, u Gobbo. Quando si parlava del Gobbo si parlava di Andreotti (inc.)>), emerge evidente da tutto il contesto delle dichiarazioni del collaboratore la insanabile discrasia fra l’ottimismo ostentato dal Greco e la totale assenza di indicazioni, anche solo vaghe, di concreti interventi dell’imputato favorevoli a Cosa Nostra e, più in generale, la totale insussistenza di segnali di un effettivo allentamento della pressione sulla organizzazione mafiosa, così come esplicitamente riconosciuto dallo stesso Giuffrè dinanzi alla Corte (<AVV. COPPI: D'accordo. Per quello che Lei sa o per quello che ha potuto constatare ma con riferimento a fatti, non le chiediamo di..., o per quello che le è stato detto da Michele Greco, le risulta che dopo il 1983 e dopo le assicurazioni date da Nino Salvo e da Gioia di cui questa mattina ci ha parlato, tant'è vero che Lei parla di ottimismo di Michele Greco, le risulta che ci sia stato questo allentamento di pressione? - GIUFFRE’: In tutta onestà, no.>).

Anche a volere escludere la eventualità che i commenti del Greco fossero strumentalmente diretti a rassicurare i sodali che curavano la sua latitanza, si fa, dunque, strada la concreta possibilità che in questa fase le generiche rassicurazioni del Salvo, cui premeva, anche per preservare la sua incolumità, manifestare la propria amicizia verso i nuovi padroni di Cosa Nostra e di conservare il proprio apparente ruolo di possibile tramite con Andreotti, non trovavano, in realtà, rispondenza in un effettivo atteggiamento di disponibilità di quest’ultimo.

Per contro, abbandonando rassicurazioni solo generiche e, dunque, non immediatamente controllabili, appare degno di nota che, al consolidarsi del potere dei “corleonesi”, l’atteggiamento dei Salvo – che, conclusa la fase più cruenta della c.d. guerra di mafia, avevano recuperato sicurezza sulla loro sorte - riveli un significativo, progressivo mutamento con riferimento ad interventi concreti e specifici volti ad “aggiustare” importanti processi a carico di “uomini d’onore” di spicco, interventi sollecitati direttamente dal boss Salvatore Riina: di fronte a tali, concrete sollecitazioni, che riguardavano processi avvertiti come importantissimi dai “corleonesi”, alla disponibilità prima manifestata è subentrata, infatti, la rappresentazione di ostacoli e difficoltà, che non hanno mancato perfino di irritare il Riina.

Al riguardo si possono citare le resistenze frapposte, rispettivamente, da Nino e da Ignazio Salvo in relazione alle sollecitazioni volte ad adoperarsi per condizionare l’esito di due importantissimi processi contro esponenti di Cosa Nostra, quello avente ad oggetto l’omicidio del cap. Basile (si veda il resoconto del colloquio con Nino Salvo fornito da Giovanni Brusca, sopra integralmente riportato) ed il maxiprocesso (si tenga conto che, secondo quanto riferito da Giovanni Brusca, proprio l’atteggiamento assunto nella seconda circostanza da Ignazio Salvo aveva indotto il Riina a decretarne la morte ben prima della stessa conclusione del maxiprocesso).

In conclusione, se non può escludersi che, all’avvento dei “corleonesi”, i Salvo abbiano deliberatamente simulato, confermandola, una persistente, astratta, disponibilità dell’imputato verso i mafiosi, il profilato, nuovo atteggiamento dei medesimi vale a dimostrare che, nel concreto, essi non promettevano interessamenti di Andreotti per specifici risultati che sapevano che non avrebbero potuto ottenere e che, anche a prezzo di esporsi a pericolosissimi risentimenti, francamente rassegnavano, laddove sussistessero, le difficoltà di intervenire in favore di esponenti del sodalizio mafioso sottoposti a processo.

Rinviando ad altra parte la analisi del significato che tali atteggiamenti assumono in relazione alla persistente disponibilità dell’imputato nei confronti della organizzazione mafiosa, resta, dunque, ragionevolmente confermato che, al di là dei risultati raggiunti e della effettività o meno degli interventi di Andreotti, i Salvo non avevano, almeno nel periodo preso in considerazione nel presente capitolo, “barato” simulando con i loro coassociati mafiosi entrature presso il predetto che, in realtà, non possedevano.

Del resto, gli intimi ed autenticamente amichevoli rapporti che, in quell’epoca, i Salvo intrattenevano con la fazione c.d. moderata di Cosa Nostra, rapporti con circondati da alcun negativo pregiudizio e da sospetto, escludevano la necessità di simulare agganci politici del massimo livello ed, in particolare, con Andreotti, agganci di cui, peraltro, i loro interlocutori mafiosi, legati da uno strettissimo rapporto anche con il Lima (a sua volta in dirette relazioni con l’imputato), avrebbero avuto la immediata possibilità di verificare; per contro, per le ragioni accennate, gli stessi Salvo hanno potuto avvertire la ragionevole esigenza di richiamare e di enfatizzare detti agganci, sia pure con generiche rassicurazioni, allorché assunsero il controllo di Cosa Nostra gli esponenti della fazione nemica.

 

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3) L’INCONTRO RIFERITO DAL TESTE VITO DI MAGGIO ED IL REGALO DEL DIPINTO RIFERITO DAL COLLABORATORE FRANCESCO MARINO MANNOIA.

 

A) BREVE PREMESSA.

 

Qualche considerazione meritano gli episodi, afferenti al periodo in esame, in relazione ai quali le negative valutazioni del Tribunale sono state censurate dal Procuratore della Repubblica con i motivi nuovi tempestivamente presentati – si tratta del regalo del dipinto del Rossi che il capomafia Stefano Bontate avrebbe fatto all’imputato e della testimonianza di Vito Di Maggio circa la presenza di Andreotti a Catania ed il possibile incontro con il Santapaola -.

Preliminarmente si deve rilevare che la Difesa sembra – non si rintraccia una esplicita eccezione e la stessa Difesa non ha mancato di intrattenersi diffusamente anche sui relativi temi di prova - aver contestato la ritualità dei motivi nuovi in quanto gli stessi non sarebbero rivolti contro punti della appellata sentenza già sottoposti a critica con i motivi principali.

E’ certamente vero che, nel contesto di una ampia censura del verdetto assolutorio, articolatasi nel minuzioso esame di svariati, specifici temi di prova, i motivi principali non si occupano delle due vicende in discorso, che sono indubbiamente caratterizzate da specificità rispetto alle altre, numerose questioni e sono state, infatti, trattate autonomamente nella appellata sentenza, rispettivamente nel capitolo VIII e nel capitolo XII.

Può, dunque, dirsi che i motivi nuovi si incentrino su punti specifici della appellata sentenza che non erano stati oggetto della impugnazione principale, sicché il rilievo si ravvisa fondato, posto che, alla stregua della costante giurisprudenza della Suprema Corte, i motivi nuovi devono consistere in una ulteriore illustrazione delle ragioni di diritto e degli elementi di fatto che sorreggono l’originaria richiesta rivolta al giudice dell’impugnazione e non possono, invece, investire i capi o i punti della decisione impugnata diversi da quelli specificamente attinti dall’originario gravame (cfr. Cass., sez. un., 25-02-1998, Bono; Cass., sez. I, 07-05-1998, Lauro; Cass., sez. I, 05-06-1997, Marraffa).

Peraltro, essendo l’oggetto della impugnazione il verdetto assolutorio nella sua interezza, nell’operare una revisione critica della appellata sentenza non può essere precluso alla Corte di considerare anche aspetti e vicende – siano stati o meno segnalati dalla parte appellante con motivi nuovi o con memorie - non specificamente oggetto della amplissima impugnazione principale, specie se sussista la esigenza di verificare la possibile connessione degli episodi con altri già ritenuti ovvero se gli stessi episodi siano utili a verificare la attendibilità di fonti che hanno conferito apporti diversificati e non limitati al singolo e circoscritto tema.

Per tale ragione, senza pretendere di ribaltare le (definitive) conclusioni del Tribunale in merito ai fatti de quibus e di ricavare, quindi, da una eventuale, diversa opinione della Corte elementi pregnanti di valutazione in vista della decisione sulle contestate imputazioni, si procederà, comunque, ad esaminare, sia pure brevemente, anche le questioni proposte con i motivi nuovi.

 

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B) L’INCONTRO A CATANIA FRA IL SEN. ANDREOTTI ED IL CAPOMAFIA BENEDETTO SANTAPAOLA, RIFERITO DAL TESTE VITO DI MAGGIO.

 

Non ritiene la Corte di doversi soffermare particolarmente sull’apporto del teste Vito Di Maggio, per i dettagli del quale si rinvia, come di consueto, alla appellata sentenza, nonché al sopra riportato resoconto della stessa e dei motivi nuovi.

In ordine ai rilievi con i quali i PM appellanti hanno censurato il negativo giudizio del Tribunale si osserva brevemente quanto segue.

La sperimentata propensione del Di Maggio a offrire la propria collaborazione agli inquirenti e la non isolata inesattezza delle sue affermazioni in materia di individuazione di persone costituiscono elementi che largamente giustificano la particolare prudenza con la quale i primi giudici hanno valutato le dichiarazioni del medesimo, specie se si considera la, già evidenziata nelle premesse introduttive, possibile spinta alla mitomania che una inchiesta clamorosa come quella a carico del sen. Andreotti poteva suscitare.

Per di più, ulteriori perplessità scaturiscono dalle negative indicazioni dei testi Giovanni Gallenti e Stefano Ridolfo, in merito alla sostenuta inattendibilità dei quali gli argomenti dei PM appaiono piuttosto deboli ed inidonei a confutare le congrue considerazioni del Tribunale: il fatto che i predetti fossero operatori commerciali che vivevano e lavoravano a Catania e che avevano subito taglieggiamenti da parte dei mafiosi non li aveva, infatti, distolti dal confermare alcune indicazioni del Di Maggio (per esempio, le presenze presso l’Hotel Perla Jonica dei capimafia Benedetto Santapaola e di Giuseppe Calderone ed il ruolo esercitato dai due) e, del resto, per via degli oggettivi sviluppi storici, che avevano visto, in definitiva, l’imputato divenire inviso a Cosa Nostra ed anche perdere la sua, in precedenza notevolissima, influenza politica, davvero non si comprende la ragione per cui i due testi avessero “seri motivi per tacere” e, più in generale, cosa i medesimi dovessero temere dalla mafia se avessero fornito informazioni atte a confermare lo specifico racconto del Di Maggio.

Senza escludere i rilevanti sospetti che legittimamente si possono nutrire sulle negazioni provenienti da altri testi, che, però, non possono ovviamente tradursi in elementi positivamente corroborativi delle dichiarazioni del Di Maggio, si può, altresì, evidenziare che milita contro la possibilità di riconoscere piena attendibilità alla dichiarazione del Di Maggio anche la scarsa verosimiglianza della eventualità che l’imputato si sia sobbarcato, nel giro di un breve arco temporale, a due distinti viaggi riservati a Catania: l’incontro presso “La Scia” si colloca, infatti, nel medesimo contesto temporale dell’episodio riferito dal Di Maggio, che, alla stregua delle, ancorché incerte, indicazioni di quest’ultimo, non può cronologicamente allontanarsi in modo eccessivamente marcato dalla data del 15 giugno 1979 in cui il dichiarante aveva festeggiato il proprio onomastico, posto che altrimenti non avrebbe avuto alcun senso accostare, come ha fatto il teste, l’episodio medesimo alla ricorrenza.

La indicazione del Di Maggio, che ha collocato l’episodio in ora pomeridiana, non è, però, associabile, per via della incompatibilità degli orari, a quella del Siino, atteso che alla stregua delle dichiarazioni di quest’ultimo l’imputato giunse a “La Scia” in ora mattutina.

In via meramente ipotetica potrebbe ritenersi che il Di Maggio, nell’operare il suo difficile sforzo mnemonico, abbia, in realtà, erroneamente posticipato l’orario dell’evento, che, se anticipato ad ora mattutina, finirebbe con il convergere in modo significativo con il racconto del Siino.

Si consideri, infatti, che quest’ultimo ha riferito che quella mattina il Santapaola raggiunse “La Scia” verso le ore 10,30 e se ne allontanò quasi subito dopo (<<Naturalmente dopo, intorno alle dieci e mezza arrivò Nitto Santapaola. Arrivò Nitto con ... però ci fece un saluto da lontano: "salutiamo, salutiamo, salutiamo" e andò verso parte di queste case. […] Allora praticamente il Santapaola si allontanò verso il posto dove si era allontanato il Bontate. Però lo vidi andare quasi immediatamente via. - PM: Cioè via dal fondo chiuso? - SIINO A.: Sì, sì, sì, via dal fondo chiuso, con una macchina ... Mi ricordo che lui mi pare avesse una Renault ... era una Renault di quelle grosse che erano simili ad una Renault due volumi, non quelle tre volumi, che era la migliore macchina che aveva allora la Renault, mi pare che era una Renault 30, una cosa di questo genere. Praticamente poi che cosa è successo, che io continuai a cacciare e ad un certo punto abbiamo sentito un rumore di macchine, un rumore di macchine a livello di tre, quattro, cinque macchine, a questo livello.>>): ora, è difficile immaginare che il Santapaola, capomafia di prima grandezza nella zona, non abbia partecipato alla riunione con Andreotti, cosicché si può ipotizzare che egli si sia, in realtà, solo temporaneamente allontanato per svolgere l’incarico di scortare l’illustre ospite e gli altri personaggi politici menzionati dal Di Maggio a “La Scia”, prima di lasciare definitivamente la azienda agricola per accompagnare l’imputato ed il suo seguito.

In questo quadro troverebbe congrua collocazione l’appuntamento presso l’Hotel Nettuno, dal quale il Di Maggio, a suo dire, vide partire la appena arrivata vettura che recava a bordo l’imputato, sulla quale presero posto l’on. Lima e l’on. Urso, nonché, subito dopo, lo stesso Santapaola, che prese posto insieme all’autista sulla vettura del predetto on. Urso: il racconto del teste, invero, implica che i predetti uomini politici si trasferirono in altro luogo per riunirsi con l’imputato e che il Santapaola li seguì, cosicché lo stesso sembra attagliarsi perfettamente – salva, si ribadisce, la indicazione dell’orario –, per occasione, personalità dei partecipanti e compatibilità logistica, all’incontro presso “La Scia”.

E’ più che evidente, peraltro, che la possibilità che le formulate, plausibili congetture si traducano in argomentazioni utili a corroborare l’assunto accusatorio è ostacolata dalla indicazione temporale del Di Maggio, sicché sfuma la possibilità di trarre dalla stessa un ulteriore argomento di conferma dell’incontro presso “La Scia”.

In buona sostanza, per via di quanto appena evidenziato, le dichiarazioni del Di Maggio si rivelano non utili a causa delle perplessità che suscitano sia le incongruenze rimarcate dal Tribunale, non dissolte dai rilievi dei PM appellanti, sia la ricordata, scarsa verosimiglianza di un duplice viaggio riservato di Andreotti a Catania nel giro di poche settimane.

Peraltro, quand’anche, forzando le rassegnate risultanze e facendo leva sul conforto apprestato dal più generale contesto probatorio, l’apporto del Di Maggio si volesse valutare positivamente, riconoscendo ad esso valenza dimostrativa di un autonomo episodio di contatto fra esponenti mafiosi e l’imputato ovvero di ulteriore conferma dell’incontro presso “La Scia”, lo stesso, in definitiva, non aggiungerebbe nulla di decisivo alla prova già acquisita, posto che, con riferimento al periodo in questione (1979), gli amichevoli rapporti e gli incontri  dell’imputato con alcuni esponenti mafiosi devono ritenersi, in ogni caso, dimostrati.

 

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C) IL REGALO DEL DIPINTO.

 

In merito alla vicenda del regalo del dipinto, che il Bontate, tramite l’interessamento del Calò, avrebbe fatto ad Andreotti, deve, innanzitutto, segnalarsi la oggettiva incertezza, dipendente dagli approssimativi riferimenti temporali forniti dal Marino Mannoia e dalla teste Sassu, circa la collocazione temporale della stessa: se, infatti, può desumersi dalle indicazioni dei predetti che l’episodio vada collocato nel corso della prima parte del 1980, rimane dubbio se si sia verificato prima o dopo l’incontro fra l’imputato ed il Bontate della primavera di quell’anno.

La questione, tuttavia, appare di rilievo non essenziale, atteso che il solo connotato distintivo è costituito dal fatto che, nella seconda ipotesi, la solerzia del capomafia potrebbe inquadrarsi, oltre che nella più generale inclinazione ad ingraziarsi l’eminente uomo politico, nell’ambito del tentativo di recuperare terreno dopo il ricordato, burrascoso svolgimento di quel colloquio. Anche a ritenere che l’imputato abbia effettivamente accettato il regalo del dipinto, cedendo alla irresistibile bramosia di possederlo (per usare la espressione del Marino Mannoia, egli “impazziva” per quel quadro), rimane, comunque, fermo che dopo il medesimo colloquio non si registrano ulteriori fatti che possano autorizzare nemmeno il sospetto di una attività dell’Andreotti a favore dei suoi tradizionali interlocutori mafiosi (Bontate e Badalamenti) e che possano, dunque, convalidare la persistente disponibilità del medesimo ad interagire con essi o, comunque, ad agevolarli. Allo stesso modo, non risultano fatti da cui desumere che l’imputato abbia, a sua volta, richiesto ai mafiosi di attivarsi per lui o per suoi amici.

Posto ciò, occorre ribadire che, nel contesto dei comprovati, amichevoli rapporti coltivati fino ad un certo punto dall’imputato con alcuni capimafia e, massimamente, con Stefano Bontate e della particolare attenzione di costui a procurarsi la benevolenza del predetto, la vicenda, in sé, poco aggiunge a quanto già evidenziato, cosicché la stessa potrebbe essere accantonata.

E’ necessario, però, approfondirne brevemente l’esame per puntualizzare che, comunque si vogliano valutare gli elementi di prova, nella fattispecie particolarmente esposti a possibili inquinamenti e suggestioni, suscettibili di condizionare le affermazioni dei dichiaranti, deve escludersi che possa trarsene argomento per mettere in dubbio la complessiva attendibilità del Marino Mannoia.

A proposito della negativa incidenza delle notizie di stampa sulla genuinità delle dichiarazioni acquisite, si può convenire con i PM che non sia stata raccolta prova concreta del fatto che il Marino Mannoia, prima della sua deposizione dibattimentale, sia venuto a conoscenza delle sopravvenute indicazioni del Filastò e della Sassu: tuttavia, la evidente e comprensibile diffusione sui mass media di notizie sulla clamorosa inchiesta a carico del sen. Andreotti deve prudentemente spingere l’interprete a non scartare tale eventualità, che, del resto, neppure i PM appellanti sembrano escludere – gli stessi, invero, si formalizzano, piuttosto, sulla questione della mancata acquisizione in merito di sicura prova, che nella fattispecie, proprio per la assoluta peculiarità della vicenda processuale, non può precludere di considerare la ragionevole ipotesi prospettata dai primi giudici -.

E’ possibile, dunque, che il Marino Mannoia sia stato suggestionato dalle indicazioni della Sassu e del Filastò e ne abbia tratto spunto per ricordare l’oggetto e l’autore del dipinto di cui aveva parlato, che nel corso della deposizione dell’aprile del 1993 non aveva rammentato.

Deve essere, pertanto, considerata la possibilità che le precisazioni dibattimentali del Marino Mannoia siano state frutto di un ricordo non spontaneamente maturato, ma sollecitato da notizie sopravvenute alla prima propalazione, dalle quali la sua memoria abbia tratto, in perfetta buona fede, giovamento.

La, ulteriormente gradata, eventualità che il collaboratore sia stato così indotto a meglio circostanziare il suo scarno ricordo originario omettendo di fare presente di averlo ravvivato a mezzo di informazioni apprese nelle more inciderebbe inevitabilmente sulla genuinità delle sue integrazioni dibattimentali e ne intaccherebbe la specifica attendibilità.

Poiché ritiene di dovere, anche nella circostanza, procedere assicurando all’imputato la massima garanzia di un giudizio assolutamente prudente, la Corte considererà effettive le predette, mere – ancorché non arbitrarie – ipotesi e, pertanto, eliminerà dagli elementi valutabili le precisazioni dibattimentali del Marino Mannoia.

Resta fermo, però, che costui, nella ricordata deposizione dell’aprile 1993 ha spontaneamente parlato di un, non meglio precisato, dipinto, per il quale l’imputato “impazziva”, che il Bontate, a mezzo del Calò, gli fece avere in regalo dopo aver incaricato il futuro collaboratore di reperirlo.

Anche a non voler considerare che non consta che il collaboratore fosse per altre vie venuto a conoscenza della passione dell’imputato per l’arte pittorica, si tratta, in ogni caso, di una indicazione forse ancora più peculiare di quella - già esaminata – concernente l’incontro fra Andreotti e Bontate della primavera del 1980, indicazione che non ha per oggetto una condotta, di per sé, criminosa – non risulta affatto che il regalo sia collegato ad una qualche attività esplicata dal beneficiario – né, come in altri casi, la sollecita, positiva risposta ad una precisa richiesta proveniente dall’imputato: essa, in definitiva, si inserisce nel complesso della vicenda dei rapporti di quest’ultimo con i mafiosi come un elemento tutto sommato pleonastico, dal significato meramente confermativo.

La testé formulata notazione e la incontestabile, assoluta singolarità della medesima indicazione, che rende francamente inverosimile che essa sia stata partorita dalla estemporanea fantasia di un propalante tra l’altro affaticato da svariate ore di interrogatorio, conferiscono alla affermazione del Marino Mannoia una spiccatissima, intrinseca attendibilità e consentono di ritenere superfluo uno specifico riscontro e, per contro, sufficiente quello, sia pure indiretto, che può legittimamente ricavarsi da quanto fin qui ritenuto provato: sarebbe, invero, illogico, in relazione ad un episodio tutto sommato marginale, dubitare della parola di un collaboratore al quale è stata riconosciuta piena attendibilità con riferimento a dichiarazioni rese su fatti assai più pregnanti.

La Difesa, per contro, enfatizzando la genericità delle primigenie dichiarazioni del collaboratore, sostiene che il medesimo avrebbe tratto argomento dalle sue esperienze di trafficante di opere d’arte e dalla passione che il Bontate coltivava per la pittura per inventarsi l’episodio in questione. Non spiega, però, la Difesa la ragione per cui il Marino Mannoia, fra le innumerevoli, possibili opzioni che gli consentivano di portare ad effetto il suo, presunto, malizioso disegno di accusare falsamente il sen. Andreotti, abbia esercitato la sua fantasia non nell’inventare grevi scenari delittuosi nei quali coinvolgere a pieno titolo il predetto, ma nel rivelare lo scontro con il Bontate dipendente dalla sanguinosa scelta di assassinare il Presidente Mattarella, o nell’ideare il regalo di un dipinto, che, nella possibile gamma delle ignominie, assume una veste che può definirsi a buon diritto insignificante. Né viene spiegata la ragione della misura delle dichiarazioni del Marino Mannoia, che, come già sottolineato, ha, di fatto, preservato il sen. Andreotti dalla accusa più grave, negando che il medesimo avesse proseguito con i “corleonesi” i rapporti amichevoli già intrattenuti con il Bontate.

Non può, poi, essere seguita la Difesa nella pretesa incompatibilità fra il racconto del collaboratore e quello della Sassu: è, invero, evidente che il dato fondamentale è costituito dal particolare apprezzamento del sen. Andreotti per il dipinto de quo, che, venuto a conoscenza, da una parte, del Bontate – sprovvisto di informazioni sul luogo in cui poteva reperirlo – e dall’altra, dell’Evangelisti, ha dato causa agli incarichi, del tutto diversi, dai predetti, rispettivamente, conferiti al Marino Mannoia ed alla Sassu.

Ma, anche voler disattendere l’espresso convincimento ed a voler ritenere necessario un riscontro più specifico, si dovrebbe, comunque, convenire: 1) che, contrariamente a quanto assume la Difesa, a tutto concedere non può dirsi che sia stata verificata la inattendibilità della specifica propalazione del Marino Mannoia; 2) che le dichiarazioni della teste Angela Sassu possono, comunque, assumersi a, sia pure indiretta, conferma.

Occorre premettere che le acquisizioni processuali e la lettura delle dichiarazioni della teste Sassu consentono di escludere ogni possibile intento persecutorio della medesima ed ogni impropria interferenza psicologica che possa averne influenzato il racconto: sia i rapporti personali con Andreotti, esauritisi in una singola, cortese conversazione, sia gli ambienti frequentati – la Sassu era intima di padre Gabriele dell’Antoniano di Bologna e anche dell’ex Ministro Bartolomei – inducono ragionevolmente ad escludere che ella fosse, anche solo ideologicamente, prevenuta nei confronti dell’imputato.

La Sassu, inoltre, ha semplicemente parlato dell’episodio, in periodo non sospetto, al suo legale, avv. Filastò, e non ha certo assunto l’iniziativa di portarlo a conoscenza dei magistrati inquirenti, che ne vennero informati dallo stesso avv. Filastò, le cui dichiarazioni indirette, dense di imprecisioni ed anche di contraddizioni, devono essere accantonate e non possono essere valorizzate per inficiare quelle della Sassu, che, a comprova della sua genuinità e della totale assenza di un concertato intento persecutorio nei confronti dell’imputato, le ha largamente smentite.

Tra l’altro, la teste ha riferito che allorché era stata convocata dal PM di Palermo non aveva neppure esattamente compreso su cosa sarebbe stata chiamata a deporre ed aveva, anzi, creduto che si trattasse di una vertenza relativa all’acquisito di falsi dipinti di De Chirico (<<PM SCARPIN.: ... che la Procura di Palermo era interessata a sentirla su questa storia? - SASSU A.: mah, no, non me lo ricordo se me lo disse. Credo... credo di no. Oppure... io so che a un certo punto, non so quando, l'Avvocato Filastò mi chiese se poteva fare il mio nome, perché aveva parlato, non so con chi, e io ho detto sì. Perché di questo quadro, di questo regalo. Ho detto: "va bene - dico - non ho motivi, lei dica pure il mio nome", ecco, così. Ma quando fui chiamata da Palermo, non sapevo di che cosa si trattasse. Anzi, pensavo che mi chiamasse per la storia di De Chirico, insomma, non... non sapevo esattamente insomma, ecco, non...>>), nella quale era assistita proprio dall’avv. Filastò, al quale nel corso di una sessione aveva casualmente parlato dell’episodio in questione (<<SASSU A.: eh, l'ho conosciuto per una vicenda che... che dura tutt'ora per me, su De Chirico, per dei quadri di De Chirico. - PM SCARPIN.: quindi... - SASSU A.: è stato il mio Avvocato, ho vinto questa causa in Cassazione e... ecco, così. Per De Chirico, insomma, in una delle... in una sessione, in una... era un incontro, gli parlai perché vidi su un giornale, un... c'era, si parlava di Ezio Radaelli, Pecorelli e il Senatore Andreotti. E quindi, insomma così, gli... gli portai... - PM SCARPIN.: gli raccontò questa storia? - SASSU A.: gli raccontò, gli raccontai questa cosa, sì, questo fatto così, di De Chirico, e poi gli parlai, appunto, dico: "ma - dico - il Senatore Andreotti - dico - non lo conosco, però mi ha..." tramite amici indirettamente ho... insomma me lo ritrovavo così, in nome dell'arte, ecco.>>).

In aderenza allo stesso convincimento espresso dai primi giudici, deve escludersi che sussistano ragioni per dubitare della attendibilità della Sassu e certo non può, in questo quadro, essere enfatizzata la circostanza che la predetta, a distanza di circa quindici anni, non abbia (comprensibilmente) rammentato il nome della via di Roma dove si apriva il negozio dell’antiquario da lei visitato o il nome della ditta.

Ancora, qualche apparente incongruenza nello svolgimento dell’episodio da lei riferito non può giustificare una valutazione negativa: la stessa Sassu, che ha parlato esplicitamente dell’intento di padre Gabriele di aiutarla nella intrapresa attività di gallerista presentandole personalità del mondo economico e politico (<<PM SCARPIN.: ... dopo la mostra dei pittori veneti, Padre Gabriele le chiese qualche cosa che riguardava un pittore in particolare? - SASSU A.: sì, mi diceva che... era venuto ovviamente lì, a Firenze, a Cavalese, aveva visto la mostra, e mi aveva detto che mi avrebbe presentato qualc... come mi ha presentato poi, successivamente, molti industriali, molti... molti personaggi, insomma, ecco! Che mi avrebbe presentato l'Onorevole Evangelisti, perché... insomma, era interessato ad un quadro di Gino Rossi.>>), riconosce esplicitamente di stentare a comprendere il significato dell’incarico affidatole dall’on. Evangelisti (<<PM SCARPIN.: ... parla di questo quadro, lei dice: "io la cifra che ne devo spendere è... ha questo tetto massimo", oppure dice: "sappiamo già che chiede questa cifra e ci sembra tanto", che cosa le dice a proposito del prezzo? Le dà carta bianca, le dà un tetto? - SASSU A.: no, mi aveva detto di... di informarmi, io sinceramente, ancora adesso, a distanza di anni, no, non so darmi una spiegazione di... di perché Evangelisti volesse sapere il prezzo, perché...>>), abbozzando, peraltro, un inizio di spiegazione, che è stata ostacolata a causa del suo contenuto soltanto deduttivo, individuandola, infine, in qualche modo, in una esagerata, bonaria esaltazione della sua competenza in materia da parte di padre Gabriele (<<AVV. BONGIORNO: ... allorché nel riferire il suo colloquio con l'Onorevole Evangelisti, dice: "in particolare mi disse che il Presidente era interessato all'acquisto di un quadro del Pittore Gino Rossi, in possesso di un antiquario romano, e che il Presidente, non aveva definito l'acquisto del quadro, perché il prezzo richiesto era elevato", cioè, allora il Presidente, già lo sapeva il prezzo del quadro, lei perché doveva entrare e chiedere il prezzo del quadro? - SASSU A.: non glielo so dire, il perché. - AVV.  BONGIORNO: no... - SASSU A.: io posso fare delle mie deduzioni, ma non... sono mie deduzioni, insomma, io ho spiegato i fatti come... come si sono svolti. Oggi a distanza di sedici anni, potrei dire tante cose, ma... - AVV. BONGIORNO: no, no, no, a me... - SASSU A.: eh! - AVV. BONGIORNO: ... mi, solo... - SASSU A.: allora, ecco, io... - AVV. BONGIORNO: ... quello che lei... - SASSU A.: ... insomma, allora mi attengo a... a quanto dichiarato, insomma, ecco, se poi mi chiede il perché si è rivolto a me, potrei... dire tante cose, ma sono... -  AVV. BONGIORNO: quali cose? - SASSU A.: ... sono, cose mie, insomma, no! Ma Padre Gabriele Adani può averle detto, ma... "è una signora, che ha tanti mezzi, ha tanti soldi, e..."... - PRESIDENTE: no, no... - SASSU A.: ... non lo so. - PRESIDENTE: ... a noi interessano i fatti, non... - AVV. BONGIORNO: Signora... - PRESIDENTE: ... le sue... - AVV. BONGIORNO: ... sue ipotesi no... - PRESIDENTE: ... sue ipotesi. - SASSU A.: appunto. - AVV. BONGIORNO: una sua ipotesi no, io voglio sapere... - SASSU A.: sì. - AVV. BONGIORNO: ... se lei è in grado di riferirmi una ragione specifica per la quale l'Onorevole Evangelisti, doveva fare riferimento a lei, che non era una esperta, per questo quadro, questo vorrei capire. Lei è in grado di spiegarmi queste ragioni o ha soltanto delle ipotesi, nel qual caso non mi interessano? - SASSU A.: no, ho soltanto delle ipotesi, ma l'ipotesi più ragionevole è quella che Padre Gabriele Adani, gli ha par... mi ha fa... mi avrà fatto una presentazione... - AVV. BONGIORNO: particolare. - SASSU A.: ... particolare, è logico.>>).

Sulla scarsa congruenza dell’episodio si è particolarmente soffermato il Tribunale, ma al riguardo si deve concordare con la prospettazione dei PM appellanti: la apparente illogicità si risolve se si ammette, come è del tutto plausibile, che, nell’ambito dell’intento ricordato, padre Gabriele abbia voluto presentare la Sassu all’on. Evangelisti profittando anche del fatto che costui, a quell’epoca, era interessato - per conto dell’imputato - a un dipinto del Rossi (pittore veneto) e che la stessa Sassu aveva appena curato una mostra di pittori veneti. Non offende, poi, la logica il fatto che lo stesso Evangelisti, una volta presentatagli la Sassu, vuoi per compiacere padre Gabriele, vuoi per acquisire la opinione di una persona che presumibilmente gli era stata descritta dal sacerdote come particolarmente competente in materia, le abbia affidato l’incarico di visionare il dipinto e di chiederne il prezzo ed abbia, quindi, scambiato con lei qualche parere circa la congruità del corrispettivo richiesto dal gallerista.

Da condividere sono, inoltre, i rilievi dei PM concernenti il mancato ritrovamento del dipinto ed il mancato inserimento dello stesso del catalogo generale del Rossi, che, tra l’altro, è stato escluso dalla stessa Sassu (<<AVV. BONGIORNO: senta Signora, vi sono quadri simili di Rossi? - SASSU A.: sì. - AVV. BONGIORNO: e questo quadro faceva parte del catalogo generale? - SASSU A.: uhm... no, non credo. No.>>).

In buona sostanza, posta la ricordata attendibilità della Sassu, deve escludersi la sussistenza di rilevanti controindicazioni che ne possano minare il racconto e fra esse non può certo annoverarsi la contrastante affermazione dell’on. Evangelisti, che la teste ha dichiarato di non essere in grado di spiegarsi (<<SASSU A.: sì, no, non riesco a spiegarmelo, perché io so di essere stata presentata da Padre Gabriele, e quindi non... non glielo so dire come mai questo cambiamento, insomma, comunque....>>).

Anche in proposito non si può non concordare con la deduzione dei PM, che hanno correttamente sottolineato che la attendibilità della dichiarazione dell’on. Evangelisti è negativamente condizionata dai suoi risalenti rapporti di personale amicizia e di solidarietà politica con l’imputato: in tale quadro, appare, peraltro, significativo che egli, nel corso della medesima deposizione dell’1 luglio 1993, abbia spontaneamente aggiunto che era “turbato per l’interpretazione che è stata data dalla stampa alle dichiarazioni da me date al PM Salvi. Io, infatti, non ho mai inteso attaccare o danneggiare il Presidente Andreotti.”.

Infine, non può conferirsi valore decisivo alla deposizione, richiamata dalla Difesa, della teste Wilma Raimondi, già segretaria dell’on. Evangelisti, che si è dichiarata al corrente di tutte le frequentazioni del predetto ed ha negato di conoscere la Sassu e padre Gabriele: a radicare la inconducenza della affermazione della Raimondi circa la sua pretesa onniscienza dei fatti che riguardavano il suo datore di lavoro è sufficiente leggere il controesame alla quale il PM la ha sottoposta, nel corso del quale ella si è dichiarata all’oscuro di episodi o di una serie di, più o meno intime, frequentazioni dell’on. Evangelisti, di cui il medesimo aveva parlato, dando anche la impressione di una precostituita volontà di negare, anche senza essere specificamente interrogata sul punto, l’episodio del dipinto di Gino Rossi (<<P.M.: Lei sa se... - RAIMONDI: ... ha dichiarato... - P.M.:... il senatore Evangelisti conosceva comunque i quadri del pittore Gino Rossi? - RAIMONDI WILMA: No, no, no: assolutamente, non ce ne avevamo e io non l’ho mai sentito nominare. - P.M.: Non le ho chiesto se aveva dei quadri, se comunque conosceva... - RAIMONDI: No, perché non ne abbiamo mai parlato, neanche quando è stato... non so a noto sui giornali, credo, così non ne abbiamo mai parlato, io e il senatore... - P.M.: perché signora, il primo luglio del 1993, Evangelisti ha dichiarato “Conosco il valore del pittore Gino Rossi!” - RAIMONDI: Il valore! Il valore, ma lui conosceva tutto! - P.M.: Ma io faccio una domanda generica, signora mi ascolti bene... - RAIMONDI: Si - P.M.: quando io faccio una domanda, sono domande precise... - RAIMONDI: eh! - P.M.: Le ho precisato, non le ho chiesto se Evangelisti aveva dei quadri di Gino Rossi.... - RAIMONDI: Ah, no! Ho capito. Ho capito. - P.M.: Io le ho chiesto se conosceva il pittore Gino Rossi... - RAIMONDI: Avevo equivocato allora, si - P.M.: Ecco! - RAIMONDI: Beh, lui era molto esperto d’arte, evidentemente conosceva anche questo - P.M.: La domanda è specifica... - RAIMONDI: Si - P.M.: Le ha mai parlato del pittore Gino Rossi? - RAIMONDI: No - P.M.: Sa se lui lo conosceva? Conosceva non il pittore fisicamente, conosceva la produzione di Gino Rossi e ne conosceva il valore? - RAIMONDI: Beh, è una domanda a due facce, scusi... - P.M.: Lei risponda - RAIMONDI: Allora dico no, perché no – PRESIDENTE: Non gliene ha mai parlato... - RAIMONDI: E scusi! - P.M.: Non gliene ha mai parlato, quindi se non ne ha mai parlato, lei non può né affermare né escludere che lui lo conoscesse? - RAIMONDI: No, io escludo nella maniera assoluta, che il Senatore Evangelisti avesse cercato un quadro... - P.M.: Signora lei mi deve rispondere... - RAIMONDI: Aspetti, se mi fa finire! - P.M.: No! lei deve rispondere alle mie domande - RAIMONDI: Allora escludo che il senatore Evangelisti avesse cercato un quadro, non escludo che l’onorevole, come esperto d’arte, possa avere conosciuto l’opera di questo Gino Rossi, altro non le so dire. - P.M.: Signora, io la pregherei di una cosa: quando io le faccio una domanda, lei deve attenersi nella mia... nella sua risposta, alla mia domanda... – RAIMONDI: Solo che se lei mi fa domande... - P.M.: Io non le ho chiesto se il senatore Evangelisti si è mai occupato dell’acquisto di un quadro di Gino Rossi, non le ho fatto questa domanda – RAIMONDI: Ho capito, ma mi è stato chiesto! - P.M.: Quelle domande, le ha fatte la difesa... - RAIMONDI WILMA: Ah, ho capito!>>).

Concludendo, se, come evidenziato, il racconto della Sassu deve ritenersi credibile, si può rilevare che, al di là della individuazione dell’autore e del soggetto, dallo stesso si trae conferma che nel corso della primavera-estate del 1980 Andreotti ricevette in regalo un dipinto: attesa la - già più volte evidenziata e sperimentata – spiccatissima affidabilità del Marino Mannoia e stante la elevata attendibilità della correlata, specifica indicazione del medesimo, ciò deve ritenersi sufficiente ad assicurare alla stessa adeguato riscontro e, comunque, a tutto concedere, ad escludere che il collaboratore sia rimasto smentito.

 

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4) SUGLI APPORTI CONFERITI DAL SEN. ANDREOTTI A COSA NOSTRA E, IN PARTICOLARE,  AGLI ESPONENTI DI QUELLA FRANGIA DEL SODALIZIO CRIMINALE CON I QUALI INTRATTENEVA AMICHEVOLI RAPPORTI - BREVI CENNI SULLA VICENDA SINDONA.  

 

Occorre, a questo punto, formulare alcune considerazioni in ordine al significato degli episodi esaminati, la cui sussistenza è stata ritenuta adeguatamente provata.

Dagli stessi si desume, in primo luogo ed in termini inequivocabili, che l’imputato, fino all’epoca dell’ultimo episodio considerato (primavera 1980), ha effettivamente coltivato relazioni amichevoli con i cugini Salvo e con i vertici della fazione “moderata” di Cosa Nostra (Bontate e Badalamenti), presumibilmente occasionati dai legami di costoro con l’on. Lima, il più importante riferimento di Andreotti in Sicilia.

E’ del tutto ragionevole pensare che l’imputato sia, in tal modo, divenuto un riferimento per i predetti mafiosi, che contavano sulla amicizia del medesimo e da essa traevano prestigio all’interno della organizzazione e fra gli “uomini d’onore”, provocando, come riferito da più fonti, anche le invidie ed il risentimento dei membri del sodalizio esclusi da tale rapporto.

Ciò, però, non implica necessariamente che la amichevole disponibilità di Andreotti abbia dato luogo automaticamente al coinvolgimento del medesimo in qualsivoglia, anche importante, affare la cui soluzione premesse agli ossequiosi e deferenti mafiosi, pronti a soddisfare ogni esigenza dell’illustre uomo politico per conquistarsene la benevolenza, ma restii a “disturbarlo”: è quanto mai significativo il termine “disturbare”, utilizzato dal Di Carlo nel riferire la frase usata dal Bontate (<<PM: Sto dicendo ... stavo facendo riferimento ai suoi, alle occasioni di suoi incontri, di suoi discorsi  con Stefano Bontate e le avevo chiesto le fece il nome, le fece i nomi di questi politici nazionali importanti. - DI CARLO F.: Sì, che me l'ha fatto. - PM: Qual'è questo nome o questi nomi? - DI CARLO F.: Presidente Andreotti. - PM: E le disse qualche cosa in particolare del Presidente Andreotti oppure no? - DI CARLO F.: Che aveva dato modo  a Nino Salvo e a Lima di farci vedere che era a disposizione in qualche cosa che l'avevano disturbato.>>), che sottintende la discrezione con la quale un mafioso, anche del più alto livello, si poteva approcciare, anche per via indiretta, per rivolgere petizioni, ad una personalità quale quella dell’imputato.

Lo svolgimento della vicenda (per il quale si rinvia alla doviziosa trattazione contenuta nel capitolo VI della appellata sentenza) probabilmente più importante per gli interessi economici dei capimafia Stefano Bontate e Salvatore Inzerillo, quella del “salvataggio” della Banca Privata Italiana del finanziere siciliano Michele Sindona, appare, al riguardo, particolarmente significativo.

Se non si può negare che Andreotti abbia palesato interessamento per le sorti del Sindona, interessamento che, peraltro, contrariamente a quanto osservato dal Tribunale, non sempre è stato “vivo” (è sufficiente leggere quanto rassegnato nella appellata sentenza a proposito della ricostruzione dei fatti fornita dall’avv. Rodolfo Guzzi, legale del Sindona, ricostruzione nella quale non mancano accenni a momenti di freddezza o di declinante attenzione), si deve, però, riconoscere che il medesimo, allorché si è giunti al momento cruciale e si è trattato di adoperarsi per il “salvataggio” del finanziere siciliano, non si è spinto più in là di una benevola attenzione, che, si è particolarmente manifestata verso il secondo progetto di sistemazione della Banca Privata Italiana (denominato “giroconto Capisec”).

Tale ultimativa vicenda è la sola che, ad avviso della Corte, meriti di essere riconsiderata, posto che quel che qui interessa non è, in generale, accertare se ed in che misura l’imputato abbia agevolato nel tempo il Sindona o se si sia incontrato con lui, ma soltanto, come è ovvio, appurare se sussistano, in relazione alla vicenda del finanziere siciliano, connessioni dello stesso imputato con Cosa Nostra.

Nel senso precisato, la attenzione può restringersi alla citata vicenda del salvataggio della Banca Privata Italiana, che, come accennato, assumeva effettivamente un interesse fondamentale anche per i mafiosi che avevano affidato al Sindona i loro capitali, mentre appare superfluo ripercorrere nuovamente fatti pregressi, quasi tutti oggettivamente risoltisi, in definitiva, a svantaggio del finanziere siciliano, fatti che, peraltro, in qualche caso appaiono di non inequivoca lettura (per esempio, è oggettivamente dubbio se la agevolazione, da parte di Andreotti – ma non solo del medesimo –, della nomina del dr. Barone ad amministratore delegato dal Banco di Roma sia stata funzionale alla salvaguardia degli interessi del Sindona o sia stata, piuttosto, indotta dalla volontà di assecondare le aspirazioni dello stesso Barone), in qualche altro caso di incerta prova (per esempio, l’incontro fra Andreotti e Sindona negli Stati Uniti del luglio 1977 – per brevità si può rinviare alle notazioni difensive contenute nelle pagg. 877/881 della memoria conclusiva -) ed in qualche altro caso, ancora, di significato addirittura favorevole all’imputato (per esempio, l’atteggiamento assolutamente inerte mantenuto da Andreotti in occasione della insuperabile opposizione manifestata dall’on. La Malfa verso la ricapitalizzazione della Finambro, che sarebbe stata fondamentale per la soluzione dei problemi del Sindona).

Ora, a parte qualche promessa di interessamento e l’incarico di esaminare il suddetto progetto di sistemazione della Banca Privata Italiana conferito al sen. Gaetano Stammati ed anche all’on. Franco Evangelisti, non risulta, in concreto, alcun effettivo intervento dell’imputato e men che meno risulta che costui abbia esercitato indebite pressioni, siano esse dirette o indirette (per es. sull’eroico avv. Giorgio Ambrosoli, Commissario liquidatore della Banca Privata, ovvero sui vertici della Banca di Italia, o su organi giudiziari chiamati ad assumere decisioni sul conto del Sindona).

Ne deriva che, alla stregua di quanto acquisito, possono, in definitiva, condividersi le affermazioni dell’avv. Guzzi (principale fonte probatoria in merito all’atteggiamento mantenuto dall’imputato nel corso della lunga vicenda), il quale ha correttamente distinto il manifestato, cortese interessamento del predetto da un effettivo e fattivo intervento del medesimo (si trascrive la relativa parte della dichiarazione dell’avv. Guzzi, come già riportata a pag. 2086 della appellata sentenza: <<l’atteggiamento del presidente Andreotti era di persona che sembrava interessarsi alle questioni che venivano sottoposte alla sua attenzione. E' sempre stato un rapporto cordialissimo, non c'è mai stato nessuno screzio né nessuna lamentela (…). Era un normale rapporto tra una persona, il presidente Andreotti che si interessava a questo caso e l'avvocato che gli riferiva e lo aggiornava sulle questioni che erano di maggiore urgenza. Voglio però chiarire una cosa qui perché la storia poi lo dimostra. C'è sempre stato questo interessamento del senatore Andreotti, però vorrei distinguere tra “interessamento” e “intervento” del senatore Andreotti, perché, per quanto mi consta, il senatore Andreotti venne interessato per quanto riguardava un certo procedimento pendente avanti la Cassazione Penale per la sospensione e la revoca del mandato di cattura, procedura seguita direttamente dal professor Giuseppe Soggiu (rectius Sotgiu: n.d.e.), quale difensore di Sindona in quella specifica circostanza e il risultato fu assolutamente negativo, cioè la Cassazione respinse il ricorso. Le cause che erano state portate alla attenzione del senatore Andreotti per quanto riguarda la causa di opposizione alla sentenza dichiarativa dello stato di insolvenza della Banca Privata, ebbe un esito egualmente negativo. Cioè io (…) sono a conoscenza dell’interessamento dell'onorevole Andreotti. Di quello che poi l’onorevole Andreotti abbia concretamente fatto, io ho soltanto dei vaghi accenni come per esempio nel caso di quella telefonata che mi venne fatta (e che appuntai sotto un “memo”) dove lui mi dice “le istruzioni sono state date”>>).

Si può, poi, osservare, quanto al sen. Stammati, che costui, benché a quell’epoca ricoprisse la carica di Ministro dei Lavori Pubblici e, dunque, non fosse istituzionalmente preposto all’esame della questione, era, però, un noto banchiere esperto di questioni finanziarie, cosicché l’incarico tecnico a lui conferito, in termini informali, non può dirsi arbitrario e la spiegazione fornita in proposito dall’imputato appare sufficientemente plausibile, sia pure, beninteso, nel quadro di un incontestabile interessamento per il caso del Sindona (si trascrive la relativa, spontanea dichiarazione dell’Andreotti, resa nella udienza del 17 novembre 1998 e riportata nella appellata sentenza: <<Morto repentinamente Federici venne l’avvocato Rodolfo Guzzi a presentare un progetto formalizzato di salvataggio della liquidazione coatta. Ricevutolo pregai il Senatore Stammati di esaminarlo e solo in caso di un suo parere favorevole lo avrei fatto rimettere agli organi competenti. L’avvocato Guzzi era un noto professionista che gestiva la questione assieme a due importanti colleghi, l’avvocato Strina allievo di Carnelutti e il professore Gambino che è stato Ministro in uno dei recenti Governi. Perché affidai il preesame al Ministro dei Lavori Pubblici e non al Ministro del Tesoro? Stammati era stato mio Capo Gabinetto e Direttore Generale alle Finanze nel 1955 e più tardi era stato anche Ragioniere Generale dello Stato e Presidente della Banca Commerciale Italiana. La richiesta di avviso era tecnica e non comportava alcuna sollecitazione, laddove la trasmissione al Tesoro poteva sembrare in un certo senso sollecitante>>).

Per contro, a fronte di detta spiegazione e considerando che, come riferito dall’avv. Guzzi, l’incarico al sen. Stammati non era stato affatto gradito al Sindona (si veda il resoconto di cui alla pag. 2048 della appellata sentenza), non appare del tutto persuasivo il convincimento dei primi giudici secondo cui le affermazioni dell’imputato non sarebbero credibili per via della formale incompetenza del dicastero di cui lo stesso Stammati era titolare e perché il medesimo risultava iscritto, così come il finanziare siciliano, nelle liste della nota loggia massonica P2.

In buona sostanza, tenuto conto anche della ricordata reazione del Sindona, nessun decisivo elemento autorizza a considerare il sen. Stammati persona disponibile ad ogni illecita compiacenza in favore del finanziere siciliano ed, anzi, a dar retta all’on. Moro ed alla definizione del predetto contenuta (come ricordato a pag. 2737 della appellata sentenza) nel “memoriale” del medesimo – che non ha certo risparmiato critiche, anche feroci, ai maggiori esponenti del suo stesso partito -, egli dovrebbe ritenersi un “rigoroso ed intelligente tecnico”.

Altra cosa è, poi, il plausibile inquadramento dell’informale incarico conferito al sen. Stammati – e, successivamente, anche all’on. Evangelisti - nell’ambito del disegno di Andreotti di portare (senza esporsi direttamente ed anche, come da lui precisato, senza radicare una precisa sollecitazione riconducibile alla sua veste istituzionale) a conoscenza degli organi competenti la volontà politica di aiutare il Sindona, ma ciò non esclude che all’origine della scelta dello stesso Stammati ci siano state le considerazioni esposte dall’imputato. 

Nella azione dello Stammati, poi, non è ravvisabile alcuna indebita, incisiva pressione, essendosi essa, in buona sostanza, esaurita in infruttuosi contatti con esponenti di vertice della Banca d’Italia e nel pregare (il 20 dicembre 1978) il dr. Carlo Azeglio Ciampi di ricevere congiuntamente l’avv. Guzzi e l’avv. Ambrosoli per valutare insieme il progetto di sistemazione: peraltro, tale sollecitazione non venne accolta in quanto, come ricordato dal Tribunale, il dr. Ciampi ed il dr. Mario Sarcinelli, di concerto con il Governatore della Banca d’Italia, ritennero inutile l’incontro (essendo rimasta ferma la negativa opinione dell’Istituto sul progetto di sistemazione) e decisero semplicemente di interpellare l’avv. Ambrosoli dopo le festività di fine anno, tanto che solo l’11 gennaio 1979 avvenne l’incontro fra lo stesso avv. Ambrosoli ed il dr. Sarcinelli.

E’, poi, in relazione a quest’ultimo incontro, ovvero ad un semplice, cortese atteggiamento del dr. Ciampi, che deve presumibilmente circoscriversi la disponibilità del medesimo riferita dallo Stammati all’avv. Guzzi nel corso di una conversazione telefonica del 27 dicembre 1978, posto che deve escludersi che lo stesso Stammati abbia falsamente prospettato al suo interlocutore una (inesistente) disponibilità a tutto campo dello stesso dr. Ciampi: una indicazione in qualche modo convergente si trae dalla annotazione contenuta nella agenda-diario dell’avv. Ambrosoli, trascritta integralmente nella appellata sentenza e che di seguito si riproduce “Viene Guzzi e dice: le ha telefonato Ciampi? Allora mi secco e gli faccio sentire la telefonata del picciotto. E’ a terra. Dice di aver detto a Sindona che Stammati gli aveva assicurato che Ciampi mi avrebbe chiamato per parlare con Sarcinelli e Guzzi: evidentemente – dice – Sindona l’ha detto al picciotto. Iniziativa che deplora. Oggi telefonerà a Sindona”.

Del resto, una diversa interpretazione non solo non spiegherebbe in termini congrui il comportamento dello Stammati (non si vede per quale motivo egli avrebbe dovuto falsamente assicurare una disponibilità che non esisteva), ma cozzerebbe con il concreto atteggiamento del predetto, che, successivamente ad un contatto con il dr. Ciampi, non mancò di riferire all’avv. Guzzi che sussistevano enormi difficoltà.

Venendo all’Evangelisti, i suoi interventi sembrano essersi esauriti in un paio di colloqui con il dr. Sarcinelli. Degno di nota è, al riguardo, che dalle parole con cui il dr. Sarcinelli ha riferito del colloquio avuto con il predetto il 5 settembre 1978 in merito al progetto di sistemazione della Banca Privata non traspare minimamente una indebita pressione ma, semmai, la semplice prospettazione di una soluzione della vicenda e la richiesta di un parere in merito. Del resto, al complessivo comportamento dello stesso on. Evangelisti deve ragionevolmente conferirsi un significato del tutto opposto ad una indebita pressione, atteso che egli: a) ha tradotto in un atteggiamento di totale chiusura quella che, in qualche modo, era una risposta interlocutoria, ancorché piuttosto indicativa, del dr. Sarcinelli (per il contenuto testuale della medesima risposta, vedasi la trascrizione delle dichiarazioni del Sarcinelli riportata nelle pagg. 2052/2053 della appellata sentenza); b) ha manifestato, successivamente, allo stesso Sarcinelli che la cosa era caduta (vedasi ancora la appellata sentenza, a pag. 2054).

Infine, come chiaramente indica la contestuale conversazione telefonica con l’avv. Guzzi, la consultazione del dr. Sarcinelli non era affatto gradita dal medesimo avv. Guzzi e sembra essere stato il frutto di una iniziativa estemporanea dell’Evangelisti (“Quasi quasi gli parlo del progetto”), il che conferma, in qualche modo, la versione dell’imputato e dello stesso Evangelisti, che hanno concordemente negato che fosse stato il primo a suggerire al secondo la iniziativa di conferire con il dr. Sarcinelli, versione che è stata ritenuta inattendibile dal Tribunale sulla scorta di argomentazioni non del tutto persuasive (nel quadro delineato deve convenirsi con la Difesa che anche la mancata consegna al Sarcinelli del carteggio sembra convalidare la estemporaneità e la autonomia della iniziativa dell’Evangelisti).

Ma, al di là delle esposte, brevi notazioni, che sono sufficienti a confermare come l’interessamento dell’imputato, più o meno vivo, non si sia mai tradotto in incisivi interventi, ciò che in questa sede appare maggiormente significativo è che proprio in relazione alla vicenda del “salvataggio” del Sindona, la cui estrema importanza per alcuni personaggi di vertice di Cosa Nostra è stata sottolineata dagli stessi PM, non risulta, in definitiva, alcun elemento certo che consenta di ritenere dimostrato un intervento di costoro presso l’imputato e che convalidi, dunque, l’ipotesi che quest’ultimo abbia agito in sinergia con i mafiosi.

Sulle osservazioni dei PM e sulla ipotesi che il risalente interessamento dell’imputato per le sorti del Sindona sia avvenuto di concerto con i mafiosi palermitani, si può, innanzitutto, rilevare quanto segue.

Non risulta affatto che fosse l’imputato ad informare i mafiosi degli ostacoli che si frapponevano alla sistemazione della situazione del Sindona, posto che costui era in diretto collegamento con i mafiosi medesimi ed era tenuto al corrente degli sviluppi dall’avv. Guzzi (che ebbe, in proposito, espressamente a dolersi con l’avv. Ambrosoli - si veda la sopra riportata annotazione contenuta nel diario-agenda di quest’ultimo -).

La sostenuta certezza della indicazione di Giacomino Vitale secondo cui il “Giulio” con il quale il Sindona aveva interloquito telefonicamente (tra l’altro, rivolgersi al suo interlocutore con il “tu”) era Andreotti, è fondata su una lettura “atomistica” delle dichiarazioni del Siino, dalle quali, se lette nel loro complesso, scaturisce, al contrario, la sensazione che il Vitale formulasse mere ipotesi. Il predetto, infatti, semplicemente ipotizzò che il Sindona fosse arrivato in Sicilia per ricattare Andreotti (e i ripetuti accenni, riportati dal Siino, ai dubbi sulle vere finalità del finanziere costituiscono la migliore conferma della inesistenza nel Vitale di certezze) e non affermò esplicitamente, ma lasciò solo intendere, che lo stesso Sindona fosse in possesso di carte compromettenti, formulando, pertanto, con ogni probabilità, una nuova, mera ipotesi: come ciò si concili con la sostenuta, coeva, sicura ed approfondita conoscenza, da parte del Vitale, dei movimenti e delle macchinazioni del Sindona, dalla quale deriverebbe la certezza che il “Giulio” appellato nel corso della conversazione telefonica fosse Andreotti, non si comprende.

A questo riguardo deve rimarcarsi la erroneità del rilievo dei PM secondo cui “il Vitale era perfettamente informato dal Sindona di tutti gli interventi che si venivano esplicando a suo favore e di tutte le mosse da compiere di momento in momento (come si desume in modo inequivocabile dall’azione intimidatoria che frattanto [la sottolineatura è dell’estensore] lo stesso Vitale svolgeva nei confronti del dott. Cuccia e dalle telefonate che faceva all’avv. Ambrosoli)”: le intimidazioni nei confronti del dr. Cuccia, nelle quali, peraltro, non risulta un diretto coinvolgimento del Vitale, e le telefonate minatorie all’avv. Ambrosoli (gennaio 1979) non sono affatto coeve alla comunicazione telefonica in questione, ma assai più risalenti rispetto alla presenza del Sindona in Sicilia (si consideri, del resto, che, come ricordato dagli stessi PM, l’avv. Ambrosoli venne assassinato a Milano nella notte dell’11 luglio 1979).

Peraltro, dal complessivo contesto delle dichiarazioni del Siino si può ricavare semplicemente che il Vitale, alla domanda del primo (“Giacomo, ma chi è questo Giulio a cui telefona?”), rispose: “Come chi è? Andreotti”. Rimane, però, oggettivamente dubbio se la affermazione fosse frutto di una certezza del Vitale o se fosse, anche essa, una mera ipotesi del medesimo, indotta dalla risalente consapevolezza delle relazioni che il Sindona intratteneva con l’imputato e dell’interessamento di costui per la sistemazione del caso – è sufficiente, al riguardo, rammentare il contenuto delle telefonate minatorie ricevute tra la fine del 1978 e l’inizio del 1979 dall’avv. Ambrosoli, telefonate di cui, secondo quanto accertato, era stato autore proprio il Vitale -.

Che la ricordata affermazione del Vitale fosse frutto di una ipotesi sembra indicato dalla – immediatamente successiva - dichiarazione con cui il Siino è ritornato, per meglio precisare, sull’argomento: il suo incipit troncato (“secondo…”) sembra sottintendere, infatti, che, rispondendo alla sua domanda, il Vitale abbia citato il nome di Andreotti esprimendo mere opinioni e mere ipotesi (<<SIINO A.: Sì, debbo dire che già il Vitale, nei primi tempi della venuta di Michele Sindona in Sicilia, praticamente era dubbioso sul fatto che il vero scopo della venuta di Sindona in Sicilia era il colpo di Stato separatista. Diceva sempre: "Chissà che è venuto a fare questo". Perchè esprimeva dubbi sul fatto che il Sindona era venuto per il golpe separatista. Diceva che si era venuto a fare i fatti suoi. In occasione che io gli dissi: "Ma chi è questo Giulio"? Lui mi disse che secondo ... aveva un pensiero, secondo lui il Michele Sindona era venuto in Italia anche per ricattare l'Onorevole Andreotti.>>).

La presunta riservatezza mantenuta dal Vitale con il Siino, che, secondo l’argomentare dei primi giudici ripreso dai PM appellanti, giustificherebbe il silenzio sul fatto che il reale motivo del viaggio di Sindona in Sicilia fosse il recupero dei capitali mafiosi affidatigli, mal si concilia con l’esplicito accenno ad Andreotti fatto dallo stesso Vitale: non si vede, invero, per quale ragione il predetto, se effettivamente avesse avvertito esigenze di assoluta riservatezza in merito al reale, comune ed essenziale interesse che legava i mafiosi al Sindona, dovesse mettere a parte il Siino dei rapporti del predetto con l’imputato, che si concretizzavano proprio nei tentativi di sistemazione della personale posizione del finanziere.

Più in generale, se avesse tenuto presenti esigenze di riservatezza non si vede per quale ragione il Vitale dovesse a più riprese esternare al Siino il sospetto che il vero scopo perseguito dal Sindona non fosse il vagheggiato colpo di Stato, ventilandogli o lasciandogli intendere che il predetto, in realtà, tentava di ricattare Andreotti a mezzo di presunte carte compromettenti.

Resta, per contro, la concreta possibilità di un tentativo di ricatto ordito contro Andreotti dal Sindona, che tragga il suo fondamento dalla conoscenza di possibili, pregresse e discutibili vicende, potenzialmente idonee a mettere in imbarazzo l’esponente politico, tentativo messo concretamente in moto dal finanziere siciliano allorché si rese conto che l’imputato, in realtà, al di là di mere promesse di interessamento, non si era, in effetti, adeguatamente impegnato per risolvere la situazione.

Al riguardo il rilievo dei PM concernente la collocazione temporale dei tentativi di ricatto è, in punto di fatto, esatto, ma è fin troppo evidente che, anche prima della concreta esplicitazione di un atteggiamento apertamente minaccioso, la (comune) consapevolezza di precedenti, discutibili vicende poteva fungere per Andreotti da spinta a compiacere il Sindona, cosicché il relativo argomento non appare affatto conducente.

In quest’ambito è agevole notare come segnali velatamente ammonitori possano trarsi già dalla lettera, datata 28 settembre 1976, inviata dal Sindona all’imputato, nella quale, come ricordato dagli stessi PM appellanti (vedasi il paragrafo D del capitolo I della parte I dell’atto di appello), il predetto, tra l’altro, <manifestò l’intento di porre a fondamento della propria difesa anche motivazioni di natura politica e di documentare che alla base delle iniziative giudiziarie assunte a suo carico vi sarebbe stato il disegno di determinati gruppi politici di esercitare un’azione di contrasto nei suoi confronti per arrecare danno ad altri settori del mondo politico precedentemente appoggiati con atti concreti dal finanziere siciliano> (la sottolineatura è dell’estensore).

Più recenti, ma significativi della continuità del complessivo atteggiamento ricattatorio del Sindona, sono i rilievi degli appellanti concernenti i contatti, risalenti al mese di febbraio/inizio di marzo del 1979, dell’avv. Guzzi con Della Grattan, <la quale gli fece presente che occorreva che l'on. Andreotti intervenisse sollecitamente in quanto i difensori americani del Sindona avevano deciso di far rilasciare al loro cliente, davanti all’autorità giudiziaria statunitense, importanti rivelazioni “tali da compromettere il sistema democratico in Italia e negli Stati Uniti”> (vedasi ancora il sopra citato paragrafo dell’atto di appello).

Del pari inconducente appare il rilievo secondo cui dalle dichiarazioni dell’Andreotti non traspare alcun tentativo di ricatto: ed invero, per motivi intuitivi il predetto può essere stato indotto a mentire in ordine ai suoi eventuali rapporti non edificanti con il Sindona e, in questo più generale ambito, a non rivelare, come sarebbe stato necessario se egli ne avesse parlato, le vere ragioni dell’eventuale, più o meno esplicitato, ricatto. 

Certi erano i collegamenti del Gelli con Sindona e presumibili anche quelli del Gelli con Andreotti, tanto che gli stessi PM ammettono che nella vicenda si era verificata una libera e volontaria sinergia tra gli interventi di Andreotti e quelli di vari esponenti della massoneria: alla stregua di ciò, non si vede come, nella congerie delle, più o meno plausibili, congetture formulabili, della quale fanno a pieno titolo parte anche le prospettazioni dei PM, possa tassativamente escludersi la ipotesi che l’imputato si fosse mosso anche perché indotto da sollecitazioni di ambienti massonici facenti capo a Gelli (e, in quest’ottica, appare degno di nota che il sen. Stammati fosse iscritto alla loggia massonica P2). Nel contesto profilato, poi, non si vede come possa costituire una valida controindicazione il fatto che Andreotti, non certo alieno dall’allacciare relazioni, talora fin troppo disinvolte, con i più disparati ambienti, personalmente non appartenesse alla massoneria.

Con riguardo all’aspetto in esame deve rimarcarsi come non possa condividersi l’assunto dei PM secondo cui in un processo penale possono trovare ingresso fatti solo se pienamente provati: a parte che, come accennato, i collegamenti che consentono di ipotizzare le sollecitazioni di ambienti massonici sono piuttosto pregnanti – e, si tratta, dunque, semplicemente di prenderne atto e di tenerne conto nell’operare una congrua ricostruzione dei fatti -, si può osservare che, nel prospettare le articolate argomentazioni con cui hanno censurato la conclusione del Tribunale, i PM appellanti hanno trascurato di tener conto che una ipotesi alternativa favorevole all’imputato deve essere sempre considerata dal giudice, a prescindere dalla compiuta dimostrazione della stessa, quando le acquisizioni processuali non siano incompatibili con essa ed ancor più quando non sussistano elementi decisivi, idonei a suffragare, in termini non contestabili, la contrastante tesi accusatoria.

Nessun conclusivo argomento, in definitiva, consente di ritenere che il non commendevole – e, in verità, non particolarmente incisivo - interessamento dell’imputato per le sorti del Sindona sia stato frutto dei rapporti amichevoli che egli intratteneva con alcuni esponenti mafiosi o agli stessi sia, in qualche modo, ricollegabile.

Si può convenire che l’eventuale, potenziale atteggiamento ricattatorio del Sindona e le sollecitazioni di ambienti massonici, pur sufficienti a determinare l’interessamento di Andreotti, non escludano, di per sé, che quest’ultimo fosse consapevole anche degli interessi dei mafiosi e che abbia agito anche con l’intento di agevolarli essendo stato da costoro sollecitato in tal senso.

A voler essere inclini verso le ragioni dell’Accusa, la consapevolezza, da parte dell’imputato, dei legami del Sindona con i mafiosi americani si potrebbe trarre, oltre che dalle, peraltro piuttosto indirette, indicazioni contenute nel “memoriale Moro” richiamate dai PM, soprattutto dal resoconto, riportato nei diari del gen. Dalla Chiesa, della conversazione da lui avuta con Andreotti il 5 aprile 1982.

Lo stesso resoconto appare, però, sul punto troppo sintentico (<Il solo fatto di raccontarmi che intorno al fatto Sindona, un certo Inzerillo, morto in America, è giunto in Italia in una bara e con un biglietto da 10 dollari in bocca depone nel senso; prevale ancora il folclore e non se ne comprendono i “messaggi”!>) per consentire di farsi una compiuta idea sullo svolgimento della conversazione, su quanto detto nell’occasione dall’imputato e sulle modalità con cui venne tratteggiato il collegamento (che, in verità, sfugge) fra la vicenda del finanziere siciliano e l’uccisione, avvenuta negli Stati Uniti il 15 gennaio 1982, di Pietro Inzerillo, in bocca al cui cadavere era stato introdotto un biglietto da dieci dollari per evidenziare, come ricordato dagli stessi PM, che aveva sottratto denaro alla organizzazione ed era “un uomo da poco” - cosa che induce ad escludere un, peraltro plausibile, rapporto dell’omicidio con la precedente eliminazione del fratello, Salvatore Inzerillo, uno dei boss dell’ala “moderata” di Cosa Nostra che vennero soppressi insieme a numerosi loro uomini e familiari nel corso della c.d. guerra di mafia dei primi anni ’80, e che induce ancor più ad escludere una connessione, pure profilata dai PM, con la ospitalità che uno zio della vittima, Rosario Di Maggio, ebbe a offrire al Sindona -.

Resta, così, incerto, per esempio, se sia stato nell’occasione il gen. Dalla Chiesa, alla vigilia di assumere la carica di Prefetto di Palermo e di riprendere la sua lotta alla mafia, ad introdurre l’argomento Sindona ed a tratteggiare i possibili collegamenti del medesimo con la mafia e se l’imputato sia, a sua volta, intervenuto richiamando il macabro rituale che aveva circondato il recente assassinio di Pietro Inzerillo, provocando nell’Ufficiale la osservazione vertente sulla prevalenza, nel giudizio dell’uomo politico, del folklore e sulla incapacità di comprendere i messaggi, osservazione inserita nell’ambito di un più ampio commento che evidenziava la sottovalutazione del fenomeno mafioso da parte del suo interlocutore (giova ancora una volta riportare l’ultima parte della annotazione del Dalla Chiesa: <Sono convinto che la mancata conoscenza del fenomeno, anche se mi ha voluto ricordare il suo lontano intervento per chiarire la posizione di Messeri a Partinico, lo ha condotto e lo conduce ad errori di valutazione di uomini e circostanze. Il solo fatto di raccontarmi che intorno al fatto Sindona, un certo Inzerillo, morto in America, è giunto in Italia in una bara e con un biglietto da 10 dollari in bocca depone nel senso; prevale ancora il folclore e non se ne comprendono i “messaggi”!>.).

Né una decisiva indicazione proviene dalle mendaci negazioni dell’imputato, il quale ha smentito in larga parte il contenuto della annotazione del gen. Dalla Chiesa già a partire dalla testimonianza resa nella udienza del 12 novembre 1986 nel corso del maxiprocesso: sia a quell’epoca che nel presente processo è evidente come Andreotti abbia avvertito la comprensibile esigenza di negare pubblicamente ogni indicazione che potesse in qualche modo convalidare il suo (pregresso) collegamento con esponenti mafiosi, collegamento di cui egli, alla stregua di quanto evidenziato, non poteva non essere consapevole.

Ma, a prescindere da quanto esposto, si deve rimarcare che, come correttamente rilevato dal Tribunale, il commento di Andreotti riportato dal gen. Dalla Chiesa è intervenuto molto tempo dopo i fatti qui esaminati, cosicché non può affatto escludersi che il collegamento che si intravede sia stato, comunque, frutto di una conoscenza maturata solo successivamente.

In ogni caso, immaginare la consapevolezza di Andreotti circa i legami del Sindona con ambienti mafiosi americani non può giustificare senz’altro il convincimento che il predetto fosse cosciente anche delle intime relazioni e dei comuni interessi patrimoniali dello stesso Sindona con i mafiosi palermitani, con cui l’imputato intratteneva amichevoli rapporti.

Tornando, poi, alla ipotesi che Andreotti abbia interagito, in relazione alla vicenda del Sindona, con i mafiosi palermitani in dipendenza di sollecitazioni a lui fatte pervenire da costoro, alcuni elementi di valutazione inducono, a tutto concedere, a ritenere non sufficientemente provata tale eventualità.

In primo luogo, non può non sorprendere che il possibile intento ricattatorio del Sindona nei confronti dell’imputato sia stato prospettato al Siino proprio da Giacomo Vitale (cognato di Stefano Bontate, il maggiore interessato alla positiva soluzione della vicenda), come ricordato, all’atto in cui il collaboratore gli chiese chi fosse il soggetto a nome Giulio al quale il Sindona si era rivolto, nel corso della già richiamata conversazione telefonica, dicendogli “non puoi farmi questo”.

La questione della identificazione del “Giulio” con l’imputato, della quale il Tribunale ha dubitato non senza, come si è visto, qualche legittima ragione, appare, peraltro, secondaria, posto che, in realtà, il dato significativo non è costituito tanto dalla effettività del contatto telefonico fra Sindona e Andreotti, quanto dalla ricordata prospettazione del Vitale: ed infatti, il convincimento di costui circa il possibile atteggiamento ricattatorio del Sindona, che presupponeva una resistenza di Andreotti a condiscendere alle richieste del finanziere siciliano, difficilmente si può conciliare con l’assunto accusatorio.

In particolare, è arduo armonizzare la ipotesi accusatoria con l’atteggiamento dei vertici di Cosa Nostra ed in special modo del Bontate, il quale, pur estremamente interessato a recuperare gli ingenti capitali affidati al Sindona, non risulta essere intervenuto personalmente, facendo valere gli amichevoli rapporti con l’imputato e la “disponibilità” di quest’ultimo, ma ha, di fatto, assistito inerte alle supposte manovre ricattatorie dello stesso Sindona.

Stante il diretto collegamento dell’imputato con il Bontate (e, dunque, con il Vitale), che, sia pure in termini generici e non con specifico riferimento al caso Sindona, deve, come si è visto, ritenersi provato proprio in relazione al periodo interessato, non si comprende, poi, perché lo stesso Bontate non abbia fermato sul nascere quei presunti tentativi di ricatto diretti contro l’“amico” Andreotti, spiegando al finanziere che gli stessi erano inutili perché, nei limiti di quanto poteva, il predetto si sarebbe impegnato in quanto sensibilizzato direttamente da essi mafiosi, ai quali era legato.

Allargando l’argomento, ci si può chiedere, ancora, per quale ragione il Sindona abbia avventurosamente raggiunto la Sicilia al fine di “ricattare” Andreotti se una forte pressione su quest’ultimo poteva essere esercitata dal Bontate e dai suoi, in amichevoli rapporti con il medesimo Andreotti: alla domanda si può ragionevolmente rispondere che, in realtà, il Bontate ed i suoi, vuoi per libera scelta, vuoi per volontà del Sindona, vuoi per altra, non meglio individuabile, ragione, si sono astenuti dall’ingerirsi nella gestione dei rapporti con Andreotti in relazione alla vicenda de qua.

A proposito di eventuali interventi su Andreotti del Bontate (beninteso, in relazione alla medesima vicenda), giova rimarcare come sia particolarmente significativo che nessuna positiva indicazione si ricava dalle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia e come sia in special modo pregnante l’assenza, al riguardo, del benché minimo accenno del Marino Mannoia, assai vicino in quel periodo allo stesso Bontate, del quale raccoglieva confidenze che, come si è visto, non escludevano affatto le relazioni del capomafia con l’imputato ovvero, come ampiamente ricordato nella appellata sentenza (v. capitolo VI, par. 1), con il Sindona.  

In buona sostanza, in tutto l’affare Sindona e nelle relazioni piuttosto disinvolte intrattenute con il predetto dall’imputato ciò che difetta, perfino nel momento cruciale del “salvataggio”, è proprio la prova di un qualsivoglia intervento di Cosa Nostra e dei suoi esponenti di vertice, con i quali, pure, l’Andreotti coltivava, come accertato, gli evidenziati, amichevoli rapporti.

Nel descritto contesto, inoltre, non è affatto da scartare la, già accennata, eventualità che sia stato proprio il Sindona - ammesso che fosse a conoscenza delle amichevoli relazioni dei mafiosi con l’imputato (niente esclude, invero, che costoro abbiano ritenuto di tenerli riservati) -, ad avocare esclusivamente a sé tutta la gestione dei rapporti con Andreotti, rassicurando i suoi interlocutori circa la disponibilità nei suoi confronti dell’uomo politico.

In conclusione, tutta la vicenda appare, ai fini della verifica della responsabilità dell’imputato in relazione alla partecipazione alla associazione Cosa Nostra, sostanzialmente irrilevante e, piuttosto, possibile indizio del fatto che, come già accennato, la amichevole disponibilità del predetto verso gli esponenti mafiosi non si traducesse automaticamente in richieste a lui rivolte in vista della soluzione di problemi piuttosto importanti per la organizzazione criminale (torna nuovamente in mente il tenore, piuttosto minimalista, del resoconto fornito dal Di Carlo circa la affermazione del Bontate vertente sulla disponibilità palesata dall’imputato <<in qualche cosa che l’avevano disturbato.>>). 

Malgrado le eventuali menzogne dell’imputato concernenti i suoi rapporti con il Sindona, contrariamente a quanto assumono i PM appellanti, il quadro probatorio delineato non autorizza, a tutto concedere, a spingersi più in là del mero sospetto che l’imputato conoscesse gli interessi dei mafiosi palermitani ed abbia agito per tutelarli, mentre è impossibile validamente respingere la conclusione dei primi giudici, che, nell’escludere che fosse stata acquisita persuasiva dimostrazione del fatto che nell’occasione Andreotti si fosse mosso con il consapevole intento di favorire i mafiosi, hanno evidenziato la concreta possibilità che gli interventi dell’imputato volti ad agevolare il finanziere siciliano “siano stati motivati non da una partecipazione dell’imputato all’organizzazione criminale cui il Sindona era strettamente collegato, bensì da ragioni politiche (connesse, ad esempio, a finanziamenti erogati dal Sindona a vantaggio della Democrazia Cristiana), ovvero da pressioni esercitate sul sen. Andreotti da ambienti massonici facenti capo al Gelli.”.

Sul punto, a parte la osservazione che è stata proprio l’Accusa a proporre come tema probatorio – con l’esito che qui non mette conto commentare - i possibili rapporti fra l’imputato e Gelli e la massoneria (tale è stato l’oggetto di svariate testimonianze) – il che, ovviamente, non implicava che Andreotti fosse personalmente un massone – ed i rapporti del Vitale e dello stesso Bontate con la massoneria, si deve conclusivamente ribadire come ancora una volta i PM appellanti si formalizzino erroneamente sulla assunta carenza di prova delle ipotesi formulate dal Tribunale e non si rendano conto della necessità di considerare, in bonam partem, anche semplici possibilità, specie se le stesse trovino plausibilità negli elementi acquisiti.

Una ultima osservazione deve essere formulata sul caso Sindona al fine di sottolineare come il lodevole impegno accusatorio abbia, anche in questa occasione, forzato la mano ai PM appellanti, inducendoli a travisare le risultanze processuali ed a rappresentare la condotta dell’imputato in termini assai più negativi di quanto essa meritasse: ed infatti, contro la evidenza dei fatti, gli stessi PM, adducendo la telefonata riferita dal Siino, hanno, in sostanza, sostenuto che l’imputato aveva proseguito i suoi rapporti con il finanziere, persistendo nelle iniziative volte a favorire illecitamente quest’ultimo anche nell’estate del 1979, dopo l’omicidio dell’avv. Ambrosoli e nel corso del simulato rapimento del predetto, quando sapeva che costui era un assassino o era in possesso di tutti gli elementi per sospettarlo.

Ma è palese che la considerazione non può prescindere (se non “decontestualizzando” e “destrutturando” il materiale probatorio) dalla natura dell’eventuale contatto fra il Sindona e l’Andreotti che sarebbe avvenuto nella estate del 1979, quale si desume dall’episodio della telefonata e dalle stesse ipotesi formulate dal Vitale. Ed invero, ammesso che il Sindona si rivolgesse all’imputato dandogli del “tu” e che il “Giulio” in questione fosse effettivamente l’imputato medesimo, si può agevolmente rilevare: a) intanto, a chiamare Andreotti (da una cabina pubblica) era stato il Sindona e non viceversa; b) se si vuole dare un senso alla esclamazione del Sindona (“Giulio, tu non mi puoi fare questo”) percepita e riferita dal Siino, si deve concludere che l’atteggiamento assunto dall’imputato nella circostanza è stato tutt’altro che compiacente con le sollecitazioni e gli interessi del finanziere; c) infine, lo stesso atteggiamento di chiusura verso la richieste del Sindona non può che essere confermato dai tentativi di ricattare Andreotti che, secondo le supposizioni del Vitale, lo stesso Sindona stava mettendo in atto.

Riportando le cose nella loro giusta dimensione, è corretto riconoscere che, come è confermato da una altra tragica vicenda, che ha visto l’assassinio di un altro coraggioso servitore della propria comunità (il Presidente Pier Santi Mattarella), quella certa qual spregiudicatezza che consentiva all’imputato di non avvertire particolari remore morali a coltivare rapporti con personaggi assai discussi, non si spingeva fino al punto di tollerare la soluzione delle questioni con la soppressione di chi ostacolava il raggiungimento di un obiettivo.  

Come accennato, deve dubitarsi, alla stregua di quanto acquisito, che la astratta disponibilità dell’imputato verso Cosa Nostra si sia, in concreto, spinta oltre qualche intervento di significato non particolarmente vistoso (appunto, <qualche cosa che l’avevano disturbato.>).

A parte la sintomaticità, nel senso delineato, della già richiamata vicenda Sindona, il solo pregnante episodio agevolativo di cui il processo offre concreta traccia è quello legato al condizionamento dell’esito del processo Rimi: al riguardo, però, si è già brevemente rilevato come la rigorosa valutazione degli elementi acquisiti non consenta di spingersi oltre una manifestata disponibilità dell’imputato, rimanendo irrimediabilmente incerto se il medesimo si sia, in concreto, attivato.

Per il resto, non rimane che affidarsi alla logica ed alle generiche affermazioni legate alle voci che circolavano nell’ambito di Cosa Nostra circa la vicinanza di Andreotti al Bontate ed al Badalamenti, per concludere che la ricordata frase dello stesso Bontate riportata dal Di Carlo trova valido, ancorché generico, riscontro in quanto accertato, che è sufficiente a dare corpo alla affermazione del capomafia circa la effettiva esistenza di qualche, non meglio individuato, beneficio che era stato propiziato dall’intervento dell’imputato.

In tale contesto può essere, in qualche modo, inquadrato il solo, ulteriore e specifico episodio di agevolazione, richiamato dalla Accusa sulla scorta di una indicazione del Calderone, concernente il caso del dr. Cipolla, risoltosi nella informazione che il predetto, zelante funzionario di Polizia, avrebbe lasciato Catania per sue specifiche esigenze: si deve, peraltro, riconoscere che in proposito non è stata offerta specifica prova di un coinvolgimento personale dell’imputato.

In conclusione, se non può escludersi che Andreotti si sia, in qualche occasione, pur rimanendo inerte, assunto “meriti” che, in realtà, non aveva, deve ritenersi certo che egli abbia manifestato ai mafiosi con cui era in contatto la sua amichevole disponibilità e la sua benevolenza e che con il suo atteggiamento abbia, comunque, indotto in essi il convincimento che egli fosse in alcuni casi intervenuto per agevolarli, così procurandosi e conservando la amicizia ed i favori dei medesimi, peraltro già intimamente legati ai suoi sodali, Lima e Salvo, e comunque inclini ad ossequiare e blandire l’illustre uomo politico.

 

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5) ALCUNE CONSIDERAZIONI SUI BENEFICI TRATTI DAL SEN. ANDREOTTI DAGLI AMICHEVOLI RAPPORTI INTRATTENUTI CON COSA NOSTRA E, PIU’ PRECISAMENTE, CON GLI ESPONENTI DI QUELLA FRANGIA DEL SODALIZIO CRIMINALE CON I QUALI INTRATTENEVA AMICHEVOLI RELAZIONI.

 

Riallacciandosi a quanto appena evidenziato, si osserva che ben altri devono ritenersi i benefici che l’imputato traeva o sperava di ricavare coltivando personalmente rapporti con i mafiosi, benefici che rivelano, in definitiva, che era piuttosto il predetto a servirsi di costoro.

In primo luogo possono considerarsi i benefici elettorali, dipendenti dall’appoggio concesso dai mafiosi agli esponenti siciliani della corrente andreottiana.

La Corte, peraltro, riconosce che tale aspetto non vada eccessivamente enfatizzato, posto che, alla stregua di alcune, pregnanti indicazioni raccolte, appare piuttosto frutto di un luogo comune la attribuzione a Cosa Nostra di un determinante peso nell’orientamento del voto, orientamento che, per quanto riguardava i mafiosi, rimaneva, del resto, fortemente condizionato dai tradizionali legami ed, in particolare, dai vincoli che univano gli “uomini d’onore” ai singoli candidati più che ad una unitaria determinazione che coinvolgesse tutto il sodalizio e che avesse come riferimento i vertici di quello o quell’altro partito della maggioranza governativa ovvero i vertici di una o di altra corrente democristiana.

La natura degli stessi favori (ancorati non già a grandi decisioni di rango nazionale, ma a provvedimenti, più o meno rilevanti, di stretto ambito locale) che i mafiosi chiedevano ed ottenevano dagli esponenti politici conferma l’angusto contesto nel quale fiorivano i relativi rapporti e la incidenza determinante del legame degli “uomini d’onore” non tanto con un partito o una corrente, ma piuttosto con il singolo personaggio politico di riferimento: al riguardo, a parte le già riportate dichiarazioni di Giovanni Brusca, si possono citare le indicazioni del Buscetta circa la agevolazione della speculazione edilizia (riportate nel capitolo della appellata sentenza dedicato ai rapporti fra il Lima ed i mafiosi), nonché le seguenti affermazioni del collaboratore Gaspare Mutolo: <<PM: Un attimo soltanto signor Mutolo, quindi lei ha fatto riferimento a due materie, diciamo, per le quali sentiva parlare dell'On. Lima in seno a Cosa Nostra, licenze edilizie, motivi di costruzione e processi. Se vuole riferire, se è in grado di farlo, con maggiore determinatezza al Tribunale episodi concernenti la vita amministrativa del Comune di Palermo e quindi le licenze edilizie e poi passare a quello che ha definito l'aggiustamento dei processi. Quindi cominciamo con le licenze edilizie e la vita amministrativa in genere se è in grado di dire più analiticamente qualche cosa al riguardo. - MUTOLO G.: Guardi signor giudice, lei che è palermitano o i palermitani sanno che per costruire a Palermo e in certe aree ci sono stati diciamo magari dei palazzi che si poteva costruire al settimo piano, al dodicesimo piano. C'erano dei mafiosi fin d'allora, tipo il La Barbera, Salvatore Moncada ed altri, i Graziano, che questi erano mafiosi che purtroppo costruivano grazie diciamo all'intervento dell'On. Lima per cui per esempio in un area dove magari si poteva costruire fino al quinto piano, però con l'interessamento dell'On. Lima allora Sindaco Lima si poteva costruire fino a undicesimo piano e quindi i commenti erano questi insomma.>>.

E’ vero che lo stesso Mutolo ha parlato anche, in termini, peraltro, del tutto generici – se si eccettua il riferimento specifico al tentativo di condizionare l’esito del processo per l’omicidio dell’agente Cappiello (sul quale brevemente si tornerà) -, dell’“aggiustamento” di processi o della rimozione di qualche pubblico funzionario per i quali era stato o veniva “disturbato” l’imputato, ma si tratta di notizie derivate, che riflettono più che altro voci troppo vaghe correnti fra i mafiosi, alle quali, per le ragioni già esplicitate nelle premesse introduttive, non può conferirsi esaustiva rilevanza probatoria.

Una ulteriore, significativa conferma della ristrettezza dell’ambito in cui i mafiosi ricercavano lo scambio di favori con i politici si può trarre anche dalle dichiarazioni del collaboratore Vincenzo Marsala, anche esse parzialmente riportate nel citato capitolo della appellata sentenza (al quale si fa rinvio). 

Nella circostanza in cui si manifestò un intervento dei mafiosi diretto a condizionare complessivamente l’esito del voto (quella relativa alle elezioni politiche del giugno del 1987) il Riina decise e dispose di distogliere i consensi dal tradizionale partito di riferimento (la Democrazia Cristiana) trasferendoli al Partito Socialista: ebbene, i risultati oggettivamente dicono che lo spostamento non fu per la stessa Democrazia Cristiana particolarmente sensibile, specie nella provincia di Palermo, più direttamente controllata dallo stesso Riina, nella quale, anzi, in termini assoluti, quel partito incrementò il numero dei suffragi.

In proposito è sufficiente riportare testualmente il seguente passo della deposizione dibattimentale resa nella udienza del 19 febbraio 1997 dal teste isp. Salvatore Bosco: <<BOSCO S.: Allora il seggio speciale e... relativo al carcere dell'Ucciardone era annesso al seggio numero 127 del comune di Palermo. - PM: E questo seggio numero 27 del comune di Palermo. - PRESIDENTE: 127. - BOSCO S.: 127 del comune di Palermo. - PM: 127 del comune di Palermo, in quale  quartiere di Palermo si trova? - BOSCO S.: Eh, si trova nel quartiere Borgo Vecchio. - PM: Borgo Vecchio. - BOSCO S.: Precisamente via... Pierluigi Vigna. - PM: Ecco, in... in questo seggio che si trovava nel quartiere di Borgo Vecchio e al quale era aggregato anche il seggio speciale della Casa Circondariale dell'ucciardone, quali furono le, i risultati delle elezioni del 1987 della DC e del PSI, comparati con i risultati degli stessi partiti nell'anno 1983, si verificarono differenze? - BOSCO S.: Si verificarono.. - PRESIDENTE: In questo seggio. - PM: Si, in questo seggio. - PRESIDENTE: Prego. - BOSCO S.: Eh, ho avuto modo di accertare presso l'ufficio elettorale del comune di Palermo che nelle elezioni politiche del 1983 la Democrazia Cristiana alla Camera, ovviamente sempre al seggio 127, ha preso 168 voti; il Partito Socialista nel 1983 ne ha presi 30, nelle elezioni successive del 1987 la DC ha preso 107 voti alla Camera, il Partito Socialista Italiano ne ha presi 122. - PM: Quindi c'è stato una decrescita della DC, da 168 a 107. - BOSCO S.: 107. - PM: E un balzo del PSI da 30 a 122? - BOSCO S.: 122. - PM: E per quanto riguarda il Senato? - BOSCO S.: Per quanto riguarda il Senato, la  Democrazia Cristiana nelle elezioni politiche del 1983 ha avuto 109 voti e il Partito Socialista ne ha avuti 24; nelle elezioni successive nel 1987 il Senato ha avuto... la Democrazia Cristiana al Senato ha avuto 70 voti e il Partito Socialista ne ha avuti 76. - PM: Quindi diciamo al Senato la Democrazia  Cristiana... - PRESIDENTE: Va bene, poi i calcoli li capiamo, li  abbiamo capito i calcoli, c'è bisogno di ripetere, dico, i calcoli? - PM: Volevo... - PRESIDENTE: Abbiamo capito le differenze. - PM: Volevo scorporare il dato. - PRESIDENTE: Quando lo esamineremo lo... lo scorporeremo. - PM: Va bene. - PRESIDENTE: Prego. - PM: Senta e per quanto invece riguarda la  provincia di Palermo, il risultato complessivo della elezione dell'87 sempre per la DC e il PSI, rispetto al 1983, qual'è stato? - BOSCO S.: Provincia? - PM: Provincia di Palermo. - PRESIDENTE: Tutta, tutta la provincia di Palermo. - PM: Di Palermo. - BOSCO S.: E allora ho... acquisito questi dati dalla  consultazione del... di un volume del Ministero dell'Interno Direzione Centrale per i servizi elettorali, del quale ho allegato stralcio. Per la Provincia di Palermo le elezioni del 1983, la Democrazia Cristiana alla Camera ha avuto un totale di 275.177 pari al 40,9%; nelle successive elezioni del 1987 la Democrazia Cristiana ha avuto 280.020 voti con una percentuale del 40,3; il Partito Socialista alla Camera nel 1983 ha avuto 75.211 pari all'11,2%, nelle elezioni politiche dell'87 sempre alla Camera il Partito Socialista ha avuto 106.613 voti pari al 15,4%. - PRESIDENTE: Prego. - PM: Quindi anche in questo caso crescita del PSI e decrescita della DC. Per quanto riguarda la provincia di Caltanissetta. - PRESIDENTE: Mezzo punto è quello della Democrazia  Cristiana. - PM: Sempre decrescita è. - PRESIDENTE: Si, si, va bene, però insomma... Prego.  tutta la provincia. - PM: Questa che abbiamo esaminato tutta la provincia di Palermo; ora vediamo il dato in tutta la provincia di Caltanissetta. - BOSCO S.: Per quanto riguarda la provincia di  Caltanissetta, nelle elezioni del 1983 la Democrazia Cristiana alla Camera ha ottenuto 70.046 voti, pari al 41,7%; nelle successive elezioni la Democrazia Cristiana alla Camera ha ottenuto. - PRESIDENTE: Per successive dice '87. - BOSCO S.: Del 1987, sempre elezioni dell'87 la  Democrazia Cristiana alla Camera ha ottenuto 65.722 voti, pari al 38,8%. Il Partito Socialista Italiano nelle elezioni politiche del 1983 alla Camera ha ottenuto 19.699 voti di preferenza, pari all'11,7% e nelle elezioni politiche dell'87 il PSI ha ottenuto 23.644 voti di preferenza, pari al 14%. - PM: Per quanto riguarda la Provincia di  Trapani. - BOSCO S.: Per quanto riguarda la Provincia di Trapani nelle elezioni politiche del 1983 la Democrazia Cristiana ha ottenuto alla Camera 86.123 voti di preferenza, pari al 34,7%; nelle elezioni politiche del 1987 la Democrazia Cristiana alla Camera ne ha ottenuti di voti 82.047 pari al 31,9%. Il Partito Socialista Italiano nelle elezioni politiche del 1983 ha ottenuto alla Camera 41.020 voti, pari al 16,5% ; nelle elezioni successive del 1987 il Partito Socialista Italiano ha ottenuto 42.907 voti, pari al 16,7%. - PM: Va bene, su questo punto abbiamo esaurito.>>.

I dati rassegnati, salvo il caso della provincia di Caltanissetta, inducono a dubitare della esistenza di una rilevante e diretta correlazione fra il decremento subito nel 1987 dalla D.C. e l’incremento conseguito nelle stesse consultazioni elettorali dal P.S.I. e suggeriscono che i più numerosi voti confluiti sul Partito Socialista siano, almeno in parte, da collegare all’allargamento dei consensi ottenuto su scala nazionale dal medesimo gruppo politico per precise ragioni storiche (come è noto, il suo leader indiscusso, on. Bettino Craxi, assunse e mantenne per l’inusitato periodo di ben oltre tre anni la carica di Presidente del Consiglio, dall’agosto 1983 al marzo 1987).

Una significativa indicazione proviene, poi, dal teste on. Mario D’Acquisto, il quale, in occasione della sua deposizione dibattimentale del 19 giugno 1996, ha, da una parte, ammesso che negli ambienti della D.C. si era avvertita una propensione della mafia ad indirizzare i voti verso il Partito Socialista, che aveva conseguito un incremento dei consensi non cospicuo in assoluto, ma più largo di quanto ci si sarebbe potuti attendere; dall’altra, però, ha sottolineato come il decremento dei consensi accordati dall’elettorato alla D.C. fosse stato assai contenuto e non idoneo a suscitare particolari preoccupazioni (<<P.M: Andiamo ad un altro tema. Per quanto è a sua personale conoscenza le risulta se nelle elezioni politiche del 1987 vi fu una difficoltà particolare nella DC nella raccolta del consenso elettorale? - D’ACQUISTO M.: Si, nel 1987 avvertimmo una certa difficoltà nella propaganda elettorale, nella ricerca del consenso soprattutto in alcune borgate e contemporaneamente si avvertiva secondo quello che ci riferivano i nostri amici della periferia che c'era una certa spinta verso il Partito Socialista, poi in effetti i risultati elettorali determinarono una certa crescita del Partito Socialista però non una crescita cospicua, ci fu un leggero calo della DC e una leggera lievitazione dei consensi. - P.M: Questa percentuale che lei ha detto fu registrata anche nei quartieri a più alta densità mafiosa come, per esempio, Brancaccio o in questi quartieri la percentuale di crescita del PSI rispetto al decremento della DC non... cioè fece registrare una forbice molto ampia? - D’ACQUISTO M.: Ci fu una... in questi quartieri un aumento del Partito Socialista significativo, dire una forbice molto ampia mi pare eccessivo. Secondo il mio ricordo ci fu un aumento ma contenuto, ecco, un aumento significativo ma contenuto. - P.M: Non le risulta una percentuale di una crescita del 30% sproporzionata rispetto a quelle nazionali? - D’ACQUISTO M.: Bisogna vedere quanti ne avevano prima. - VOCI SOVRAPPOSTE - D’ACQUISTO M.: Quanti ne avevano prima. - PRESIDENTE: Non è in grado di dirlo. - D’ACQUISTO M.: No, non sono in grado. Certamente sono in grado di ricordare che si registrò questa crescita del Partito Socialista più accentuata di quanto non prevedessimo e di quanto di solito non avvenisse. - P.M: Lei ha detto "I nostri amici della periferia ci dicevano..." che cosa intende per amici della... attivisti, segretari di sezione? - D’ACQUISTO M.: Si, attivisti. - P.M: Personaggi che stavano sul territorio? - D’ACQUISTO M.: Sul territorio che dicevano che avevano delle difficoltà perchè magari trovavano i manifesti strappati, perchè c'era questa specie di voce corrente che fosse opportuno abbandonare la DC e la DC ormai... - P.M: Ma chi è che diceva... il soggetto parlante, questa voce corrente chi era altri partiti... - D’ACQUISTO M.: Ma il soggetto parlante non è una persona, quando si determinano questi fenomeni di opinione pubblica è una specie di tam tam, andare a trovare l'origine non è facile, non è possibile. - P.M: Lei lo ha dichiarato nel corso delle dichiarazioni del 19 luglio del '95. - D’ACQUISTO M.: Si, insomma, si capiva da quello che questi amici riferivano che da parte degli ambienti mafiosi c'era una certa tendenza a valorizzare i candidati del Partito Socialista ad anni di candidati della Democrazia Cristiana; questo in sostanza è. - P.M: Quindi lei parlato di un clima particolare; le risulta che furono strappati dei manifesti? - D’ACQUISTO M.: Così ci hanno riferito in quelle circostanze. - P.M: Fu impedito di fare opera di volantinaggio? - D’ACQUISTO M.: Ma c'erano alcuni amici i quali dicevano "No, ma io volantinaggio non ne faccio quest'anno, non mi voglio esporre, voglio lavorare meno." insomma si capiva che c'era uno stato d'animo di maggiore, come vorrei dire, di maggiore freddezza ecco da parte acneh di coloro che di solito invece si attivavano molto per la DC. - P.M: Questo singolare fenomeno si verificò solo nel 1987 o anche prima e anche successivamente? - D’ACQUISTO M.: Ma io ricordo di averlo registrato nell'87, poi non mi pare in altri non mi sembra. […] - AVV.COPPI: D'accordo. Senta, io voglio sapere se avete compiuto un'analisi politica delle ragioni per le quali nel 1987 la Democrazia Cristiana ebbe un calo di voti. Vedremo poi se in tutta la Sicilia o a Palermo in particolare. - D’ACQUISTO M.: Ma la Sicilia rispose anche in quella occasione positivamente alla Democrazia Cristiana. Credo che la perdita complessiva sia stata intorno all'1% quindi non era una perdita che comportava analisi politiche approfondite. Sostanzialmente era una conferma e per noi si poteva parlare di una vittoria. - AVV.COPPI: Le risulta che vene attribuita alla mafia e a spostamenti di voti controllati dalla mafia questa perdita dell'1%? Venne avanzata questa ipotesi, venne presa in considerazione una ipotesi di questo genere? - D’ACQUISTO M.: Sì, vennero prese in esame una serie di concause, tra cui anche questa. - AVV.COPPI: E a lei le risulta che siano stati raccolti degli elementi per poter concludere che effettivamente questa diminuzione di voti aveva come spiegazione lo spostamento di voti decretato dalla mafia? lei personalmente, come elementi a sua conoscenza? - D’ACQUISTO M.: Io credo che in quel momento la posizione che già stamattina ho esplicitato abbia concorso a questa leggera flessione della Democrazia Cristiana. - AVV.COPPI: Cioè? - D’ACQUISTO M.: Penso che abbia concorso. - PRESIDENTE: Quale azione? - D’ACQUISTO M.: Questa azione diciamo soprattutto nelle borgate che tendeva a incoraggiare il partito socialista e a scoraggiare la Democrazia Cristiana, senza dubbio è stata una delle concause, a mio giudizio, di questa flessione, peraltro ripeto molto leggera della Democrazia Cristiana.>>).

Gli stessi dati elettorali ed i rilievi formulati in merito alla incidenza preponderante dei personali legami fra i singoli “uomini d’onore” o i singoli gruppi mafiosi ed i candidati si accordano, poi, perfettamente con significative indicazioni fornite in proposito da alcuni collaboratori di giustizia.

In particolare, si può ricordare come il Di Maggio abbia affermato, al riguardo, che “posso aggiungere pure che fu in particolare Madonia Antonino a porre il problema di votare ugualmente candidati democristiani, purché amici della famiglia, e che il Riina non obiettò nulla” (v. pag. 44 delle trascrizioni del verbale dell’interrogatorio reso dinanzi ai magistrati inquirenti il 13 gennaio 1993).

A sua volta, il Marino Mannoia, sempre a proposito della prescrizione di Riina di dirottare le preferenze elettorali, nel 1987, in favore del PSI, ha precisato che “del resto questo spostamento fu in pratica un bluff, perché molti uomini d’onore dissero di sì, ma non si attivarono per far votare P.S.I. Ciò a cominciare da me.” (pag. 17 dell’interrogatorio reso il 3 ed il 4 aprile 1993 ai magistrati inquirenti).

Anche il Siino non si allineò completamente all’ordine di votare per il P.S.I. per ben precisi motivi di interesse, legati a situazioni meramente locali: <<SIINO A.: Poi invece praticamente io ho chiesto una deroga in  questa occasione. - PM: A chi l'ha chiesta? - SIINO A.: L'ho chiesta a Giovanni Brusca, a Balduccio, di dirci che praticamente io allora mi appoggiavo all'allora Presidente della Provincia che era Mimmo Di Benedetto, che per quella occasione si era presentato alle senatoriali in un collegio di Palermo. Insomma, mi fu data, non mi fu data, comunque io ... - PM: Che vuol dire mi fu data, non mi fu data? - SIINO A.: Cioè rimase una cosa un po' così nel limbo. "Va bè, vedi di farla ma con molta discrezione", perchè loro capivano che anche Di Benedetto mi aiutava nella questione della situazione Provincia. - PM: Situazione Provincia, cioè appalti? - SIINO A.: Sì, appalti.>>.  

Al di là della preferenza tradizionalmente accordata dagli “uomini d’onore” al partito di maggioranza relativa ovvero, più in generale, ai partiti di governo, appare, dunque, arduo individuare un atteggiamento unitario di tutta la organizzazione mafiosa in occasione delle consultazioni elettorali ed una conferma in tal senso si trae, altresì, dalle dichiarazioni rese nella udienza del 29 luglio 1997 da Giovanni Brusca, dalle quali si desumono significative indicazioni circa la precaria configurabilità di una inclinazione comune degli affiliati a Cosa Nostra verso l’uno o l’altro partito ovvero verso l’una o l’altra corrente di uno stesso partito, circa il prevalente peso delle situazioni locali, circa il relativo recepimento da parte degli “uomini d’onore” dell’ordine emanato dal Riina in vista delle elezioni politiche del 1987 e circa la, per quanto rilevante, tutt’altro che soperchiante forza di condizionamento del voto esercitata dalla organizzazione mafiosa (<<PM: Senta signor Brusca, Natoli che parla, durante e... lo svolgimento del primo grado del maxii-processo, nel Giugno del 1987 si svolsero le elezioni politiche nazionali, lei sa come votò Cosa Nostra in questa circostanza? - BRUSCA G.: Per il partito socialista nella persona dell'onorevole Martelli. - PM: Che cosa può dire di più su questo o... su questo argomento e... era a... già avvenuto in precedenza che Cosa Nostra votasse per il partito socialista oppure no. - BRUSCA G.: No guardi più o meno - PM: Dovrebbe parlare gentilmente un pò più forte... - BRUSCA G.: Gli uomini d'onore per quelle che erano le mie conoscenze e... non aveva mai votato il partito socialista, tranne che non c'era qualche bisogno di qualche cosa si andava a cercare la persona singola e farlo mettere a disposizione per quello che erano i nostri bisogni, però come votare il partito socialista non... non era mai successo. Al che a un dato punto um... arriva a mentre mi trovo nell'officina di Baldassare Di Maggio arriva Angelo La Barbera. Arriva Angelo La Barbera  e  porta i facsimile. Porta i facsimili con una terna, una quaterna, cioè con tre-quattro nominativi da votare e mi ricordo che ce ne era uno, non me lo posso dimenticare, Foni Barba e... e dice dobbiamo votare per il partito socialista. Non mi ricordo...  mi ricordo che le votazioni sono state due, però non mi ricordo se è stato nello stesso contempo, cioè per le... le provinciali e per le  nazionali o a distanza di poco tempo, comunque le votazioni sono state due, sia per le provinciali che per le nazionali. - PM: E Foni Barba era candidato per quale di queste due elezioni? - BRUSCA G.: Per quello che mi sono i ricordi per le provinciali. Cioè amministrative provinciali di Palermo. - PM: Ed allora? - BRUSCA G.: E me... allora dopodiché... - PM: Cioè come come spiega questa inversione di tendenza, questa novità di votare per il partito socialista? - BRUSCA G.: Ma io credo che ... - PM: Cioè come spiega, che cosa può dirci, che cosa ha saputo sul perché? - BRUSCA G.: E... il perché che credo il partito socialista si impegni o già si era impegnato o si stava impegnando per la famosa legge Gozzini, quindi non sò quali erano i contatti che Salvatore Riina aveva con il partito socialista perché dico questo, perché quando ven... venuto  Angelo La Barbera a portarci i facsimili e a darci queste indicazioni e ci dice ci manda lo zio, cioè è venuto a nome per conto di Salvatore Riina, quindi noi è venuto Angelo La Barbera noi siamo andati senza nessun tipo di problema, cioè siamo andati avanti. Quindi a quel punto capisco, senza che nessuno me lo dice, che Salvatore Riina aveva avuto qualche contatto con qualcuno per potere votare il partito socialista per andare avanti. Al che noi ci impegnano allo spasimo, almeno noi di San Giuseppe Jato, anche se poi nel mandamento non tutti hanno votato del partito socialista ma noi di San Giuseppe Jato ci siamo impegnati allo spasimo a cercare si può dire voto... voto casa per casa per avere un buon risultato in in tal senso e questo è avvenuto nell'87. […] PM: enta per... quelle che sono le sue conoscenze, questo ordine venne impartito a tutta Cosa Nostra oppure no? - BRUSCA G.: L'ordine venne impartito a tutta Cosa Nostra, ma c'era chi ci votava poi c'era chi non ci votava - PM: Cioè che significa? - BRUSCA G.: Cioè che per esempio noi che abbiamo avuto l'ordine ci siamo impegnati allo spasimo per dare una mano d'aiuto anche facendo il nome di mio padre dire sai ci devi dare una mano d'aiuto alle persone che andavamo a disturbare - PM: Noi quindi intende.... - BRUSCA G.: Di San Giuseppe Jato. - PM: Come e... - BRUSCA G.: Paese... - PM: San Giuseppe Jato come come paese... - BRUSCA G.: Paese. - PM: O come mandamento... - BRUSCA G.: No, no come mandamento... come mandamento c'erano gli altri uomini d'onore che hanno votato ma non si sono impegnati come noi hanno dato una mano d'aiuto ma non si sono impegnati come noi. - PM: Sì. - BRUSCA G.: Nei fatti specie Altofonte c'erano degli uomini d'onore che ci sono che ci hanno votato e ci sono uomini d'onore che non ci hanno votato, questo quanto riguarda il mandamento di San Giuseppe Jato,  quelli che il mandamento che io so che ha conoscenza che si sono impegnati ugualmente è Santa Maria di Gesù e Brancaccio. Poi commentando con mio fratello, quando abbiamo visto i risultati, abbiamo visto che Corleone completamente non è spuntato niente o quasi niente, con mio fratello commentando con noi dire ma noi ci siamo impegnati qua... - PM: Con suo fratello quale? - BRUSCA G.: Emanuele. - PM: Emanuele. - BRUSCA G.: Emanuele e dico qua non non è spuntato niente. Al che dire, boh un segnale, può darsi che non si è voluto impegnare, non si è voluto... cioè non si voluto esporre per dire Corleone ha votato per il partito socialista.... - PM: Chi è che non si era voluto e... esporre? - BRUSCA G.: Il mandamento di Corleone in particolar modo il paese di Corleone e tanti altri mandamenti che non hanno... cioè i risultati che c'erano non si non si vedeva a occhio nudo che non avevano votato per il partito socialista - PM: Ma... - BRUSCA G.: Mi scusi se noi prendiamo tutti i mandamenti si vede chi ci ha votato e chi non ci ha votato. - PM E... in che senso si vede e... ci faccia capire. - BRUSCA G.: Perché noi quando abbiamo votato a San Giuseppe Jato il partito socialista ha avuto un successo notevole. - PM: E... - BRUSCA G.: Cioè... - PM: Per avere un... un ordine di grandezza sul quale regolarci che... - BRUSCA G.: Guardi... - PM: Che significa San Giuseppe Jato, ecco che cosa era accaduto tra quando voi non votavate il partito socialista e quando lo avete votato? - BRUSCA G.: Il partito socialista aveva pochissimi voti a San Giuseppe Jato, con il nostro apporto il partito socialista ha fatto un salto di qualità, che non mi ricordo se gli abbiamo dato quattrocento, cinquecento, seicento, settecento voti di preferenza a... al partito socialista, si possono andare a vedere - PM: Mentre prima quando lei dice non aveva avuto coso... non aveva avuto risultati? - BRUSCA G.: Avevano pochissimi voti. - PM: Ma che significa pochissimi? - BRUSCA G.: Non lo so cento, duecento non... a livello sempre un consigliere, due consiglieri, cioè questi erano i voti che avevano a livello comunale. - PM: Quindi da quello che ricorda lei da cento duecento a... quanto ha detto seicento settecento? - BRUSCA G.: No, quelli che noi abbiamo dato in più, i nostri voti quasi sempre erano quattrocentocinquanta, cinquecento, ma in questo caso siccome abbiamo spinto il piede sull'acceleratore credo che siamo arrivati pure a settecento, non mi ricordo quali sono stati i dati, però c'è stato un grosso... un grosso sbalzo... - PM: E... e  quanti votanti ci sono a San Giuseppe Jato? - BRUSCA G.: E... i votanti sono circa quattromila quattromilaecinque, quattromilaecento, una cosa del genere, perché mi ricordo benissimo che aveva la Democrazia Cristiana prendeva sempre intorno a duemila e tre duemila e quattro duemilacinquecento voti e il partito Comunista ne prendeva sempre mille e sei mille e sette più tutti gli altri piccoli partiti che prendevano chi duecento, chi trecento, cioè i Repubblicani i Socialdemocratici erano questi gli altri partiti che votavano a San Giuseppe Jato.>>).

Le seguenti dichiarazioni dello stesso Brusca, concernenti le ragioni dell’assassinio dell’on. Lima, ulteriormente rafforzano il convincimento circa la relativa influenza di Cosa Nostra sui risultati elettorali e circa la preponderante incidenza delle relazioni intrattenute con l’elettorato dai personaggi politici locali (e, nel caso di specie, dallo stesso on. Lima): <<BRUSCA G.: Guardi, io il contatto per questo omicidio ... i contatti li ho avuti solo ed esclusivamente con Salvatore Riina, con altri io non ne ho mai parlato, anche se in quel giorno, credo, c'erano altre persone, ma i motivi veri e propri io ne ho parlato sempre con Salvatore Riina. Dunque Salvatore Riina, questo omicidio era inquadrato sia per dare una lezione all'Onorevole Andreotti, cioè per dire per come abbiamo fatto nel passato cioè di uccidere altre persone per dare forza al tuo partito, ora ti distruggiamo diversamente, perché se gli avremmo tolto solo i voti, quindi non votare per la Democrazia Cristiana, noi non saremmo riusciti a togliergli quella forza che lui aveva, perché i voti di mafia non erano solo ... cioè i voti della Democrazia Cristiana non erano solo voti di mafia, c'erano voti di tante altre persone che facevano politica, più i voti di mafia. Quindi se noi avremmo tolto solo i voti di mafia, non avremmo ottenuto quel risultato che volevamo, quindi dovevamo indebolire la corrente andreottiana in Sicilia, quindi cominciando ad uccidere l'Onorevole Andreotti per dargli... Scusi, l'Onorevole Lima... - PM: Sì, prego. - BRUSCA G.: Per dargli, per toglierci questa forza e cominciarlo ad indebolire, perché si dovevano svolgere... la premura di uccidere l'Onorevole Lima era perché se c'erano le elezioni nazionali, siccome c'era in previsione la campagna elettorale e quindi la campagna elettorale era perché poi si doveva votare per dare forza all'Onorevole Andreotti, quindi corrente limiana, limiana-andreottiana. Quindi si voleva... si è ucciso l'Onorevole Lima per non farlo impegnare nella campagna elettorale che si stava svolgendo in Sicilia per le nazionali. - PRESIDENTE: Questo glielo ha detto Riina oppure sono sue ...? - BRUSCA G.: No, no, ne abbiamo parlato con Salvatore Riina, cioè per chiudere tutto un vecchio conto, ma l'urgenza di ucciderlo in quel momento era perché c'era la campagna elettorale, di impedirgli che l'Onorevole Lima si impegnasse nella campagna elettorale per ridimensionare la forza dell'Onorevole Andreotti.>>.

Ancora, una indicazione conforme proviene dal collaboratore Gioacchino Pennino, già “uomo d’onore” ed attivo esponente locale della Democrazia Cristiana, il quale ha descritto una situazione piuttosto fluida, che, salvo che nel caso delle elezioni politiche del 1987, lasciava libere, beninteso nell’ambito dei partiti di governo, le inclinazioni elettorali dei singoli esponenti mafiosi (<<PENNINO G.: prima contro poi a favore, quando entrò nell'arco di governo al quadripartito, anche il Partito Socialista ebbe i suoi suffragi. E, indipendentemente dall’azione, citerò... presso le sezioni di cui citerò alcuni particolari, lasciava oltre... lasciava liberi gli adepti, chiamiamoli adepti, coassociati, qualora avessero delle esigenze particolari che si potevano essere discordanti dall’indirizzo del capo famiglia o dal mandamento, di poter votare delle persone a loro amiche che gravitavano in quell'ottica. Tant'è che due consociati alla mia famiglia, il predetto Vasile e Lombardo Sebastiano detto "Iano", avevano due amici: l'uno  Aristide Gunnella e l'altro un certo Parrino che erano tutti e due aderenti al Partito Repubblicano Italiano. E si adoperavano durante le campagne elettorali a favore di questi loro... loro amici. Tutto questo regime di libertà durò fino al 1987, epoca in cui, con mio grande stupore, ci fu in "dik tat" di "Cosa Nostra" per votare, almeno, diciamo, nelle zone in cui io operavo, a favore del Partito Socialista. Venne da me il coassociato Giovanni Drago a parteciparmi che dalle alte sfere, che era a tutti i livelli il... la parola d'ordine di votare per il Partito Socialista, perché a suo dire, c'era un impegno dell'On. Martelli e del Partito Socialista a risolvere i problemi di "Cosa Nostra". Tant'è che mi diffidò perché io gli ebbi a dire che non mi sentivo di votare Partito Socialista perché la mia ideologia, la mia collocazione era democristiana, quindi. E allora mi disse: "guardi, lei faccia quello che crede, però io le posso dire... la sto diffidando a non interessarsi, in quanto c'è l'ordine di scuderia di votare per il Partito Socialista". E precisamente aveva dei fac-simili che portavano una quaterna, in testa l'On. Martelli, seguita da un certo Fiorino, da Reina e da Alagna. Ebbe anche ad invitarmi ad una riunione che si sarebbe tenuta, se non rammento male, in un locale sito a Brancaccio o là vicino in Villa Bagnasco, io gli ebbi a dire che non sarei andato. Poi mi fu riferito da un paio di coassociati, rammento un certo Lo Iacono e un altro, mi sembra, Lombardo, che in effetti c'era stata la riunione e avevano partecipato un centinaio di persone. […] Successivamente, invece, questo stato di cose non si realizzò più e ritornammo all'antica. Cioè di potere votare purché non si votasse per quegli ambienti che... erano politici per quei partiti che erano contro, ufficialmente e di fatto contro "Cosa Nostra".>>).

Con riguardo al tema in trattazione utili indicazioni si traggono anche dalle dichiarazioni rese dal collaboratore Antonino Giuffrè.

Costui, infatti, in occasione dell’interrogatorio del 7 novembre 2002, ha riferito, in proposito:

del favore sempre accordato dalla cosca di Caccamo alla corrente dell’on. Salvo Lima, che faceva capo al sen. Andreotti, corrente che, peraltro, non era la sola che godeva dell’appoggio della mafia in Sicilia (<PM: Ma come funzionava questo quadro politico siciliano, per avere così una riproduzione… - GIUFFRE’: Io parlando del mio paese, diciamo che i vertici politici e mafiosi del mio paese sono andati sempre a braccetto e hanno portato sempre avanti uomini della corrente di Salvo Lima che faceva capo al Senatore Andreotti, ma non solo, diciamo che questo discorso interessava tutto il mandamento: interessava Termini, interessava Trabia, interessava Cerda, interessava Montemaggiore… mi fermo diciamo a questi per… perché è un discorso consolidato nel tempo sul nostro mandamento, vado ad escludere diciamo l’aggiunto mandamento di Castronuovo diciamo che è un discorso recente, di cui, poi storicamente e politicamente non sono tanto informato diciamo perché non faceva parte diciamo del nostro mandamento. - PM: Questo sistema come funzionava, se ci può dare delle chiavi di lettura? - GIUFFRE’: Ma è un sistema, un sistema di potere, ricordo che si era… quando già si diceva allora: il dottore Priolo fa parte della corrente di Andreotti già… cioè Lima, con stu tesserino di presentazione già era un modo di orgoglio, di appartenenza a… - PM: Chiariamo chi è il dottore Priolo. - GIUFFRE’: Il dottore Priolo era o è l’ex medico provinciale di Palermo e l’ex Sindaco da 15 anni del mio paese Caccamo, una persona molto influente, vicino a noi automaticamente; cioè sta a dimostrare se ce ne fosse di bisogno, ma non ce n’è di bisogno, appositamente che noi mafiosi andavamo a braccetto con quei politici che facevano parte in modo particolare e specifico con la corrente di Salvo Lima che a sua volta arrivava a Roma da Andreotti, il discorso è evidente penso a parte non è che… Ed in modo particolare, più alta è la concentrazione mafiosa di un posto più alta ci troverete il discorso… a meno che non ci siano delle strategie un pochino diverse però il discorso porta tutto in un posto che non è che la corrente Lima abbia l’esclusività su Cosa Nostra a livello regionale, questo no perché poi ci sono altre che… anche altre divergenze, altri punto di riferimento sono sempre utili in modo che se c’è di bisogno di altre cose ci si arriva sempre.>);

della decisione assunta dal Riina – ma non condivisa pienamente dal Provenzano - alla vigilia delle elezioni politiche del 1987 di votare per il P.S.I., delle difficoltà incontrate al riguardo dalla organizzazione mafiosa, del risultato fallimentare raggiunto (ed occorre, su quest’ultimo punto, considerare che il collaboratore ha, addirittura, palesemente esagerato, rispetto ai dati già rassegnati, l’incremento di suffragi conseguito dal PSI) e delle illusioni dei mafiosi in ordine alla loro capacità di controllare e manipolare il voto (<… Diciamo che ora mettiamo un pochina da parte a Provenzano e parliamo di Riina e che, come era abitudine sua, acchiappare il toro per le corna con una certa irruenza e decide, decide di cambiare rotta e si ha appositamente, cioè forse per la prima volta, per quello che io piccolino posso ricordare, che si ha un cambiamento di strategia politica dalla Democrazia Cristiana che un termine imperfetto, perché quando noi parliamo di Democrazia Cristiana parliamo anche, perché vengono periodicamente, come ho detto, appoggiati anche i partiti che fanno parte di questi e si chiudeva un occhio, non è che c’era una legge ben precisa in seno a Cosa Nostra che diceva che si doveva votare… - PM: Cioè la coalizione lei vuole dire. - GIUFFRE’: Perfetto. - PM: Quindi non solo DC ma anche… - GIUFFRE’: Repubblicano, Socialdemocratico e Socialista; è una riunione drammatica perché giustamente andare a prendere una decisione di questo genere con tutti i riflessi che ognuno di noi in ogni singolo mandamento andavamo incontro, non era una cosa bella e purtroppo, cioè in quella riunione si è concordato che vi era un inversione di tendenza e che si doveva votare per i Socialisti. Non è stata… è stata una riunione molto sofferta, anche da parte di Riina non è che era, aveva delle sicurezze, è stata più un discorso di impulso, una reazione a questa passività, mi faccia passare il termine, dei vecchi referenti, referenti politici, in modo particolare su Lima e su Andreotti cercando di puntarsi, cioè di giocarsi tutto sui Socialisti; c’era un salto che non si sapeva dove si andava a finire e più che mai ne era convinto il Provenzano di questo, che Riina ha agito di impulso come era abitudinario fare, a volte magari senza riflettere troppo su determinate situazioni. Provenzano andava più… perché era più conoscitore del… E giustamente ognuno di noi a parte (inc.) abbiamo passato la notizia ai nostri rappresentanti locali e che, come ho detto e se ricordo bene, ci sono stati dei risvolti ancora più drammatici in alcune situazioni locali dove già vi erano, se ricordo bene c’erano delle elezioni amministrative locali che erano abbinate alle elezioni nazionali. E c’erano le liste pronte con persone vicine a noi che erano inserite nella lista della Democrazia Cristiana di allora e che l’ordine categorico era l’estromissione immediata di tutte le persone vicine a noi dalle altre liste. Era un incontro mio drammatico, è stato, se vado giusto nel periodo, con Castronuovo. - PM: Cioè il paese di Castronuovo di Sicilia. - GIUFFRE’: Avevano, avevano le loro belle elezioni… - PM: Amministrative locali. - GIUFFRE’: … amministrative locali con addirittura persone, parenti di uomini d'onore, amici dei nostri, cioè persone nostre di fiducia che venivano immesse in seno al Consiglio Comunale. E immediatamente io sapevo questo discorso, la sera stessa quando… - PM: Cioè dopo la riunione. - GIUFFRE’: … dopo la riunione, mi sono messo di nuovo in macchina e me ne sono andato (inc.) successo, succirìu u fini i’ munnu! Ma ora all’ultimo minuto, ognuno faceva tutti i commenti di stu munnu: ma perché non si ci pensava prima, ma perché… il discorso è questo, punto e basta. E altro, si sono attenuti ognuno nelle loro competenze alle disposizioni che erano uscite dalla Commissione e diciamo che abbiamo appoggiato in modo particolare il sottoscritto dei rappresentanti del Partito Socialista. Non voglio stare a dire che sia stato insuccesso o che sia stato un successo perché penso che i discorsi sono sotto gli occhi di tutti e cioè la cosa si è aggravata ulteriormente perché poi sono subentrati fatti ancora più gravi, perché da un lato già gli esponenti Democristiani e altre diciamo persone pure nel contesto Democristiano, pure giustamente questo discorso non è che l’abbiano, l’abbiano… - PM3: Gradito. - GIUFFRE’: … gradito. Di contro u Partito Socialista ca magari s’avissi aspettato, signor Procuratore, u 25 o 30% ci parieva ca nuatri eravamo i padroni del voto e se ne escono, sì, hanno raddoppiato i voti però non è che abbiano, cioè da un 7-8% sono passati a un 13-15% grosso modo, mi pare che la cifra dovrebbe essere questa, cioè è stata una situazione un pochino brutta. - PM: Può essere che qualcuno di Cosa Nostra non aveva seguito queste indicazioni, per quello che le risulta? - GIUFFRE’: Può essere anche successo, cioè noialtri diciamo pure che parte di Cosa Nostra un pochino di voti, diciamo, sono andati anche ai Radicali, diciamo tranquillamente lo possiamo dire quello che il signor Procuratore stava dicendo che certuni si sono un pochino astenuti, diciamo, non tutti hanno fatto come ho fatto io nel comportarmi, nel seguire perfettamente i suoi ordini, cioè i discorsi che sono usciti dall’interno della Commissione. E le posso tranquillamente dire che da quel momento si va, in modo particolare nel discorso politica, ad allargarsi la fenditura tra Provenzano e Riina, su questo apro il discorso (inc.) diciamo che tra i due da alcuni anni non è che vi erano, non si vedevano esteriormente, si vedevano un pochino poi da piccole cose e dall’interno dei buoni rapporti, tra l’altro, un discorso molto importante: buona parte della Commissione non vedeva di buon occhio Provenzano. Perché? Perché era un corpo estraneo alla Commissione, perché come ho detto, Provenzano non ha mai partecipato, in mia presenza alla Commissione. Cioè molte persone dei componenti cioè vedevano un avversario perché giustamente il nostro era Totò Riina e siccome cioè guardavano Bagheria, non si ci poteva avvicinare, il discorso era chistu. Cioè automaticamente cercavano di aizzare e di fare allargare sempre più questo contrasto tra i due: ma zu’ Totò ma qua stu discorso di Baghera… Poi prendiamo Caltanissetta e altri discorsi diciamo che…>);

della situazione maturata in conseguenza del risultato elettorale: l’on. Claudio Martelli, che sarebbe stato il tramite con il quale i mafiosi avevano concluso l’accordo elettorale, si sarebbe tirato indietro a causa del deludente risultato elettorale e del trasferimento a Roma del dr. Giovanni Falcone; nonché della difficile situazione, determinata dagli errori “politici” del Riina (definito, in sostanza, un “dilettante allo sbaraglio”), in cui si era imbattuta Cosa Nostra, essendosi, in sostanza, ritrovata avversari il sen. Andreotti, Presidente del Consiglio, l’on. Martelli, Ministro di Grazia e Giustizia, ed il dr. Giovanni Falcone, Direttore degli Affari Penali nello stesso Ministero (<GIUFFRE’: Nel momento in cui, cioè è successo che avevano ragione quelle persone che pensavano che era poco affidabile. - PM: Perché? - GIUFFRE’: Perché successivamente quando il signor Martelli cominciò ad essere un pochino discusso, quando il signor Martelli ha visto che, cioè il suo risultato elettorale non è che poi sia stato stratosferico: e ‘cca com’è che finiu? E fici marcia indietro. Nel mentre diciamo che subentra, subentrano altri discorsi e se io vado a ricordare bene, nel mentre c’è la salita a Roma dell’Onorevole, del Giudice Falcone, si ha, mi sembra che l’ho detto… - PM: Ma non era una cosa positiva che Martelli, per Cosa Nostra dico, che Martelli togliesse Falcone da Palermo per… o sbaglio? - GIUFFRE’: Sì però poi su questo magari ci ritorniamo in seguito, cioè il problema qual è, cioè il discorso che io e che mi interessava cioè in questo preciso momento, per concludere che poi magari a me mi sfugge e cioè c’erano state delle scarcerazioni e poi successivamente proprio il signor Martelli, se io vado sempre a ricordare bene, ha firmato il decreto di rientro in carcere, chistu come ringraziamento, giustamente al favore che la mafia gli aveva fatto e cioè questo discorso scatena, appositamente, un grandissimo putiferio; cioè troviamo da un lato il signor Andreotti come Presidente del Consiglio di allora, u signor Martelli come Ministro della Giustizia, perciò, veramente… - PM: Falcone… - GIUFFRE’: … Falcone che si trova diciamo al Ministero (inc.) degli affari penali se io vado a ricordare bene, ora, per andare un pochino alla sua domanda diciamo che di errori ne sono stati fatti proprio come si soleva dire, una trasmissione alla televisione, “Dilettanti allo sbaraglio”… - PM: Ma come, Cosa Nostra, dilettanti! - GIUFFRE’: Purtroppo io ho sempre detto che erano, in modo particolare Riina, militarmente nr.1, politicamente purtroppo non lo possiamo dire, tra virgolette. Unn’era arrivato…>).

Anche tali dichiarazioni sono state sostanzialmente ribadite dal Giuffrè nel corso dell’esame reso dinanzi alla Corte, in occasione del quale egli ha aggiunto che con la svolta del 1987 il Riina si era proposto di trovare nuovi referenti politici che sostituissero Lima e la Democrazia Cristiana, ormai ritenuti inaffidabili (<<PROC. GEN.: Che cosa si proponeva Riina di ottenere con questa strategia, con questa nostra strategia politica? - GIUFFRE’: Si proponeva di trovare un nuovo referente politico e che non fosse più né Andreotti..., cioè né Lima né la Democrazia Cristiana. Se diciamo che Cosa Nostra avesse raggiunto una forza tale da potere condizionare questa nuova scelta politica e nello stesso tempo, come le avevo detto, é un messaggio chiaro e forte alla Democrazia Cristiana che era - come ho detto - ritenuta ora inaffidabile, cioè che aveva creato ora parecchi problemi a Cosa Nostra.>>).

In buona sostanza, è difficile affermare che l’appoggio elettorale accordato da affiliati a Cosa Nostra ad esponenti della corrente andreottiana fosse il risultato (in qualche modo negoziato) degli amichevoli rapporti dei vertici mafiosi con l’imputato e non piuttosto il naturale ed autonomo portato dei legami intrattenuti a livello locale dal Lima, innanzitutto, e dai singoli soggetti di volta in volta candidati nei vari collegi o circoscrizioni.

Significative appaiono, al riguardo, le seguenti dichiarazioni del collaboratore Angelo Siino, concernenti l’esito delle elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo del 1989: <<PM: Ho capito. E le europee del 1989? - SIINO A.: Ci fu un plebiscito per Lima, però praticamente le  cose furono lasciate per quelle che erano. Cioè praticamente non si disse: - “Votate per”, si lasciò votare liberamente per chi volevano votare. Comunque naturalmente, tutti quelli che erano i vecchi agganci di Lima, essendo lasciati liberi, andavano sicuramente verso di lui, non aveva più problemi. Essendo che non c’era nessuno che diceva il contrario, tutta la parte della vecchia mafia che aveva votato sempre per Lima, continuò a votare per Lima.>>.

Malgrado le esposte considerazioni limitino la effettiva incidenza sui rapporti fra l’imputato ed i mafiosi dell’appoggio elettorale assicurato da costoro, non si deve, però, trascurare che le medesime considerazioni sono, almeno in parte, condizionate, a posteriori, dalla analisi dell’esito fallimentare della decisione del boss Salvatore Riina di dirottare sul Partito Socialista i consensi prima accordati alla Democrazia Cristiana e che prima di tale avvenimento era, al contrario, convincimento comune la essenziale importanza di procurarsi o conservare in Sicilia l’appoggio elettorale dei mafiosi: in questo quadro si può richiamare la perentoria affermazione fatta dal capomafia Stefano Bontate in occasione del più volte ricordato colloquio della primavera del 1980.

Dunque, almeno fino alle elezioni politiche del giugno 1987, l’appoggio elettorale degli ambienti mafiosi era, a torto o a ragione, comunemente avvertito come niente affatto trascurabile, cosicché è del tutto plausibile che un uomo politico potesse ritenere utile, a tale fine, coltivare amichevoli relazioni con i mafiosi.

Inoltre, si deve tener conto che una cosa erano le difficoltà di distogliere gli elettori dalla tradizionale preferenza accordata alla Democrazia Cristiana, altra era quella di pilotare il voto verso l’uno o l’altro candidato del medesimo partito.

Peraltro, su questo punto si deve riconoscere che l’appoggio elettorale accordato da Cosa Nostra agli appartenenti alla corrente andreottiana non è stato affatto esclusivo: invero, le aderenze politiche dei mafiosi non si esaurivano certo negli esponenti andreottiani e, al riguardo, si potrebbe ricordare che gli stessi Salvo appartenevano alla corrente “dorotea” della Democrazia Cristiana e che il Marino Mannoia ha specificamente riferito degli stretti rapporti fra Stefano Bontate e Rosario Nicoletti ed ha anche affermato che <nelle mani di Cosa Nostra vi era, del resto, quasi tutto l’ambiente politico di Palermo, ovviamente facendo riferimento alla “fetta” delle mie conoscenze. Posso ricordare ancora il nome del senatore Cerami, intimo di Sanfratello Pietro e di Capitummino Filippo (cugino di Bontate Stefano), entrambi uomini d'onore della famiglia di Corso dei Mille.> (vedasi l’interrogatorio reso il 3 aprile 1993).

Ancora, torna utile citare le seguenti dichiarazioni del collaboratore Pennino circa l’orientamento del noto esponente mafioso Salvatore Greco, detto “il senatore”: <<P.M.SCARP.: Dottore può fornire degli esempi concreti di casi in cui esponenti di "Cosa Nostra" hanno interferito, se hanno interferito, sulla vita delle sezioni della D.C. o sui congressi provinciali della Democrazia Cristiana? - PENNINO G.: io sì, io per esperienza diretta posso citare, ad esempio Toto Greco detto il "Senatore". Perché io fui nominato nel 1978 Segretario di Sezione di Ciaculli, della Sezione di Ciaculli. E si fece una riunione, la riunione per il congresso... uno dei congressi provinciali, e fu tenuta alla […] Favarella. La tenuta di proprietà dei Greco. Dove, oltre a me, al Greco all'ex Segretario di Sezione Rosario Zarcone, un suo amico che non rammento le fattezze somatiche, proprio amico intimo del Greco, mi sembra che si chiamasse Gambino, c'erano altre due persone. Lui decise che delle cinque deleghe... - PRESIDENTE: lui chi? - PENNINO G.: lui, Salvatore Greco, decise che delle cinque deleghe che spettavano alla Sezione per il quorum degli iscritti, così come previsto dalle norme statutarie del partito, tre le avocava a sè per la corrente fanfaniana e due li dava a me per la corrente cianciminiana, perché lui faceva parte della corrente fanfaniana da sempre ed era vicino alle posizioni e dell'avv.... del Sen... dell'On. Giovanni  Gioia e anche dell'Avvocato Luigi Gioia che, successivamente subentrò al fratello nella gestione della corrente. E, sopratutto, era vicino a Giuseppe Insalaco. Tant'è che quelle deleghe, disse, servono per Insalaco, per fare bella figura, noi dobbiamo prendere la nostra corrente all... - PRESIDENTE: quale anno era? In quale anno eravamo? - PENNINO G.: non rammento, presumo che sia quello del '79. - PRESIDENTE: quindi congresso provinciale del '79. - PENNINO G.: poteva essere anche quello dell'81, di questo non sono certo.>>.

Per inciso, può aggiungersi che non può neppure ritenersi esaustivamente provata la tesi, cui sono affezionati i PM appellanti, secondo cui la forza della sua corrente siciliana stava particolarmente a cuore ad Andreotti in quanto gli era necessaria per agevolare la sua carriera politica e la occupazione delle cariche istituzionali e di governo, che egli preferiva a quelle di partito (sul punto si possono citare le seguenti dichiarazioni rese dal sen. Nicola Mancino nella udienza del 2 luglio 1997: <<AVVOCATO: Adesso le faccio una domanda che spero il Presidente mi ammetta, lei la comprende sicuramente perchè uso un vostro linguaggio ecco... il sen. Andreotti ha svolto vera e propria vita di partito, nel senso per esempio che egli ha puntato anche a carichi all’interno del partito, spero che l’espressione sia chiara... - SEN. MANCINO: Io dico di no, cioè non ha mai puntato a carichi di partito, l’on. Andreotti ha sempre preferito far parte del governo del paese; che abbia avuto un ruolo nei Congressi ai fini della determinazione delle maggioranze questo si, però non ha mai avuto una sua vocazione di partito, anche quando qualcuno parlava  di una ipotesi, Andreotti come segretario del partito, Andreotti ha risposto pubblicamente di no>>).

Ed invero, le seguenti, testuali affermazioni del citato sen. Mancino e dell’on. Fermo Martinazzoli (udienza del 2 ottobre 1997), da lungo corso esponenti di spicco della Democrazia Cristiana, forniscono indicazioni, provenienti da fonti particolarmente edotte in merito alle vicende interne di quel partito, che consentono di dubitare della fondatezza dell’assunto accusatorio (<<AVVOCATO: In quale misura, sempre per quanto a lei risulta e non per supposizione o congettura, in quale misura i voti siciliani, diciamo così per brevità, hanno favorito la carriera politica dell’on. Andreotti e in particolare si può dire che soltanto grazie all’appoggio dei voti siciliani il sen. Andreotti è uscito da una sua sorta di dimensione soltanto laziale per assurgere ad una dimensione invece nazionale? - SEN. MANCINO: Il fatto stesso che l’on. Andreotti è stato Ministro negli anni ‘50 dimostra che la sua dimensione nazionale non deriva dalla Sicilia, nè dalla Campania nè dal Lazio, deriva dalla sua qualità>>; <<MARTINAZZOLI: Direi un’opinione personale quindi non so quanto rilevante, però questo posso dire e desidero dirlo, anche se questo è un mio giudizio personale ma credo fondato, l’autorevolezza di Andreotti non fu mai collegata a un pezzo di corrente sua in Sicilia piuttosto che in Veneto, ma neanche la sua corrente; se voi tenete conto delle quantità percentuali della corrente di Andreotti in una lunga storia scoprirete che Andreotti ha voluto una corrente sua direi a mio avviso più per difesa nei confronti dei contendenti che non per fare della corrente un punto di forza del suo potere, la mia interpretazione è che l’autorevolezza, il potere e il prestigio di Andreotti venivano da altre ragioni che non erano quelle costruite all’interno del partito>>).

In definitiva, senza voler negare che sulla manifestata disponibilità personale di Andreotti verso alcuni uomini di vertice di Cosa Nostra abbia inciso anche la esigenza di rafforzare legami - già esistenti e solidi – di questi ultimi con esponenti della sua corrente al fine di assicurarsi o di conservare benefici di natura elettorale, non sembra che la medesima esigenza possa, da sola, compiutamente spiegare le personali relazioni intrattenute dall’imputato con gli “uomini d’onore”, posto che l’orientamento dei consensi, in definitiva, non dipendeva, se non in parte limitata, dal preciso riferimento alla sua persona.

Nel tentativo di spiegare la propensione dell’imputato ad intrattenere personali, amichevoli relazioni con esponenti di vertice di Cosa Nostra, relazioni certamente propiziate dagli intimi rapporti già intrattenuti dal Lima, appare più interessante considerare la spinta determinata dalla possibilità di utilizzare la struttura mafiosa per interventi che potrebbero definirsi extra ordinem, ovvero per arrivare, in taluni, peculiari casi, a soluzioni difficilmente raggiungibili seguendo canali ortodossi.

In questo quadro si inserisce a pieno titolo la illustrata vicenda Nardini (che non a caso è la più risalente di quelle addotte dalla Accusa), ma potrebbe includersi, altresì, il tentativo di interessare il Bontate al salvataggio dell’on. Moro, che viene prospettato – in termini espliciti, ancorché in via deduttiva – dal Buscetta, che, peraltro, nell’ambito di successive dichiarazioni sul punto non ha mancato di rivelare, come spesso gli è accaduto, qualche approssimazione, qualche incoerenza e qualche imprecisione (<Oltre all’intervento di Bossi, ci fu anche un intervento di Bontate Stefano, il quale mi fece dire, per il tramite di mio figlio o di mia moglie (non ricordo quale dei due), di darmi da fare per quanto potevo, per favorire la liberazione di Moro. […] Uscito dal carcere, nel 1980, chiesi di Moro a Bontate Stefano, ma egli mi disse che era “acqua passata”, essendo orami trascorsi due anni. Certo è che a chiedere a Bontate Stefano di interessarsi al caso Moro non potevano essere stati altri che i cugini Salvo, e quindi Giulio Andreotti> - pagg. 8 e 9 del verbale della deposizione resa ai magistrati inquirenti il 6 aprile 1993 -).

Ora, una indicazione analoga è stata fornita dal Marino Mannoia, dalle cui dichiarazioni, come rilevato dalla Difesa, lo stesso Buscetta ebbe a cogliere qualche spunto non già, però, in occasione delle ricordate, originarie dichiarazioni dell’aprile del 1993, ma in occasione di sue successive deposizioni dibattimentali.

Il Marino Mannoia, invero, ha riferito che il Bontate aveva ricevuto, in particolare, dai cugini Salvo e dall’on. Nicoletti, l’impulso ad attivarsi per la liberazione dell’on. Moro, narrando anche della diversa posizione che era stata assunta dal boss Pippo Calò, il quale aveva affermato che parte degli stessi compagni di partito di Moro non lo volevano libero (<<P.M. LO FORTE: Signor Mannoia, cambiamo adesso per un momento  argomento. Lei è a conoscenza, personalmente a conoscenza di interventi svolti da "Cosa Nostra" a proposito del sequestro dell' Onorevole Aldo Moro? – MANNOIA F.: sì, io appresi, successivamente dopo il sequestro dell'Onorevole Moro che vi era un forte interessamento, forti pressioni dall'ambiente politico nei confronti,    diciamo, di Bontade Stefano, per poter agire nell'eventualità di potere  fare qualcosa per la liberazione di Aldo Moro. […] - P.M. LO FORTE: quando a Fondo Magliocco Stefano Bontade inizialmente chiese a lei e ad Angelo Federico di prelevare Angelo Cosentino a Roma vi spiegò dunque il motivo per il quale bisognava portare Cosentino a Palermo? - MANNOIA F.: sì, ci disse che aveva avuto alcune pressioni da parte dell'Onorevole, diciamo, della Democrazia Cristiana siciliani per intervenire, appunto, se si poteva fare qualcosa nei confronti della liberazione di Andreotti. E il Bontade certamente... - PRESIDENTE: di Moro. Di Moro, della liberazione di Moro. - MANNOIA F.: di Moro. E Bontade era un forte sostenitore della Democrazia Cristiana, quindi voleva tentare in tutti i modi di poter fare qualcosa. - P.M. LO FORTE: Bontade lei disse, lei ha parlato di pressioni che Bontade aveva ricevuto per fare qualcosa per la liberazione di Moro. Le disse da chi aveva ricevuto queste richieste? Da chi precisamente aveva ricevuto queste richieste? - MANNOIA F.: erano interessati anche i Salvo, erano interessati l'Onorevole Nicoletti, non ricordo se anche Lima fosse interessato a questa... […] - P.M. LO FORTE: ma lei ha parlato di queste lamentele di Bontade nei confronti del Cosentino, perché il Cosentino un pochino si era lasciato scavalcare, a quel che ho compreso dal Calò a Roma. Ma perché in occasione di questo incontro a Fondo Magliocco, in cui appunto, Bontade parla con Cosentino delle possibilità o delle prospettive di un intervento per la liberazione dell'Onorevole Moro. Cosentino riferisce qualcosa concernente l'atteggiamento di Calò sul punto? - MANNOIA F.: sì, il Calò aveva riferito, aveva riferito che non  c'era, diciamo, non c'era modo per poterlo liberare. - P.M. LO FORTE: perché che cosa aveva detto il Calò al Cosentino? - MANNOIA F.: il Calò aveva detto che c'erano esponenti del suo partito che non avevano intenzione di... diciamo, di muoversi per la liberazione di Moro. - P.M. LO FORTE: mi scusi, questa riunione a Fondo Magliocco, questa prima riunione a Fondo Magliocco in cui Cosentino parla con Bontade, come si colloca rispetto al sequestro Moro? A quale distanza di tempo avviene dal sequestro? - MANNOIA F.: ma, pochissimo tempo. Dieci o quindici giorni, non  più di questo. - P.M. LO FORTE: successivamente visto che sono emerse queste difficoltà che provengono da Calò, che cosa succede? L'argomento viene affrontato di nuovo in un'altra sede? - MANNOIA F.: sì. Stefano Bontade chiede ed ottiene la riunione della commissione. In sede di commissione fu sentito il Calò e fu chiesto a Calò, diciamo, di voler intervenire anche lui, che era conoscitore, appunto, dell'ambiente malavitoso, criminale e di terroristi del... romani, di poter intervenire sulla liberazione di Aldo Moro. - P.M. LO FORTE: e in sede di commissione che cosa dice Calò? - MANNOIA F.: il Calò dapprima cercava di tergiversare sulle domande, sulla insistenza del Bontade, poi non potendone fare a meno si rivolse a Bontade dicendoci: "senti Stefano, è inutile che tu cerchi di insistere - dice - ma ci sono persone della... dello stesso partito, la Democrazia Cristiana, che non hanno nessun interesse alla liberazione di Moro". Allora in quella sede si... Bontade certamente non si arrese, si optò per cercare in tutti i modi di avvicinare alcuni di questi terroristi, e si fece il nome di Buscetta. Siccome Buscetta conosceva durante la sua detenzione a conosciuto esponenti, appunto, alcuni terroristi, si disse al Calò di cercare di fare in modo di fare trasferire il Buscetta per andare su, sue... su direttive del Buscetta per farlo trasferire in un carcere dove lui riteneva opportuno che potesse avere incontri con alcuni terroristi. - P.M. LO FORTE: quindi viene incaricato il Calò. Lei come apprende il contenuto di questi discorsi avvenuti durante la riunione della commissione? - MANNOIA F.: fu Bontade a dirmelo. Era molto amareggiato per questa situazione.>>).

Senza ovviamente pretendere di sostenere, al riguardo, il raggiungimento di una piena prova, è, tuttavia, interessante notare come un, sia pur vago, elemento che potrebbe confermare l’impegno di Andreotti nel tentativo di liberare l’on. Moro, da attuare anche sperimentando, in ipotesi, la via mafiosa, si trae, in qualche modo, dalle dichiarazioni del sen. Francesco Cossiga, che, come è noto, all’epoca del sequestro dell’on. Moro rivestiva la carica di Ministro dell’Interno. Il teste, invero, nella sua deposizione dibattimentale del 17 giugno 1998 ha riferito che si parlò, in quei drammatici e concitati giorni, anche di avvalersi della mafia per tentare di liberare il rapito, precisando che l’idea era stata da lui recisamente bocciata e che egli, probabilmente, ne aveva parlato all’imputato (allora Presidente del Consiglio). Lo stesso sen. Cossiga ha escluso che quest’ultimo avesse fatto alcun commento al riguardo ed ha, altresì, escluso di aver appreso di alcuna iniziativa da lui in tal senso assunta, aggiungendo un episodio dal quale, appunto, può desumersi una sincera partecipazione dell’imputato al dramma dell’on. Moro, con il quale, pure, non aveva grande sintonia politica (<<AVVOCATO COPPI: Durante il periodo del sequestro dell'Onorevole Moro, di questa ipotesi lei ha avuto occasione di parlare, questa ipotesi cioè utilizzare la mafia eccetera così come le era stato prospettato sempre a livello di ipotesi dal dottor Parlato, lei ha avuto occasione di parlare con il Senatore Andreotti? - COSSIGA FRANCESCO: Questo non sono in grado di dirlo. È probabile che io raccontai, perché io informavo il Presidente del Consiglio dei Ministri su tutto ovviamente, che dissi che avevamo fatto questo panorama e che io avevo escluso assolutamente questa ipotesi ma non ricordo assolutamente alcun commento a questa mia decisione né favorevole né contrario fatto dall'Onorevole Andreotti. - AVVOCATO COPPI: Dopo il sequestro e successivamente … intendo dire in tutti gli anni che poi vi sono stati, lei ha avuto occasione di ritornare su questo tema con il Senatore Andreotti e quindi ha avuto occasione di sapere da lui o di capire attraverso i discorsi che il Senatore Andreotti era al corrente di tentativi fatti verso ambienti mafiosi? - COSSIGA FRANCESCO: No. Debbo dire che le uniche cose che appresi dall'Onorevole Andreotti e che lui giustamente non mi disse nella sua discrezionalità di Presidente del Consiglio dei Ministri, anche perché era bene che il Ministro degli Interni agisse con i paraocchi, altri si occupassero di altre cose e lui me la raccontò molti anni dopo, furono… che lui era al corrente delle iniziative della Santa Sede, che sono state poi rese note in un recente libro dal Segretario di Paolo VI Monsignor Macchi, cioè era stata raccolta, a quanto lui mi disse, una notevole quantità di denaro, ove fosse stato necessario, e a quanto io ho compreso e poi… A quanto mi raccontò l'Onorevole Moro… L'Onorevole Andreotti ed è confermato dal libro di Macchi, avevano credo con qualche ingenuità attivati i cappellani delle carceri, soprattutto un cappellano delle carceri. Certamente dico con qualche ingenuità, perché dovevano avere informato l'Onorevole Andreotti che vi era qualche speranza, perché il giorno prima dell'uccisione di Moro, io… Andreotti era abbastanza tranquillo. Debbo dire che una delle cose dolorosissime che mi disse Andreotti, Andreotti è uomo di un carattere piuttosto freddo, lui mi disse "la cosa che mi dispiace è che nessuno crederà mai quanto io soffro per il sequestro dell'Onorevole Moro." I due naturalmente non è che fossero consonanti da un punto di vista politico, ecco.>>).

Se le indicazioni fornite dal sen. Cossiga si mettono in relazione con gli amichevoli rapporti che, come si è detto, a quell’epoca l’imputato intratteneva con i mafiosi e con la richiesta di aiuto (già sperimentata con successo) rivolta ai medesimi mafiosi in occasione della vicenda Nardini, si dovrà ammettere che le stesse conferiscono alla originaria affermazione del Buscetta notevole plausibilità, pur senza disconoscere che la stessa, come rilevato dal Tribunale, era fondata, in buona sostanza, su una semplice deduzione del medesimo.

Si è in presenza, in buona sostanza, del ricorso a forme di intervento para-legale, che conferisce, a chi sia in possesso dei canali che gli consentano di sperimentarle, un surplus di potere rispetto a chi si attenga rigorosamente ai mezzi legali, surplus di potere che mette in grado di ottenere, talora, risultati, di per sé non necessariamente riprovevoli, anche laddove essi non possano essere raggiunti con metodi ortodossi: una situazione, in altri termini, suscettibile di affascinare qualsiasi uomo di governo.

Insomma, anche al di là delle riflessioni da ultimo esposte, può considerarsi ragionevole una interpretazione secondo cui, anche senza arrecare al sodalizio mafioso contributi concretizzatisi in consistenti ed effettivi interventi agevolativi – ma si vedrà come per nulla trascurabile sia stato l’apporto rafforzativo assicurato ai mafiosi dalla amicizia di Andreotti -, l’imputato si sia conquistato, con il tramite del Lima e dei Salvo, l’amicizia degli “uomini d’onore”, ottenendone notevoli benefici.

Tutto ciò l’imputato ha fatto ritenendo di poter controllare a piacimento gli “uomini d’onore”, forte del convincimento che essi fossero individui di non eccelsa levatura, che subivano l’ascendente di un illustre uomo politico ed erano, in definitiva, ispirati da un assoluto rispetto per la istituzione pubblica e per i suoi esponenti, specie per quelli più prestigiosi.

 

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6) LA CRISI DEI RAPPORTI FRA IL SEN. ANDREOTTI E COSA NOSTRA E, PIU’ PRECISAMENTE, FRA IL SEN. ANDREOTTI E GLI ESPONENTI DELLA FRANGIA DEL SODALIZIO CRIMINALE CON I QUALI INTRATTENEVA AMICHEVOLI RELAZIONI.

 

Le appena rassegnate certezze dell’imputato erano fondate su una oggettiva sottovalutazione della pericolosità dei suoi interlocutori, già indotta da una visione riduttiva e, per usare le parole del diario del gen. Dalla Chiesa, folkloristica del fenomeno mafioso, secondo la quale le manifestazioni violente si limitavano, semmai, a qualche regolamento di conti tutto interno alle cosche o alla eliminazione di qualche personaggio esterno ad esse ma contiguo (è appena il caso di rilevare come il tema della sottovalutazione, da parte dell’imputato, del fenomeno mafioso, sia reiteratamente richiamato dalla stessa Difesa – vedansi le pagg. 1151, 1235 e 1254 della memoria conclusiva -, che lo ha dedotto, insieme con la necessità di fronteggiare l’allora dilagante terrorismo, a giustificazione della scarsa incisività della lotta dello Stato alla mafia: <In secondo luogo si deve osservare che sicuramente negli anni 1982/1983 si era accentuata la pressione dello Stato nei confronti di Cosa Nostra, ma ciò trova puntuale corrispondenza in quanto aveva precisato il sen. Andreotti nel corso delle sue dichiarazioni spontanee nel presente procedimento (vedi, retro, il capitolo dedicato all’attività legislativa del sen. Andreotti) quando aveva sottolineato che negli anni ‘70 il fenomeno mafioso era stato probabilmente sottovalutato anche perché lo Stato era impegnato soprattutto nella lotta contro il terrorismo e che per altro negli anni ’80 lo Stato aveva intrapreso una energica azione di contrasto alla criminalità organizzata, di cui egli era stato protagonista di spicco.> – pag. 1235 -).

Le certezze dell’imputato si infrangono fra la seconda parte del 1979 e l’inizio del 1980.

Chiamato ad interessarsi della questione Mattarella, l’imputato indica nella mediazione politica la possibile soluzione, che, tuttavia, dopo alcuni mesi, viene del tutto disattesa dai mafiosi, che perpetrano l’assassinio del coraggioso Presidente della Regione.

La scelta sanguinaria sgomenta Andreotti, il cui realismo politico (abusando di un luogo comune si potrebbe più propriamente parlare di cinismo) non si spinge certo fino a contemplare l’omicidio del possibile avversario.

Non interessa alla Corte commentare, al riguardo, la conclusione del Vol. I della Parte V dei motivi di appello, densa di suggestivi argomenti, con i quali i PM richiamano una considerazione ricorrente nella analisi dei fatti di mafia (l’oppositore abbandonato a se stesso che viene colpito nella sicurezza della impunità garantita dai potenti “amici”) che può solo parzialmente condividersi, con limitato riferimento all’antefatto dell’assassinio del Presidente Mattarella, ma che sfugge all’imprescindibile onere di ricostruire compiutamente la vicenda sulla scorta dei concreti elementi di prova acquisiti e finisce con l’obliterare la complessità della realtà e la peculiarità del caso in esame.

I fatti provati, alla stregua delle indicazioni fornite dalla sola fonte diretta (Marino Mannoia), consentono serenamente di affermare che l’imputato era decisamente contrario a qualunque soluzione cruenta della questione Mattarella (pure vantaggiosa per la sua corrente e per i suoi amici Salvo, i cui precisi interessi non è affatto certo che gli fossero noti) e finiscono addirittura con il suggerire la concreta possibilità che la ragione per cui Andreotti, superando le relative difficoltà, si è determinato a “scendere” in Sicilia ed a intervenire personalmente presso i mafiosi vada individuata proprio nell’intento di evitare una soluzione cruenta, quale quella che pochi mesi prima aveva visto soccombere il segretario provinciale della D.C., Michele Reina (l’omicidio di quest’ultimo non era, ovviamente, sfuggito alla attenzione dell’imputato, come risulta dal suo libro “Gli anni della solidarietà - Diari 1976/1979”, nel quale sotto la data 9 marzo 1979 risulta annotato il sanguinario evento, attribuito, peraltro, con scarsa verosimiglianza, che sembra celare una sorta di rimozione, al terrorismo politico - “Ucciso a Palermo il nostro segretario provinciale Michele Reina. La Sicilia fino ad ora era sembrata immune dal terrorismo politico.” -).

Si tratterebbe, peraltro, mutatis mutandis, della stessa ragione (quella di evitare fatti di sangue) che sarebbe stata a base, secondo le prospettazioni dei PM appellanti, della decisione di incontrare, alcuni anni dopo, il boss Salvatore Riina (vedasi quanto si dirà più avanti, allorché ci si occuperà del relativo episodio).

Non appare, invero, soddisfacente la chiave di spiegazione “politica” proposta dai PM appellanti, peraltro in relazione al coevo episodio riferito dal teste Vito Di Maggio, che viene ricollegato alla assunta necessità di Andreotti di rafforzare, in quel particolare frangente in cui stava per uscire dall’orbita del Governo del Paese, i suoi legami con i mafiosi; né, venendo ad una spiegazione più specificamente connessa con la questione Mattarella, può considerarsi congrua la profilata necessità di Andreotti di preservare la sua corrente palermitana dalle possibili iniziative del Presidente Mattarella.

Tenuto conto che la breve puntata in Sicilia è stata presumibilmente attuata in periodo in cui Andreotti ricopriva ancora la carica di Presidente del Consiglio e in cui, pertanto, un breve viaggio riservato implicava la necessità di superare quella oggettiva serie di (comunque non insormontabili) difficoltà desumibili dalle indicazioni del teste Sessa, si deve ritenere che l’imputato considerò che fosse piuttosto urgente incontrare personalmente i mafiosi (è evidente che i suoi sodali politici avrebbero potuto comodamente contattarlo, con modalità niente affatto clandestine, a Roma e riferire, quindi, ai mafiosi i suoi eventuali suggerimenti, cosicché, se non fosse stata avvertita la forte esigenza di un urgente incontro personale con gli stessi mafiosi, non vi sarebbe stata alcuna necessità di “scendere” in Sicilia).

Ma, posto che i legami con i mafiosi erano, come si è visto, a quell’epoca amichevoli, tale ritenuta urgenza non può essere adeguatamente giustificata dalla generica necessità di rafforzarli.

Quanto, poi, alla esigenza di prevenire possibili iniziative politiche del Presidente Mattarella concernenti l’assetto locale del partito, a parte quanto già osservato a proposito della scontata possibilità che una riunione politica avrebbe potuto avvenire a Roma, anche sotto tale aspetto non si intravede alcuna urgenza, specie se si considera che l’atteggiamento chiaramente attendista assunto dall’imputato, poi superato cruentemente dai mafiosi, costituisce la migliore riprova della insussistenza di alcuna particolare premura.

Del resto, il solo, possibile apporto dei mafiosi alla soluzione di una questione “politica” quale quella de qua non poteva che concretizzarsi nel ricorso ai metodi di violenza e sopraffazione loro propri, ma gli elementi forniti dal Marino Mannoia recisamente escludono che l’imputato abbia nella circostanza inteso avvalersene chiamando a raccolta gli esponenti di Cosa Nostra con i quali coltivava amichevoli rapporti.

Deve, allora, preferirsi un’altra spiegazione che coniughi logicamente i fatti riferiti dal Marino Mannoia e che spieghi congruamente la necessità, avvertita da Andreotti, di interloquire urgentemente con i mafiosi in relazione alla vicenda Mattarella.

Agevole è immaginare che qualche intimo sodale dell’imputato (per es. l’on. Lima, esplicitamente chiamato in causa da Marino Mannoia: <Attraverso l’onorevole Lima, del nuovo atteggiamento di Mattarella fu informato anche l’onorevole Giulio Andreotti. Andreotti scese a Palermo, e si incontrò…> - verbale dell’interrogatorio del 3-4 aprile 1993 -), al corrente dei pesanti e crescenti malumori dei mafiosi nei confronti del Presidente Mattarella, gli prospetta una situazione di pericolo per la stessa incolumità del Presidente della Regione, reo agli occhi degli “uomini d’onore” non tanto di voler scompaginare l’assetto locale del potere democristiano (è ancora lontano l’abboccamento dello stesso Mattarella con Rognoni, che il primo avvertì come sommamente pericoloso per lui), ma, secondo quanto (più volte ricordato dai PM) riferito dall’on. Evangelisti proprio per averlo appreso dal Lima, di aver tradito aspettative che, a torto o a ragione, gli stessi mafiosi coltivavano.    

Preoccupato per tale evenienza, l’imputato, dunque, avverte la necessità di intervenire urgentemente e personalmente presso i mafiosi e si determina ad incontrarli: in occasione della riunione presso “La Scia”, ne frena l’impeto, prende tempo, li rassicura additando una soluzione “politica”, elude (almeno nell’immediato) ogni iniziativa cruenta, tanto che il Bontate rimane in attesa e confida al Marino Mannoia che “staremo e vedere”.

Giova, in proposito, precisare che la genesi dell’incontro a “La Scia” induce ad escludere che siano stati i mafiosi a sollecitare l’incontro con Andreotti per discutere della questione Mattarella e, del resto, le primigenie (3 aprile 1993) e le successive dichiarazioni del Marino Mannoia confermano tale ipotesi, atteso che non si rintraccia in esse alcun accenno ad una sorta di invito rivolto all’imputato e neppure a richieste dirette a quest’ultimo perché intervenisse sul Presidente della Regione, avendo il collaboratore semplicemente riferito di aver apppreso dal Bontate delle doglianze sul Presidente Mattarella espresse dai mafiosi all’uomo politico (<Attraverso l’onorevole Lima, del nuovo atteggiamento di Mattarella fu informato anche l'onorevole Andreotti Giulio. Andreotti scese a Palermo, e si incontrò con Bontate Stefano, i cugini Salvo, l’onorevole Lima, l’onorevole Nicoletti, Fiore Gaetano ed altri. […] Ho appreso di questo incontro dallo stesso Bontate Stefano, il quale me ne parlò poco tempo dopo che si era svolto, in periodo tra la primavera e l’estate del 1979 e comunque in epoca sicuramente posteriore all’omicidio di Reina Michele. Il Bontate non mi disse quale fosse stato in dettaglio il tenore dei colloqui intercorsi tra i presenti, né quale fosse stato l’atteggiamento assunto dall'onorevole Andreotti. Egli mi disse soltanto che tutti quanti si erano lamentati con Andreotti del comportamento di Mattarella, e aggiunse poi: “Staremo a vedere”>).

Ma, in verità, i margini di manovra politica erano particolarmente ristretti ed, anzi, potevano dirsi nulli e deve, invero, ragionevolmente ritenersi che Andreotti ne fosse ben consapevole: egli non poteva e probabilmente non voleva apparire al Presidente Mattarella o ad altro collega di partito che potesse influire su di lui come portatore di interessi mafiosi e persuaderlo a soddisfarli.

Tutto ciò dà conto delle legittime perplessità nutrite sul punto specifico dal Tribunale e dalla Difesa, che colgono la scarsa verosimiglianza di un intervento “politico” dell’imputato volto a condizionare il Presidente Mattarella, ma che non considerano la possibile strumentalità della iniziativa (che non risulta aver avuto corso), la quale trova idonea spiegazione proprio nella pressante esigenza di salvaguardare lo stesso Presidente Mattarella dalla minaccia di essere soppresso.

Tuttavia, con un peccato di presunzione, Andreotti erroneamente ha reputato che la mancanza di risultati della indicata via “politica”, che ben presto sarebbe apparsa chiara, non avrebbe determinato alcuna conseguenza negativa per la incolumità del Presidente Mattarella, inesattamente ritenendo che i suoi solidi legami con i mafiosi ed il suo autorevole intervento che la aveva inequivocabilmente respinta avrebbero bloccato qualsivoglia soluzione cruenta.

La drammatica disillusione, la emozione suscitata dalla estrema gravità del tragico assassinio del Presidente Mattarella, soppresso alla presenza dei familiari, e lo smacco provato nell’aver visto la sua indicazione disattesa spiegano la decisione di “scendere” a Palermo e di incontrare nuovamente gli interlocutori mafiosi per chiedere chiarimenti e non certo per felicitarsi di una soluzione che pure era stata, in definitiva, foriera di rimarchevoli vantaggi per il suo gruppo politico locale e per i suoi amici Salvo.

Si può cautamente ipotizzare che se il Bontate si fosse sottomesso all’autorevole richiamo dell’eminente uomo politico e si fosse in qualche modo giustificato attribuendo la opzione sanguinaria al prevalere di spinte estremistiche di altri suoi sodali, avrebbe preservato i buoni rapporti con il medesimo: ed invero, se la scelta di “scendere” in Sicilia per chiedere chiarimenti suggerisce un atteggiamento determinato ad ottenere spiegazioni circa la decisione di assassinare il Presidente Mattarella, la stessa, però, non può che leggersi come espressione di una tendenziale volontà di verificare la possibilità di conservare (appunto, chiarendo) le buone relazioni con i mafiosi.  

Ma, evidentemente, i reclami e le critiche di Andreotti sono stati nell’occasione tanto fermi ed insistiti da suscitare la irritazione e l’ira del capomafia, il quale, abbandonato l’atteggiamento solitamente calmo e compassato, ha reagito alzando la voce e spingendosi perfino a minacciare il suo illustre interlocutore di gravissime conseguenze se fossero state adottate iniziative normative contro la mafia (come si è espresso il Marino Mannoia nelle sue primigenie dichiarazioni del 3 aprile 1993: <Il Bontate aggiunse che aveva diffidato l’onorevole Andreotti dall’idea di adottare interventi o leggi speciali, poiché altrimenti si sarebbero verificati altri fatti gravissimi.>)

E se Andreotti, che mai aveva avallato la scelta di assassinare il Presidente della Regione, aveva duramente chiesto conto al Bontate di quella decisione provocando la irritata reazione del capomafia, il quale aveva avvertito perfino la necessità di alzare la voce e di ricorrere alle minacce, davvero non si vede sulla base di quali elementi, se non la suggestione retorica di un argomento stereotipato, i PM appellanti possano conclusivamente commentare l’intero svolgersi della vicenda riferita dal Marino Mannoia affermando che <il patto di scambio tra Andreotti, gli uomini della sua corrente in Sicilia e l’organizzazione Cosa Nostra aveva travolto nel suo micidiale ingranaggio l’“anomalia” Mattarella e tutto era tornato al suo posto.   I vertici di Cosa Nostra avevano avuto la prova che Andreotti nella drammatica scelta tra Mattarella e Cosa Nostra, aveva privilegiato - ancora una volta - il rapporto con l’organizzazione mafiosa, pur di non rischiare di mettere in crisi le basi del suo potere personale, fondate sull’importante apporto del “consenso” siciliano alimentato dal consenso mafioso.  Dopo quella difficile prova, essi avevano ormai acquisito la definitiva certezza della loro impunità, insieme alla certezza di poter contare negli anni a venire - qualunque cosa fosse accaduta, sul silenzio, sulla complicità e sul sostegno del loro potente alleato.>.

Anche prescindendo dalla, appena prospettata, verosimile motivazione del personale intervento di Andreotti presso i mafiosi in relazione alla questione Mattarella, ci si deve chiedere se e quali siano state le conseguenze del colloquio fra l’imputato, già titolare di numerosi incarichi di Governo anche al massimo livello, ed il Bontate della primavera del 1980.

In proposito si può agevolmente immaginare quale sia stato l’ulteriore impatto sull’eminente uomo politico, già scosso dall’assassinio del Presidente Mattarella, del tono arrogante con cui il Bontate aveva respinto le sue insistite richieste di chiarimenti: era stato un grave errore minimizzare la pericolosità della mafia; era stato un grave errore immaginare di poter agevolmente disporre dei mafiosi e di guidarne le scelte imponendo, con la propria autorevolezza ed il proprio prestigio, soluzioni incruente e “politiche” ai problemi insorti; era stato erroneo il convincimento, del resto già scalfito da alcuni, recenti e gravissimi fatti di sangue (forse attribuibili, peraltro, a fazioni diverse da quella in cui militavano gli amici mafiosi – gli omicidi del comm. Boris Giuliano, perpetrato nel luglio del 1979, del giudice Cesare Terranova, consumato nel settembre del 1979 e forse anche del cap. Emanuele Basile, risalente all’inizio di maggio del 1980 -), circa il rispetto assoluto dei mafiosi verso gli esponenti delle istituzioni pubbliche; era stato un abbaglio assegnare alla mafia il riduttivo ruolo di strumento di ordine e di controllo della criminalità – torna utile richiamare il complimento rivolto al Badalamenti, riferito dal Buscetta –, attuato attraverso qualche ricorso alla violenza che, tutto sommato, la società civile poteva tollerare, rimanendo preservata la istituzione pubblica, verso la quale venivano, comunque, conservati rispetto e deferenza; era stato, in definitiva, un grave errore intrattenere buone relazioni con i mafiosi, chiedere loro qualche favore, indurre in essi il convincimento di poter contare sulla sua amicizia, convincimento che aveva probabilmente pesato sulla baldanzosa previsione dei medesimi di non subire negative, tangibili conseguenze per la decisione di sopprimere un esponente così in vista del partito di maggioranza relativa.

Le inevitabili riflessioni di Andreotti lo rendono conscio della inadeguatezza della propria analisi del fenomeno mafioso, rimasta indietro rispetto allo sviluppo ed alla pericolosità ormai assunti dallo stesso (in ciò, in realtà, risiede il peccato di sottovalutazione che, secondo la Difesa, l’imputato avrebbe sempre ammesso).

Ma, al di là della possibile revisione critica della moralità di incaute scelte pregresse che lo avevano indotto – non certo senza tornaconto - a palesare apprezzamento ed amichevole disponibilità verso i mafiosi, le stesse riflessioni e la consapevolezza della impossibilità di mantenere il controllo sulle azioni di Cosa Nostra, definitivamente maturata dopo il colloquio con il Bontate, non possono che spingerlo a rivedere radicalmente i propri rapporti con gli “uomini d’onore” ed a allontanarsene, non senza lasciarsi indietro un pesante retaggio che ha alimentato le aspettative o la immaginazione degli stessi.

A quest’ultimo riguardo, torna utile richiamare e, per comodità espositiva, trascrivere testualmente la efficace pagina dell’atto di appello già, in parte, sopra riportata (pag. 779), che dimostra come la complessità di una certa realtà non sfugga ai PM (specie quando essa sia funzionale a supportare le loro tesi): <E, tuttavia, il Pubblico Ministero non può esimersi - per un pur doveroso omaggio alla memoria di una delle vittime più coraggiose e illustri del sistema di potere politico-mafioso - dal venir meno all’altrettanto cogente dovere di restituire alla vicenda umana e politica di Piersanti Mattarella quella sofferta complessità che ha segnato dolorosamente il destino di alcuni uomini i quali hanno dovuto misurasi con retaggi del passato.  Retaggi frutto, forse, anche di una sottovalutazione da parte di molti esponenti del ceto politico circa i mutamenti strutturali via via avvenuti nel mondo mafioso. Un mondo mafioso che aveva alzato sempre di più il prezzo delle proprie pretese: non più il favore di ottenere il rilascio di una patente o un porto d’armi, ma pretese sempre più aggressive e crescenti per mettere le mani sui centri del potere politico-istituzionale e sui flussi del denaro pubblico. […] E, certamente, i rapporti non si interrompono improvvisamente e drasticamente, dalla sera alla mattina.      Occorre un certo tempo per prendere le distanze; prima in modo morbido e poi apertamente, soprattutto se si considera la estrema pericolosità e la suscettibilità dei personaggi da cui occorreva prendere le distanze.   Nessuno può realisticamente immaginare che, per esempio, Piersanti Mattarella potesse, da un giorno all’altro, sbattere la porta in faccia a Vito Ciancimino, che suo padre aveva appoggiato (v. deposizione del teste Farinacci) e che di ciò era grato.   E’ in questo processo lento che, in un crescendo di segnali di indisponibilità, un rapporto mal tollerato precipita nella conflittualità manifesta quando i mafiosi acquisiscono ormai la certezza che Piersanti Mattarella è definitivamente cambiato.     Ed ancora nel corso di questo processo lento – se si resta aderenti alle stesse parole di Buscetta (condiscendenza non corruzione) – è comprensibilissimo che Piersanti Mattarella abbia potuto fare “favori” che rientravano nei limiti del lecito, nel senso di limitarsi ad agevolare o sveltire pratiche burocratiche concernenti diritti comunque spettanti ai soggetti che gli sottoponevano le loro richieste.>.

Gli avvenimenti della seconda parte del 1979, l’assassinio del Presidente Mattarella ed il burrascoso chiarimento con il Bontate segnano, dunque, la crisi degli amichevoli rapporti di Andreotti con gli esponenti di Cosa Nostra, rapporti che egli fondava sui ricordati convincimenti, rivelatisi drammaticamente illusori, e, si ribadisce, sulla sottovalutazione della pericolosità dei mafiosi.

Giova sottolineare che quella esposta, pur sondando, come nella occasione appare inevitabile, le difficili sfere della psiche umana, è una interpretazione di quanto avvenuto assolutamente ragionevole, strettamente ancorata ai fatti acquisiti e lontana da una riflessione puramente soggettiva ed opinabile ed, in qualche modo, “politica”.

Per averne conferma si possono ricordare, oltre che le dichiarazioni con cui il Marino Mannoia ha parlato delle difficoltà incontrate dai “corleonesi” (che di lì a poco avrebbero preso il comando incontrastato di Cosa Nostra) ad ottenere la “disponibilità” dell’imputato, quelle, già riportate e sostanzialmente convergenti, rese dinanzi alla Corte, nella udienza del 16 gennaio 2003, dal Giuffrè, il quale ha espressamente indicato – con la intuibile, inevitabile approssimazione - la morte del Bontate (aprile 1981) come il momento in cui iniziano ad incrinarsi i rapporti tra politica e mafia (<<…Ragion per cui, se noi in questo contesto poi negli anni ‘80 parliamo di inaffidabilità, di problemi che sono nati tra Cosa Nostra e la politica, appositamente sta a significare che qualche cosa a partire dagli anni ‘80 e - per essere ancora più precisi - dopo l'uccisione di Stefano Bontade, cioè qualche cosa da allora in questo rapporto si comincia ad incrinare.>>).

In questo contesto, al di là di un possibile eccesso di enfasi, può riconoscersi una qualche credibilità anche alla convergente indicazione con cui il Lipari, a proposito di eventuali interventi presso l’imputato perché si interessasse dell’“aggiustamento” del maxiprocesso, ha riferito di aver appreso da Salvatore Riina che il Lima aveva fatto sapere, tramite Ignazio Salvo, di non poter affrontare con Andreotti tali argomenti in quanto avrebbe rischiato di venir emarginato dalla corrente (<<AVVOCATO COPPI: Quindi c'è stato un intervento solo di Ignazio Salvo, perché Ignazio Salvo intervenisse su Lima e affinché Lima arrivasse da Andreotti? - LIPARI: Se Ignazio Salvo dovesse arrivare all'Onorevole Andreotti o a altri non lo so, so solo però che in ultimo quando decise il Riina di girare le spalle alla democrazia cristiana lo fece, in quanto disse Ignazio Salvo, non preoccupatevi, io non posso parlare al Presidente di questa cosa, al Presidente si riferiva al Presidente della sua corrente, perché mi caccerebbe fuori dalla corrente. Questo lo ha riferito Ignazio Salvo per averglielo detto Lima. - AVVOCATO COPPI: Quindi Ignazio Salvo non si era rivolto direttamente al Senatore Andreotti, ma ne avrebbe dovuto parlare con Lima e da Lima ha avuto questa risposta di cui lei ci sta dicendo? - LIPARI: Si, la risposta è stata questa, che lo fece infuriare un poco. - PRESIDENTE: Questo fatto l'ha riferito Salvo oppure l'ha appreso così? - LIPARI: Questo me l'ha detto Riina.>>).

Gli stessi PM appellanti, senza, peraltro, trarne alcuna conseguenza, hanno, del resto, fondato la propria tesi accusatoria proprio sulla ricostruzione fornita dal Marino Mannoia, nella quale, spianandone ogni complessità, hanno superficialmente colto soltanto la ricercata conferma delle relazioni fra l’imputato ed i mafiosi: in quest’ambito essi non hanno, però, potuto disconoscere che <quando Andreotti torna a Palermo nella primavera del 1980 per chiedere a Bontate spiegazioni su quell’omicidio (atteso che si era deciso di soprassedere), Bontate – che non si è mostrato all’altezza di saper imporre la propria volontà attendista a quella dei corleonesi, e anzi si è accodato alla loro decisione – si rivolta contro quello che era sempre stato il suo referente politico.   Certo Bontate non aveva alcun motivo di essere soddisfatto di se ed aveva ragione ad essere “contrariato”. Per un verso, aveva avuto la riprova del declinare del suo potere e del suo prestigio personale dinanzi ai corleonesi, che di lì a poco lo avrebbero eliminato anche fisicamente.     E, per di più, aveva deteriorato i suoi rapporti con Andreotti.> (le sottolineature sono dell’estensore).

L’evidenziato contrasto fra il Bontate ed Andreotti e il riconosciuto deterioramento dei rapporti fra i medesimi finisce con l’interpretare il significato dell’accaduto in linea con quanto qui sostenuto.

Di fatto, alla stregua degli elementi acquisiti, rimane confermato che, dopo quel burrascoso colloquio della primavera del 1980, si esauriscono le, in precedenza piuttosto ricche, indicazioni (non sempre traducibili in prove piene) concernenti episodi sintomatici delle relazioni di Andreotti con i suoi tradizionali referenti mafiosi (Bontate e Badalamenti), dei quali, peraltro, come già ricordato, era già in corso la emarginazione da Cosa Nostra.

 

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Nel rinviare alle conclusioni la valutazione giuridica dei fatti e delle condotte fin qui esaminati, si passerà ora a verificare se gli elementi ulteriori acquisiti, inerenti alla fase temporale successiva all’avvento dei “corleonesi”, confermino o smentiscano la profilata cessazione delle amichevoli relazioni fra Andreotti e gli esponenti mafiosi e dei rapporti di scambio (come si è visto, nettamente inclinati verso le esigenze dell’imputato) che ne costituivano la esplicitazione.

In proposito si può, qui, anticipare che la disamina che seguirà consentirà di ribadire la personale, elevatissima affidabilità del Marino Mannoia e la piena attendibilità delle indicazioni del medesimo, con particolare riguardo, in questa sede, al riferito venir meno della precedente disponibilità di Andreotti nei confronti dei mafiosi.

Come meglio si vedrà nel prosieguo, l’accanimento che, all’esito del maxiprocesso, il Riina ed i suoi mostreranno nei confronti dell’imputato e di coloro che – quanto meno un tempo – gli erano stati vicini troverà adeguata spiegazione nel solerte impegno antimafia progressivamente manifestato da Andreotti, estrinsecatosi anche in, particolarmente incisivi, provvedimenti adottati dagli ultimi Governi da lui guidati (impegno che, per quanto assuma, con riferimento alla azione di sostegno al buon esito del maxiprocesso, carattere quanto mai peculiare, non caratterizza esclusivamente la figura del medesimo), ma anche nelle deluse aspettative – magari fino ad un certo punto strumentalmente alimentate da chi aveva interesse a mantenerle vive - che i pregressi, risalenti atteggiamenti dell’uomo politico avevano ingenerato nei mafiosi.

Si vedrà, dunque, come l’esito finale di tutta la complessa e lunga vicenda finirà con l’offrire una conferma, anche logica, sia delle pregresse, disponibili relazioni dell’imputato con gli esponenti della c.d. ala moderata di Cosa Nostra, sia della cessazione delle stesse relazioni all’indomani della primavera del 1980.  

 

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CAPITOLO III : I FATTI VALUTABILI CONCERNENTI L’EPOCA SUCCESSIVA ALL’AVVENTO DEI “CORLEONESI” (DAL 1981-1982 A SEGUIRE).

 

1) PREMESSE INTRODUTTIVE.

 

1. Si è già evidenziato come alcuni fatti fondamentali giustifichino il convincimento che nella primavera del 1980 si sia consumata una frattura nei rapporti fra Andreotti ed i suoi referenti mafiosi. Si tratta, per riepilogare: a) del deterioramento delle relazioni fra l’imputato ed il suo principale interlocutore mafioso, Stefano Bontate, deterioramento che di certo non scaturiva da dissapori circoscrivibili nell’ambito della sfera delle specifiche relazioni personali con il capomafia, ma investiva, in generale, tutta Cosa Nostra e la attività criminale della stessa nella essenziale connotazione ad essa, infine, conferita dalla vicenda dell’assassinio del Presidente Mattarella; b) della, già in corso, progressiva emarginazione dai centri di comando di Cosa Nostra dei capimafia che con l’imputato intrattenevano relazioni: era già maturata la estromissione dal sodalizio del Badalamenti ed era già in corso il progressivo isolamento del Bontate e dell’Inzerillo, culminato, nella primavera del 1981, nell’assassinio dei due, seguito dalla decimazione degli “uomini d’onore” agli stessi fedeli; c) della sintomatica assenza di indicazioni ulteriori concernenti fatti idonei a comprovare la prosecuzione, nell’arco di tempo che va dall’incontro della primavera del 1980 all’assassinio del Bontate e dell’Inzerillo ed alla presa del potere da parte dei “corleonesi”, delle pregresse relazioni, che stride con il numero degli episodi significativi riferibili al periodo precedente (a voler ricomprendervi anche quelli solamente sospettabili, si potrebbero citare la vicenda Nardini, la vicenda Moro, la vicenda Pecorelli, la vicenda Rimi, la vicenda Sindona, la vicenda Mattarella, l’episodio riferito dal teste Di Maggio, il regalo del dipinto – sia pure, a quest’ultimo riguardo, con qualche dubbio in ordine alla precisa collocazione temporale del fatto -).

In particolare, al di là della generica possibilità della perpetuazione inerziale di appoggi elettorali forniti ad esponenti della corrente andreottiana, che, come già rimarcato, va, comunque, più correttamente inquadrata nell’ambito delle dirette e personali relazioni del singolo personaggio politico locale, non è stata acquisita, a differenza di quanto accaduto per il periodo precedente, alcuna indicazione, anche vaga e sfornita di idonea efficienza dimostrativa, concernente favori concessi o richiesti dall’imputato – sul punto, come meglio si preciserà, anche in relazione al periodo ancora successivo non è destinata ad approdare ad esiti positivi la indagine sul comportamento dell’imputato, nel cui atteggiamento non sono ravvisabili neppure quelle manifestazioni di disponibilità che, con riferimento all’epoca precedente, quanto illustrato autorizza a considerare provate -.

La rimarcata, oggettiva situazione ed il subentrare dell’egemonia dei “corleonesi”, fino ad allora estromessi da ogni rapporto con Andreotti tanto da irritarsene, non consentono, se non a prezzo di un inammissibile salto logico, di ipotizzare senz’altro una continuità delle relazioni fra l’imputato e Cosa Nostra, fondata su quanto accertato in riferimento all’epoca antecedente: del resto, è del tutto intuitivo che sui legami in questione esercitavano un peso determinante non già le “cariche” occupate dagli interlocutori, ma le relazioni personali fra i medesimi.

Oltre che defatigante, deve, allora, considerarsi inconducente il sistematico e ripetuto richiamo operato dai PM appellanti al valore probatorio corroborante dei dimostrati fatti pregressi e, principalmente, dei rapporti intrattenuti da Andreotti con il Bontate ed i suoi amici, con il Lima ed con i cugini Salvo e delle relative menzogne dell’imputato: quanto evidenziato e la radicale modifica delle posizioni di potere all’interno di Cosa Nostra indebolisce fin quasi ad annullarla la valenza logica di tali risultanze allorché debba verificarsi se gli elementi acquisiti consentano di ritenere provato che gli amichevoli atteggiamenti e la disponibilità dell’imputato siano stati manifestati con autentica partecipazione anche al nuovo gruppo di potere che aveva assunto il predominio assoluto sul sodalizio mafioso.

In buona sostanza, proprio in dipendenza delle peculiarità evidenziate, la dimostrazione dell’assunto non può giovarsi del richiamo ad un contesto ormai tramontato e necessita, pertanto, di una prova autonoma ed autosufficiente, libera dalla possibile suggestione indotta (anche, eventualmente, in alcuni dichiaranti) da vicende precedenti e dalla conservazione, da parte dell’imputato, di rapporti amichevoli e di solidarietà politica con l’on. Lima o dall’eventuale mantenimento di amichevoli relazioni con i cugini Salvo.

A tali ultime circostanze non può, invero, ai fini che qui interessano, riconoscersi significato decisivo.

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2. Quanto alla conservazione del legame con il Lima, se si deve prendere atto che i rapporti con costui non sono stati recisi dall’imputato nel corso degli anni pur nella consapevolezza dei legami che il medesimo intratteneva con il Bontate ed altri mafiosi, tuttavia tre riflessioni si impongono:

la prima è che, come già rimarcato, il Bontate ed i suoi amici di lì a poco sarebbero stati eliminati dalla fazione “corleonese”, cosicché è venuto ben presto meno ogni loro ruolo che potesse orientare negativamente i rapporti fra Andreotti ed il Lima;

la seconda è che, per quanto riguarda il periodo successivo, si può dubitare che il Lima abbia intrattenuto con i nuovi padroni di Cosa Nostra, il boss Salvatore Riina ed i “corleonesi”, gli stessi, intimi e diretti legami che lo univano al Bontate e che, comunque, l’imputato abbia avuto esatta consapevolezza in merito alle, meno strette, relazioni serbate dal predetto con i mafiosi;

la terza e troncante è, infine, che la responsabilità penale dell’imputato, qui oggetto di valutazione, non può che essere personale, cosicché non potrebbe, di per sé, assumere rilievo decisivo il fatto che egli, astenendosi da ogni disponibilità personale nei confronti dei mafiosi, abbia continuato a coltivare il suo legame politico con il Lima.

In ordine al punto 2) giova fare cenno al contenuto del lungo e dovizioso capitolo dedicato dalla appellata sentenza ai rapporti fra l’on. Lima ed esponenti mafiosi: agevole è rilevare come alle ricche indicazioni che caratterizzano la vicenda fino alla scomparsa del Bontate, periodo nel quale non difetta affatto una consuetudine personale e diretta del Lima con esponenti mafiosi del massimo livello (ed, in primo luogo, con il Bontate medesimo), facciano da riscontro, in riferimento all’epoca successiva, scarne notazioni, che, in definitiva, si esauriscono nella vicenda dell’avv. Raffaele Bevilacqua, sulla quale si ritornerà più avanti, e nell’illecito concorso con il Siino nelle pratiche spartitorie di alcuni grandi appalti pubblici.

In quest’ultima situazione, peraltro, è difficile negare che, in realtà, l’intento del Lima non era tanto quello di agevolare gli interessi mafiosi, ma quello di perseguire il proprio utile che addirittura poteva entrare in conflitto con quello dei mafiosi medesimi (<<SIINO A.: In generale mafia-appalti, 30 miliardi. - PM: Di tangenti o di lavori 30 miliardi? - SIINO A.: No, no, 30 miliardi di tangenti, che di lavori! - PRESIDENTE: Cioè dall'86 al 1991? - SIINO A.: Sì. Solo Salamone mi dava 200 milioni al mese. - PM: Senta, e questi 30 miliardi di tangenti, li prendeva tutti Lima, oppure c'era una ripartizione? - SIINO A.: No, no, erano ripartiti. Praticamente Lima a un  certo punto si trovò in condizione di nascondere parte di queste cose, perchè naturalmente c'erano i mafiosi che facevano la parte del leone. Praticamente alle volte noi eravamo diventati ... - PM: La percentuale ci dica, la percentuale. - SIINO A.: La percentuale era così divisa: 2% la mafia, 2% al  gruppo andreottiano, lo 0,50% era per la commissione provinciale di controllo>>).

Al riguardo, per inciso, si deve sottolineare come appaia frutto di una forzatura la osservazione dei PM appellanti secondo cui l’imputato sarebbe stato ben consapevole della esistenza dello specifico patto di scambio in materia di appalti tra la sua corrente siciliana e Cosa Nostra, traendo spunto dalla affermazione del Siino circa la raccomandazione dell’imprenditore Catti De Gasperi rivolta (peraltro, infruttuosamente) da un altissimo personaggio al sen. Andreotti e da costui girata al Lima: è evidente che la enorme influenza di quest’ultimo in Sicilia rendeva assolutamente plausibile che il suo capocorrente si rivolgesse a lui per girargli una raccomandazione politica proveniente da un altissimo personaggio e concernente un imprenditore impegnato nel tentativo di acquisire nell’Isola una grossa commessa pubblica, senza che ciò comportasse una precisa cognizione delle malversazioni che, nell’ambito del sistema spartitorio degli appalti, collegavano il Lima al Siino e, tramite costui, ai mafiosi.

Giova chiarire che la Corte non intende affatto affermare che il Lima, dopo la scomparsa del Bontate, si sia rigorosamente astenuto da ogni relazione con esponenti mafiosi: tuttavia, si deve ribadire che gli elementi acquisiti non consentono di affermare che gli stretti e diretti rapporti con il Bontate siano proseguiti con i “corleonesi”.

In quest’ambito mette conto rilevare come sia significativo che nessun importante collaboratore abbia riferito di diretti contatti fra il Riina ed il Lima (deve, ovviamente, farsi salvo l’apporto del Di Maggio, collegato, peraltro, esclusivamente al riferito episodio dell’incontro in casa di Ignazio Salvo che dovrà essere esaminato separatamente) e come i contatti con lo stesso Lima fossero, semmai, mediati dai Salvo e, in particolare, dato il sopravvenuto decesso di Antonino Salvo, da Ignazio Salvo.

Ciò, in particolare, si desume dalle dichiarazioni di Giovanni Brusca, il quale ha precisato di aver sempre intrattenuto rapporti diretti con i cugini Salvo ma di non aver mai incontrato direttamente il Lima (<<AVV. SBACCHI: L'Onorevole Lima l'ha incontrato? - BRUSCA G.: Direttamente mai.>>).

Da parte sua, Vincenzo Sinacori (udienza del 22 aprile 1997), nell’intrattenersi sui tentativi di condizionamento del maxiprocesso e sulla strategia stragista voluta, dopo la conclusione dello stesso, da Salvatore Riina, a proposito dell’eventuale ruolo del Lima ha affermato: <<SINACORI V.: io di Salvo Li... io Salvo Lima non lo conosco, non l'ho mai conosciuto. Io so i rapporti che aveva Ignazio  Salvo. I Salvo avevano rapporti con Andreotti, come mi dice Matteo, e co... e come mi sostiene anche Tani Sangiorgi in quella famosa riunione, dove mi dice che bastava che Andreotti diceva che conos... come effettivamente ci conosce, bastava dire questo che per noi non avremmo preso alcun processo, e niente. Io da lì so che ci so... che i rapporti... che ci sono rapporti tra Salvo... Ignazio Salvo e Andreotti... - PM NATOLI: ho capito. - SINACORI V.: ... dai discorsi... - PM NATOLI: mentre... - SINACORI V.: ... dai discorsi di Matteo Messina Denaro e dai discorsi di Tani Sangiorgi. - PM NATOLI: mentre, relativamente all'Onorevole Lima lei non sa nulla. - SINACORI V.: no. - PM NATOLI: sa soltanto che viene ucciso nell'ambito di questa strategia... - SINACORI V.: strategia. - PM NATOLI: ... punitiva? - SINACORI V.: sì.>>.

Parimenti, nessuna indicazione contrastante con l’assunto si trae dalle articolatissime dichiarazioni del Siino, il quale, al contrario, non ha mancato di riferire di avere, invece, visto il Lima insieme al Bontate (<<PM: Mi scusi, mi scusi, è relativamente a questo periodo, perchè poi sull'Onorevole Lima dovremo farle delle domande più approfondite in un apposito capitolo. Io dico, in questo periodo che lei sta rievocando, dei cugini Salvo, vivente Stefano Bontate. Ha fatto riferimento all'Onorevole Lima. Desidero chiederle: l'Onorevole Lima frequentava Stefano Bontate? - SIINO A.: Sì, certamente. - PM: Lei lo ha visto ... - SIINO A.: Ho già riferito della riunione che ho visto io con i miei occhi, a cui ho partecipato, all'interno del ... sotto il Baby Luna. - PM: Al Baby Luna dei fratelli Fiore. - SIINO A.: Sì, sì, Fiore.>>).

Anche il Marino Mannoia ha riferito di aver in svariate occasioni visto insieme il Lima con il Bontate (<<MANNOIA F.: io ebbi modo di vedere diverse volte Stefano Bontade insieme a Gaetano Fiore, che si incontravano con il Lima, sia nella ... in un ufficio, in una casa adibita ad ufficio, nelle vicinanze del "BABY LUNA", e sia nel "BABY LUNA", alcune volte nei giorni di chiusura.>>) e, pur affermando che il Riina era già in precedenza in buoni rapporti con lo stesso Lima, il quale, insieme ai Salvo, era passato alle dipendenze del Riina e dei “corleonesi” (<<MANNOIA F.: dopo la morte di Stefano Bontade, Salvatore  Riina si impossessò di tutte le amicizie politiche che il Bontade aveva nel sua disponibilità. Fra l'altro Riina già era in buoni rapporti con l'Onorevole Salvo Lima e anche con Vito Ciancimino. Anche i cugini Salvo passarono alle sue dirette dipendenze, nel senso che erano direttamente, diciamo, comandati da Salvatore Riina.>>), non ha riferito di diretti incontri fra il parlamentare ed il capomafia.

Gaspare Mutolo, al di là delle notizie fornite sugli interventi del Lima volti a favorire le speculazioni edilizie di costruttori mafiosi, risalenti al periodo in cui il Bontate era vivo, ha, come già accennato, parlato in modo soltanto generico del coinvolgimento dello stesso Lima in altre attività dirette ad agevolare Cosa Nostra e, comunque, non consta che egli fosse a conoscenza sicura, se non per sentito dire in carcere o per mere deduzioni, di contatti diretti di esponenti del sodalizio con l’uomo politico, con il quale, semmai, le relazioni venivano curate, dopo la morte del Bontate, dai cugini Salvo (<<AVV.SBACCHI: Questo non lo sa. Ed era Salvo il contatto con Lima, esatto? - MUTOLO G.: Sissignore. - AVV. SBACCHI: Quindi non sa di altri contatti con Lima se non quelli attraverso Salvo? - MUTOLO G.: Con i cugini Salvo. Cioè quelli però dopo la morte di Stefano Bontate. - AVV. SBACCHI: Dopo la morte di Stefano Bontate. - MUTOLO G.: Certo se ci voleva parlare  Salvatore Riina insomma ... non è che Riina guardava insomma ... quelle che erano le regole. Riina insomma ... - AVV.SBACCHI: Ma lei sa niente di questo? - MUTOLO G.: ... Riina se voleva parlare insomma ci andava ... - PRESIDENTE: Lei lo sa  o è una sua deduzione questa? Mutolo, lei lo sa perché lo ha saputo oppure è una sua deduzione? - AVV.SBACCHI: No, non è una mia deduzione. Cioè c'erano delle regole comportamentali che potevano valere per me ma non per un personaggio come Rosario Riccobono e nel tempo dopo come Salvatore Riina. Io non ci potevo andare da Salvo Lima .. - AVV.SBACCHI: Riina le risulta che abbia mai parlato con Lima? - MUTOLO G.: ... Ma se Riina ci voleva andare ci andava. - AVV.SBACCHI: Se ci voleva andare ci andava. Ma le risulta che Riina sia andato a trovare Lima. - MUTOLO G.: Guardi io non ci ho una  cosa specifica in cui io le posso dire Riina  tale giorno andò da Lima, era una cosa risaputa che Salvatore  Riina era in contatto con diversi personaggi politici di Palermo e non solo con Salvo Lima. - AVV.SBACCHI: Quindi se si sono incontrati lei lo sa o non lo sa, scusi signor Mutolo. Sia cortese una risposta precisa. Lo sa o non lo sa se Lima e Riina si sono incontrati? - MUTOLO G.: Guardi con precisione ... lei  dopo mi dice chi te l'ha detto e quando è stato io ... - PRESIDENTE: Mutolo lasci stare, Mutolo, Mutolo. - MUTOLO G.: ... Si incontrava con Salvo Lima. Riccobono si incontrava con Salvo Lima. Tanti personaggi si incontravano con Salvo Lima non era una cosa cioè ... - PRESIDENTE: L'avvocato vuole sapere come lo sa? - AVV.SBACCHI: Se lei lo sa e come? Ecco. - MUTOLO G.: Come? Erano cose che  si parlavano dentro il carcere con personaggi che appartenevano alla commissione. - AVV.SBACCHI: Ho capito. Erano cose quindi che lei ha sentito al carcere. E' così o no? - MUTOLO G.: Sissignore.>>).

Del resto, richiesto di precisare, a proposito dei trasferimenti di funzionari “scomodi” per Cosa Nostra che sarebbero stati ottenuti tramite l’interessamento dell’imputato, chi aveva sollecitato al Lima l’intervento di quest’ultimo, il Mutolo ha citato, peraltro sempre in termini generici, il Bontate o altri suoi stretti sodali (il Teresi o il Vitale), ovvero il fratello di Michele Greco (<<MUTOLO G.: Io l'ho detto poc'anzi. Io l'ho detto poc'anzi che io sentivo parlare di queste cose, però ... - AVV.COPPI: No, no. Io voglio sapere ... - MUTOLO G.: ... cosa (incomp.) io so che l'onorevole Lima si è interessato di alcuni funzionari, ora io non so se appartenevano alla Polizia, alla Prefettura o a qualche altra cosa ... - AVV.COPPI: E vale quello che ha già detto ... - MUTOLO G.: ... Che erano scomodi e quindi c'era l'intervento dell'onorevole Lima tramite Roma ... - AVV.COPPI: E allora, ci dica chi è intervenuto ... ci dica chi è intervenuto ... ci dica ... - MUTOLO G.: ... il senatore Giulio Andreotti. Però io non mi ricordo chi ... i nominativi non me li ricordo. - AVV.COPPI: Quindi lei non ci può dire ne chi è intervenuto presso l'onorevole Lima, ne contro chi si sarebbe intervenuto, ne che cosa è successo. - MUTOLO G.: No, chi è intervenuto con ... presso l'onorevole Lima, sono i personaggi mafiosi, Stefano Bontade, ... - AVV.COPPI: No no no, noi non vogliamo sapere genericamente, voglio sapere se con riferimento a questi trasferimenti di personaggi scomodi ci sa fare il nome di un personaggio scomodo, di chi è intervenuto presso l'onorevole Lima e che cosa si è ottenuto da parte dell'onorevole Lima. Se lo sa mi risponda, se no mi dice che non lo ricorda e andiamo avanti e facciamo prima. - MUTOLO G.: No no, io mi ricordo perfettamente che quando si parlava, cioè c'erano più persone, io non è che parlavo con una persona. Ma il discorso era su ... un discorso che andava a parlare all'onorevole Lima, o Stefano Bontade o Mimmo Teresi, oppure Vitale. Però io ora non so chi ci andava a parlare. O il fratello di Greco Michele, però io non è che gli dicevo: ma chi ci è andato a parlare? Si parlava e si commentava che l'intervento era stato fatto.>>).

Il fatto che i contatti fra il Riina ed il Lima non fossero diretti ma fossero mediati dai cugini Salvo e, in particolare, dopo la morte di Antonino Salvo, da Ignazio Salvo, si ricava anche dalle dichiarazioni del Di Maggio, il cui apporto appare tanto più rilevante se si tiene conto che egli era uno degli uomini di fiducia del Riina e che, pertanto, difficilmente gli sarebbe sfuggito un incontro di quest’ultimo con il Lima medesimo (ed, anzi, si può rilevare come, sia pure nell’ambito di una dichiarazione, a suo dire, parzialmente reticente – nella parte in cui escludeva di aver mai conosciuto il Lima -, egli abbia ritenuto di dover smentire un resoconto di stampa secondo cui egli avrebbe accompagnato il Riina nella casa del Lima, ubicata in Mondello - <<PM SCARPIN.: Dammusi, “...non ho più incontrato Nino Salvo ed Ignazio”. E' chiaro? Ecco. Allora, poi 17 febbraio, lei ha dichiarato: “ho letto su un settimanale, di un discorso  che mi viene attribuita una dichiarazione, secondo cui, io avrei accompagnato Riina Salvatore nella villa di Mondello dell'Onorevole Lima Salvatore. Tale notizia, assolutamente falsa, e ripeto, che io non ho mai conosciuto l'Onorevole Lima, né sono mai stato nella sua villa. E a proposito dell'Onorevole Lima, non posso che confermare quanto già detto, sul mio  incontro con Salvo Ignazio, su incarico del Riina, a proposito del Maxi-Processo”>> -).

Analoga indicazione si trae dalle dichiarazioni di Emanuele Brusca, il quale ha fatto cenno, usando, peraltro, una espressione identica a quella del Di Maggio (“amico comune”) ad una raccomandazione destinata al Lima, da lui recata a Ignazio Salvo da parte del Riina – e mette conto evidenziare come dalle dichiarazioni del Brusca si ricavi anche la indicazione di una declinante disponibilità del Lima medesimo – (<<BRUSCA: Diciamo che da quel che ricordo io il Riina non aveva più rispondenza in situazioni che gli riguardavano, cose che gli interessavano o perlomeno non notava più le stesse risposte che possibilmente aveva prima sul comportamento di Lima o di altri personaggi che a lui interessavano. - PM: Può fare degli esempi concreti? – BRUSCA: Di quel che ricordo io, non ricordo i nomi, ma ricordo che c’era ad esempio la votazione del Consiglio di amministrazione dell’ospedale Civico, si doveva fare il consiglio di amministrazione. - PM: Di Palermo? – BRUSCA: Di Palermo si e mi ricordo che il Riina mi mandò da I. Salvo per sapere l’esito di questa... o perlomeno se si interessava a questa raccomandazione e mi pare che non ci fu un esito positivo. - PM: Chi si doveva interessare I. Salvo, Lima o entrambi? Non ho capito bene. – BRUSCA: Io parlavo con Salvo o perlomeno in particolare c’era questa elezione di questo consiglio di amministrazione del Civico, non so se c’era stata una segnalazione precedente e quindi doveva darmi la risposta o se sono stato io a segnalare, però se non ricordo il nome vuole dire che doveva darmi la risposta e la risposta fu negativa. - PM: La risposta doveva venire da chi, da Lima? – BRUSCA: Da I. Salvo e quindi suppongo da Lima. - PM: Senta, vi erano stati altri segnali di disinteresse? – PRESIDENTE: Non si è capito niente per questa cosa dell’ospedale Civico! - PM: Allora, se per cortesia può raccontare nuovamente questo episodio della segnalazione di Riina per un candidato del consiglio di amministrazione dell’Ospedale Civico di nuovo, più ordinatamente. – BRUSCA: Non ricordo il nome della persona raccomandata. – PRESIDENTE: Che doveva fare che cosa? – BRUSCA: Entrare nel consiglio di amministrazione dell’ospedale Civico; ora quello che voglio focalizzare io è che se ci fossi andato prima a segnalare il personaggio evidentemente ricorderei il nome, chiaramente sono andato dopo a chiedere la risposta, per sapere se era andato bene o andato male o perlomeno se c’era la possibilità che andasse a buon fine e la risposta fu negativa. - PM: Era stato Riina a incaricarla di andare da I. Salvo per questo motivo? – BRUSCA: Si si, Riina. - PM: Cosa le aveva detto Riina? – BRUSCA: “Vai da I. Salvo, vedi che cosa ti dice in merito alla risposta”, al fatto che ho raccontato “e gli dici di salutare l’amico comune” non mi fece nomi. - PM: Di salutare? – BRUSCA: L’amico comune. - PM: Riina le disse “di a I. Salvo di salutare l’amico comune”? – BRUSCA: Si. - PM: E chi era l’amico comune? – BRUSCA: Non me lo disse il nome dell’amico comune, mi disse di salutare l’amico comune. - PM: E lei andò da I. Salvo e che cosa gli disse? – BRUSCA: Intanto “ti saluta Riina, salutagli l’amico comune, vuole sapere com’è andata a finire su questa vicenda dell’ospedale Civico”. - PM: E scusi, I. Salvo capì subito chi era l’amico comune o le chiese “ma chi è l’amico comune?” – BRUSCA: No no, capì subito. […]  AVV.COPPI: Senta, lei ha parlato di una storia di una raccomandazione all’ospedale Civico, a quando risale? Chiedo scusa se mi fosse sfuggito ed è quindi una domanda già fatta, a quando risale questa raccomandazione? – BRUSCA: Non riesco a collocare temporalmente, però diciamo siamo sempre li siamo... - AVV.COPPI: Siamo li sono 6 anni! Stiamo parlando dall’85 al ‘91 ‘92. – BRUSCA: No restringiamo, ‘85 ‘86. - AVV.COPPI: Comunque lei non ricorda, ci ha già detto prima, il nome della persona che avrebbe dovuto entrare nel consiglio di amministrazione, però ricorda che la risposta fu negativa d‘accordo? – BRUSCA: Si. […] AVV.COPPI: Lei ha detto prima che I. Salvo capì immediatamente chi era l’amico comune. – BRUSCA: Si. - AVV.COPPI: Lei ha dedotto questo fatto dalla espressione “Va bene va bene”? – BRUSCA: Si, diversamente avrebbe chiesto di chi si tratta. - AVV.COPPI: Quindi lei ha capito che I. Salvo aveva capito, benissimo. Lei non chiese andando da I. Salvo, a Riina chi fosse l’amico comune che avrebbe dovuto essere salutato per suo conto? – BRUSCA: Se non mi è stato detto da Riina non non gliel’ho chiesto. - AVV.COPPI: Ma a lei risulta che Riina conoscesse Lima? – BRUSCA: A me non risulta. - AVV.COPPI: Ma a lei risulta che era Lima che doveva occuparsi di questa raccomandazione? – BRUSCA: Che ci entrasse Lima si, perchè il Lima aveva il fratello come Presidente del consiglio di amministrazione. - AVV.COPPI: E a lei risulta... badi, lasci stare l’incontro e quello che lei ha sentito raccontare da altri, ma a lei risulta che Riina conoscesse Andreotti? A parte la questione dell’incontro su cui torneremo. – BRUSCA: A me risulta se Riina conoscesse... no, a me non risulta. Cioè, sul discorso di prima, che sia stato S. Lima a dare la risposta questo lo focalizzo meglio! Cioè torniamo al consiglio di amministrazione ecco. - AVV.COPPI: Quindi la risposta negativa veniva da S. Lima? – BRUSCA: Si si. - AVV.COPPI: E nella storia dell’ospedale Civico quindi la persona che doveva effettuare la raccomandazione era S. Lima? – BRUSCA: Si. >>).

Da ultimo, si devono citare, a palese conferma del progressivo allontanamento del Lima da Cosa Nostra, le dichiarazioni rese dal collaboratore Antonino Giuffrè.

Costui, in occasione delle dichiarazioni rese il 7 novembre 2002, ha esplicitamente riferito di aver appreso dalla sua fonte, costituita dal famigerato capomafia Bernardo Provenzano:

del venir meno, per Cosa Nostra, della affidabilità del Lima (<PM: Che ha delle qualità, senz’altro, però ha il potere in un certo momento, Ciancimino di rappresentanza, forse politica no a livello locale, ma a Roma, di poter rappresentare perché non so se lei ricorda che c’erano stati dei contrasti all’interno dell’ambiente politico palermitano tra il gruppo Lima e il gruppo di Ciancimino, quindi in questo contesto bisogna mettere anche (inc.) - GIUFFRE’: Veda, ne era anche, le cose vanno nascendo a poco a poco e i ricordi si vanno un pochino, diventano più vivi, cioè io mi sembra che in altre circostanze ho detto che proprio Provenzano, diciamo su Lima non era molto contento del suo operato e come ben vede i due discorsi si vanno, vanno perfettamente a combaciarsi e cioè, Provenzano aveva già cominciato a capire che non, Lima era inaffidabile e in Cosa Nostra vede che succede, spesso si fanno le prove per vedere l’affidabilità di una persona, ci si dà un incarico ad una persona e… Ma Provenzano quando dà l’incarico a Lima di andare a parlare con Andreotti non lo sa quello che succede. Controprova: ci manda successivamente un’altra persona per andare a verificare quello che è successo e su questo anche una terza persona, di modo che solo così ci si rende conto della veridicità delle risposte che vengono a dire. Queste sono le così dette prove di Cosa Nostra.>);

del declino del rapporto dei mafiosi con il Lima (<PM: E nell’ambito del Maxi Processo che frattanto matura, tornando a riprendere il filo cronologico che, ’85 (inc.) a giudizio, ’86 inizia il dibattimento (inc.) - GIUFFRE’: Siamo in questo periodo, grosso modo cioè che uno… - PM: E nell’87 poi succede qualcosa…? - GIUFFRE’: Nei periodi più travagliati diciamo sia all’interno di Cosa Nostra, signor Procuratore, sia esternamente a Cosa Nostra. Nell’87 succede una cosa molto brutta politicamente; viene fatta una seduta in Commissione specifica, con l’oggetto del giorno: politica. Si vede che i discorsi su Lima traballano, si vedono i discorsi che forse forse cominciano a traballare anche i referenti di Lima e tut… direttamente su Andreotti.>);

del contesto in cui sarebbe maturato l’omicidio del Lima, la cui sorte era stata segnata già da tempo, come già nel 1988 o nel 1989 era stato comunicato al dichiarante dal Provenzano – il Lima si sarebbe già defilato negli anni 1987, 1988, 1989 - (<PM: Allora se ci spostiamo un attimo indietro per completare, anche per completezza del suo discorso, ci fermiamo un attimo all’omicidio Lima; lei ha già rappresentato un po’ i problemi di Cosa Nostra subito dopo il Maxi Processo, siccome adesso, per fare mente locale in maniera tale da collocare in questo contesto l’omicidio dell’On. Lima. - GIUFFRE’: Prima diciamo che era un discorso scontato e come ho detto, ripeto, non ricordo con precisione se fosse l’88, se fosse l’89, parlando sempre di questa benedetta politica e parlando sempre di queste difficoltà che si avevano, espressamente mi ha detto che u’ signor Lima, era questione di tempo, doveva sbattere. - PM: Chi gliel’ha detto questo? - GIUFFRE’: Provenzano. - PM: Doveva sbattere nel senso… - GIUFFRE’: Quando noi… cioè è in gergo suo, voleva dire che lui cercava sempre di evitare che una persona sbattesse con la testa al muro e a volte cercava sempre di metterci la mano di modo che il colpo si attutisse, cioè tra la testa e il muro lui ci metteva la mano per fermarlo. Ma questo lui lo faceva una volta, due volte, tre volte perché era molto magnanimo, dopo di ciò ci levava la mano e (inc.) - PM: Quindi le diceva che l’avrebbe lasciato sbattere con la testa al muro perché già era (inc.) non l’avrebbe più salvato, diciamo. – (GIUFFRE’) Diciamo che era questione di tempo e Lima doveva sbattere con la testa al muro. E infatti ha sbattuto con la testa al muro e diciamo che non è stata una sorpresa, almeno per me non è stata una sorpresa per niente, diciamo, sto parlando nell’88, nell’89. - PM: Nell’88-’89, ancora è in corso il Maxi Processo? - GIUFFRE’: Sì però signor Procuratore è questione di tempo, andava a sbattere. - PM: Sì, ma dico, c’era qualcosa che continuava a non andare, lei ha già spiegato diciamo i problemi che erano sorti con, nei rapporti con la politica ma Lima in quel periodo, ’88-’89-’90, aveva un rapporto con l’organizzazione? Attraverso chi? - GIUFFRE’: Signor Procuratore tra, che si è defilato nell’87-’88-‘89… cioè stu discorso andava sempre più aggravandosi e quando per una persona che ha i contatti con Cosa Nostra e inizia il declino… - PM: Quando? - GIUFFRE’: … inizia il declino per una persona o nostra o vicina a noi dentro Cosa Nostra non si ferma più, cioè il tempo gioca a suo sfavore, più tempo passa e più la vita ci si complica perché poi gliela complichiamo anche noi, perché deve andare là, non c’è più niente da fare. E già diciamo che… - PM: Quindi o sotto il profilo politico viene distrutto, delegittimato, questo intende lei o viene ucciso… - GIUFFRE’: Ormai, ormai quello aveva le idee chiare… - PM: Quello, chi è? - GIUFFRE’: Provenzano e altre persone, che Lima era finito, non era più da mungere, non c’era più niente da prendere e quando le persone…>);

del fatto che la candidatura del Lima alle elezioni europee (risalente, peraltro, al 1979) era stata interpretata come un abbandono del campo: il dichiarante ha ribadito che ormai Lima non poteva più essere utile - (<PM: Ma il fatto che Lima si era candidato alle Elezioni Europee come era stato interpretato? - GIUFFRE’: Abbandono del campo di battaglia. - PM: Abbandono…? - GIUFFRE’: Del campo di battaglia, siccome io l’ho detto che in un discorso… quando ho parlato di Ciancimino che era una persona con gli attributi e che poteva fare determinati discorsi e che ci volevano queste persone per andare a fare certi discorsi, no abbandonare il campo, signor Procuratore ed essere miserabili! - PM: Però… - GIUFFRE’: L’inizio della fine appositamente è quello. La mafia è questo. - PM: Però fino all’ultimo poteva anche continuare a essere utile o no? C’erano altri canali che si seguivano per… - GIUFFRE’: Cioè nel momento in cui scatta già in una persona perché qua anche questo è un senso di preoccupazione, un senso di paura nei confronti diciamo… cioè non darà più dei risultati positivi è solo ed esclusivamente un intoppo perché poi anche parlando lui con altre persone, pur di giustificare il suo operato parlerà contro (inc.) non c’è niente da fare, è arrivato.>);

del fatto che, dato lo stato delle cose, non si deliberò specificamente l’omicidio del Lima, che era, in qualche modo, scontato e che non suscitò particolari commenti (<PM: Questo lei l’ha percepito prima ancora ma… - GIUFFRE’: No, percepito… - PM: Sì, volevo dire, ci fu una vera a e propria deliberazione nel corso delle riunioni in cui si deliberò l’omicidio di Lima… - GIUFFRE’: Ma per quanto riguarda Lima diciamo signor Procuratore… - PM: … le motivazioni… - GIUFFRE’: … cioè non, anche già in seno della Commissione non se ne parlava più di tanto perché già il discorso si era perfettamente capito e le dico altrettanto il senso perché questo discorso l’ho fatto anche in precedenza, non mi ricordo se è stata in occasione del Natale del ‘91 o sia stato addirittura nella riunione dopo la sentenza della Cassazione del Maxi-Processo una seduta… - PM: Lei non è riuscito a ricostruire nel tempo se sia stata prima o sia stata dopo? - GIUFFRE’: No, sono due i discorsi, uno è prima… - PM: Una a dicembre degli auguri è una cosa… - GIUFFRE’: E questo, insomma, è normale, è tradizione, ora se io vado bene con la memoria ce n’è un altra, prima del mio arresto che dovrebbe essere attorno al gennaio del ‘92, dopo appositamente la sentenza… - PM: Dopo la sentenza. La sentenza è il 30 gennaio ‘92 quindi può essere a febbraio. - GIUFFRE’: Febbraio, gennaio - febbraio, di preciso… sì, perfetto. Salvatore Riina bello apertamente con gli occhi usciti così ha detto a tutti: non venite da me se a qualche politico succede qualche disgrazia a domandarmi il perché, perché voi lo sapete tutti. - PM: Quindi non venite a chiedermi le motivazioni, ma non fece il nome di Lima in questa… - GIUFFRE’: Era scontato, in quella occasione non l’aveva fatto, poi dei discorsi diciamo si è… sul Lima c’erano stati tanti argomenti di discussioni cioè che già era diversi e diversi anni che se ne parlava e spesso che questi discorsi avvenivano anche in piccoli gruppetti… lo sapevamo tutti diciamo (inc.) appositamente… io l’ho saputo diciamo il discorso nell’89 e questo ormai eravamo… - PM: Ma lei l’ha saputo da Provenzano perché aveva la fonte privilegiata, altri… c’erano dei fatti precisi oltre quelli… - GIUFFRE’: Eh? - PM: C’erano dei fatti precisi oltre quelli che… e poi volevo sapere se nel parlare di Lima si accennò a una sua carenza o a una carenza dei suoi referenti romani o a qualcosa che coinvolgeva gli uni e gli altri? - GIUFFRE’: Diciamo che in un certo qual modo lui in prima persona da Salvatore Riina è stato definito inaffidabile, miserabile e inaffidabile, perché appositamente come ho detto quando lui ha abbandonato il campo, cioè che si é defilato diciamo, ha abbandonato il discorso nazionale, per stare tranquillo era arrivato e l’identico discorso si poteva fare anche con Andreotti signor Procuratore, anche lui…>).

Dette dichiarazioni sono state ribadite dal Giuffrè nel corso dell’esame reso dinanzi alla Corte, in occasione del quale il predetto ha precisato che il Provenzano usava un termine dialettale colorito (“babbiava”) per definire l’atteggiamento del Lima ed il sostanziale disimpegno del medesimo, preoccupato dalle possibili attenzioni della magistratura (<<GIUFFRE': Signor Procuratore, Provenzano non..., era apertamente schierato come, sempre per quello che io avevo capito, con Ciancimino e aveva in grande considerazione, e questo é importante, la Democrazia Cristiana. Però in modo particolare, da quello che ho appreso io direttamente poi, non aveva in grande considerazione il Provenzano a Lima. - PROC. GEN.: E perché non aveva in grande considerazione Lima? - GIUFFRE’: Perché babbiava. - PROC. GEN.: Per babbiava che cosa intende? Noi siamo siciliani e possiamo comprendere, é bene che comprendano tutti, cerchi di spiegare il significato di questa espressione? - GIUFFRE’: Intendeva che si era cominciato a defilare, cioè che prendeva..., cioè che degli impegni che da diverso tempo negli anni aveva preso, ora cominciava ad affrontare i problemi con minore intensità, cioè si comportava..., anche forse per motivi di natura giudiziaria, cioè che era un pochino chiacchierato, come se espressamente, parole del Provenzano, che si scantava, che - tradotto in italiano – si preoccupava. A causa di questa sua preoccupazione, diciamo che non affrontava più i problemi e non difendeva Cosa Nostra come faceva in un primo tempo. Ed era altrettanto un'altra frase del Provenzano che quando su di un politico si cominciava ad accendere il riflettore della Magistratura, diventavano dei miserabili.>>).

Tale atteggiamento trova, peraltro, riscontro nella dichiarazione (sulla quale si ritornerà) con cui il Buscetta ha ricordato le giustificazioni addotte dal Lima (nel corso di un risalente incontro, avvenuto a Roma nel 1980) a proposito della sua inerzia durante il periodo di detenzione del collaboratore.

Rilevato che, per quanto può valere, indicazioni analoghe a quelle del Giuffrè sono state fornite dal Lipari, si può aggiungere che ulteriori perplessità possono desumersi dallo stesso episodio relativo all’incontro dell’imputato con il giovane Andrea Manciaracina, avvenuto in Mazara del Vallo il 19 agosto 1985 (beninteso, sempre che ad esso voglia conferirsi la significanza di una relazione mafiosa): se letto in adesione alla prospettazione accusatoria, l’approccio diretto all’eminente uomo politico del giovane rampollo di una importante “famiglia” mafiosa, avvenuto sotto gli occhi del personale di Polizia locale preposto alla tutela del primo, esponeva al rischio concreto di maligne interpretazioni e, dunque, violava la prudenza e la riservatezza con la quale siffatti contatti avrebbero dovuto coltivarsi. La testé esposta, ragionevole considerazione finisce, allora, con il suggerire che per fare pervenire all’imputato una sollecitazione non era considerato praticabile o affidabile il più prudente e riservato canale costituito dal Lima.

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3. Quanto ai cugini Salvo, la negazione della conoscenza da parte dell’imputato induce a ritenere la concreta possibilità che costui fosse, quantomeno, consapevole che i rapporti con i predetti erano risalenti e che erano da tempo cessati, cosicché la carenza di contatti relativamente recenti rendeva più difficile contrastare l’azzardata affermazione difensiva.

La testé prospettata possibilità che le relazioni fra l’Andreotti ed i Salvo si siano diradate trova un certo qual riscontro nelle seguenti riflessioni, che devono essere collegate con quanto già considerato sopra, nel paragrafo 2) del capitolo II dei motivi della presente decisione.

I fatti successivi alla primavera del 1980, sui quali il Tribunale ha poggiato la dimostrazione dei rapporti de quibus (la telefonata in ospedale e l’uso delle autovetture della SATRIS), non appaiono, come già accennato, particolarmente probanti: il primo episodio rimane inficiato da una insuperabile incertezza, derivante dalle dichiarazioni della sola fonte primaria (il dr. Gaspare Messina) in ordine alla effettiva attribuibilità all’imputato della voce dell’interlocutore che si trovava all’altro capo del filo ed in ordine alla effettiva richiesta di parlare con uno dei Salvo ed alla effettività della susseguente conversazione; il secondo episodio, date le circostanze e tenuto conto che era il Lima che procurava la vettura blindata inviando a prelevarla presso la SATRIS il proprio autista, non appare affatto dotato di adeguata efficienza dimostrativa. 

Degna di nota è, altresì, la assenza di indicazioni circa le relazioni fra l’imputato ed i Salvo provenienti da eminenti andreottiani della seconda ora, che non sono stati restii a riferire francamente quanto a loro conoscenza: ci si riferisce, in particolare, all’on. Vittorio Sbardella, il quale in occasione della deposizione resa al PM di Roma il 7 settembre 1993, a specifica domanda, ha dichiarato che non gli risultavano rapporti tra il sen. Andreotti e i cugini Salvo.

Le esposte perplessità sulla prosecuzione degli stretti rapporti fra Andreotti ed i Salvo si rafforzano se si considera che appare quantomeno dubbia la disponibilità del primo a recepire dai secondi sollecitazioni ad attivarsi per favorire qualche esponente mafioso.

E’ vero che è collocabile tra la fine del 1981 e l’inizio del 1982 l’episodio, riferito da Gaspare Mutolo, concernente la assicurazione data da Ignazio Salvo al boss Rosario Riccobono a proposito di una sollecitazione che, a mezzo dello stesso Salvo, avrebbe dovuto farsi pervenire all’imputato in relazione al processo per l’omicidio dell’agente Cappiello, che avrebbe dovuto essere trattato dalla Corte di Cassazione.

Tuttavia, è degno di nota che nell’occasione Ignazio Salvo si è proposto come semplice intermediario fra il Riccobono ed il Lima - il quale, poi, avrebbe dovuto parlare con Andreotti – e non già come interlocutore diretto dell’imputato (<<MUTOLO G.: Guardi, io direttamente prima diciamo dell'81 ne sentivo parlare che l'On. Lima era interessato anche se c'era di parlare con qualche Presidente al Tribunale di Palermo parlava insomma, dopo io nell'81, fine '81 insomma, la data con precisione io non la ricordo, non so se '81 o fine '82, io ho avuto presentato da Saro Riccobono a Ignazio Salvo per aggiustare il processo Cappiello a Roma e Ignazio Salvo (incomprensibile) disse che si interessava lui, che doveva parlare con Salvo Lima e dopo Salvo Lima parlava direttamente con l'On. Andreotti per cui non c'erano problemi per questo processo per noi tanto importante.>>); lo stesso Mutolo, del resto, non ha mancato di precisare che era il Lima che, in quell’epoca, coltivava diretti rapporti con l’imputato (<<MUTOLO G.: Guardi, perché in quel periodo, diciamo, c'era quel cambiamento, diciamo, che Stefano Bontate morto, quindi c'erano delle regole ben precise e oltre, diciamo, il Lima poteva essere già parlato anche di Ignazio Salvo e quindi il ... il Riccobono non si è voluto mettere nelle condizioni ... perché quello era un periodo in cui, diciamo, Salvatore Riina attacca qualsiasi mafioso per il minimo ... cioè per la minima scusa, insomma, lo attacca. Quindi il Riccobono cerca di fare le cose regolari; chiama a Ignazio Salvo e Ignazio Salvo, insomma, ci dice: per parlare si chiama Roma, per l'intervento si chiama Roma. Doveva parlare con Lima perché quella persona che stava bene con l'onorevole Giulio Andreotti era Salvo Lima.>>).

Per inciso, la cessazione, per lo meno dopo l’avvento dei “corleonesi”, di una diretta consuetudine intrattenuta da Ignazio Salvo (sopravvissuto per qualche anno al cugino, prima di essere assassinato nel settembre del 1992) con l’imputato sembra trovare riscontro nella affermazione del Di Maggio concernente la sollecitazione comunicata (tramite lo stesso Di Maggio) al predetto dal Riina perché si rivolgesse al Lima affinché costui, a sua volta, richiedesse all’“amico comune” (Andreotti) di incontrare il capomafia: anche in questa occasione, invero, viene prospettato un ruolo di tramite svolto da Ignazio Salvo fra i mafiosi ed il Lima e non un accesso diretto del medesimo all’imputato.

Ancora, in occasione dell’episodio specifico risalente alla fine del 1983 e l’inizio del 1984 e concernente il supposto intervento dell’imputato volto a procacciare al boss “corleonese” Leoluca Bagarella il trasferimento dal carcere di Pianosa e quello di Novara, i Salvo non vengono neppure menzionati come coloro che avrebbero sollecitato ad Andreotti lo stesso intervento, giacché, secondo le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Gaetano Costa, era il Lima che si sarebbe adoperato in quel senso.

Del resto, se si volessero considerare gli episodi valorizzati dal Tribunale in vista della dimostrazione dei rapporti fra l’imputato ed i Salvo e se, sullo stesso tema, si volesse tenere conto anche di varie affermazioni di svariati collaboratori di giustizia (anche, per esempio, quelle del Di Carlo, che riguardano, comunque, il periodo anteriore alla primavera del 1980 e che si preferisce trascurare a causa dell’infortunio in cui il collaboratore è incorso nell’indicare la ubicazione dello studio di Andreotti), si potrebbe agevolmente rilevare che al centro degli eventi era quasi sempre Antonino Salvo e non il cugino, essendo il solo fatto riferibile a quest’ultimo costituito dalla annotazione su una sua, non acquisita, agenda di un numero di telefono diretto dell’imputato.

Tale annotazione, in mancanza della possibilità di una verifica diretta del numero di telefono e di accertamenti consequenziali, va riferita, però ad un periodo anteriore non solo, come è ovvio, al momento del sequestro della stessa agenda (12 novembre 1984, data dell’arresto dei Salvo) ma anche, al periodo 1981/1982: il già ricordato atteggiamento assunto da Ignazio Salvo nella circostanza di cui ha parlato il Mutolo suggerisce che già in quel periodo, appunto, 1981/1982 – si tenga conto, peraltro, che il Riccobono è stato assassinato il 30 novembre 1982 -, lo stesso Ignazio Salvo non aveva consuetudine diretta con l’imputato e che, pertanto, quel numero di telefono era stato, comunque, annotato in epoca più risalente.

Il già ricordato esito del processo per l’omicidio dell’agente Cappiello, del tutto opposto ai desideri del, nel frattempo soppresso, Riccobono (la Corte di Cassazione, infatti, come già rammentato, annullò la sentenza di assoluzione degli imputati, che vennero successivamente condannati) ed i già accennati atteggiamenti assunti dai cugini Salvo con riferimento alle pressanti, specifiche richieste di adoperarsi per condizionare il verdetto del processo per l’omicidio del cap. Basile e del maxiprocesso suggeriscono non solo che l’imputato in relazione alla vicenda in questione non si è adoperato in alcun modo, ma che, volendo concedere – senza ammettere - che una sollecitazione gli sia effettivamente pervenuta, a differenza del passato, non ha neppure palesato alcuna disponibilità.

In definitiva, i testé rassegnati elementi danno corpo alla indicazione del Marino Mannoia secondo cui i nuovi capi di Cosa Nostra non avevano ottenuto la disponibilità di Andreotti.

Né il rilievo è contraddetto dalle successive frequentazioni della casa di Ignazio Salvo riferite da Emanuele e Giovanni Brusca e da Baldassare Di Maggio, posto che lo stesso Giovanni Brusca ha rivelato che il Riina considerava sostanzialmente inaffidabile il Salvo, tanto che aveva deciso di eliminarlo ben prima del negativo esito del maxiprocesso – circostanza del tutto trascurata dai PM appellanti -.

Al riguardo interessanti appaiono le seguenti, esplicite indicazioni di Giovanni Brusca a proposito delle ragioni per le quali venne decisa ed eseguita la soppressione di Ignazio Salvo: <<PRESIDENTE: E il motivo? - BRUSCA G.: Il motivo era perchè... prima perchè era uomo d'onore a differenza di Salvo Lima, cioè era diversamente uomo d'onore, Salvatore Riina lo voleva uccidere da molto tempo e poi ... - PRESIDENTE: Perchè? - BRUSCA G.: Perché all'ultimo periodo non si è adoperato per attivare quelli che erano i suoi canali verso l'Onorevole Lima e Andreotti, l'ha fatto, non l'ha fatto, siccome Salvatore Riina crede che lui non si sia voluto attivare o perlomeno d'accordo con i suoi amici, l'Onorevole Lima e Andreotti, non si sono voluti attivare, o per un fatto o per l'altro fatto è stato eliminato.>>.

Significativo è, altresì, che in altro, precedente momento della sua lunga deposizione del 29 luglio 1997 il Brusca ha ipotizzato perfino che le sollecitazioni rivolte ai Salvo non venissero, in realtà, neppure trasmesse all’imputato (<<P.M.: Lei riferisca quello che diceva Riina. - BRUSCA G.: Sì, quello che diceva Riina, cioè a dire dei Salvo, l'Onorevole Andreotti non si voleva impegnare per il maxi processo o quanto meno, se glielo andavano a dire, può darsi pure che non glielo vanno a dire e quello non sappia niente, ma più per ... la reazione di Riina fu sia per questo fatto, sia perché aveva creato la legge sui pentiti, ma proprio la goccia che fece traboccare ... la goccia, diciamo, per fare traboccare il vaso fu quando l'Onorevole Andreotti fece il decreto per fare ritornare in carcere prima i... quelli che avevano avuto... erano usciti per decorrenza dei termini e poi c'è stato un altro provvedimento, tutti quelli che avevano beneficiato degli arresti domiciliari, cioè in quella occasione sono stati sia l'Onorevole Martelli che l'Onorevole Andreotti, tutti e due si erano adoperati per fare questi due provvedimenti, cioè per dire da questo momento in poi ti devo fare soffrire per come tu ci fai soffrire a noi, ad Andreotti. Invece all'Onorevole Martelli lo voleva uccidere a qualsiasi costo.>>).

In definitiva, gli elementi di valutazione acquisiti non offrono affatto la prova certa che all’indomani dell’incontro della primavera del 1980 e, in ogni caso, dopo la morte del Bontate e l’avvento dei “corleonesi” i rapporti fra l’imputato ed i Salvo siano proseguiti e che, comunque, si siano perpetuati con la pregressa intensità e con la comune attenzione verso i nuovi padroni di Cosa Nostra, per i quali deve dubitarsi si impegnassero con sincera e fattiva applicazione gli stessi cugini Salvo, ai quali non mancavano affatto motivi per non provare simpatia verso il Riina ed i suoi.

Per inciso, si può aggiungere, per quel che può valere, che una indicazione in tal senso proviene dal Lipari, il quale, in occasione dell’interrogatorio reso ai magistrati inquirenti ha dichiarato: <LIPARI: Io la chiamo emergenza... e da qui le notizie che il Salvo, i fratelli… i cugini Salvo, e poi il Salvo Ignazio, dopo la morte naturale del Nino, le notizie che portavano sul raccordo di Lima - perché il Lima lo si considerava la persona più qualificata a potere dare un aiuto, un giudizio, una… era la più qualificata - queste notizie erano un poco traballanti... -- GRASSO: Che vuoi dire “traballanti”? -- LIPARI: Traballanti nel senso che... - GRASSO: Contraddittorie? - LIPARI: Contraddittorie, così, non erano... a volte non erano concrete, a volte non erano attendibili, a volte non erano speranzose, ma tutto questo ha un retroscena, perché il rapporto tra il Riina ed i Salvo non è stato un rapporto cementato; i Salvo subirono la nuova, come dire, la nuova… del RIINA, la nuova... - GRASSO: Leadership? - LIPARI: Leadership del... grazie... - GRASSO: Tanto per usare un termine inglese, il nuovo assetto di vertice dell’organizzazione... - LIPARI: Si, perché... - GRASSO: Questo, dopo la guerra di Mafia? - LIPARI: Si... il concetto volevo dire, perché dopo la guerra di Mafia, infatti... - GRASSO: Perché i Salvo, essendo legati al... - LIPARI: Erano legati al Badalamenti... - GRASSO: Ed al Bontate, Inzerillo, questo gruppo qui… - LIPARI: Questo gruppo... essendo legati a questi, avevano subito, in quell’epoca, il sequestro Corleo, che era il sequestro di persona di un parente loro, e non riuscirono, malgrado la leadership ... forte di Badalamenti, ai tempi, Bontate, ecc, non riuscirono ad avere neanche il cadavere, che gli avrebbe permesso, fra l’altro, di mettere a posto tutta la fase ereditaria, fra l’altro anche la fase ereditaria, perché lasciò, credo, un casino, perché bisognava aspettare la dichiarazione di morte presunta, tutto questo, ecc...>.

Per di più, è importante sottolineare come l’episodio dell’incontro della primavera del 1980 induca più di qualche dubbio in ordine alla precisa e pregressa consapevolezza dell’imputato circa la intraneità a Cosa Nostra dei cugini Salvo, circa il grado di coinvolgimento dei medesimi nel sodalizio criminale e circa il loro personale interesse ad assassinare il Presidente Mattarella: non può, infatti, che destare, in proposito, notevoli perplessità il fatto che Andreotti si sia fatto accompagnare proprio dai Salvo ad un incontro nel quale si proponeva di reclamare fermamente contro la scelta di uccidere l’eroico uomo politico, scelta che certamente era stata condivisa dai Salvo e presumibilmente dagli stessi addirittura caldeggiata.

Piuttosto, vi è motivo di pensare che, per l’imputato, i cugini Salvo, al pari del Lima, semplicemente intrattenevano rapporti amichevoli con alcuni capimafia – per i quali, magari, in qualche occasione gli avevano sollecitato qualche favore e con i quali accadeva che interagissero -, convincimento, questo, probabilmente frutto di un approccio pragmatico, che induceva il predetto a ritenere normale – e, fino ad un certa fase, tutto sommato non particolarmente disdicevole - che in Sicilia un grosso imprenditore o un importante esponente politico di maggioranza facessero in modo di conservare buone relazioni con il potere mafioso.

L’esposta riflessione non è smentita, a ben guardare, dal contenuto del colloquio svoltosi il 5 aprile 1982 fra l’imputato ed il gen. Dalla Chiesa e dalle impressioni che quest’ultimo ebbe a trarne. Secondo quanto fin qui ritenuto, invero, è ben possibile che l’atteggiamento imbarazzato dell’imputato, colto nella occasione dal Generale, così come le successive menzogne del medesimo sull’episodio, fosse scaturito dalla consapevolezza delle effettive, pregresse relazioni sue e del Lima con esponenti mafiosi e dalla evidente impossibilità di ammetterla, ma ciò non vuol dire che il medesimo fosse cosciente perfino della sostanziale appartenenza a Cosa Nostra dello stesso Lima e di quella, addirittura anche formale, dei cugini Salvo al sodalizio criminale.

Se, per le ragioni già esposte nel già richiamato paragrafo 2) del capitolo II dei motivi della presente decisione, si può convenire con i PM appellanti che i cugini Salvo (ma soprattutto Nino Salvo), quanto alla fase precedente l’assassinio del Presidente Mattarella, non siano stati degli imprudenti millantatori, alla stregua di quanto oggettivamente acquisito non si può sostenere, come piuttosto disinvoltamente fanno gli stessi PM, che Andreotti sia stato effettivamente destinatario, anche nel corso degli anni successivi al periodo già preso in considerazione, di molteplici richieste di favori e di interventi sollecitati dai cugini Salvo per conto di numerosi esponenti di Cosa Nostra.

Benché, per le ragioni illustrate, appaia improprio richiamare fatti e vicende antecedenti al fine di corroborare la interpretazione in senso accusatorio degli episodi successivi alla primavera del 1980, nella valutazione degli stessi non potrà non tenersi conto della ragionevole incidenza esercitata dalla consapevolezza, da parte, almeno, dei personaggi di spicco di Cosa Nostra, delle pregresse amichevoli relazioni con i mafiosi intrattenute dall’imputato e delle aspettative che le stesse potevano indurre nei nuovi padroni della organizzazione mafiosa.

I comportamenti passati, la conservazione del legame con il Lima ed il possibile, ma dubbio, mantenimento delle relazioni con i cugini Salvo non potevano non condizionare le azioni e le opinioni degli “uomini d’onore”, non potevano non radicare in essi il convincimento della “accessibilità” dell’imputato ed indurli comprensibilmente a ritenere funzionali a riconquistare una “verginità” gli atteggiamenti del predetto che, a partire dal 1989, sarebbero stati inequivocabilmente e manifestamente diretti a combattere la mafia. 

Tanto premesso in termini generali, la indagine si deve spostare sui singoli elementi di valutazione utili a orientare l’interprete che si accinga a verificare il comportamento dell’imputato nella fase successiva alla primavera del 1980.

 

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2) LA INDICAZIONE DI GIOVANNI BRUSCA CIRCA UN MESSAGGIO CHE IL SEN. ANDREOTTI AVREBBE FATTO PERVENIRE TRAMITE ANTONINO SALVO NEL CORSO DELLA C.D. GUERRA DI MAFIA.

 

Il primo elemento enucleabile dal compendio probatorio è costituito dalla indicazione di Giovanni Brusca ricavabile dalla seguente dichiarazione: <<BRUSCA GIOVANNI: '81 in poi, metà '81 in poi. Dopo, ripeto, tutta questa attività comincia dopo la morte di Stefano Bontate in poi. Nel frattempo non so, credo che vi ricorderete a Palermo, con lo scoppio della guerra di mafia a Palermo ci sono 3, 4, 5, 6, 7 morti al giorno, quelli che si sanno, perchè poi c'erano pure quelli che non si sapevano. Ad un dato punto mi ricordo che c'era il giornale L'Ora che diceva che era arrivato ad un dato punto a 100 morti in pochi mesi, dietro questo fatto l'Onorevole Andreotti manda a dire tramite i cugini Salvo, dice: "Fai sapere agli amici che se non si danno una calmata, sono costretto, o perlomeno non sono più in condizioni di potere mantenere qua in Parlamento, sono costretto a prendere provvedimenti per la Sicilia, con qualche legge speciale, con qualche cosa di speciale" - PM: Questo lei come lo sa? - BRUSCA GIOVANNI: Me lo dice Antonino Salvo, cioè Nino Salvo in prima persona. - PM: Ecco, ci può descrivere dove, quando, che cosa le dice esattamente Nino Salvo? - BRUSCA GIOVANNI: Guardi, me lo dice in via Ariosto dove loro ... - PM: A intanto lei ci va per incarico di qualcuno o viene casualmente questo discorso? - BRUSCA GIOVANNI: Ma credo che ci vado incarico di qualche cosa. In quella occasione mi dice: "L'Onorevole Andreotti ha fatto sapere che in base a quello che succede a Palermo, sono costretto a prendere qualche provvedimento, perchè sono pressato per prendere un provvedimento per la Sicilia" - PM: Sono pressato, chi è che è pressato? - BRUSCA GIOVANNI: Non lo so, credo l'Onorevole Andreotti, non so, dagli altri parlamentari, dagli altri deputati, non so chi. - PM: Quindi questo è il messaggio che Nino Salvo le da. - BRUSCA GIOVANNI: A me. - PM: A lei. - BRUSCA GIOVANNI: E io lo porto a Salvatore Riina. - PM: E che succede? - BRUSCA GIOVANNI: Al che, io porto questo messaggio a Salvatore Riina e Salvatore Riina mi dice: "Tornaci" e gli racconto quello che mi è stato detto, cioè: "Antonino mi ha detto di riferire che l'Onorevole Andreotti non poteva più sostenere, in quanto in Sicilia c'erano morti giornalieri, e doveva prendere provvedimenti" Al che mi ci fa ritornare e mi dice: "vacci e ci dice che sta bello tranquillo, cioè di stare tranquillo, di non prendere nessun provvedimento, che ci lasci stare in pace, perchè noi siamo a disposizione, lo saremo sempre stati e per tutti i favori che gli abbiamo fatto". - PM: Per tutti i favori che gli abbiamo fatto, a chi? - BRUSCA GIOVANNI: All'Onorevole Andreotti, cioè ai Salvo, a Lima, cioè una corrente ... Quando io parlo di Salvo, Lima, noi ci riferiamo subito all'Onorevole Andreotti e la risposta all'Onorevole Andreotti, perchè l'Onorevole Andreotti aveva mandato a dire questo particolare. - PM: Questo dialogo su questo argomento che è con Nino  Salvo, dov'è avvenuto, in quale abitazione? - BRUSCA GIOVANNI: Guardi, al 99% io in quel periodo mi recavo sempre in via Ariosto numero 12. - PM: Ho capito. - BRUSCA GIOVANNI: Nell'ufficio dei Salvo, cioè di Antonino Salvo - PM: E il discorso finisce lì su questo argomento? - BRUSCA GIOVANNI: Per quella volta, sì. Poi loro si sono visti, cioè che si vedevano spesso, una volta al mese, quindici giorni. - PM: No, loro chi sono loro? - BRUSCA GIOVANNI: Cioè Salvatore  Riina, mio padre, Ignazio Salvo, Antonino Salvo, poi si vedevano e chiarivano poi quando si vedevano, se c'era da riprendere questo argomento o non c'era da riprendere questo argomento.>>.

Ora, nulla esclude che la ammonizione attribuita all’imputato fosse, in realtà, frutto di una iniziativa personale del Salvo, volta ad ottenere la mitigazione delle violenze che in quell’epoca colpivano i mafiosi dei clan ai quali egli era precedentemente legato, iniziativa da inquadrare anche nell’ambito della, già ricordata, esigenza del predetto di mantenere vivo, presso i mafiosi, il convincimento circa il proprio legame con l’imputato medesimo.

Peraltro, può concedersi la possibilità che Andreotti abbia effettivamente commentato nei termini rassegnati la situazione in atto a Palermo, formulando la fin troppo ovvia osservazione che il protrarsi della stessa avrebbe costretto alla adozione di misure eccezionali.

Non è detto, però, che siffatta osservazione, in ipotesi direttamente percepita dal Salvo o a lui riferita da terzi – per esempio, dal Lima -, fosse effettivamente un avvertimento da comunicare ai mafiosi, nulla escludendo che la stessa fosse una mera constatazione che lo stesso Salvo, animato dal plausibile, ricordato intento, si premurò di girare al Brusca ammantandola di accenti ammonitori.

Al riguardo si consideri il diverso tenore del resoconto del Brusca: costui, in prima battuta, ha messo in bocca al Salvo un vero e proprio messaggio di Andreotti diretto agli “amici”, che sembra sottendere una persistente solidarietà del medesimo con i mafiosi e la impossibilità, suo malgrado, di arginare in Parlamento provvedimenti emergenziali (“Fai sapere agli amici che se non si danno una calmata, sono costretto, o perlomeno non sono più in condizioni di potere mantenere qua in Parlamento, sono costretto a prendere provvedimenti per la Sicilia, con qualche legge speciale, con qualche cosa di speciale”); successivamente, chiamato a chiarire, il collaboratore ha sfumato i toni, eliminando ogni riferimento esplicito ad un messaggio diretto agli “amici” e più genericamente riferendo che Andreotti aveva “fatto sapere” (“L'Onorevole Andreotti ha fatto sapere che in base a quello che succede a Palermo, sono costretto a prendere qualche provvedimento, perchè sono pressato per prendere un provvedimento per la Sicilia”).

Difficile appare, sotto altro profilo, comprendere a quali numerosi favori accordati all’imputato il Riina avrebbe fatto riferimento, posto che, alla stregua del racconto dello stesso Brusca (pienamente recepito dai PM appellanti), il capomafia ed i suoi accoliti erano rimasti esclusi dal rapporto che con l’imputato coltivavano gli esponenti della fazione avversa, tanto da irritarsene: certo, è possibile che il Riina fosse al corrente di qualche singolo episodio – per esempio, quello concernente il regalo del dipinto, nel quale sarebbe stato coinvolto anche il Calò -, ma non è affatto sicuro che egli avesse precisa conoscenza del contenuto delle relazioni intercorse fra i vari Bontate e Badalamenti e l’imputato, tanto da poter parlare di svariati favori accordati a quest’ultimo.

Si può, peraltro, ammettere che il Riina fosse persuaso, sia pure in termini generici, che gli esponenti di spicco della fazione di Cosa Nostra da lui smantellata avessero favorito l’imputato, sicché, considerandosi, a torto o a ragione, l’erede unico anche di quella esperienza, ne rivendicava i meriti nei confronti dell’imputato medesimo: ciò suggerisce anche che egli coltivava precise aspettative in ordine ai comportamenti dell’imputato e spiega la sua frustrazione e la sua irritazione nel constatare nel tempo che le stesse andavano deluse, nonché le contromisure adottate (la rivoluzionaria scelta elettorale del 1987; la repressione successiva all’esito del maxiprocesso, diretta anche contro Lima ed Andreotti).

In buona sostanza, il quadro appare particolarmente ambiguo e non consente senz’altro di attribuire ad Andreotti l’invio di un messaggio destinato agli “amici” da leggere nell’ottica di un sentimento solidaristico verso i mafiosi.

Quand’anche, poi, si volesse ritenere che l’imputato, tramite il Salvo - le cui relazioni con gli “uomini d’onore” non potevano essergli ignote -, abbia effettivamente voluto mandare un avvertimento ai mafiosi affinché gli stessi, per usare le parole del Brusca, si dessero una calmata e, dunque, perché cessassero le violenze e gli assassini, tale atteggiamento non potrebbe assumersi a sicuro indice di una rinnovata disponibilità ed amicizia del predetto verso i nuovi padroni di Cosa Nostra, eventualità, questa, che necessiterebbe di ben altre conferme e verifiche e di cui, come si vedrà, gli ulteriori fatti che verranno esaminati non offrono adeguato riscontro.  

 

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3) I RAPPORTI DEL SEN. ANDREOTTI CON VITO CIACIMINO, CON PARTICOLARE RIGUARDO PER L’“ACCORDO TATTICO” CONCLUSO IN OCCASIONE DEL CONGRESSO REGIONALE DELLA DEMOCRAZIA CRISTIANA SVOLTOSI NEL 1983 IN AGRIGENTO.

 

Nel rinviare, a proposito del tema in trattazione, al breve resoconto della relativa parte della appellata sentenza ed a quanto più dettagliatamente rassegnato in merito ai motivi di gravame, la Corte osserva che può essere condiviso il giudizio finale del Tribunale, che ha, in definitiva, ritenuto di scarsa incidenza sulla valutazione della imputazione contestata i – non certo intensi - rapporti fra Andreotti e Ciancimino. 

Di fatto, deve escludersi che il Ciancimino, a differenza del Lima, abbia mai intrattenuto un rapporto diretto e privilegiato con l’imputato, con il quale risulta essersi incontrato in appena quattro occasioni dal 1976 al 1983 (precisamente, a Roma attorno al 1976, il 20 settembre 1978 e nel 1983, ed a Palermo nel giugno 1979, in occasione del comizio tenuto al cinema Nazionale per la campagna elettorale del Lima, candidato al Parlamento Europeo).

Inoltre, agli interventi di Andreotti non può assolutamente assegnarsi un ruolo propulsivo della collaborazione della sua corrente siciliana con Ciancimino, essendosi il predetto limitato, in sostanza, a prendere atto (“se siete d’accordo voi va bene pure per me”; “benissimo, auguri”) degli accordi, più o meno tattici e più o meno episodici, che erano stati conclusi con lo stesso Ciancimino dagli esponenti locali del suo gruppo.

Ancora, salvo quanto si dirà a proposito delle inedite rivelazioni del Giuffrè, non risulta in alcun modo che il Ciancimino, legato ai “corleonesi”, abbia, facendo da tramite, spianato la strada a relazioni fra costoro e l’imputato: nessun elemento acquisito prima delle dichiarazioni del Giuffrè conferma tale evenienza ed è piuttosto agevole ricordare nuovamente che il Riina ed i suoi erano esclusi da ogni relazione con l’Andreotti, tanto da parlare con parole risentite dei rapporti che, al contrario, erano intrattenuti con l’eminente uomo politico da altri esponenti mafiosi.

Significativo è, in questo quadro, che alla fine del 1981, proprio all’indomani della soppressione o emarginazione dei boss mafiosi con i quali l’Andreotti coltivava amichevoli relazioni, il Ciancimino, lungi dal proporsi come interlocutore fra il predetto ed i “corleonesi”, nuovi padroni di Cosa Nostra, pose termine alla sua temporanea e travagliata adesione alla corrente andreottiana.

Al riguardo il Tribunale ha opportunamente ricordato le affermazioni con cui il collaboratore di giustizia Gioacchino Pennino ha riferito che verso la fine del 1981 il Ciancimino, in occasione di una riunione organizzata presso la sua villa di Mondello, aveva comunicato la decisione di interrompere i rapporti con la corrente andreottiana e con l’on. Lima e di ritornare in una posizione di autonomia.

Tale decisione, che oggettivamente allontanava il Ciancimino e – abbracciando la ipotesi accusatoria – i suoi amici “corleonesi” da Andreotti, non venne, peraltro, sintomaticamente osteggiata da costoro: lo stesso Pennino ha, infatti, riferito che, dopo aver espresso il proprio dissenso rispetto alla decisione del Ciancimino in occasione di colloqui avuti con alcuni capimafia (Giuseppe Di Maggio e Michele Greco), era stato condotto da Vincenzo Savoca in un magazzino ubicato in territorio di Bagheria, dove aveva incontrato il noto boss corleonese Bernardo Provenzano, che gli aveva intimato di restare con lo stesso Ciancimino e di non fomentare alcuna ribellione all’interno del gruppo facente capo a quest’ultimo.

In buona sostanza, al di là della censurabile disinvoltura con la quale, per mere ragioni di convenienza politica collegate a situazioni locali ed anche contingenti, sono stati avallati accordi con un soggetto, peraltro assai poco congeniale al Lima, i cui legami con i mafiosi non erano un mistero, si deve ribadire che le relazioni dell’imputato con il Ciancimino non possono assumersi come significative di un rapporto sottostante con esponenti di Cosa Nostra.

Al riguardo, al di là delle suggestioni evocate dalle unilaterali (e, potrebbe dirsi, “atomistiche”) prospettazioni dei PM appellanti, è sufficiente semplicemente riflettere su alcun circostanze pacifiche, che gli stessi appellanti - nell’intento di sostenere la sintomaticità, ai fini dell’addebito, delle variegate relazioni dell’imputato e dei suoi sodali (principalmente del Lima) con il Ciancimino - non esitano a richiamare senza coglierne il logico significato: a) il Ciancimino era, semmai, collegato ai “corleonesi” e, per contro, non riscuoteva affatto particolari simpatie fra il contrapposto gruppo mafioso “moderato” (vedasi anche quanto si preciserà infra, richiamando, peraltro, il contenuto del gravame) e non era neppure in buona armonia con il Lima; b) i “corleonesi” erano insofferenti ed irritati per la esclusività del rapporto che gli esponenti della fazione “moderata” di Cosa Nostra coltivavano con l’imputato; c) ne deriva, in termini assolutamente incontestabili, che i travagliati rapporti del Lima – e, per conseguenza, dell’imputato - con il Ciancimino – almeno fino alla soppressione del Bontate (aprile 1981), seguita, peraltro, come ricordato, dall’abbandono, da parte del Ciancimino, della corrente andreottiana – non possono validamente assumersi come significativi di un legame fra l’imputato medesimo e Cosa Nostra.

La considerazione può essere estesa a quanto avvenuto – in epoca più direttamente interessata allo specifico tema in esame - attorno al congresso regionale della Democrazia Cristiana del 1983, per la cui descrizione si rinvia alla ampia trattazione contenuta nella appellata sentenza.

Anche in questa occasione, nell’ambito di articolate vicende che vedono alternarsi nel Lima avversioni e condiscendenze verso il Ciancimino, è stato concluso dai predetti, a livello locale e senza alcuna specifica sollecitazione dell’imputato, un “accordo tattico” concernente la confluenza verso la corrente andreottiana dei voti congressuali (nazionali) di cui il Ciancimino poteva disporre, accordo che ha ricevuto l’avallo di Andreotti, il quale, secondo quanto da lui stesso dichiarato nel processo di Perugia, ebbe a commentarlo con le parole “benissimo, auguri” (<<IMPUTATO ANDREOTTI: è l'unica volta in occasione di quel congresso che me ne vennero sia pure più che fugacemente a parlare, perché c'erano state una serie di discussioni, mi spiegarono per vedere se si poteva fare una lista unica o fare così una specie di non belligeranza regionale tra i vari leader della Sicilia. Questo poi non era andato in porto, c'era un problema che il Ciancimino pare che non avesse il quorum minimo per poter fare andare al Congresso Regionale dei suoi, o comunque per poter essere poi rappresentato e fecero una specie così di accordo tattico e in quell'occasione Ciancimino mi disse, Lima e D'Acquisto chiese di essere presentato a me, vennero a trovarmi, mi dissero questa cosa che facevano per il congresso, dissi "benissimo, auguri"; è l'unica volta che l'ho visto salvo l'altra che ho detto poi quando si occupava di enti locali come incaricato del Comitato Provinciale, ma non so per quale corrente, non certamente in quel momento per la corrente di Lima. So che i rapporti tra lui e Lima non sono stati quasi mai buoni, anzi sono poi finiti in una notevole antitesi negli ultimi anni.>>).

Peraltro, secondo quanto precisato dal teste on. Giuseppe Campione, il Lima, in vista del congresso di Agrigento, si adoperò per evitare la estromissione di Ciancimino non già per favorirlo, ma, in sostanza, per scongiurare la prevedibile eventualità che il predetto esercitasse pressioni per essere inserito nella lista dello stesso Lima.

Indicazione in qualche modo analoga è stata fornita dall’on. Sergio Mattarella, il quale, su esplicita domanda della Difesa, ha anche escluso che nell’occasione ebbe a ricevere pressioni dall’imputato affinché il Ciancimino non restasse escluso dal comitato regionale del partito (<<MATTARELLA S.: (parole non chiare), Presidente, Ciancimino, siccome aveva fatto un gruppo autonomo che aveva col gruppo Lima un rapporto di (parola non chiara) federativo, collaborativo, ma autonomo. Nell'80, nel congresso nazionale, fecero lista comune... - PRESIDENTE: Ho capito. - MATTARELLA S.: Nell'83 Lima, evidentemente, non volle ripetere quella condizione, non volle confondersi o non volle che Ciancimino si confondesse con se e quindi non voleva fare lista con Ciancimino dentro ma non... cercava di evitare che  però venisse tagliato fuori. - AV.BONGIORNO: Senta, lei ha ricevuto pressioni da parte del senatore Andreotti, in favore di Ciancimino, per fare restare Ciancimino, perchè Ciancimino non restasse escluso dal comitato regionale? - MATTARELLA S.: No. - AV.BONGIORNO: Nessuna pressione? - MATTARELLA S.: No.>>).

Insomma, appare frutto di una indubbia forzatura desumere dalle rassegnate vicende che hanno visto coinvolto il Ciancimino e, in particolare, dall’episodio de quo una conferma (della persistenza) delle relazioni dell’imputato con i mafiosi.

Più in particolare, deve considerarsi una forzatura ritenere, come fanno i PM appellanti, che l’imputato ebbe a fornire al Ciancimino ed al suo gruppo un personale e concreto contributo in occasione del congresso di Agrigento del 1983, consentendo la ulteriore sopravvivenza dello stesso gruppo grazie ad un “accordo tattico” riguardante la confluenza verso la corrente andreottiana dei voti congressuali di cui il Ciancimino poteva disporre: non si vede, invero, come possa aver consentito la sopravvivenza del gruppo che faceva capo al Ciancimino il benestare ad un accordo che assicurava alla corrente andreottiana i voti congressuali (nazionali) dei tre componenti che lo stesso Ciancimino era riuscito a fare eleggere nella assise di Agrigento.

Peraltro, detto congresso, all’esito al quale era rimasto del tutto escluso dal comitato regionale del partito, aveva, in buona sostanza, segnato la crisi del gruppo medesimo ed in proposito sovvengono le eloquenti dichiarazioni del collaboratore di giustizia Gioacchino Pennino, già appartenente allo stesso gruppo, il quale ha testualmente affermato che la <<goccia che fece traboccare il vaso è stata proprio il congresso di Agrigento, che determinò l'uccisione diciamo morale del gruppo di Ciancimino, in quanto fu completamente emarginato, poiché lo stesso era detentore di un pacchetto di tessere che, considerevole a livello provinciale, ma insufficiente a livello regionale, a determinare il quorum per poter ottenere dei rappresentanti nel comitato regionale>>.

Non va trascurato, poi, più in generale, che, come ricordato dal Tribunale, lo stesso Pennino non ha indicato alcuna richiesta rivolta dal Ciancimino all’imputato funzionale al perseguimento degli interessi di Cosa Nostra.

Né vale a modificare il giudizio il richiamo, operato come di consueto dai PM appellanti, alla valenza probatoria corroborativa degli altri elementi acquisiti a carico dell’imputato, che, per quanto fin qui verificato, riguardano fatti, persone ed ambienti mafiosi del tutto distinti ed anche nettamente contrapposti a quelli cui faceva riferimento il Ciancimino, con la conseguenza, già rimarcata, che appare con ogni evidenza erroneo assimilare gli stessi fatti a quelli in trattazione.

Allo stesso modo, privo di pregnante conducenza appare il richiamo alle dichiarazioni mendaci dell’imputato, che nel parlare dei suoi, non certo assidui, rapporti con il Ciancimino avrebbe falsamente sostenuto di avere appreso della esistenza dei finanziamenti elargiti da Gaetano Caltagirone alla corrente del predetto soltanto quando la notizia era divenuta di pubblico dominio per effetto delle ammissioni dell’on. Evangelisti ed avrebbe falsamente prospettato una riduttiva versione dei fatti, sostenendo, al fine di negare gli autentici rapporti di collaborazione e di cointeressenza con il Ciancimino, che “voler legare i nomi di Ciancimino e di Lima per ricondurre il primo nella cosiddetta corrente andreottiana, è una clamorosa forzatura” e che “tutti sapevano che delle questioni regionali non mi interessavo”.

Anche a non volere entrare nel merito della esistenza e della consistenza delle prospettate menzogne (ma è certo innegabile che sulla relativa valutazione non può non incidere il fatto che a momenti di collaborazione si sia effettivamente alternata, fra il Lima ed il Ciancimino, una protratta conflittualità, che più significativamente connota le relazioni fra i medesimi) ed a volere concedere che l’imputato abbia voluto nascondere qualche pratica di finanziamento discutibile ovvero minimizzare i suoi personali rapporti – si ribadisce, non particolarmente intensi – con il Ciancimino, davvero non si vede come tali atteggiamenti processuali possano modificare la sostanza delle cose, che è quella già esposta.

Al riguardo deve essere richiamato quanto già osservato nelle premesse introduttive a proposito del valore da assegnare all’eventuale mendacio dell’imputato, dal quale non si può tout court desumere un decisivo elemento di valutazione sfavorevole, specie se, come nel caso in esame, si verta su singoli aspetti di una condotta assai composita e largamente aspecifica, il cui approfondimento può comprensibilmente giustificare nell’incolpato la preoccupazione che la piena ammissione di alcune peculiari relazioni, di per sé idonee a suscitare sospetti (nella fattispecie, per via della notoria personalità del Ciancimino), venga interpretata in modo pregiudizievole al di là dello stesso intrinseco significato di esse.

Da ultimo, a confermare lo scarso rilievo della figura di Ciancimino nel quadro dei rapporti fra l’imputato ed esponenti mafiosi si possono citare le stesse argomentazioni dei PM appellanti, i quali, nel capitolo del gravame dedicato al trasferimento di Leoluca Bagarella e di altri mafiosi siciliani dal carcere di Pianosa a quello di Novara (parte II, capitolo V) hanno testualmente dedotto: <Che i “corleonesi” avessero ragione a ritenere Bontate e gli altri un tutt’uno con Andreotti, risulta poi dal seguente fatto che il Tribunale ha ritenuto provato: lo stesso Bontate ripeteva agli altri uomini d’onore di avere a disposizione Andreotti e che – dunque – non aveva senso tenersi quel “piantagrane” di Ciancimino.  E infatti il Tribunale ha ritenuto pienamente attendibile il collaboratore Di Carlo, che ha riferito l’episodio sintetizzato dal Collegio nei seguenti termini: “In questa riunione tenutasi nel periodo natalizio, Antonino Salvo, in presenza di Stefano Bontate, manifestò al Di Carlo il convincimento che sarebbe stato opportuna un’iniziativa di Salvatore Riina e Bernardo Provenzano diretta a limitare l’influenza di Vito Ciancimino, evidenziò che i rapporti tra quest’ultimo e Salvo Lima erano spesso assai problematici, ed aggiunse: “Ciancimino è una palla al piede per noi, è mal visto sia in politica, nell'ambiente politico, non ha più un elettorato. Noi siamo all'altezza con strade dirette a Roma con qualsiasi corrente”, e specificò: “abbiamo le strade di arrivare a Roma di manipolare anche la politica a Roma e ancora (…) ci andiamo a tenere un piccolo assessore, un piccolo consigliere comunale, che poi era ex, e che poi è mal visto sia pubblicamente (…) come opinione pubblica e sia dentro la politica palermitana”. Il Di Carlo suggerì ad Antonino Salvo di desistere da simili propositi.   In altre occasioni il Bontate, parlando con il Di Carlo, si espresse nei seguenti termini: “quando si arriva ad avere uno di Cosa Nostra, che non l'avevamo avuto mai, che può parlare a livello politico nazionale (…), ancora tengono a un Ciancimino”, evidenziò che Antonino Salvo poteva rivolgersi all’on. Lima ed all’on. Andreotti, e precisò che il Presidente Andreotti “aveva dato modo a Nino Salvo e a Lima di farci vedere che era a disposizione in qualche cosa che l'avevano disturbato”.>.

Sempre dall’episodio del trasferimento di Bagarella dal carcere di Pianosa a quello di Novara, sul quale tosto ci si soffermerà, si ricava una ulteriore indicazione che conferma come, anche nei convincimenti dei “corleonesi” (di cui il Bagarella, cognato del Riina, era fra gli esponenti di maggiore spicco), il potenziale, presunto tramite fra i mafiosi ed Andreotti non fosse affatto il Ciancimino – mai citato dal collaboratore Gaetano Costa che ha riferito dell’episodio - ma il Lima.

Il negativo quadro probatorio delineato non può essere ribaltato dalle, soltanto generiche e, per di più, talora incerte, dichiarazioni del collaboratore Antonino Giuffrè, il quale ha riferito quanto sul conto del Ciancimino aveva appreso da discorsi avuti con il boss Bernardo Provenzano e, in qualche occasione, con Pino Lipari, definito fedelissimo uomo di fiducia del primo.

In particolare, si può ricordare che in occasione dell’interrogatorio del 7 novembre 2002, il Giuffrè ha dichiarato:

che dopo il loro avvento, i “corleonesi” e, dunque, il Riina ma, soprattutto, il Provenzano, erano subentrati nella cura dei rapporti con i politici e che, in tale contesto, un ruolo rilevante era stato svolto dal Ciancimino (<PM: Allora ritorniamo un attimo al periodo diciamo ‘84 - ‘85 no, avevamo lasciato questo rapporto con la politica diciamo cosa succede, ci sono mandati di cattura… - GIUFFRE’: Diciamo che appositamente diciamo cioè i corleonesi ufficialmente hanno nelle mani, per quanto riguarda Cosa Nostra, la Sicilia. - PM: Ma a sto punto responsabile che lei aveva individuato in Michele Greco diventa Riina, quindi è Riina che deve avere i contatti! - GIUFFRE’: Michele Greco non ha più nessun ruolo. - PM: Sì ma dico, ora che c’è Riina; Provenzano; chi ha questo ruolo di difendere gli interessi generali di Cosa Nostra dall’incalzare della Magistratura? - GIUFFRE’: Diciamo ufficialmente Riina, però diciamo che la vera persona che generalmente si era addentrata nella politica è il Provenzano, in modo particolare in questo periodo come ho detto anche in riferimento parlando di questo periodo (inc.) sempre per loro Ciancimino.>);

che gli interlocutori politici del Ciancimino dovevano individuarsi, se il dichiarante aveva ben compreso i discorsi del Provenzano (sulla precisa datazione dei quali il predetto ha incontrato qualche difficoltà), nel sen. Andreotti, con il quale, forse, sempre se il dichiarante aveva ben compreso, il medesimo Ciancimino si era incontrato, ma anche in altri, non meglio specificati personaggi ministeriali (<PM: Vabbè, dico, comunque, però il referente politico, l’ambasciatore, diciamo, delle esigenze di Cosa Nostra, del vertice di Cosa Nostra rimaneva Ciancimino, secondo quello che ha detto lei. - GIUFFRE’: Questo, su questo… - PM: Ma Ciancimino, per quello che ha potuto apprendere lei, che interlocutore aveva, cioè qual era poi il terminale di Ciancimino o l’ulteriore intermediario? - GIUFFRE’: Ma diciamo che l’interlocutore, il fine ultimo era sempre, diciamo, il discorso su Andreotti e, se io ho capito bene, probabilmente ci sia stato anche qualche, io non l’ho visto però, appuntamento diretto tra Andreotti e Ciancimino da quello che ho capito… - PM: Ma lei, dice lei, ho capito, io ho capito… - GIUFFRE’: Da Provenzano. - PM: … da Provenzano? - GIUFFRE’: Esatto. Cioè questi sono di quei discorsi che io non, su Ciancimino non… l’unica persona che io potevo parlare su Ciancimino erano, qualche parola con Pino Lipari e poi con il Provenzano, poi non ce n’erano altre, cioè non ho mai fatto altri discorsi su Ciancimino al di fuori del nostro cerchio ristretto. - PM: E con Pino Lipari o con Provenzano che tipo di discorsi riguardavano Ciancimino? - GIUFFRE’: Appositamente perché era l’esponente politico, cioè la persona più in gamba che era in grado di portare avanti discorsi politici nel nostro interesse, appositamente legato al Provenzano da 20 anni e più avevano rapporti da sempre, possiamo dire, da quando era Sindaco se ricordo bene, Ciancimino mi pare che è stato Sindaco anche di Palermo, fino a quando diciamo, Sindaco, Consigliere, Assessore… - PM3: Se ho ben capito lei ha detto di aver sentito di un incontro tra Ciancimino e Andreotti, ho capito bene? - GIUFFRE’: Ha capito perfettamente. - PM3: E può ritornare su questo dettaglio perché… - GIUFFRE’: Cioè signor Procuratore, sono discorsi diciamo, sezioni, flash che vanno dentro Cosa Nostra e in modo particolare con Provenzano perché veda, quando Provenzano, cioè sono discorsi, diciamo che parlando appositamente del contesto politico di allora e mi permetta… - PM3: Di quando parliamo? - GIUFFRE’: … e non mi viene facile, saremo sempre attorno agli anni ’90, dottore… - PM3: Anni ’90. - GIUFFRE’: … saremo, poi… no, ma questo, questo, cioè siamo a, siamo ancora prima tutto stu discorso degli anni ’90, cioè siamo, ’87, ’88, ‘85… - PM3: Ma se Provenzano parla di (inc.) - PM1: Anni ’80 quindi. - PM: Anni ’80 non ’90! - GIUFFRE’: No, no, cioè quella era una parentesi che me ne stavo andando io che ho fatto poco fa sul discorso delle imprese il discorso delle (inc.) che non… - PM: Quando… - GIUFFRE’: Dopo che c’è stata, diciamo un pochino, dopo che i corleonesi si sono, in modo particolare Provenzano, si sono messi nelle mani Cosa Nostra, diciamo che il Ciancimino essendo una creatura corleonese, una creatura in modo particolare di Provenzano diciamo che gli hanno affidato di portare il discorso politico ristretto appositamente di Cosa Nostra nel gruppo ristretto senza pubblicizzare troppo il discorso onde evitare di danneggiare il Ciancimino stesso, cioè Provenzano, signor Procuratore, aveva un modo di portare avanti le cose nel, diciamo un pochino nel riserbo e nello stesso tempo le persone sue si salvaguardavano le spalle da eventuali notizie che potessero uscire e che poi potessero danneggiare il Ciancimino o anche altre persone. Cioè molte persone uscivano allo scoperto semplicemente quando vi era veramente di bisogno. Ne è un classico esempio Pino Lipari, per ipotesi, Pino Lipari è stato all’ombra per tantissimi tempi, Ciancimino da un lato già era un pochino diciamo… però in questo discorso strettamente diciamo importante perché si era più che altro, penso, si avevano notizie di discorsi più a livello provinciale, correnti, lotte interne a Democrazia Cristiana però niente di più ad alto livello. Le ripeto che anche lui, a livello personale, ma sempre però (inc.) questo penso che sia importante, sempre in qualità di ambasciatore, ha avuto dei contatti con, direttamente con Andreotti, ha avuto dei contatti all’interno di… cioè con persone che lavoravano in modo particolare nel, nei Ministeri di Grazia e Giustizia allora mi pare che si chiamavano, cioè quando erano e io le dico che, e magari certe volte sono discorsi che ci scappavano un pochino al Provenzano perché non è che era tanto facile andare a fare discorsi diciamo privati loro, perché son discorsi prettamente privati tra il Provenzano e il Riina; si presentava sempre nelle vesti di mandato… - PM3: Il soggetto è Ciancimino? - PM: Ciancimino si presentava come mandato da… - GIUFFRE’: …si presenta sempre come soggetto mandato. - PM3: Si presenta a chi, scusi? - GIUFFRE’: A Roma, ad Andreotti e ad altre persone che eventualmente lui contattava nell’ambito ministeriale perché oltre a un Sottosegretario che a volte va più di un Ministro, vi sono anche dei funzionari che a volte parino, che vanno al di sopra dei Sottosegretari, perché bene o male, vi sono dei funzionari, signor Procuratore, che sono sempre seduti dietro quella scrivania e sanno un pochino tutta la situazione, per come vanno, delle conoscenze diciamo più importanti.>);

che egli non era, in sostanza, in grado di circostanziare tali affermazioni (<PM3: Possiamo concretizzare due episodi, lei ha detto si presentava come (inc.) ma questo chi glielo ha detto e quando le è stato detto, se riesce a (inc.) - GIUFFRE’: La data non è che sia facile, dottore; il discorso viene da discorsi fatti a livello di Provenzano… - PM3: Provenzano parla con lei. - GIUFFRE’: Io… - PM3: (inc.) - GIUFFRE’: …io con Provenzano. - PM3: E le riferisce di questi episodi a cui ha accennato? - GIUFFRE’: Parliamo di queste cose perché appositamente ci sunnu problemi, signor Procuratore… - PM3: Se può partire da un discorso concreto in modo da farci capire (inc.) - GIUFFRE’: E siccome… quando io poco fa le dicevo di una certa diffidenza nel mondo politico, lui è maestro di questo, cioè hanno avuto sempre… - PM: Chi, Provenzano? - GIUFFRE’: … Provenzano, una diffidenza nei confronti delle persone politiche ma da sempre perché appositamente è un conoscitore abbastanza preparato e con lui, cioè con Provenzano in diverse circostanze forse anche in presenza di Piddu Madonia, in presenza di persone di Bagheria, cioè purtroppo la politica, se ne parlava che era una cosa poco bella però era attuale, di attualità e che vi era di bisogno e che purtroppo non se ne poteva fare a meno e mi diceva sempre che ci volevano delle persone di fiducia e che nel momento in cui si allontanavano da noi, cioè in nostra assenza, si comportassero bene. Mi spiego meglio: cioè portassero avanti, queste persone di fiducia, quella strategia di cui Cosa Nostra era portatrice perché spesso poteva anche succedere che si parlava con una persona però fra i discorsi che si facevano all’interno poi venivano, cioè, annacquati nei contatti che gli stessi interlocutori nostri facevano con altre e il discorso diventava… ragion per cui ci volevano degli interlocutori forti che quando andavano ad intrattenere il dialogo, il rapporto con la persona che doveva capire, doveva essere un discorso forte di modo che lo inculcavano bene nella loro mente, cioè e che capissero che, tanto per incominciare lui non era nessuno ma era semplicemente un ambasciatore che dietro di lui c’aveva chi c’aceva, come nome, il Riina, Provenzano e poi Commissione e tutto il resto, provinciale e regionale. Anche per intimorire l’avversario e farlo preoccupare giustamente dietro le sue spalle.>);

che il Ciancimino era considerato dal Provenzano il solo in grado di perorare la causa di Cosa Nostra presso Andreotti (<PM3: (inc.) Ciancimino… - GIUFFRE’: Sto arrivando: Ciancimino appositamente per Provenzano è considerata la persona adatta a potere affrontare direttamente, perché viene dalla scuola corleonese, viene dalla scuola di Provenzano ed ha la qualità e gli attributi per potere affrontare questi discorsi. - PM: E quindi fa capire… - GIUFFRE’: Appositamente mi dice ca Ciancimino è l’unica persona in grado di portare avanti discorsi direttamente con Andreotti. - PM: Quindi questo è un discorso… […] PM: Cioè Ciancimino era considerato l’unico in grado di… Ma io perciò le avevo riferito, perciò le avevo chiesto, se c’erano degli incontri a livello diretto proprio perché sempre c’è stata nei vertici di Cosa Nostra la preoccupazione di questo annacquarsi dei discorsi man mano che passavano attraverso vari (inc.) - GIUFFRE’: Avevano paura ad andare ad interloquire con una persona di un certo livello che poteva essere Andreotti o altro esponente politico molto importante e non facevano niente; invece, quando occorreva, dovevano battere il pugno sul tavolo: si deve fare, punto e basta, due parole. E ci vuole coraggio pure a fare questo. E siccome il signor Ciancimino viene dalla scuola corleonese, ha le qualità per affrontare questi discorsi.>);

che, in sostanza, il Ciancimino era subentrato al Lima nel ruolo di “ambasciatore” di Cosa Nostra presso l’imputato, con il quale, secondo quanto il dichiarante aveva appreso, si sarebbe incontrato, in circostanze non specificate e per trattare temi non precisati (<PM: Che ha delle qualità, senz’altro, però ha il potere in un certo momento, Ciancimino di rappresentanza, forse politica no a livello locale, ma a Roma, di poter rappresentare perché non so se lei ricorda che c’erano stati dei contrasti all’interno dell’ambiente politico palermitano tra il gruppo Lima e il gruppo di Ciancimino, quindi in questo contesto bisogna mettere anche (inc.) - GIUFFRE’: Veda, ne era anche, le cose vanno nascendo a poco a poco e i ricordi si vanno un pochino, diventano più vivi, cioè io mi sembra che in altre circostanze ho detto che proprio Provenzano, diciamo su Lima non era molto contento del suo operato e come ben vede i due discorsi si vanno, vanno perfettamente a combaciarsi e cioè, Provenzano aveva già cominciato a capire che non, Lima era inaffidabile e in Cosa Nostra vede che succede, spesso si fanno le prove per vedere l’affidabilità di una persona, ci si dà un incarico ad una persona e… Ma Provenzano quando dà l’incarico a Lima di andare a parlare con Andreotti non lo sa quello che succede. Controprova: ci manda successivamente un’altra persona per andare a verificare quello che è successo e su questo anche una terza persona, di modo che solo così ci si rende conto della veridicità delle risposte che vengono a dire. Queste sono le così dette prove di Cosa Nostra. - PM3: Mi scusi, solo un riscontro: lei ha conosciuto personalmente il ruolo di Ciancimino, ecco, io vorrei che lei entrasse in dettaglio sugli incontri che poi Ciancimino ha avuto con Andreotti, cioè le è stato riferito che poi effettivamente Ciancimino si sia incontrato con Andreotti? Questo punto se può focalizzarlo. - GIUFFRE’: Sì, mi è stato riferito che Andreotti, espressamente si è incontrato con Andreotti, perché… - PM: Con Ciancimino… - GIUFFRE’: … Ciancimino si è incontrato con Andreotti, c’è un discorso che si defila, cioè ha una giustificazione in questo, signor Procuratore, perché proprio Provenzano, le ripeto che non ha più fiducia in Lima, si comincia… ma lo sta a dimostrare anche lui, diciamo perché arrivati ad un certo punto anche lui cerca un pochino di mettersi da parte. Cioè, poi si capisce abbastanza bene. Cioè e in questa circostanza e per vedere per come vanno le cose cercare di persuadersi, ma siccome sono abbastanza, ca nuatri usavamo un tempo, fradici, nel campo politico che a volte non è che sia tanto facile riuscire a capire quello che dicono o capiamoci quello che pensano, diciamo che Ciancimino essendo Provenzano, cioè la persona di Provenzano, lo mandano… giustamente Totò Riina ne è d’accordo perché ha la funzione ufficiale, di una rappresentanza ufficiale che non è semplicemente Corleone ma va ben oltre a tutti gli interessi e quelli che sono rappresentati appositamente dalla Sicilia, cioè non si va a presenta come un esponente politico, signor Procuratore, si va a presenta come un ambasciatore di Cosa Nostra da Andreotti.>).

Anche tali dichiarazioni sono state dal Giuffrè sostanzialmente ribadite nella deposizione resa dinanzi alla Corte il 16 gennaio 2003, in occasione della quale, come già ricordato, ha, in particolare, ripetuto di non essere in grado di circostanziare le sue affermazioni riferendo episodi specifici (<<AVV. COPPI: Questo lo abbiamo capito, ma io chiedevo se Lei ricordava se Provenzano le abbia mai detto: ho incontrato Ciancimino, il quale mi ha detto di essersi visto con il senatore Andreotti e di avere parlato di questo e di quest'altro? Lei mi risponde che non se lo ricorda, quindi non si ricorda neppure quali possano essere state richieste specifiche inoltrate al senatore Andreotti tramite Ciancimino? - GIUFFRE’: No, tramite Ciancimino, questo no, Avvocato.>>).

Se alla intrinseca debolezza delle, generiche ed anche incerte, indicazioni del Giuffrè si aggiunge che dalle dichiarazioni del medesimo emerge in modo piuttosto evidente che nel corso degli anni ’80 si è registrata una sempre più marcata difficoltà di Cosa Nostra di fronte all’incalzante offensiva delle forze dell’ordine e della magistratura, offensiva che non è stata alleggerita da alcun intervento politico teso a rallentarla (tanto da indurre il Riina, alla vigilia delle elezioni politiche del giugno del 1987, a disporre di abbandonare la D.C. e di votare per il P.S.I.) e che, anzi, anche a livello politico, aveva visto iniziative incisivamente pregiudizievoli per la organizzazione mafiosa, davvero non si comprende come potrebbe attribuirsi al Ciancimino il ruolo di decisivo mediatore fra il sodalizio criminale ed Andreotti ritagliatogli, alla stregua di informazioni solo indirette e niente affatto circostanziate, dallo stesso Giuffrè.

Per di più, sintomatico della scarsa plausibilità della persistenza dei rapporti fra Cosa Nostra e l’imputato e, in quest’ambito, del ruolo di intermediario attribuito, dal solo Giuffrè, al Ciancimino è l’atteggiamento del Lima, i cui intimi legami con Andreotti lo avrebbero certamente reso edotto della circostanza: secondo quanto riferito dal Siino, invero, il Lima ebbe addirittura a sospettare la regia del Ciancimino dietro la ricordata decisione elettorale del Riina (<<PM: Senta, lei ebbe modo di parlare con Lima di questo impegno di Cosa Nostra per il partito socialista? Del risultato delle elezioni del 1987? - SIINO A.: Sì, praticamente parlammo con Lima di questa cosa  che aveva avuto già sentore di questa cosa, e lui pensava che fosse una alzata di ingegno di Ciancimino. - PM: Cioè? - SIINO A.: Pensava che dietro questo accordo, ci fosse Ciancimino. - PM: Accordo tra chi, scusi? - SIINO A.: Accordo tra gli amici, diceva lui, cioè che  significava la mafia, e i socialisti. - PM: Pensava? - SIINO A.: Pensava che c'era Ciancimino.>>).

A margine delle superiori considerazioni si deve ricordare, per completezza, che il Lipari, deponendo nella udienza del 14 marzo 2003, ha minimizzato le relazioni del Ciancimino con il Riina, il quale lo avrebbe incontrato in una sola occasione e non avrebbe inteso più avere contatti con lui, riferendo che, al contrario, il Provenzano aveva in grande considerazione l’uomo politico, tanto da venire preso in giro per tale legame (<<Io ho escluso questo incontro quando Ciancimino cavalcò Provenzano per riemergere politicamente e Provenzano sposò questa causa, tant'è che fu oggetto di sfottò da parte di tutti perché Riina non volle più incontrare il Ciancimino, lo vide solo una volta e non lo volle più incontrare per suoi motivi, non gli piacque il comportamento del Ciancimino in quell'occasione e per quella richiesta specifica che gli aveva fatto.>>).

La indicazione del Lipari trova una certa qual rispondenza nelle stesse dichiarazioni del Giuffrè, dalle quali traspare nettamente un rapporto privilegiato fra il Provenzano ed il Ciancimino, nonché nel complessivo compendio probatorio acquisito, dal quale non emerge un ruolo svolto dallo stesso Ciancimino in ausilio del gruppo di comando di Cosa Nostra che, ovviamente, faceva capo al Riina (si consideri che, come già rimarcato, nella sola occasione in cui si riscontra la indicazione di un concreto intervento che sarebbe stato attuato dall’imputato in favore di esponenti “corleonesi” – il trasferimento carcerario del cognato del Riina, Leoluca Bagarella – non vi è traccia del Ciancimino).

Se le si volesse conferire valenza probatoria, la affermazione del Lipari costituirebbe una ulteriore smentita del ruolo di tramite fra Andreotti ed il centro di comando di Cosa Nostra che sarebbe stato svolto dal Ciancimino. 

Ma, anche a prescindere dalla propalazione del Lipari, alla stregua di una serena e compiuta lettura delle risultanze del processo, si deve concludere che i rapporti pregressi di Andreotti con il Ciancimino nulla di significativo, in ogni caso, aggiungerebbero a quanto già acquisito in relazione all’epoca precedente la primavera del 1980, mentre, con riferimento al periodo successivo ed alla frattura fra Cosa Nostra e politica che è andata progressivamente delineandosi, alla episodica e travagliata collaborazione del predetto con la locale corrente andreottiana non potrebbe attribuirsi alcuna pregnante conducenza ai fini della dimostrazione delle relazioni fra l’imputato ed il sodalizio mafioso, così come deve escludersi che possano, a tale riguardo, essere valorizzate le isolate, generiche ed anche incerte indicazioni del Giuffrè, il quale, del resto, come già si è avuto occasione di ricordare, non ha mancato di precisare che i rapporti fra i mafiosi ed i politici avevano iniziato a deteriorarsi dopo la morte del Bontate (aprile 1981).   

 

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4) L’INTERVENTO CHE SAREBBE STATO POSTO IN ESSERE DALL’ON. LIMA E DAL SEN. ANDREOTTI PER OTTENERE IL TRASFERIMENTO DI ALCUNI DETENUTI SICILIANI DAL CARCERE DI PIANOSA A QUELLO DI NOVARA NELL’ANNO 1984.

 

Come si desume dalle indicazioni fin qui esaminate, nel periodo successivo alla primavera  del 1980 continuano a difettare indicazioni che possano suffragare il convincimento di una persistente (anche solo apparente) disponibilità di Andreotti verso i mafiosi.

Tra l’altro, fra la fine del 1983 ed il 1984 si deve registrare un fattivo impegno profuso dal Ministero degli Esteri, a quell’epoca retto dall’imputato, in vista del conseguimento della estradizione dal Brasile di Tommaso Buscetta – è superfluo ricordare la essenziale importanza, nella lotta alla mafia, della collaborazione intrapresa dal predetto -: al riguardo, dall’esame del carteggio prodotto dalla Difesa ed ammesso dal Tribunale con la ordinanza del 27 novembre 1995 emergono alcune indicazioni degne di segnalazione e, particolarmente: a) il contenuto della nota del 6 dicembre 1983 sottoscritta da Andreotti ed inviata al collega Ministro di Grazia e Giustizia, sen. Fermo Mino Martinazzoli, con la quale veniva lamentato che alcune, non formalmente corrette, procedure seguite in vista delle rogatorie ritardavano la esecuzione delle stesse per la opposizione delle autorità locali e si sollecitava una migliore cura degli adempimenti necessari; b) l’impegno profuso in vista del felice e favorevole superamento della concorrente richiesta di estradizione presentata, per il Buscetta, dagli Stati Uniti, la cui istanza, benché successiva a quella italiana, avrebbe dovuto, in astratto, ricevere preferenza in virtù della normativa brasiliana (art. 79, comma 3, L. 6815), intrattenendo gli Stati Uniti, a differenza dell’Italia, un trattato di estradizione con il Brasile (si vedano, in particolare, le note del Ministero degli Affari Esteri datate 30 giugno 1984 e 3 luglio 1984). 

E’ proprio nel richiamato arco temporale che si iscrive l’episodio in trattazione: pure per esso si fa rinvio, per evitare inutili ripetizioni, all’ampio resoconto, sopra riportato, delle considerazioni del Tribunale e delle deduzioni dei PM appellanti, che ne ricostruiscono i dettagli in modo che, salvo quanto si preciserà, può definirsi compiuto.

Il primo tema che viene in considerazione è quello della attendibilità personale del collaboratore di giustizia Gaetano Costa, unica fonte probatoria addotta dalla Accusa, le cui prime dichiarazioni, a differenza di quelle del Marino Mannoia e del Buscetta, sono state rese quando la inchiesta giudiziaria a carico dell’imputato era ormai ben avviata ed i temi della stessa notori.

Secondo quanto già precisato a proposito della peculiarità del caso Andreotti, dunque, le affermazioni del Costa devono essere valutate con particolare rigore e nel verificare la attendibilità personale del medesimo non ci si può accontentare di semplici e stereotipate considerazioni legate a generici, positivi apprezzamenti concernenti la coerenza, la ricchezza di particolari, il contenuto autoaccusatorio di molte indicazioni, il disinteresse.

Per quel che riguarda, in particolare, il fondamentale requisito del disinteresse, lo stesso, alla stregua di quello che è stato ampiamente illustrato nelle premesse introduttive, non può essere riconosciuto sulla scorta di un giudizio fondato su (inesistenti) rapporti personali fra il dichiarante e l’imputato, non potendo la relativa valutazione trascurare la possibilità di un condizionamento esercitato dalla volontà di compiacere gli inquirenti fornendo indicazioni utili ad una inchiesta alla quale, come era palese, era annessa una spiccatissima importanza.

E’ intuitivo, in particolare, che deve potersi categoricamente escludere la eventualità che il Costa, in cerca di notorietà e benemerenze, si sia inventato anche soltanto parte del proprio racconto, magari proprio quella che accennava all’imputato.

Ora, sotto questo profilo non si dispone di elementi di valutazione particolarmente pregnanti e, tuttavia, può riconoscersi che militi, in qualche modo, in favore della affidabilità del Costa la misura delle sue dichiarazioni a carico dell’imputato, il quale risulta chiamato in causa in modo assai sommesso, più che altro quale riferimento del Lima, che, secondo quanto sarebbe stato confidato al dichiarante dal Bagarella, si stava adoperando per procurare il trasferimento dall’indesiderato carcere di Pianosa.

La notazione, che - si può ammettere - non è particolarmente incisiva, consente, però, ad avviso della Corte, di non fermare la indagine emettendo un reciso e categorico giudizio negativo in merito alla dimostrazione della attendibilità personale del Costa; va da sé, però, che il riscontro esterno deve essere dotato di spiccata efficienza probatoria.

Volendo dare credito al Costa, risulterebbe riscontrata, fino all’epoca della vicenda (fine 1983/inizio 1984) da lui narrata, la fondatezza della tesi qui sostenuta, che esclude che dopo la primavera del 1980 l’imputato abbia proseguito i suoi amichevoli e rapporti con alcuni esponenti di Cosa Nostra ovvero che li abbia, in seguito, coltivati con i “corleonesi”: come riconosciuto dagli stessi PM appellanti, non a caso il Bagarella, nel rivelare al Costa i suoi piani, usò inizialmente parole dispregiative nei confronti di Andreotti (appellato “il gobbo”) e la circostanza costituisce forte indicazione che conferma che fino a quel momento la pregressa disponibilità dell’imputato non si era manifestata nei confronti dei “corleonesi”, nuovi ed incontrastati dominatori della organizzazione mafiosa (singolarmente contraddittorio, peraltro, è l’argomentare dei PM appellanti, i quali non hanno mancato di sostenere, da una parte, che il Bagarella era certo di poter fare pieno affidamento su Andreotti e, dall’altra, che lo stesso Bagarella inizialmente diffidava di quest’ultimo a causa delle pregressa vicinanza del medesimo con la fazione rivale di Cosa Nostra).

Esplicita, conforme indicazione proviene, del resto, dallo stesso Costa, il quale ha avuto modo di precisare reiteratamente che <<… quel periodo loro non... i corleonesi, in particolare, non vedevano di buon occhio Andreotti; non lo vedevano perché lo sapevano vicino alla "famiglia" Bontade. […] … sì, è perché, in pratica, nell'ottica dei corleonesi... e loro lo sapevano vicino alla formazione avversa a loro... […] … non era... non era ben visto dai corleonesi il Senatore Andreotti, perché lo sapevano...>>.

Nel vagliare le risultanze relative all’episodio in trattazione il Tribunale sembra aver supportato il suo giudizio finale negativo con una motivazione complessivamente incongrua: ha, infatti, valutato senza particolare approfondimento la sussistenza dei riscontri oggettivi alle dichiarazioni del Costa, trascurando ogni possibile obiezione in merito, per poi recuperare il giusto rigore e concludere che non erano state acquisite conferme dell’effettivo intervento dell’imputato volto ad ottenere il trasferimento dal carcere di Pianosa a quello di Novara dei detenuti siciliani.

In particolare, i primi giudici hanno ritenuto di individuare un esaustivo riscontro alle parole del Costa nelle dichiarazioni del teste dr. Salvatore Cirignotta, direttore dell’Ufficio Centrale detenuti e trattamento penitenziario del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria del Ministero di Grazia e Giustizia, dichiarazioni dalle quali hanno tratto il convincimento della “evidente” ed “assoluta” anomalia del provvedimento, comunicato con il fonogramma trasmesso il 3 febbraio 1984, con cui, senza alcuna indicazione di ragioni giustificative ed in carenza di qualsiasi atto presupposto, venne disposto nella circostanza il trasferimento dei detenuti (fra i quali gli stessi Bagarella e Costa).

Sennonché, la conclusione appare troppo categorica e frutto di una lettura piuttosto approssimativa delle dichiarazioni del Cirignotta, che significativamente sono state semplicemente riassunte nella appellata sentenza, in contrasto con il consueto metodo espositivo, che ha quasi sempre fatto seguire o precedere la illustrazione sintetica delle deposizioni dalla trascrizione testuale dei relativi stralci delle stesse.

Occorre, allora, rivisitare la deposizione del dr. Cirignotta con l’opportuna trascrizione testuale dei passi richiamati.

Il teste non è stato, innanzitutto, in grado di confermare il racconto del Costa nella parte in cui il medesimo aveva riferito che al suo ingresso nel carcere di Pianosa, grazie ad un intervento del Bagarella, era stato rinchiuso nella stessa cella in cui era stato internato quest’ultimo ed aveva evitato l’isolamento: pur avvertendo che la documentazione era frammentaria, il teste ha fornito indicazioni, semmai, contrarie (<<PM: […] Risulta che abbiano... siano stati nella stessa cella, nel periodo iniziale dell'arrivo del Costa nel reclusorio di Pianosa? - CIRIGNOTTA: I dati relativi a questo periodo dell'istituto di Pianosa non sono ricavabili perchè il... cioè non sono ricavabili con precisione perchè dopo che per un certo periodo, parla poi della fine degli anni '80, le sezioni di massima sicurezza dopo l'abolizione dell'art. 90 dell'ordinamento penitenziario furono smantellate, passarono da locale ad altro e in parte si sono rovinate, comunque non si è potuto accertare, attraverso le richieste che sono state fatte all'istituto di Pianosa, se i due fossero nel, nella stessa cella, anzi risulta che siano stati in padiglioni, in padiglioni diversi. - PM: Cioè questo risulta documentalmente oppure risulta... - CIRIGNOTTA: Si, questo risulta documentalmente. - PM: E relativamente alla permanenza nella stessa cella, per periodi più o meno brevi risulta qualcosa o non si è stati in grado di poterlo accertare perchè manca quella documentazione? - CIRIGNOTTA: Non risulta però, ripeto, la documentazione è frammentaria, nel senso che per un certo periodo, mentre il Bagarella risulta assegnato alla sezione III^ ed altro, il Costa risulta assegnato ad un'altra sezione, però ci potrebbero essere stati non so, degli spostamenti occasionali per determinati motivi, dico.... - PM: Quindi diciamo che è un accertamento che non si è potuto fare. - CIRIGNOTTA: ­Ecco, diciamo, che non è, non è che risulti positivamente che non sono stati nella stesa cella, non risulta invece, appunto, che lo siano stati. […] PM: Non... le pongo la domanda, anche se presumo già quale sarà la risposta. Non siete in grado, per i motivi che lei ha evidenziato, di dire se al primo arrivo a Pianosa il Costa venne sottoposto a questo regime di osservazione in, in cella singola oppure se venne posto in cella insieme a Leoluca Bagarella? - CIRIGNOTTA: No, questo no, però debbo dire che questa disposizione veniva osservata anche, diciamo, non dico, cioè non tutte le volte che un istituto, che in quell'istituto, in altri istituti proveniva dall'esterno, perchè a volte il detenuto si allontanava per giustizia od altro, per brevi periodi, quindi magari rientrava dopo un mese, trattandosi di detenuto.>> - le sottolineature solo dell’estensore -).

Venendo, poi, alla ritenuta, “assoluta anomalia” del provvedimento di trasferimento dei detenuti in questione, lo stesso dr. Cirignotta, nel prospettarla, si è subito corretto, precisando che lo stesso, piuttosto che anomalo, dovesse considerarsi “raro” ed avvertendo, quindi, che non poteva escludersi che il presupposto (non esplicitato) del provvedimento medesimo, di cui non era stata rinvenuta traccia formale, dovesse individuarsi in segnalazioni meramente verbali: <<PM: E... lei ha cercato in base alla richiesta che le era stata formulata in corso di indagini preliminari, di ricostruire, sulla base degli atti, quali fossero, anche sulla base degli atti riguardanti i singoli detenuti, quei 12, quali fossero stati i motivi che determinarono  quel trasferimento? E se si, che esito ha avuto questa indagine. - CIRIGNOTTA: Si, debbo dire, debbo premettere che questo fonogramma, diciamo, nella sua, nel suo testo risulta abbastanza anomalo e raro, anomalo dico, più che anomalo, raro, nel senso che normalmente quasi tutte le disposizioni fanno riferimento a qualcosa, cioè perchè serva da motivazione e da giustificazione dell'atto amministrativo, oltre che poi questa è una prassi di ogni pubblica amministrazione, che il riferimento serve a ben catalogare poi l'atto stesso nella consecutività degli atti con cui... da cui, da cui dipende e da per i quali poi... e gli altri per cui deve costituire presupposto futuro. Quindi effettivamente io posso dire che in tutta la mia esperienza presso il dipartimento dell'amministrazione penitenziaria ho visto pochissimi atti, questo e... non ne ricordo altri, ma ve ne potrebbero essere pochissimi che non portano alcun tipo di riferimento... che diventi poi la ragione, diciamo, e la motivazione stessa dell'atto. E da questo abbiamo allora cercato di vedere effettivamente se fosse una dimenticanza, una... un fonogramma fatto in fretta o per altro, per vedere se vi fossero invece, vi fosse agli atti una richiesta che giustificasse questo. Debbo dire che nè nei fascicoli cosiddetti complessivi, cioè quelli che trattano pratiche riguardanti o gli istituti nel loro complesso o aspetti di un istituto, non so, ordine, disciplina e...detenuti politici, etc, e sia nei fascicoli dei singoli detenuti interessati da questo, da questi provvedimenti E  non si è stati in grado di rintracciare un atto che potesse costituire il presupposto logico di questo, di questo movimento. Dall'esame complessivo, però, della situazione di quegli anni, vi è da dire che... era un periodo in cui il terrorismo era estremamente attivo e quindi molti atti potrebbero trovare il presupposto in segnalazioni riservate, anche verbali, da, da organi che all'epoca si interessavano di... di terrorismo ed anche di criminalità organizzata, perchè poi su questi trasferimenti per esempio vi è un ampio intervento dell'allora consigliere istruttore di Palermo.>> (le sottolineature sono dell’estensore).

Del resto, deve escludersi che il provvedimento, che è stato eseguito in modo assolutamente rituale, sia intervenuto, in maniera sospetta, in una situazione carceraria assolutamente tranquilla che non lo giustificasse minimamente: al contrario, lo stesso collaboratore Costa ha riferito di una situazione di fermento (mantenuta nei limiti di uno “sciopero della fame”) che poco prima si era verificata nel carcere di Pianosa ed il dr. Cirignotta ha dichiarato che in proposito era stata rinvenuta una relazione di servizio del 30 dicembre 1983, dalla quale risultava che un brigadiere degli agenti di custodia aveva interloquito in merito a detta situazione, che vedeva coinvolti svariati detenuti tra i quali il medesimo Costa, proprio con Leoluca Bagarella, Santo Mazzei e Gaetano Quartararo (<<PM: Ancora un'altra domanda. Le risulta che a cavallo delle festività natalizie del  1983 taluni detenuti, anche di origine siciliana, intrapresero uno sciopero della fame o qualcosa che poteva essere qualificato sciopero della fame, come rifiuto del vitto proveniente dall'amministrazione penitenziaria. - CIRIGNOTTA: Si, questo risulta documentalmente, vediamo un attimo. Si, risulta, risulta anche da precise relazioni di servizio, ad esempio... - PM: Che data.. - CIRIGNOTTA: Vi è una relazione di servizio tra gli atti potuti recuperare, del 30/12/1983 in cui il... il brigadiere allora degli agenti di custodia, in servizio presso il padiglione A, III^ sezione, recatosi lì per fare eseguire le pulizie nelle celle dei detenuti e... constatava che i detenuti della cella 8, che in quel momento erano Bagarella Leoluca, Mazzei Santo e Quartararo Gaetano, gli dicevano, appunto, che intraprendevano lo sciopero della fame come rifiuto del vitto dell'amministrazione e quindi ponevano il cibo stesso fuori delle celle e si rifiutavano di, di ritirarlo. Dagli stessi atti si desume che questa manifestazione coinvolgeva altri, altri detenuti: Marano, Missu, Gritti ed altri, compreso il Costa. - PM: Caponnetto. - CIRIGNOTTA: Caponnetto. E... siccome la situazione non era delle migliori, si verificavano delle rotazioni continue, di detenuti da un istituto all'altro, dalle sezioni differen... nelle varie sezioni differenziate per assicurare... appunto, un certo ordine e i rischi che vengono normalmente da una, da una permanenza accentuata e lunga di detenuti nello stesso istituto. Quindi vi erano delle, delle turnazioni... così, delle rotazioni, da un istituto all'altro di gruppi, di gruppi di detenuti. Ripeto. - PM: Mi scusi, dalla risposta che ha fin qui fornito, per quello che riguarda gli interventi del consigliere Caponnetto, è stato in grado di ricostruirli perchè ha trovato traccia documentale o perchè ne ha ricordo personale o qualcuno glielo ha detto? - CIRIGNOTTA: No, no, no, si tratta di, di... di rilevazioni dagli atti d'ufficio. - PM: Quindi quando ci sono stato gli interventi del consigliere Caponnetto avete avuto modo di rilevarlo dagli atti d'ufficio. - CIRIGNOTTA: Si, si, no, il mio riferimento al consigliere Caponnetto era esclusivamente sul, sul punto specifico che talora questa necessità anche di rotazioni ed a gruppi, era... - PM: Provenivano. - CIRIGNOTTA: Proveniva, dicevo, o da organi investigativi di un certo livello e talora anche dal... dalle autorità, da determinate autorità giudiziarie impegnate sul fronte del terrorismo, sul fronte della mafia. Per esempio su questo punto e... agli atti, un grosso spostamento del... della fine dell'84, dell'85 nell'Istituto di Ariano Irpino, dove c'era pure una sezione differenziata, dove espressamente il carteggio fa riferimento ad un accordo intervenuto col consigliere Caponnetto. Debbo dire, tornando al fonogramma del 3 Febbraio '84 che comunque la prassi dei nullaosta fu... diciamo, il fonogramma ebbe un esito normale e legittimo, nel senso che l'istituto di Pianosa, quando lo ricevette, immediatamente chiese i nullaosta. Tanto è vero che nella data del, del giorno successivo, l'ufficio prima riceveva una... una... telefonata, ricevuta dall'allora direttore penitenziario... dottor Battigaglia, in servizio, dottor Battigaglia Benito, attualmente in servizio presso l'ufficio della Giustizia Minorile, all'epoca in servizio presso l'Ufficio Detenuti, da parte del consigliere Caponnetto, che, con cui veniva chiesto immediatamente la sospensione di quel trasferimento a Novara per motivi che, evidentemente sono stati esposti a voce, per il detenuto Saitta Salvatore. Di questo c'è relazione di servizio scritto, che uno dei detenuti indicati in quel fonogramma del 3 Febbraio e.... e tanto è vero che poi con provvedimento successivo, con provvedimento successivo del 4 Febbraio, l'ufficio revocava il trasferimento per il Saitta, però.>>).

Degne di nota sono, altresì, le seguenti precisazioni che il dr. Cirignotta ha fornito in sede di controesame, con le quali il medesimo non ha escluso che il trasferimento dei detenuti fosse stato disposto su iniziativa del dr. Giovanni Selis (che aveva sottoscritto il relativo fonogramma trasmesso il 3 febbraio 1984): <<BONGIORNO G.: Consigliere, lei può escludere che sia stato lo stesso dottor Selis a chiedere il trasferimento? - CIRIGNOTTA: In che senso a chiedere, a chiedere a chi? - BONGIORNO G.: A disporre questo trasferimento per iniziativa stessa del dottor Selis. - CIRIGNOTTA: No, naturalmente. - BONGIORNO G.: Per una direttiva volta a creare una rotazione tra istituti? - CIRIGNOTTA: Si, potrebbe essere, dico che... ho detto che non, non risulta il motivo, quindi qualsiasi può essere. - BONGIORNO G.: Infatti, le faccio questa domanda perchè lei ha già reso alcune dichiarazioni al PM e le leggo esattamente la data, le indico la data e cioè in data 14 ottobre '94 e proprio con riferimento al dottor Selis lei dice: non posso escludere che il trasferimento sia stato dato in conseguenza di direttive di carattere generale, di cui potrebbe esserci traccia in altri atti del dipartimento. Per esempio, se in quel periodo vi fosse stata una direttiva volta a creare una rotazione tra istituti di detenuti pericolosi o appartenenti a tipi particolari di criminalità organizzata, sarebbe stato possibile che il dottor Selis, o taluno degli altri magistrati abbia potuto discrezionalmente ritenere l'opportunità di tale trasferimento. Cioè lei fa riferimento ad una possibile iniziativa autonoma del dottor Selis, inquadrata nell'ambito di quei provvedimenti di rotazione di cui parlava prima. Lo conferma? - CIRIGNOTTA: Si, può essere, però mi corre l'obbligo fare una precisazione, che la rotazione si fa anche autonomamente, voglio dire, senza bisogno che venga sollec... si poteva fare come la si può fare ora, autonomamente senza che venga sollecitata da nessuno, però normalmente poi ci sono dei criteri o delle, come vorrei dire, delle indicazioni o dall'istituto o da qualcuno per l'individuazione dei gruppi da far ruotare. Evidentemente se la rotazione deve avere un senso, deve riguardare dei detenuti che in un certo senso, in quell'istituto si comincia a vedere che danno fastidio e quindi bisogna un pò sradicarli e portarli fuori. Ora può darsi pure che il dottor Selis abbia fatto una telefonata informale all'isola di Pianosa e dire mi date un pò di nomi da trasferire, però voglio dire queste sono solo congetture.>>.

Il dr. Cirignotta, ancora, ha precisato di aver informalmente richiesto notizie sulla vicenda al brigadiere degli agenti di custodia Osvaldo Mirra, il quale, come consuetudine, aveva siglato il provvedimento in questione essendo stato l’operatore che lo aveva materialmente predisposto: il Mirra, anche per via del tempo trascorso, non era stato in grado di riferirgli nulla in ordine alle ragioni del provvedimento (<<PM: Comunque purtroppo non può essere sentito. E... io vedo su questo fonogramma in alto a sinistra un Mirra con 2 Febbraio '84. Sarebbe in grado di chiarirci a che cosa si riferisce quest'annotazione? - CIRIGNOTTA: Si, per consuetudine sul, sul... sull'estremità in alto a destra viene apposta la sigla, la firma per esteso dell'operatore che predispone materialmente il provvedimento e la data in cui lo predispone. Mirra corrisponde a... attualmente ispettore di Polizia Penitenziaria, all'epoca appartenente al corpo degli agenti di custodia, non posso essere preciso sul grado che rivestisse all'epoca, comunque operatore in servizio presso l'Ufficio Centrale Detenuti, che è colui che ha predisposto, appunto, il provvedimento, materialmente. - PRESIDENTE: E come si chiama, quindi? - CIRIGNOTTA: Mirra. - PRESIDENTE: Mirra come? - CIRIGNOTTA: Un secondo solo, Presidente. Mirra Osvaldo e all'epoca era brigadiere, credo, brigadiere del corpo degli agenti di custodia. - PM: Consigliere, lei... - CIRIGNOTTA: ­Ed è tuttora in servizio presso il dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, però ad altro ufficio. - PM: Nell'ambito delle sue responsabilità, ha avuto modo di sentire, di interpellare l'allora brigadiere Mirra, per chiedergli se ricorda i motivi per cui fu disposto il trasferimento di quei detenuti e se si, che risposta ha avuto? - CIRIGNOTTA: Si, richiesto di questo durante le indagini preliminari e... allorchè venivano richieste queste. - PM: Informazioni. - CIRIGNOTTA: Queste informazioni, ebbi modo, ripeto, poi lavorando nello stesso stabile, di... di ascoltare, di, di farmi venire in ufficio il Mirra, a cui sottoposi anche in visione il fonogramma in questione e il Mirra mi riferì, dato il tempo trascorso, di non essere assolutamente in grado di poter ricordare quale fosse la ragione del provvedimento... A... come dire, se può essere utile, debbo dire che all'epoca si facevano circa 70, 80, 100, 150 provvedimenti al giorno; oggi evadiamo solo nell'Ufficio Detenuti circa 700 richieste fonografiche al giorno, in un modo o nell'altro, quindi... non sta a me giudicare quello che dice il Mirra, ma può essere utile come dato obiettivo.>>).

Dato anche il tempo trascorso, alla negativa, informale indicazione del Mirra, che cooperò direttamente alla adozione del provvedimento, non può conferirsi una valenza esaustiva: essa, però, concorre, in qualche modo, ad escludere una manifesta anomalia del provvedimento, giacché diversamente il predetto avrebbe ragionevolmente serbato memoria di un trasferimento così massiccio disposto in modo totalmente ingiustificato da un funzionario che aveva appena assunto l’Ufficio e, in ipotesi, su pressioni esterne che nulla avevano a che fare con la regolare gestione dei detenuti.

In sede di controesame il dr. Cirignotta è tornato a parlare di una situazione anomala, con riferimento, però, non alla sostanza ed alle ragioni del provvedimento, ma, piuttosto, alla formulazione del fonogramma con cui venne disposto il trasferimento dei detenuti (<<BONGIORNO G.: D'accordo. E... ha fatto riferimento, sempre rispondendo alle domande del PM, della mancanza di una documentazione idonea un pò a giustificare questo trasferimento, etc, io e lei pure ha detto che in parte è anomalo il fonogramma, etc. Io però le chiedo questo, la mancanza di documentazione può essere riconducibile al fatto che i provvedimenti talvolta vengono assunti in base a segnalazioni verbali? - CIRIGNOTTA: Si, si, vengono... voglio dire... da molto tempo, questo può avvenire solo in momenti di emergenza naturalmente, non nella, non nella consueta... non nella consueta vita della pubblica amministrazione, dico, per motivi riservatissimi o da altri poteva capitare, non so, una segnalazione del generale Dalla Chiesa o da altri, etc, anche se debbo dire è prassi costante per ciascuno, di ciascuno operatore per tutelarsi, una cosa che mi hanno insegnato subito, che normalmente delle conversazioni telefoniche o altro, delle segnalazioni etc, si fa, ci si faccia comunque un'annotazione personale, riservata, che va al fascicolo, con: ricevuto telefonata da tizio e caio oppure... e anche a memoria propria, ecco. - BONGIORNO G.: Si e le ho fatto questa domanda, in parte la sua risposta mi sembra coincidente, perchè lei nelle dichiarazioni alle quali ho fatto riferimento prima, ha proprio giustificato questa mancanza di documentazione affermando: non può escludersi che l'assenza di una documentazione concernente le motivazioni del trasferimento di quei detenuti dal carcere di Pianosa, sia riconducibile al fatto che, nella prassi, provvedimenti di questa amministrazione vengono assunti in base a necessità operative o a segnalazioni verbali da parte dell'Autorità Giudiziaria, di Organi Investigativi che rappresentano ragioni di opportunità valide o per valutazioni autonome dell'amministrazione dettate da finalità istituzionali. Cioè lei fa riferimento a una prassi e quindi non ritiene anomala la mancanza di documentazione da quello che io leggo qui. - CIRIGNOTTA: No, cioè dico che questo si può verificare e comunque è un fenomeno rarissimo e anche quando si dovesse verificare, nella formulazione degli atti c'è sempre un riferimento ad una esigenza. Normalmente c'è un, un riferimento ad un'esigenza, come segnalato informalmente oppure a seguito... cioè, anche se in modo vago c'è comunque un riferimento, quindi questa prassi io la confermo. - BONGIORNO G.: Ah, la conferma. - CIRIGNOTTA: Nel senso che si può, si può arrivare anche ad una, come vorrei dire, ad una segnalazione che per riservatezza da parte di qualche AG o di organo investigativo, per detenuti di particolare spessore, non si voglia scrivere; però normalmente poi o con una piccola notazione oppure con un riferimento, pur vago nell'atto amministrativo, c'è. Quindi, vorrei come dire... - BONGIORNO G.: Lei conferma la dichiarazione che le ho detto e la integra in questo modo. - CIRIGNOTTA: Si, la confermo, dico che resta però anomala la formulazione del fonogramma. - BONGIORNO G.: Del fonogramma. - CIRIGNOTTA: Un fonogramma così secco, senza che vi sia un richiamo a qualche cosa. Veda anche in ufficio quando si parla di turnazione è vero, però si dice per l'esigenza di turnare, etc, etc, oppure per motivi di sicurezza connessi alla lunga permanenza, disponesi. Cioè non è che il fonogramma deve fare riferimento per forza ad un input di qualcuno, perchè può essere una determinazione autonoma, però normalmente, e per ricordo e per dare una giustificazione, il provvedimento fonogramma perchè poi è il provvedimento stesso, diciamo, unito alla comunicazione, il fonogramma porta un qualche accenno a qualche cosa che un domani possa far capire da dove è nato l'atto.>>).

Ora, deve essere evidenziato: a) che, tranne il Misso ed il Gritti, tutti gli altri detenuti citati dal dr. Cirignotta come coinvolti nella protesta verificatasi nel carcere di Pianosa alla fine del 1983 – circa un mese prima del provvedimento incriminato - sono stati interessati dal trasferimento e che, in particolare, sono stati tradotti tutti gli interlocutori (Bagarella, Quartararo e Mazzei) che comunicarono al non meglio identificato brigadiere la attuazione della protesta; b) che, nei fatti, sussisteva nel carcere di Pianosa una situazione di fermento virtualmente sufficiente a consigliare il trasferimento di alcuni detenuti che apparivano essere stati, in qualche modo, promotori di una protesta suscettibile, in futuro, di degenerare in iniziative più preoccupanti.

Date le descritte, oggettive premesse, non si può non rilevare, quanto alla concreta formulazione del fonogramma che dispose il trasferimento, che nella ipotesi in cui lo stesso fosse stato emanato con la consapevolezza che la adozione del trasferimento medesimo fosse ingiustificata e determinata semplicemente da un irrituale impulso politico, non sarebbe stato affatto difficile motivarlo con un semplice, per quanto strumentale, accenno alla descritta situazione di fermento: così si può ragionevolmente pensare che avrebbe agito chi, cosciente della illiceità della sua condotta, avesse avvertito la comprensibile esigenza di mettersi al riparo dal possibile sospetto di aver agevolato pericolosi mafiosi.

In ogni caso, alla stregua del concreto contesto dei fatti e delle riportate indicazioni del dr. Cirignotta, è difficile concludere senz’altro che il trasferimento in questione da un carcere di massima sicurezza ad un altro carcere di massima sicurezza sia stato del tutto privo di giustificazione e dettato da mere sollecitazioni politiche: non appare, dunque, appropriato parlare di evidente ed assoluta anomalia e quanto meno problematica è la possibilità di desumere dalle dichiarazioni del Cirignotta, che descrivono una situazione piuttosto fluida, un sicuro riscontro alla narrazione del Costa.

Tutto ciò senza dire che non si comprende la ragione per cui l’ipotetico, illecito intento di favorire il Bagarella sia stato attuato con il massiccio trasferimento di un folto gruppo di detenuti siciliani, non tutti appartenenti a Cosa Nostra.  

Un ulteriore, possibile riscontro alle dichiarazioni del Costa avrebbe potuto essere acquisito con riferimento alla affermata disposizione di far votare a Messina per i candidati della corrente andreottiana, che il collaboratore, dopo la esecuzione del trasferimento, su impulso del Bagarella, avrebbe trasmesso al suo referente all’esterno, Domenico Cavò, che era uno dei responsabili della “famiglia” mafiosa di comune appartenenza.

A parte la assoluta genericità delle indicazioni de quibus, che il Tribunale ha giustificato osservando che la stessa poteva spiegarsi con la limitata cultura politica del collaboratore e con il lungo tempo trascorso, in merito non risulta acquisito alcun elemento atto a confermare che, in seguito alla vicenda in questione, si svolsero in Messina elezioni in occasione delle quali esponenti mafiosi si impegnarono a favore di candidati andreottiani, ovvero che questi ultimi  ottennero un effettivo incremento dei loro suffragi (si deve riconoscere che quest’ultima circostanza non sarebbe stata di agevole verifica, posto che si deve fortemente dubitare di un incisiva capacità della mafia di condizionare significativamente l’esito delle elezioni).

La disamina degli elementi oggettivi va completata con la valutazione di due considerazioni, fondate, comunque, sulle dichiarazioni del Costa, formulate dai primi giudici, considerazioni che, con particolare inclinazione verso le ragioni della Accusa, potrebbero, in astratto, assimilarsi a riscontri di tipo logico.

Secondo la prima osservazione, il Bagarella, che aveva distolto il Costa dalla organizzazione di una rivolta, non poteva essere interessato ad evitare tale eventualità se non per impedire che essa potesse pregiudicare le manovre in atto, volte a perseguire il suo trasferimento in un altro carcere: la argomentazione desta qualche perplessità, posto che non si comprende perché una situazione di fermento non potesse, al contrario, agevolare il trasferimento, apprestando, in qualche modo, una giustificazione all’allontanamento dal carcere di Pianosa di possibili sobillatori.

Con la seconda osservazione è stato considerato che se quella del Bagarella fosse stata una mera millanteria egli ben presto avrebbe visto incrinarsi la sua credibilità ed anche i suoi rapporti con il Costa: la argomentazione appare artificiosa, non comprendendosi il motivo per il quale, nel caso in cui il trasferimento prospettato non fosse seguito, il Costa avrebbe dovuto ritenere il Bagarella un millantatore – costui, del resto, avrebbe ben potuto addebitare l’esito non positivo della vicenda al mancato adempimento delle promesse di interessamento di cui, a suo dire, gli era pervenuta notizia -.

Ma, volendo accantonare tutte quante le rassegnate obiezioni e superare il problema delle conferme esterne riguardanti il carattere oggettivamente ingiustificato del trasferimento e la sua scaturigine da sollecitazioni estranee alla amministrazione penitenziaria, occorre occuparsi dei riscontri individualizzanti, atti a comprovare l’effettivo coinvolgimento dell’imputato nella vicenda ed il suo concreto attivarsi per ottenere il trasferimento dei detenuti.

In merito, come è stato a suo tempo ricordato, i PM appellanti censurano il negativo giudizio del Tribunale lamentando, come di consueto, che era stata del tutto omessa la valutazione globale di tutti gli altri fatti che confermavano la connessione fra l’imputato e Cosa Nostra e che, in sostanza, era stato preteso, più che un riscontro, una prova piena ed autonoma del fatto.

Alla prima obiezione si può brevemente replicare richiamando quanto già osservato circa la cautela con la quale, nel caso di specie, attingere dal semplice contesto conferme alle dichiarazioni dei collaboratori. Inoltre, devono essere richiamati i numerosi elementi che comprovano la impossibilità di scorgere una continuità fra i comportamenti pregressi, già considerati, e quello, presunto, in esame, elementi che prendono le mosse dalla ricordata indicazione negativa del Marino Mannoia (secondo cui Andreotti non era stato con i “corleonesi” disponibile come lo era stato prima) e che si snodano attraverso gli episodi e gli apporti già evidenziati, ai quali, da ultimo, si è aggiunto quello desumibile dalle stesse affermazioni del Costa. Una lettura non “decontestualizzata” finisce, dunque, con lo smentire l’assunto accusatorio.

La seconda obiezione non può essere condivisa ed appare frutto di una valutazione troppo frettolosa, che tradisce una cultura investigativa restia perfino a concepire un approfondimento che vada al di là dei primi, apparenti riscontri alle rivelazioni dei collaboratori di giustizia.

Contrariamente a quanto dedotto, invero, non mancavano, in astratto, margini di approfondimento della inchiesta, con particolare riferimento alle eventuali modalità ed alle eventuali relazioni a mezzo delle quali l’imputato potesse aver ottenuto il provvedimento incriminato a firma dal defunto dr. Selis: ci si rende conto che, dato il tempo trascorso, una indagine del genere non era affatto agevole, e, tuttavia, ciò non può tradursi nella obliterazione della esigenza di acquisire, comunque, i necessari riscontri individualizzanti, dalla cui carenza devono trarsi le inevitabili conseguenze.

Né è possibile definire prove autonome del fatto elementi, in sé, idonei semplicemente a corroborare, individualizzandola, una indicazione accusatoria largamente insufficiente, quale è quella costituita dalla propalazione di un collaboratore di giustizia che, in buona sostanza, ha riferito di una rivelazione, quanto mai vaga nei confronti dell’imputato (Lima si stava interessando per ottenere il trasferimento e dietro di lui c’era Andreotti), fattagli da un terzo (Bagarella) sulla scorta di quanto quest’ultimo, a sua volta, aveva appreso da una fonte che il dichiarante non è stato in grado di precisare (<<AVV. COPPI: ha anche detto che Bagarella le avrebbe detto di lasciar perdere perché alla sorte dei detenuti siciliani erano interessati, o meglio, era interessato l'Onorevole Lima e che, dietro l'Onorevole Lima, c'era il Senatore Andreotti. Lei ha chiesto a Bagarella da chi avesse appreso tutte queste notizie? - COSTA G.: no, io mi limitai solo a dirgli, in pratica, che era un ingenuo se credeva a queste cose, inizialmente, poi lui mi disse... - AVV. COPPI: aspetti, aspetti! - COSTA G.: ... mi assicurò... - AVV. COPPI: io le ho chiesto solo se lei ha chiesto... non mi risponda con altre cose e, soprattutto, con cose che ha già detto, l'abbiamo ascoltata questa mattina. - COSTA G.: prego. - AVV. COPPI: io voglio solo sapere se lei ha chiesto a Bagarella da chi avesse appreso questa notizia. - COSTA G.: ma... io non... questo non so che rispondere, se non ricordo male, mi sa che c'era il cognato Totuccio interessato. - COSTA G. (rectius, AVV. COPPI – n. d. e. -): no, da chi Bagarella... lei mi deve solo rispondere se lo sa, non lo sa, o non se lo ricorda. Da chi Bagarella avrebbe appreso la notizia che Lima si stava interessando di tutta questa questione? - COSTA G.: ma, credo dai suoi, non lo ricordo.>>).

Alla stregua di quest’ultima notazione, problematica, ai sensi dell’art. 195, ultimo comma, c.p.p., appare la stessa utilizzabilità della dichiarazione del Costa, non essendo, in definitiva, individuabile la fonte primaria rispetto alla quale verificare la attendibilità della propalazione a carico dell’imputato.

In ogni caso, è più che evidente la debolezza probatoria di una indicazione di tale genere e la conseguente, assoluta necessità di riscontri individualizzanti più che pregnanti, che certamente non possono attingersi da un semplice contesto, che, peraltro, come più volte ricordato, non depone affatto per una disponibilità dell’imputato verso i “corleonesi”.

Riserve suscita, ancora, lo scetticismo, giustificato proprio dalle vicende pregresse già prese in considerazione, circa la effettiva disponibilità dell’imputato ad impegnarsi concretamente al di là di, eventuali, mere manifestazioni di amicizia e di benevolenza.

In questo quadro appare, poi, troppo frettolosa la reiezione dell’assunto difensivo secondo cui il Lima e l’imputato non si sarebbero esposti nel sollecitare un provvedimento ingiustificato che favorisse mafiosi del calibro del Bagarella.

Volendo trascurare le, già ricordate, indicazioni del Giuffrè concernenti il disimpegno del Lima determinato dalle sue preoccupazioni per le inquisizioni della magistratura, torna, al riguardo, utile citare testualmente quanto rassegnato nelle pagg. 1171/1172 della appellata sentenza a proposito di una vicenda in qualche modo assimilabile a quella in trattazione, che aveva visto protagonista Tommaso Buscetta, legato allo stesso Lima da rapporti di amicizia personale e, per di più, vicino agli esponenti mafiosi con i quali il predetto e lo stesso imputato intrattenevano rapporti amichevoli: <Non è, quindi, un caso che i rapporti dell’on. Lima con il Buscetta siano proseguiti anche dopo l’ingresso del primo nella corrente andreottiana e dopo la sottoposizione del secondo soggetto allo stato di detenzione. Al riguardo, il Buscetta nel corso dell’udienza del 9 gennaio 1996 ha precisato che, mentre era detenuto presso la Casa Circondariale di Palermo, negli anni 1972-77, non ebbe contatti personali con l’on. Lima. Quest’ultimo, tuttavia, continuò ad inviargli informazioni, e gli comunicò - attraverso il Brandaleone, il quale trasmetteva tali messaggi avvalendosi dell’on. Barbaccia – di essere spiacente di non potersi interessare di lui, rappresentando che un eventuale interessamento non avrebbe prodotto risultati utili per il Buscetta ed avrebbe, invece, arrecato un danno allo stesso Lima, il quale sarebbe stato pubblicamente screditato. Il Buscetta veniva settimanalmente sottoposto a visita medica dal Barbaccia, ed in queste occasioni conversava con lui; il Barbaccia gli riferì che i Salvo (precedentemente ignoti al Buscetta) avevano acquistato importanza sia nell’ambito di Cosa Nostra, sia come personaggi di primo piano nel mondo economico, ed appoggiavano l’on. Lima (“i cugini Salvo non avevano altro candidato all'infuori di Salvo Lima, nella Provincia di Palermo”). Il collaboratore di giustizia ha aggiunto che nell’estate del 1980, resosi latitante, incontrò a Roma, presso l’Hotel Flora, l’on. Lima. L’incontro avvenne per volontà dello stesso esponente politico, il quale desiderava salutare il Buscetta e scusarsi con lui per non avere avuto la possibilità di operare in suo favore durante la sua detenzione; ciò fu comunicato preventivamente al Buscetta da Antonino Salvo (il quale si trovava nella capitale perché doveva essere sentito da un giudice), nel corso di una colazione svoltasi nell’abitazione romana di Giuseppe Calò. Il Buscetta si recò presso il suddetto albergo in compagnia di Antonino Salvo. Quest’ultimo, dopo i saluti, lasciò soli il Buscetta e l’on. Lima, che si sedettero su una panca posta in un punto poco illuminato, sulla destra dell’atrio dell’albergo, e si soffermarono a discutere per circa quindici minuti. Nel corso della conversazione, l’esponente politico affermò di essere dispiaciuto di “non essersi potuto interessare” del Buscetta, e quest’ultimo non potè dargli torto, avuto riguardo alla fortissima attenzione che avevano manifestato nei suoi confronti le forze di polizia.>.

Se, dunque, in tempi assai meno ardui (i mafiosi non avevano ancora alzato il tiro su importantissimi uomini delle istituzioni, quali il comm. Giuliano, il giudice Terranova, il cap. Basile, il procuratore Costa, l’on. La Torre, il gen. Dalla Chiesa, il sost. procuratore Ciaccio Montalto), il Lima, per evitare di esporsi, si era astenuto dal venire in aiuto del suo amico Buscetta nel corso della di lui detenzione, non si comprende come si possa affermare senz’altro che il predetto si sia effettivamente attivato per il Bagarella ed escludere, dunque, che abbia avvertito il medesimo timore di esporsi in epoca successiva, quando la estrema pericolosità di Cosa Nostra e dei suoi affiliati si era prepotentemente imposta alla attenzione della intera comunità nazionale.

E’ vero, come osservato dal Tribunale, che un eventuale intervento, se attuato con accortezza ed attraverso un funzionario pienamente affidabile, avrebbe facilmente potuto sfuggire alla attenzione dei terzi, ma in questo quadro sarebbe stato ragionevole formulare il relativo provvedimento in modo da non destare il minimo sospetto, cosa che, in realtà, non è avvenuto. Inoltre, sul piano della prova, sarebbe stato necessario dimostrare la prefigurata, assoluta affidabilità del funzionario e le ragioni della stessa, approfondendo le relazioni che potevano collegarlo al Lima ed, eventualmente, all’imputato.

Si profila, allora, la concreta eventualità che il Lima, pressato da qualche esponente mafioso - magari tramite i cugini Salvo - abbia semplicemente promesso un interessamento e che di ciò sia pervenuta notizia al Bagarella, unita o meno a quella della possibile interazione dello stesso Lima con l’imputato, evenienza che potrebbe anche essere stata il frutto di una semplice deduzione del boss mafioso, fondata sulla notorietà del legame fra Andreotti ed il parlamentare siciliano (suggestivo è, nel senso delineato, lo stesso tenore testuale della dichiarazione del Costa: <<E anche lui è stato molto più dettagliato, dicendomi espressamente che da fuori si stavano interessando per questo nostro trasferimento; personaggi come il defunto Onorevole Lima e... di cui c'era dietro l'Onorevole Lima, mi ha detto, dice: "c'è anche «il Gobbo», quindi siamo coperti", cioè un nomignolo un po' dispregiativo nella persona di... del Senatore Giulio Andreotti.>>).

Lo stesso Tribunale non ha mancato di evidenziare ragionevolmente che le affermazioni del Bagarella erano dettate da suoi personali convincimenti, osservando che “l’indicazione del Bagarella, secondo cui dietro l’on. Lima vi sarebbe stato il sen. Andreotti, tendeva a descrivere in modo sintetico le modalità in cui, a suo avviso, avrebbe dovuto esplicarsi l’intervento politico volto a sollecitare il trasferimento dei detenuti”; va da sé, poi, in questo quadro, che, a trasferimento eseguito, il Bagarella sia rimasto persuaso che non solo il Lima, ma anche l’imputato si fosse attivato per ottenerlo ed abbia, pertanto, sollecitato il Costa a fare votare per esponenti della corrente andreottiana. 

Nel contesto delineato, devono richiamarsi le considerazioni già illustrate, con le quali: a) sono state formulate perplessità circa la ritenuta, assoluta anomalia del provvedimento di trasferimento dei detenuti, che potrebbe essere intervenuto in modo del tutto casuale e per ragioni del tutto diverse da sollecitazioni politiche; b) è stato rimarcato come non fosse stato acquisito alcun elemento di riscontro in ordine all’effettivo intervento dell’imputato o del Lima e come non fossero stati accertati gli eventuali canali attraverso i quali tale intervento si sarebbe estrinsecato – per esempio, eventuali rapporti, anche indiretti, dei predetti o di uno di essi con funzionari del Ministero e, in particolare, con il funzionario che aveva sottoscritto il fonogramma del 3 febbraio 1984 che aveva disposto il trasferimento dei detenuti, dr. Giovanni Selis -.

Infine, se non con il ricorso a mere congetture, non può fondatamente definirsi inconsistente la stessa eventualità che il trasferimento fosse stato sollecitato dal solo Lima e non anche dall’imputato: al riguardo è improprio richiamare, come hanno fatto i PM appellanti, le parole del Costa, portatore di notizie di terza mano, il quale, peraltro, si è espresso nei termini testuali sopra riportati.

Apodittica appare, poi, la affermazione secondo cui il Lima non poteva intervenire nell’ambiente ministeriale romano se non attivando Andreotti: l’assunto, peraltro, trascura i possibili legami su cui il parlamentare siciliano poteva contare nel mondo romano (egli, tra l’altro, era stato anche sottosegretario) e, al riguardo, si può, a titolo esemplificativo, citare la amicizia che lo legava ad un influente personaggio politico della capitale quale era l’on. Evangelisti. Senza dire, poi, che anche altri canali erano astrattamente attivabili dal medesimo – per esempio, tramite i cugini Salvo, poteva essere contattato il sen. Claudio Vitalone, che con i predetti era in amichevoli rapporti -.

A questo riguardo si possono citare le seguenti, sia pure generiche, eloquenti parole (vedasi il verbale del 7 novembre 2002) con cui il collaboratore Giuffrè ha prospettato la esistenza di entrature di Vito Ciancimino presso personale ministeriale, evidenziando come talora potesse rivelarsi più fruttuosa la disponibilità di un funzionario che quella di un sottosegretario o, addirittura, di un ministro: <PM3: Il soggetto è Ciancimino? - PM: Ciancimino si presentava come mandato da… - GIUFFRE’: … si presenta sempre come soggetto mandato. - PM3: Si presenta a chi, scusi? - GIUFFRE’: A Roma, ad Andreotti e ad altre persone che eventualmente lui contattava nell’ambito ministeriale perché oltre a un Sottosegretario che a volte va più di un Ministro, vi sono anche dei funzionari che a volte parino, che vanno al di sopra dei Sottosegretari, perché bene o male, vi sono dei funzionari, signor Procuratore, che sono sempre seduti dietro quella scrivania e sanno un pochino tutta la situazione, per come vanno, delle conoscenze diciamo più importanti >.

A maggior conforto della suddetta indicazione si possono citare le dichiarazioni del collaboratore Marino Mannoia concernenti l’intervento volto ad ottenere, nel 1978, il trasferimento carcerario di Tommaso Buscetta, perché costui potesse contattare qualche appartenente alle Brigate Rosse allo scopo di ottenere la liberazione dell’on. Aldo Moro: ebbene, quel trasferimento non venne chiesto al Lima (dietro al quale c’era Andreotti), che pure, come si è visto, intratteneva intime relazioni con il Bontate, ma per ottenerlo si attivarono alcuni “uomini d’onore” ed in particolare il boss Pippo Calò, il quale si avvalse della compiacenza di un funzionario del ministero, che, peraltro, non comprese perfettamente la richiesta e spedì il Buscetta in un carcere sbagliato (<<P.M. LO FORTE: Signor Mannoia, poi questo... Calò viene dunque incaricato di favorire, determinare se possibile, il trasferimento di Buscetta in un carcere dove possa incontrare i terroristi. Questo trasferimento poi avviene o no? - MANNOIA F.: no, questo trasferimento... vi fu un interessamento da parte del Calò Io credo di ricordare che anche... ricordo che anche Giovanni Bontade e Girolamo Teresi, andarono all'Ucciardone, non so se per incontrare Buscetta o per parlare con alcuni componenti della matricola o comunque della... dell'amministrazione carceraria palermitana ai fini sempre di spostamento per il Buscetta. Il Buscetta fu trasferito, ma fu trasferito in un carcere diverso da quello che lui stesso aveva... aveva richiesto, appunto, per incontrarsi con questi terroristi. - PRESIDENTE: quindi Buscetta era a Palermo allora? Era a Palermo Buscetta? - MANNOIA F.: io non so se... - PRESIDENTE: in quel periodo? - MANNOIA F.: ...io non so se era a Palermo in quel periodo, ma Giovanni Teresi e Giovanni... e  Girolamo Teresi e Giovanni Pullarà si recarono all'Ucciardone, non mi ricordo se per incontrare il Buscetta o se per parlare con componenti della matricola, diciamo, ... della matricola, per farsi dare indicazioni... - PRESIDENTE: dove si trovasse... - MANNOIA F.: ... su come muoversi per questa situazione. Ma il vero incaricato era Pippo Calò. Il Buscetta  fu trasferito dal carcere in cui si trovava, ma fu trasferito in un altro carcere del Nord. Allora fu chiesto al Calò come mai questo sia potuto accadere. E il Calò si giustificò dicendo che la persona con cui aveva parlato lui, una persona che lavorava all'ufficio quinto del Ministero, prevenzione pena, disse che aveva capito male, quello che Calò aveva chiesto.>>).

In definitiva, la, necessariamente rigorosa, disamina del compendio probatorio non consente di discostarsi dalle conclusioni del Tribunale, non essendo possibile, a tutto volere concedere, considerare adeguatamente provato che l’imputato sia intervenuto per propiziare il trasferimento carcerario – in ipotesi, ingiustificato - del Bagarella e degli altri detenuti siciliani (e, come si vedrà, se si volessero seguire fino in fondo le tesi della Accusa, si dovrebbe concludere che le indicazioni del collaboratore Calvaruso in ordine ad una, assai più tarda, esclamazione del Bagarella nei confronti di Andreotti mal si armonizzano con la consapevolezza del primo di essere stato personalmente favorito dal secondo).

Peraltro, in una situazione che, come più volte ricordato, esclude, almeno a partire dalla primavera del 1980, una stabile disponibilità di Andreotti verso Cosa Nostra e, a maggior ragione, una adesione organica del predetto al sodalizio mafioso e che, per converso, offre qualche significativa indicazione di un impegno istituzionale antimafia del medesimo, se si volessero disattendere tutte le esposte argomentazioni e convalidare l’assunto accusatorio, si dovrebbe verificare se, alla stregua dei canoni interpretativi dettati dalla giurisprudenza della Suprema Corte, l’eventuale, isolato favore che si sarebbe concretizzato nel sollecitare il trasferimento del Bagarella e di altri detenuti dal carcere di Pianosa a quello di Novara sarebbe idoneo ad integrare una ipotesi di concorso nel delitto di associazione mafiosa.

Ebbene, pare alla Corte evidente che non potrebbero, comunque, ravvisarsi in tale, presunta, condotta i connotati di un intervento salvifico, che abbia consentito alla organizzazione mafiosa di mantenersi in vita in un momento patologico della sua esistenza.

 

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5) IL COLLOQUIO RISERVATO TRA IL SEN. ANDREOTTI E ANDREA MANCIARACINA, SVOLTOSI NELL’HOTEL HOPPS DI MAZARA DEL VALLO IN DATA 19 AGOSTO 1985.

 

Come di consueto, per la ricostruzione dell’episodio in trattazione si fa rinvio, per evitare inutili ripetizioni, all’ampio resoconto che si può ricavare dal riepilogo delle considerazioni del Tribunale e delle deduzioni dei PM appellanti.

A differenza di quello precedentemente esaminato, nel caso di specie non viene in considerazione la questione della attendibilità della sola fonte probatoria, il svr.te capo di P.S. Francesco Stramandino, e neppure, in linea di massima, la ricostruzione dei termini oggettivi del fatto da lui riferito ai magistrati inquirenti poco prima di morire: ciò che rileva è, piuttosto, la interpretazione dell’accadimento, resa difficile dai vuoti probatori che la osservazione esterna dello Stramandino medesimo (riferita, peraltro, quasi otto anni dopo il fatto) non è in grado di colmare, e la collocazione dell’evento, utile o meno all’assunto accusatorio, nell’ambito del complessivo compendio probatorio.

In ordine alla ricostruzione del fatto occorre, peraltro, puntualizzare che non può valere a smentire le indicazioni dello Stramandino il contenuto della missiva di recente inviata al sen. Andreotti dall’ex Questore di Trapani, dr. Mario Gonzales, di cui, come si è già ricordato, l’imputato ha dato lettura in appendice alla udienza del 14 marzo 2003, rendendo le seguenti, spontanee dichiarazioni: <<La ringrazio signor Presidente e le chiedo di lasciare che per due - tre minuti prolunghi il loro lavoro della Corte in questa udienza, ma ritengo necessario rendere noto un documento che io ho ricevuto datato Cosenza 06 febbraio 2003 inviato dal Prefetto a riposo Mario Gonzales che è in questo tenore: signor Presidente, sento il dovere morale per ristabilire la verità di informarla di quanto appreso in ordine all'articolo di Felice Cavallaro apparso sul Corriere della Sera del 01 febbraio ultimo scorso.

Quando nel 1985 lei Ministro degli Esteri venne a Mazara del Vallo io ero il Questore di Trapani, ero presente all’(incomprensibile) di quella cittadina, quando dopo un incontro con i politici locali si portò in altra sede, in altra sala dello stesso albergo per incontrare gli armatori dei pescherecci mazaresi che intendevano rappresentare il loro disagio per i continui sequestri dei loro natanti da parte della Marina Militare Tunisia che li accusava di pescare nelle loro acque territoriali.

Erano in molti e fra di essi non mancarono quelli che quanto meno erano vicini agli ambienti mafiosi, era una circostanza che appartiene alla realtà siciliana.

Escludo però con assoluta certezza che l’agente di Polizia Stramandino, ora deceduto, presente il Questore e altri funzionari di Polizia prendesse l’iniziativa di redigere una relazione di servizio su un suo riservato incontro, suo cioè mio, con l’allora giovane Andrea Mangiaracina recentemente arrestato dopo lunga latitanza per reati di mafia.

Peraltro se il suddetto agente avesse compilato la relazione in questione è strano che la stessa non sia mai arrivata sul mio tavolo come può confermare il mio capo Gabinetto dell’epoca.

Devo aggiungere che esigenze di sicurezza verso la sua persona di cui avevo l’esclusiva responsabilità non mi avrebbero consentito di farla appartare con una persona che non era né un esponente politico, né un rappresentante delle istituzioni.

È opportuno che sappia che durante la mia permanenza a Trapani venne arrestato per presunte collusioni con la mafia un ispettore del Commissariato di Mazara e mi risulta che qualche altro dipendente dello stesso ufficio di Polizia sia stato incriminato per lo stesso motivo dopo che lasciai quella sede.

Credo di avere adempiuto a un mio preciso dovere e le porgo i miei più distinti saluti.

Mi consenta di aggiungere signor Presidente, la ragione per cui ero andato a Mazara del Vallo, perché al convegno internazionale di Erice io prima e dopo ho partecipato molte volte, ma non ho mai fatto alcuna sosta né a Mazara né altrove.

In quell’agosto io ero stato richiesto di andare a Mazara fermandomi un momento prima di andare a Erice perché vi era una gravissima situazione locale.

Qualche giorno prima un motopeschereccio di Mazara del Vallo denominato Rosa Gancitano era stato affondato dalla Marina italiana nelle acque tunisine e era stato fermato dai tunisini che avevano poi preso possesso della nave, era stato richiesto l’intervento di una nave della Marina italiana, nave Todaro, questo è il rapporto della Marina e era arrivata questa nave, poi o per un errore di manovra o per lo slalom che la nave occupata dai tunisini faceva, fatto sta che fu affondata questa Rosa Gancitano.

Di qui una grandissima emozione, per questo io fui pregato e trovai in effetti che vi era una grandissima agitazione e c'era la richiesta reiterata a me Ministro degli Esteri, ma al Governo in generale di vedere di arrivare a un accordo con tunisini anche con algerini  (incomprensibile) perché di incidenti ne accadevano frequentemente e di promuovere delle società di pesca mista.

Questa è la ragione per cui sono andato a Mazara del Vallo, certamente non per incontrare né questo, né altri mafiosi che non avevo né la volontà, né l'occasione di conoscere.

La ringrazio signor Presidente.>>.

Ed infatti, la ventilata inesistenza di qualsivoglia relazione di servizio appare priva di qualsivoglia significato, posto che non si vede per quale ragione le forze dell’ordine avrebbero dovuto riferire formalmente di un incontro dell’imputato con il giovane Manciaracina, il quale a quell’epoca non era certo un individuo sospetto, se non per la cattiva fama del genitore; inoltre, non può neppure dirsi che siano state violate disposizioni di sicurezza, posto che il Manciaracina si avvicinò all’imputato insieme al Sindaco di Mazara del Vallo, che glielo presentò.

Del resto, nelle sue dichiarazioni spontanee del 29 ottobre 1998 lo stesso imputato non ha, in buona sostanza, negato l’episodio, sia pure riconducendolo alla normale routine degli incontri con vari postulanti, nell’occasione presentatigli dal Sindaco di Mazara del Vallo (<<Facendo mente locale a questo episodio e attingendo alle carte processuali, ho ricollegato, ma naturalmente si tratta di miei attuali deduzioni logiche, la persona Stramandino alla mia visita a Mazara del Vallo in occasione della quale mi era presentato perché intendeva rappresentarmi un suo problema. Tal Andrea Mangiaracina, tra i molti che mi furono presentati senza che alcuno si fosse preoccupato di illustrarmi la sua persona e mi avesse sconsigliato un tale incontro. […] Nel caso in esame invece il tramite per questo incontro con Mangiaracina e con tutti gli altri che facevano la fila lì a Mazara del Vallo quella sera fu lo stesso Sindaco di Mazara del Vallo, che mi pregò di ascoltare molte persone che lo chiedevano. Nessuno dei presenti ufficiali, autorità locali eccetera mi sconsigliò l’incontro con il Mangiaracina, che d’altra parte vedo dagli atti era allora giovanissimo e forse insospettabile.>>).

Può, dunque, ritenersi certo che nel tardo pomeriggio del 19 agosto 1985, trovandosi a Mazara del Vallo per assistere ad una seduta del Consiglio Comunale riguardante il tema, assai spinoso in quell’epoca, dei rapporti italo-tunisini concernenti la pesca nel Canale di Sicilia, l’imputato, allora Ministro degli Affari Esteri, su sollecitazione del Sindaco Zaccaria che glielo presentò, concesse un breve colloquio riservato ad Andrea Manciaracina, giovane rampollo di una famiglia molto legata a Salvatore Riina che di lì a pochi anni sarebbe divenuto “reggente”, insieme al futuro collaboratore di giustizia Vincenzo Sinacori, del “mandamento” mafioso di Mazara del Vallo.

La Difesa ha indugiato parecchio sulla definizione di “colloquio riservato”, preferendo parlare di una conversazione “a quattrocchi”, ma l’argomento appare, in verità, ozioso: al di là della possibile opinabilità delle definizioni, non pare alla Corte affatto arbitrario qualificare come “riservata” una conversazione avvenuta fra due interlocutori all’interno di una sala chiusa ed in assenza di terzi.

Occorre, piuttosto, stabilire quale significato e quale peso probatorio attribuire al fatto, sul quale è, in qualche modo, sintomatico che nulla ha riferito il citato Sinacori nel parlare ad ampio raggio delle occasioni in cui aveva sentito parlare di Andreotti.

Al riguardo deve essere, in primo luogo, evidenziato che non risulta che fra l’imputato ed il Manciaracina fosse stato concordato preventivamente un appuntamento.

Le modalità dell’incontro suggeriscono, al contrario, la opposta eventualità, atteso che: a) il Manciaracina venne presentato ad Andreotti dal Sindaco di Mazara del Vallo, il quale presumibilmente sollecitò l’imputato ad accordare al giovane il breve colloquio riservato che seguì; b) deve ragionevolmente escludersi che l’imputato avrebbe, comunque, concordato un incontro con un emissario di Cosa Nostra in una situazione niente affatto riservata quale era quella in questione ed addirittura dinanzi a locali rappresentanti delle forze dell’ordine, in grado di conoscere la personalità e soprattutto la estrazione familiare del Manciaracina.

Si può, dunque, serenamente concludere che l’imputato subì ignaro la iniziativa, piuttosto estemporanea, del Manciaracina, appoggiata ed agevolata dal Sindaco di Mazara del Vallo, ed accordò il colloquio senza che nessuno si sia nella circostanza preoccupato di segnalargli la personalità e la estrazione familiare del suo interlocutore. Peraltro, si può escludere che, all’epoca dei fatti, fosse nota alle forze dell’ordine la vicinanza al Riina di Andrea Manciaracina e del genitore, Vito Mangiaracina, posto che lo Stramandino medesimo, nel riferire dell’episodio, ha semplicemente affermato che il padre dello stesso Andrea Manciaracina si trovava agli arresti domiciliari – più esattamente, il predetto era sottoposto alla misura di prevenzione della sorveglianza speciale -. Tra l’altro, come il Tribunale ha avuto modo di ricordare, alla stregua di quanto riferito dai testi dr. Misiani e m.llo Borghi, solo nel 1987 venne redatto nei confronti di Vito Manciaracina (ed altri) un rapporto che ipotizzava a carico del medesimo il reato di associazione mafiosa.

Deriva da quanto esposto che deve escludersi che possa fondatamente ritenersi che l’incontro fosse stato preceduto da un apposito contatto e che, pertanto, vi fosse stata, al riguardo, una qualsivoglia, pregressa relazione fra Andreotti ed i mafiosi, presunti mandanti del Manciaracina.

In ordine alle ragioni per le quali lo Zaccaria si determinò a sollecitare il colloquio il Tribunale si è oggettivamente abbandonato a mere supposizioni.

Al riguardo avrebbe potuto offrire utili indicazioni un approfondimento investigativo teso ad meglio acclarare la personalità dello Zaccaria e la natura degli eventuali rapporti che il medesimo intratteneva con i Manciaracina e/o con esponenti mafiosi, posto che la semplice presentazione di Andrea Manciaracina all’imputato non è sufficiente a farsi una precisa idea in proposito. Deve, infatti, rimarcarsi che non sono stati per nulla accertati i canali di collegamento fra il Manciaracina e lo Zaccaria e, per quanto è stato acquisito, non è possibile escludere neppure che il primo sia stato raccomandato al secondo da un comune amico che gli abbia caldeggiato la intercessione per il giovane presso Andreotti e la perorazione del colloquio.

In questo quadro assolutamente vago davvero non si comprende da quali elementi il Tribunale abbia desunto che il Sindaco fosse addirittura al corrente del fatto che il giovane godeva dell’appoggio del boss mafioso Salvatore Riina, quasi che la circostanza nel 1985 fosse notoria. La profilata possibilità deve, dunque, ragionevolmente escludersi, a meno di non ritenere che lo Zaccaria fosse profondamente addentro a vicende di Cosa Nostra destinate a rimanere segretissime: al riguardo si consideri che, secondo quanto riferito dal Sinacori, i Manciaracina, anche prima di essere formalmente “combinati” “uomini d’onore”, non solo erano persone di fiducia e prestanome del Riina, ma, soprattutto, erano fra i pochi a conoscere i luoghi ove costui trascorreva la latitanza ed avevano accesso diretto al medesimo (<<SINACORI V.:… dopo che arrestarono il m... l'Agate Mariano nel '92, mi portò da Riina, e Riina mi diede questo incarico, solo che mi disse di... mi... mi accostò il Andrea Mangiaracina, perché il Andrea Mangiaracina era un uomo di fiducia del Riina. Era un uomo di fiducia di Riina. - PM NATOLI: sì. Senta... - SINACORI V.: anche io lo ero, però di più il Andrea Mangiaracina. […] SINACORI V.: terreni, terreni. Terreni che avevano... che erano di Riina, e l'avevano intesta... - PM NATOLI: cioè i Mangiaracina, erano i prestanome... - SINACORI V.: sì. - PM NATOLI:... di Riina... - SINACORI V.: sì. - PM NATOLI: ... o hanno funto da prestanome per Riina? - SINACORI V.: sì. - PM NATOLI: ho capito. E questo le consta personalmente? - SINACORI V.: sì. - PM NATOLI: e da che cosa le consta ad esempio? - SINACORI V.: perché me lo dicevano loro, i Mangiaracina, che avevano un terreno a Castelvetrano, che era intestato a loro, però era di Totò  Riina, tanto è vero che poi dopo, quando hanno arrestato Totò Riina, e Vito Mangiaracina mi aveva detto che vole... si voleva incontrare con il figlio di Riina, perché avevano delle... delle discussio... cioè voleva dare... voleva fare i conti, perché non voleva essere messo in difficoltà da nessuno, e lui mi diceva che questa proprietà era di... di Riina Totò. - PM NATOLI: senta Signor Sinacori, per quello che lei sa, a quanto risaliva questo rapporto, anche di affari, tra la famiglia Mangiaracina, e Salvatore Riina? - SINACORI V.: mah... almeno vent'anni, Dottore. - PM NATOLI: almeno vent'anni. - SINACORI V.: sì. […] SINACORI V.: sì, perché quello che mi risulta a me... che sia lui che suo padre, o prima suo padre e poi lui, anche se non erano uomini d'onore, erano le uniche perso... le una delle poche persone che sapevano direttamen... sapevano direttamente dove andare a trovare il Riina, cioè ci andavano direttamente a casa, cosa che gli altri non sap... non potevano fare, anche perché, come ho già detto, hanno delle proprietà intestate del Riina...>>).

La evenienza che lo Zaccaria sapesse, ancorché genericamente, dei personali legami esistenti fra i Manciaracina ed il Riina priverebbe, del resto, di ogni plausibile supporto le argomentazioni del Tribunale in merito alla scaturigine della intercessione del Sindaco ed alla esclusione del medesimo dal colloquio: se il predetto, invero, fosse stato a conoscenza delle cose del sodalizio mafioso al punto di essere al corrente di notizie delicatissime e perfino idonee a mettere in pericolo la lunga latitanza del Riina, quali gli intimi rapporti del capomafia con la famiglia Manciaracina, si dovrebbe ritenere che egli fosse profondamente inserito nella associazione criminale e non troverebbe agevole spiegazione la sua esclusione dal colloquio anche nella ipotesi in cui lo stesso dovesse vertere su temi mafiosi.

Del pari, puramente congetturale ed eventualmente, per le ragioni appena esposte, incongrua appare la conclusione dei primi giudici secondo cui lo Zaccaria avrebbe prontamente aderito alla richiesta di procurare al Manciaracina un colloquio riservato con il Ministro degli Esteri perché intimorito dalla consapevolezza dell’appoggio che il Riina accordava al Manciaracina medesimo.

Ancora, frutto di una semplice supposizione è la ritenuta esclusività dell’interessamento dello Zaccaria in favore del Manciaracina. Ed invero, la affermazione dello Stramandino secondo cui Andreotti nell’occasione non ebbe a ricevere nessun’altra persona non è stata formulata in termini di certezza (“Per quanto io ricordo, non vidi l’on. Andreotti intrattenersi a parlare con nessun altro, né in quella stanza, né altrove nell’albergo.”) e, per di più, lo stesso dichiarante ha riferito che, all’uscita del Manciaracina dalla sala del colloquio, si allontanò dal suo posto per seguire il predetto, che vide uscire dall’albergo (“Io seguii il Manciaracina, il quale si diresse verso l’uscita dell’Hotel, e andò via.”).

Posto che le affermazioni menzionate si fondano sul ricordo serbato dal dichiarante in merito a quanto da lui personalmente percepito, si deve convenire con la Difesa che difetta, al riguardo, un adeguato approfondimento, che, per esempio, avrebbe potuto meglio verificare la possibilità che, in quel particolare contesto, lo Stramandino si fosse concesso qualche pausa ovvero, più in generale, non avesse costantemente stazionato in prossimità dell’imputato in dipendenza anche dell’assolvimento delle più ampie mansioni di controllo alle quali doveva sovrintendere - “… fui incaricato, dall’allora Dirigente del Commissariato di P.S. di Mazara del Vallo dott. Germanà, di sovraintendere al servizio d’ordine predisposto presso l’Hotel Hopps, ove il parlamentare doveva recarsi e pernottare. Era con me altro personale del Commissariato, tra cui ricordo l’Agente di P.S. Giorgio Mangiaracina. Il mio compito era quello di controllare le sale dell’albergo onde prevenire pericolo di attentati, nonché di controllare le persone che entravano, per verificare se non compivano qualche atto sospetto (come ad es. lasciare borse o bagagli in qualche sala)” -. Non possono, in proposito, neppure trascurarsi le doglianze difensive concernenti il mancato ricorso all’incidente probatorio, che ha precluso alla Difesa la partecipazione alla deposizione, che, peraltro, è stata verbalizzata in modo solo sintetico, con la esclusiva riproduzione delle risposte date dallo Stramandino.

Ma, a parte quanto rilevato, non si comprende da quali elementi i primi giudici abbiano desunto che anche altre persone avevano (in ipotesi, inutilmente) richiesto allo Zaccaria di intercedere per un colloquio riservato con l’imputato e che il predetto aveva accordato un trattamento di favore al solo Manciaracina.

Insomma, deve ribadirsi che sarebbe stato quanto mai opportuno un approfondimento investigativo sull’episodio ed, in particolare, sui rapporti fra lo Zaccaria ed il Manciaracina, ma la indagine sembra essersi inspiegabilmente fermata alla acquisizione delle dichiarazioni dello Stramandino. Si consideri che non risulta che sia stato sentito neppure il dr. Germanà, validissimo funzionario di Polizia, allora Dirigente del Commissariato di P.S. di Mazara del Vallo, che, alla stregua delle stesse affermazioni dello Stramandino, era stato presente nella circostanza e che per la sua azione di contrasto alla mafia ebbe a subire un attentato, come è stato ricordato dal teste dr. Francesco Misiti (erroneamente indicato nelle trascrizioni come “Visiti”), il quale subentrò al predetto (<<VISITI F.: Dunque di... quando arrivo io a Mazara del Vallo a dirigere il commissariato nel... nell'Ottobre del '92, subentro al dottor Germanà che era... a cui era stato teso nel Settembre del '92 un agguato di chiaro stampo mafioso. E... e indagini vengono subito indirizzate in bocca ad una pista mafiosa, atteso che il dottor Germanà e... negli anni precedenti, se non ricordo male dall'83 all'87 aveva diretto già il commissariato di Mazara del Vallo e nell'ambito della sua attività, aveva evidenziato proprio il gruppo mafioso e che, del resto questa attività scaturì un rapporto dell'87, trasmesso alla Procura di Marsala, e aveva evidenziato il gruppo mafioso di Mazara del Vallo, capeggiato dalla, dall'Agate Mariano e di cui facevano parte, tra gli altri, i Mangiaracina Vito, Bruno Calcedonio, il Sinacori... il Sinacori Vincenzo e...>>).

Ancora, non risulta che su tutta la vicenda siano stati richiesti possibili, specifici chiarimenti al collaboratore Vincenzo Sinacori, potenzialmente in grado, se opportunamente sollecitato, di riferirne qualche dettaglio per via della posizione di spicco occupata nella cosca mazarese di Cosa Nostra.

A quest’ultimo proposito giova ricordare che il Sinacori ha parlato del proprio buon rapporto con il Riina, basato su una conoscenza che risaliva ad epoca precedente il 1981 (anno in cui il collaboratore era stato “combinato”), precisando che egli faceva da guardaspalle al capomafia quando costui si recava a Mazara del Vallo e che si incontrava con il medesimo insieme a “Mastro Ciccio”, “reggente” della cosca mazarese, al quale il propalante era particolarmente vicino e che, a sua volta, era la persona più vicina al boss corleonese (<<SINACORI V.: il mio rapporto con Riina è che io conosco Riina dal millenovecento... prima di essere combinato, perché lui veniva a Mazara, e io lo andavo a trovare; lui veniva a Mazara, a villeggiare a Mazara. Io lo andavo  a trovare, lui mi conosceva. Poi, quando mi hanno combinato, me l'hanno presentato; e poi andavo a Palermo assieme a "Mastro Ciccio", lo incontravo spesso; veniva a Mazara nel periodo estivo, andava al mare, e io gli facevo tipo da guardaspalle, perché lui andava al mare, e noi con i revolver dovevamo guardare a lui che faceva il bagno. Non lo so cosa debbo dire. - AVV. SBACCHI: questo. No, dico, e nel tempo i rapporti come sono proseguiti? - SINACORI V.: nel tempo i rapporti sono proseguiti che, siccome il reggente a Mazara era "Mastro Ciccio", e "Mastro Ciccio" era la persona che... era la persona più vicina a Riina, ed era lui che teneva i contatti diretti con... con il Riina; e io siccome ero la persona più vicina a "Mastro Ciccio", accompagnavo "Mastro Ciccio" agli incontri.>>).

Tanto precisato sull’antefatto del colloquio, che, di per sé, non offre alcuna particolare indicazione a carico dell’imputato (si ritornerà oltre sul possibile valore sintomatico dell’episodio), ci si può concentrare sul contenuto dello stesso, in merito al quale la ricostruzione non può che essere generica e logico-congetturale, non disponendosi di alcuno specifico elemento.

Appare ragionevole pensare che la conversazione abbia avuto ad oggetto una o più sollecitazioni o raccomandazioni che il Manciaracina rivolse all’uomo politico, non essendo immaginabile nessun altro argomento su cui il predetto avrebbe potuto intrattenersi riservatamente con l’imputato.

Si può convenire che lo svolgimento riservato del colloquio sembra suggerire che dette sollecitazioni o raccomandazioni riguardassero favori cui erano interessati esponenti mafiosi.

Benché ci si renda conto dei limiti probatori di una ricostruzione inevitabilmente congetturale, non appaiono, al riguardo, prive di plausibilità le ragioni evidenziate dal Tribunale (se si fosse trattato di una semplice richiesta concernente la attività lavorativa o le esigenze personali e familiari del Mangiaracina, non vi era motivo che lo Zaccaria si astenesse dal presenziare al colloquio, posto che, in tale ipotesi, l’intervento del Sindaco avrebbe potuto autorevolmente sostenere la richiesta medesima): si può, infatti, ritenere remota la eventualità che le sollecitazioni non avessero nulla a che fare con Cosa Nostra e che vertessero sul altri temi (per esempio, sulla attività espletata dal Manciaracina nel settore della marineria mazarese, che era proprio quello interessato dalla visita a Mazara del Vallo del Ministero degli Esteri) e che, tuttavia, il Manciaracina non desiderasse, per un qualsivoglia, imprecisato, motivo, che di esse venisse a conoscenza lo Zaccaria.

Peraltro, anche aderendo alla tesi del Tribunale, dovrebbe escludersi che lo Zaccaria avesse conoscenza precisa dei temi che sarebbero stati trattati nel corso del colloquio, posto che, altrimenti, non vi era ragione che se ne estraniasse: nella profilata ipotesi si deve riconoscere la impossibilità di escludere in termini categorici la eventualità che lo stesso Zaccaria, più o meno vagamente a conoscenza della caratura criminale dei Manciaracina – si è già ricordato che il genitore di Andrea Manciaracina era sottoposto a misura di prevenzione –, abbia autonomamente avvertito la opportunità di mantenere un “rispettoso” atteggiamento discreto e si sia autonomamente determinato a non assistere al colloquio semplicemente supponendo che i temi che sarebbero stati trattati riguardassero fatti strettamente personali e delicati, possibilmente collegati a vicende criminali. 

Ma tralasciando la testé esposta notazione, che metterebbe in crisi tutto il costrutto accusatorio, e procedendo nella, non certo agevole, ricostruzione, occorre stabilire se il favore o i favori in questione avessero o meno una natura intrinsecamente illecita: in altri termini, si tratta di determinare se gli stessi fossero riconoscibilmente inerenti alla attività di Cosa Nostra (per esempio, il condizionamento di un processo a carico di associati), ovvero se afferissero ad un interesse di uno o più esponenti mafiosi, non strettamente attinente alla medesima attività. Nella seconda ipotesi, in buona sostanza, la illiceità del favore – beninteso, per quanto qui può interessare - risiederebbe non tanto nella natura e nello scopo dell’interessamento sollecitato, ma nella personalità (mafiosa) del beneficiario, che non è detto sia stata rivelata all’imputato. 

In quest’ultimo caso diventerebbe meno agevole escludere la possibilità che il Manciaracina non desiderasse mettere a parte il Sindaco delle sue richieste: la riservatezza potrebbe essere stata suggerita, infatti, dalla volontà che lo Zaccaria non venisse a sapere che era stato perorato all’eminente uomo politico un interessamento in favore di un esponente mafioso.

Il fatto che Andreotti non conosceva il Manciaracina e la personalità del medesimo, il fatto che l’incontro non era stato previamente concordato e la possibilità che l’imputato ignorasse l’eventuale appartenenza alla mafia dei beneficiari dei favori (di per sé, in ipotesi, non riconoscibilmente riconducibili alla mafia) sollecitati renderebbero l’episodio del tutto irrilevante ai fini che qui interessano.

Si può, tuttavia, ammettere che la riservatezza del colloquio e la personalità e la estrazione familiare del Manciaracina nonché la vicinanza del medesimo ai vertici assoluti di Cosa Nostra rendano meno probabile la prospettata eventualità, cosicché si è indotti a preferire la concreta possibilità che il colloquio abbia avuto effettivamente ad oggetto fatti di riconoscibile natura mafiosa.

Ancorché, ad onta delle incontestabili difficoltà, si accettasse la rassegnata conclusione, non potrebbe che condividersi il giudizio finale del Tribunale.

E’, infatti, evidente che non basta subire la estemporanea iniziativa di un colloquio e rimanere ad ascoltare per pochi minuti le sollecitazioni di un giovane mafioso, in ipotesi inviato al vertice di Cosa Nostra, per attribuire alla relativa condotta pregnante significato ai fini della attribuzione all’imputato di una continuativa disponibilità verso il sodalizio criminale ovvero - al di fuori ed in alternativa a tale ottica - ai fini dell’addebito al medesimo di un singolo comportamento agevolativo dello stesso sodalizio dotato di connotati sufficienti a radicare una ipotesi di concorso esterno nel delitto di associazione mafiosa.

Per far ciò, in un contesto probatorio che, come si è evidenziato, consente di escludere che sia stata dimostrata, per il periodo successivo alla primavera del 1980, una disponibilità di Andreotti verso Cosa Nostra e la sussistenza di amichevoli rapporti del medesimo con esponenti mafiosi, occorrerebbe, infatti, poter, innanzitutto, affermare che la misteriosa sollecitazione del Manciaracina sia stata raccolta e che l’imputato si sia effettivamente attivato allo scopo di agevolare gli interessi mafiosi: di ciò, però, il processo non offre alcuna traccia e, come si vedrà infra, anche a voler essere particolarmente inclini verso le ragioni della Accusa, i fatti a venire (e, primo fra tutti, l’ordine del Riina di punire la Democrazia Cristiana e di votare per il Partito Socialista in occasione delle elezioni politiche del giugno 1987) continueranno a dare ragione alla affermazione del Marino Mannoia, secondo cui i “corleonesi” si erano trovati male con l’imputato in quanto costui non aveva mostrato la disponibilità precedente.

Né, per le ragioni più volte enunciate, può giovare alla Accusa la consueta adduzione delle menzogne dell’imputato.

Ed infatti, la prospettata valutazione dell’episodio ha indotto la Corte a preferire la evenienza più gravativa per l’imputato (il colloquio riguardò riconoscibili fatti ed interessi mafiosi), ma non ci si può nascondere che tale opzione sia il risultato di una interpretazione faticosa, ampiamente condizionata dalla suggestione esercitata dalla vicinanza del giovane Manciaracina al Riina, che non senza difficoltà esclude qualunque ipotesi alternativa.

In questo quadro non possono non valutarsi con ogni cautela le affermazioni difensive con cui l’imputato ha cercato di rappresentare l’episodio privandolo di ogni possibile connotazione illecita e relegandolo nella normale routine delle innumerevoli sollecitazioni di postulanti in cui nel corso della sua lunga carriera politica si era imbattuto: in un contesto che non consente di apprezzare minimamente il reale contenuto del colloquio e che impone di immaginarne, sia pure in termini generici, l’oggetto, affermare senz’altro che sul punto l’imputato abbia mentito costituisce una violazione del prudente apprezzamento che deve informare l’opera del giudice.

In merito, poi, alla falsa affermazione di Andreotti secondo cui egli nell’occasione ebbe a ricevere vari postulanti, si è già evidenziato come la contrastante dichiarazione dello Stramandino non sia stata formulata in termini di assoluta certezza e come non sia neppure certo che il predetto abbia costantemente osservato i movimenti dell’imputato. Si consideri, in proposito, che, alla stregua di quanto riferito dal teste dr. Misiti (come già ricordato, erroneamente indicato nelle trascrizioni come “Visiti”), l’imponente servizio d’ordine apprestato in occasione della visita a Mazara del Vallo del Ministro degli Esteri era stato curato da numerosi agenti e funzionari di Polizia (<<AVV.SBACCHI: Agli atti questa dichiarazione e... si, tutto il resto, insomma, sono... osservazioni a margine. Quindi riprendiamo questo argomento, quindi i Manciaracina si interessavano a questa attività, di attività pesca. Lei ha ricordo con chi prestava servizio Stramandino quando in, nell'occasione... - VISITI F.: Unitamente a chi? - AVV. SBACCHI: Si. - VISITI F.: Ad altre persone? Ma guardi il servizio di vigilanza era imponente attesa la presenza del... dell'allora onorevole Andreotti, quindi ritengo che era un servizio di ordine pubblico, quindi almeno una quarantina di persone coinvolte nel servizio.>>).

Non appare facilmente risolvibile il contrasto fra le dichiarazioni di don Pernice e quelle dell’imputato concernenti le modalità con cui il primo ebbe a riferire al secondo della comunicazione telefonica con cui aveva appreso delle imminenti dichiarazioni dello Stramandino: ed invero, il sacerdote ha palesato di aver serbato dei fatti un ricordo parecchio sbiadito, come, del resto, sottolineato dallo stesso Tribunale. In proposito basta citare alcuni significativi passi della deposizione del predetto: <<PERNICE BALDASSARE: Nuccia, la moglie di Vincenzo Sinacori. Mi dice, sì ho delle notizie, perché la cosa non mi è chiara e tutte queste cose. Mi telefona e io subito dopo ho comunicato al Senatore, mi telefona dicendomi che c'era un certo Stramandino, non so se era Pubblica Sicurezza o qualcosa del genere. - AVVOCATO BONGIORNO: Un agente, sì. - PERNICE BALDASSARE: Ci deve essere un problema, io non ricordo, sono 5 anni, ricordo il nome esatto, ricordo che mia nipote me lo ha detto e ricordo che io ho parlato con l'Onorevole Andreotti… e ricordo anche che si trattava di una dichiarazione di questo tizio che è stato male, che stava male e che poi è morto, non so, roba del genere. Ma il nesso e connesso… abbiate pazienza, io non lo ricordo per niente. […] AVVOCATO BONGIORNO: Sì, rispetto a questa telefonata qua, mi interessa un suo ricordo, rispetto a questa telefonata. - PERNICE BALDASSARE: Non c'è, quello che ho detto è… è tutto, non riesco a… non riesco, anche a fare un po’ di sforzo mentale. - AVVOCATO BONGIORNO: Lei diceva che Stramandino stava male, che cosa ricorda rispetto questo Stramandino? - PERNICE BALDASSARE: Che avrebbe potuto testimoniare qualche cosa ma non so su che cosa, veramente non ricordo. - AVVOCATO BONGIORNO: Va bene, ho finito Presidente. - PERNICE BALDASSARE: Non ricordo niente. […] PUBBLICO MINISTERO: Lei si ricorda il motivo per cui… dell'urgenza per cui sua nipote le chiese di parlare ad Andreotti? - PERNICE BALDASSARE: L'urgenza per? - PUBBLICO MINISTERO: Per quale motivo sua nipote le chiese di parlare con… di riferire con urgenza il contenuto di quella telefonata ad Andreotti? - PERNICE BALDASSARE: Questo fatto di Stramandino. - PUBBLICO MINISTERO: Perché, il perché glielo disse? - PERNICE BALDASSARE: Non me lo ricordo, quello che ricordo è quello che ho detto poc'anzi, semplicemente.>>.

Non essendo state acquisite (peraltro, per la opposizione della Difesa) le trascrizioni delle relative intercettazioni, è impossibile verificare compiutamente la veridicità o meno della affermazione dell’imputato secondo cui erano state effettuate dal telefono della parrocchia chiamate di contenuto osceno e volgare, che avrebbero indotto lo stesso imputato a rivelare a don Pernice che il telefono era sottoposto a controllo. Si può riconoscere che non sia sfornita di fondamento la considerazione con cui il Tribunale ha osservato che un particolare del genere non sarebbe sfuggito alla (sia pur debole) memoria del sacerdote e, tuttavia, al rilievo non può assegnarsi valenza logica esaustiva in quanto il teste non è stato specificamente interrogato sul punto, sul quale non si è certo dilungato, avendo semplicemente riferito che aveva appreso dall’imputato che il telefono della parrocchia era sottoposto a controllo, senza circostanziare in alcun modo tale informazione precisando in quale specifico contesto gli era stata fornita – il Pernice ha solo chiarito di non essere a conoscenza dei modi con cui lo stesso imputato era venuto a conoscenza della intercettazione (<<PERNICE BALDASSARE: Non mi ricordo niente io. La nipote mi chiede, io dico e non ho altro. - PUBBLICO MINISTERO: Ricorda se sua nipote le disse che non poteva parlare dal telefono di casa perché era sotto controllo? - PERNICE BALDASSARE: Questo non me lo ricordo, io so che il mio telefono della parrocchia era sotto controllo, mi è stato detto dal Senatore, da molti mesi già, io non sapevo. - PUBBLICO MINISTERO: Le è stato detto dal Senatore? - PERNICE BALDASSARE: Cosa? - PUBBLICO MINISTERO: Che il suo telefono era sotto controllo? - PERNICE BALDASSARE: Sì, mi è stato detto verso il mese di… che era di maggio, una cosa del genere, sì. - PUBBLICO MINISTERO: Del 1993? - PERNICE BALDASSARE: Del 1993 chiaramente. - PUBBLICO MINISTERO: E' sicuro? - PERNICE BALDASSARE: Mi è stato detto che il mio telefono era sotto controllo. - PUBBLICO MINISTERO: Le disse il Senatore Andreotti. - PERNICE BALDASSARE: Ah? - PUBBLICO MINISTERO: Il Senatore Andreotti le disse nel maggio del 93 che il suo telefono era sotto controllo. - PERNICE BALDASSARE: Sì. - PUBBLICO MINISTERO: Scusi, lei sa come faceva il Senatore Andreotti a sapere che il suo telefono era sotto controllo… - PERNICE BALDASSARE: No. - PUBBLICO MINISTERO:… visto che erano indagini segrete? - PERNICE BALDASSARE: Non lo so io questo. - PUBBLICO MINISTERO: E non glielo chiese da quale fonte… - PERNICE BALDASSARE: No. - PUBBLICO MINISTERO: Aveva appreso che il suo telefono era sotto controllo. - PERNICE BALDASSARE: No, non mi interessava, non avevo problemi di segretezza.>>) -.

Quanto, poi, all’epoca in cui la stessa informazione sarebbe stata fornita, non pare alla Corte che dalle, piuttosto confuse, dichiarazioni di don Pernice si possano ricavare elementi decisivi, che autorizzino ad anticiparla rispetto al momento in cui l’imputato prese ritualmente cognizione delle relative trascrizioni e che siano, perciò, suscettibili di smentire la versione dell’imputato medesimo.

Ed infatti, il primo accenno di don Pernice al fatto, desumibile dalle appena trascritte dichiarazioni, sembra indicare che l’imputato ebbe a riferire la notizia al sacerdote molti mesi dopo l’inizio delle intercettazioni sulla utenza della parrocchia Cristo Re di Roma (<<PERNICE BALDASSARE: Questo non me lo ricordo, io so che il mio telefono della parrocchia era sotto controllo, mi è stato detto dal Senatore, da molti mesi già, io non sapevo.>> - la circostanza, del resto, è stata ribadita più oltre: <<PUBBLICO MINISTERO: Comunque lei conferma che il Senatore Andreotti le disse che il suo telefono era sotto controllo. - PERNICE BALDASSARE: Sì, me lo ha detto dopo che ci siamo visti ma già da tempo.>> -) e, dunque, non in periodo immediatamente successivo alla comunicazione della chiamata telefonica della nipote “Nuccia”, che, alla stregua di quanto si evince dal controesame del PM, è avvenuta il 18 maggio 1993 (<<PUBBLICO MINISTERO: Guardi, dunque sappiamo per certo che questa… queste telefonate fra lei e sua nipote sono avvenute il 18 maggio del 1993, lo sappiamo perché risulta dalle trascrizioni delle telefonate, come dato.>>): invero, come si ricava dalla dichiarazioni del teste dr. Misiti (<<VISITI F.: Si, confermo, sono queste. Queste foto sostanzialmente da accertamenti effettuati e... riguardano l'inaugurazione di una... chiesa in Roma, avvenuta nel Novembre del '87 e segnatamente è la parrocchia Cristo Re, il cui parroco era monsignor Pernice Baldassare, originario di Mazara del Vallo e che sostanzialmente sarebbe lo zio del Sinacori Vincenzo. […] VISITI F.: Dunque si, voglio dire, avendo trovato, avendo trovato le foto nell'Aprile del '93 posso ritenere tra Maggio e Giugno, ecco.>>), la attività di intercettazione telefonica sulla utenza in questione venne intrapresa soltanto dopo il rinvenimento in casa del Sinacori delle fotografie che ritraevano la contestuale presenza presso la parrocchia di don Pernice, fra i partecipanti alla inaugurazione della chiesa, di Andreotti e del Sinacori, rinvenimento che è avvenuto nell’aprile del 1993, cosicché è difficile ritenere che l’imputato abbia fornito al sacerdote la informazione da lui riferita nel maggio dello stesso anno, mentre è più plausibile che lo abbia fatto in epoca assai posteriore.

Le indicazioni temporali di don Pernice, peraltro piuttosto vaghe, non appaiono, allora, del tutto persuasive allorché collocano il fatto in prossimità della telefonata della nipote e, comunque, non sembrano idonee a smentire senz’altro le affermazioni di Andreotti, che, al contrario, potrebbero trovare, in qualche modo, conferma nell’accenno del teste alla esibizione, da parte del suo interlocutore, di documenti ufficiali che erano stati depositati – ma anche tale dato non è univoco, posto che non è certo che gli stessi documenti si riferissero proprio alle trascrizioni delle intercettazioni de quibus, di cui, sempre secondo il teste, egli non avrebbe mai avuto notizia (<<PUBBLICO MINISTERO: Comunque lei conferma che il Senatore Andreotti le disse che il suo telefono era sotto controllo. - PERNICE BALDASSARE: Sì, me lo ha detto dopo che ci siamo visti ma già da tempo. - PUBBLICO MINISTERO: In quella stessa circostanza. - PERNICE BALDASSARE: Sì, in quel periodo lì, dopo il 19 di aprile, dopo la data in cui sono apparse in pubblico tutte quelle cose, ho saputo. - PUBBLICO MINISTERO: E fu nella stessa occasione nella quale lei si recò da Andreotti per parlargli di questa telefonata che aveva ricevuto? - PERNICE BALDASSARE: No, no, no, dopo ancora è stato. PUBBLICO MINISTERO: Quanto tempo dopo? - PERNICE BALDASSARE: L'avrò visto qualche altra volta nella settimana, penso. - PUBBLICO MINISTERO: Nel corso di quella stessa settimana? - PERNICE BALDASSARE: Sì, perché quella settimana… io praticamente mi sono recato poi dall'Onorevole Andreotti allo studio di piazza San Lorenzo e - incomprensibile – per chiedere notizie da parte sua, quello che poteva sapere e in quella occasione, mi ha fatto vedere le notizie ufficiali che erano state depositate, dove si parlava esattamente della parrocchia e così via, no? Perché io fino a quel momento non avevo niente. […] PUBBLICO MINISTERO: D’accordo. Quindi, però rimane un punto fermo, che fu proprio nei giorni vicini. - PERNICE BALDASSARE: Dopo. - PUBBLICO MINISTERO: Comunque in un giorno vicino? Dopo, lei intende un giorno, una settimana, dieci giorni? - PERNICE BALDASSARE: Penso… - PRESIDENTE: Dopo rispetto a che? - PUBBLICO MINISTERO: A questa telefonata. - PRESIDENTE: A questa telefonata. - PERNICE BALDASSARE: Che cosa dopo la telefonata? - PUBBLICO MINISTERO: Quando Andreotti le dice "guardi che il telefono della parrocchia Cristo Re è sotto controllo", questa cosa Andreotti gliela dice pochi giorni dopo che lei si era sentito per telefono con sua nipote? - PERNICE BALDASSARE: No, no, dopo ancora. - PUBBLICO MINISTERO: Esatto, dopo quando? - PERNICE BALDASSARE: Maggio, verso maggio, più o meno. - PUBBLICO MINISTERO: Maggio 1993. - PERNICE BALDASSARE: 93 parliamo. - PUBBLICO MINISTERO: Su questo siamo sicuri. Dica sì, perché se no non viene. - PERNICE BALDASSARE: Sì, sì. - PUBBLICO MINISTERO: Lei poi ha avuto modo di leggere queste trascrizioni di telefonate? - PERNICE BALDASSARE: No, assolutamente mai, né saputo né… >>) -.

Dalla lettura delle dichiarazioni di don Pernice sembra emergere in modo piuttosto chiaro che egli ha, inusitatamente (se si tiene conto della assoluta approssimazione mnemonica che si coglie da tutta la sua deposizione), ricordato che, nel comunicare ad Andreotti la informazione trasmessagli dalla nipote “Nuccia”, ebbe specificatamente a precisare che quest’ultima era la moglie di Vincenzo Sinacori il quale era latitante, e ciò al fine di spiegargli a chi si stesse riferendo (<<PUBBLICO MINISTERO: Lei disse… che questa nipote con cui lei aveva parlato era la moglie di Vincenzo Sinacori? - PERNICE BALDASSARE: Lui… - PUBBLICO MINISTERO: Lei disse ad Andreotti… - PERNICE BALDASSARE: Certo, certo. - PUBBLICO MINISTERO: La persona con cui ho parlato, mia nipote Nuccia, che poi sarebbe… - PERNICE BALDASSARE: Sì, mia nipote Nuccia la moglie di Vincenzo Sinacori che è latitante mi ha telefonato dicendomi questa notizia, ecco questo con estrema chiarezza. […] PUBBLICO MINISTERO:E lei quindi disse ad Andreotti che questa notizia l'aveva avuta da sua nipote che era la moglie di un latitante mafioso ricercato per omicidio? - PERNICE BALDASSARE: Sì, sì. In quella occasione era già latitante, sì.[…] AVVOCATO BONGIORNO: Certo. - PERNICE BALDASSARE: Una precisazione, chi è sta Nuccia? È la moglie di Vincenzo Sinacori. - AVVOCATO BONGIORNO: Quindi il Senatore le dice chi è sta Nuccia? E lei dice è la moglie di Vincenzo Sinacori. - PERNICE BALDASSARE: No, io gliel'ho detto, Nuccia la moglie di Vincenzo Sinacori che è latitante, che lui ha visto pure che era latitante, mi ha telefonato chiedendomi di dirti questo.>>). Appare, pertanto, mendace la affermazione dell’imputato secondo cui nella circostanza non si parlò del Sinacori e del rapporto di coniugio di costui con la nipote del Pernice.

Tuttavia, non manca, anche a questo proposito, qualche elemento di perplessità, in quanto: a) non si vede quale necessità vi era in quel contesto di precisare con chi fosse maritata la nipote che aveva comunicato a don Pernice la informazione sul proposito dello Stramandino; b) in un passaggio della deposizione sembra che il teste abbia prospettato che l’imputato sapeva bene (attraverso le carte processuali) che il Sinacori era latitante, cosicché non era necessario, sul punto, essere espliciti (<<PRESIDENTE: Senta, quando lei riferisce al Senatore Andreotti questa notizia che ha ricevuto per telefono, lei poco fa ha detto, dice, ho detto al Senatore Andreotti che questa notizia me l'ha detto la moglie… mia nipote Nuccia moglie di Sinacori Vincenzo latitante, perché ha dato questa notizia? - PERNICE BALDASSARE: No, l'ho dato per spiegare di chi stavamo parlando, chi era questa Nuccia e quest'altro. Il Senatore Andreotti sapeva pubblicamente chi è Vincenzo Sinacori e chi è Nuccia, non è che sono andato a dirgli "Nuccia la moglie del latitante ti dice…" no, no, Nuccia la moglie di Vincenzo Sinacori, normale, lo sapeva, conosceva, non era enfatica la cosa. - PRESIDENTE: Va bene.>>).

In ogni caso, volendo superare le rassegnate obiezioni e ritenere che Andreotti abbia fornito una falsa e riduttiva rappresentazione dei fatti, si dovrebbe osservare che il valore sintomatico che avrebbe potuto essere attribuito, nell’ambito della complessiva valutazione della condotta dell’imputato, alla eventuale ammissione di un colloquio con un esponente di Cosa Nostra vertente su temi lato sensu mafiosi, poteva indurre il predetto a nasconderlo. Del pari, la (falsa) negazione di qualunque accenno fatto da don Pernice al Sinacori dovrebbe ragionevolmente ricondursi ad un eccesso di ansia difensiva, dettato dal convincimento che avrebbe potuto essere valutata negativamente la consapevole ricezione di una informazione inviata dalla moglie del latitante Sinacori: diversamente opinando, non si comprenderebbe, infatti, per quale ragione l’imputato avrebbe dovuto smentire il teste, tra l’altro addotto a discolpa, su un punto che era piuttosto marginale se si considera che non era stato raccolto alcun elemento atto a comprovare un personale coinvolgimento nella specifica vicenda dello stesso Sinacori, che, si ribadisce, escusso nella udienza del 22 aprile 1997, nulla aveva riferito in merito (e giova ricordare che l’esame del Pernice è stato raccolto il 19 maggio 1998, mentre la spontanea dichiarazione di Andreotti è stata resa il 29 ottobre 1998).

La plausibile, descritta lettura dell’atteggiamento processuale dell’imputato non può, comunque, divenire la scorciatoia attraverso la quale pretendere di provare la esistenza di una effettiva disponibilità del medesimo verso Cosa Nostra che, in realtà, non è stata dimostrata.

Inoltre, la eventuale consapevolezza (che sarebbe stata desunta dalla stessa comunicazione del sacerdote) che don Pernice era imparentato con un esponente mafioso e la coscienza dei pregressi rapporti con i mafiosi, che sono stati accertati, potevano indurre l’imputato a temere che attraverso il telefono della parrocchia potessero svolgersi conversazioni suscettibili di danneggiare la propria posizione processuale, cosicché la indicazione, trasmessa al sacerdote, della sottoposizione della linea telefonica ad intercettazione può essere stata dettata da tale, vaga preoccupazione, che, tuttavia, non risulta che sia stata in qualche modo esplicitata con un velato invito a mantenere un atteggiamento circospetto e prudente in occasione di eventuali conversazioni telefoniche di contenuto “delicato”. In ogni caso, la menzionata preoccupazione non necessariamente riguardava fatti successivi alla primavera del 1980 e, in particolare, l’episodio in trattazione.

Non si condivide, poi, il convincimento del Tribunale secondo cui l’attivarsi della moglie del Sinacori per fare sapere all’imputato che lo Stramandino si accingeva a rendere dichiarazioni a carico del medesimo presupponeva necessariamente la chiara consapevolezza delle conseguenze pregiudizievoli che avrebbero potuto scaturire per lui dalla deposizione; allo stesso modo non si condivide l’inquadramento dello stesso interessamento nel generale orientamento della organizzazione mafiosa volto a impedire la ricostruzione dei contatti intercorsi tra persone ad essa riconducibili ed esponenti politici.

Ed invero, non risulta da alcun elemento che il Sinacori o la moglie del medesimo avessero precisa consapevolezza del contenuto delle, ancora non rese, dichiarazioni dello Stramandino, che avrebbero riguardato una specifica vicenda di cui il collaboratore, almeno alla stregua di quanto si può desumere dalle sue stesse dichiarazioni, non era al corrente – si ripete che egli ha rassegnato, nel corso del suo esame dibattimentale, le occasioni in cui aveva sentito parlare dell’imputato, senza fare alcun accenno all’episodio in    questione -.

Peraltro, non si comprende come il Sinacori, al quale, si ribadisce, non è stata rivolta alcuna specifica domanda a proposito della vicenda nel corso del suo esame dibattimentale, potesse opinare che lo Stramandino fosse a conoscenza dell’eventuale retroscena di quel colloquio e fosse, pertanto, in grado di riferire elementi particolarmente pregiudizievoli per la posizione dell’imputato.

Riconoscere ai PM lo scrupolo investigativo testimoniato dalla quanto mai complessa inchiesta autorizza, del resto, a dubitare che lo stesso Sinacori, all’epoca latitante, sia mai venuto a conoscenza del proposito dello Stramandino.

Deve, allora, ragionevolmente ritenersi che la moglie del Sinacori, “Nuccia” (la quale, secondo le spontanee dichiarazioni dell’imputato, lavorava quale infermiera presso l’ospedale di Mazara del Vallo - neppure tale tema, così come quello concernente le modalità con cui la predetta venne a sapere del proposito dello Stramandino, risulta approfondito dalle indagini -), dopo esserne casualmente venuta a conoscenza, abbia preso la iniziativa di comunicare telefonicamente allo zio, don Pernice, perché ne informasse il di lui buon amico sen. Andreotti, la intenzione dello Stramandino, ricoverato in ospedale perché malato terminale di cancro, di rendere dichiarazioni a carico dell’imputato, dichiarazioni sulle quali, appunto, per via delle compromesse condizioni di salute, il predetto non avrebbe in seguito potuto testimoniare (<<AVVOCATO BONGIORNO: Senta, comunque lei l'unica cosa che ricorda e già questo mi sembra importante era che Stramandino stava male? - PERNICE BALDASSARE: Sì. - AVVOCATO BONGIORNO: Era un Agente di PS che stava male. - PERNICE BALDASSARE: Un Poliziotto che stava male. - AVVOCATO BONGIORNO: Questo se lo ricorda. - PERNICE BALDASSARE: Sì, che stava male, che poteva morire e forse poi non poteva testimoniare. - AVVOCATO BONGIORNO: Ecco e forse… - PERNICE BALDASSARE: Questo solo, le uniche cose che ricordo sono queste. - AVVOCATO BONGIORNO: Scusi un attimo. - PRESIDENTE: Va bene, prego. - AVVOCATO BONGIORNO: Lei l'ha sentita la precedente o ripetiamo? - PRESIDENTE: No. - AVVOCATO BONGIORNO: Signor Pernice? - PERNICE BALDASSARE: Eccomi. - AVVOCATO BONGIORNO: Quindi dicevo l'unica cosa che lei ricorda, se la può ripetere perché il Presidente per un momento non l'ha seguita, l'oggetto… l'unica cosa che lei ricorda di questa telefonata è che Stramandino stava male e che cosa è che non poteva fare? - PERNICE BALDASSARE: Stramandino era un Poliziotto, stava male e se moriva non poteva testimoniare. - AVVOCATO BONGIORNO: Ecco. - PRESIDENTE: Questo l'ho sentito. - AVVOCATO BONGIORNO: Ora le faccio questa domanda, vediamo se lei se lo ricorda. Non poteva testimoniare a favore di chi? - PERNICE BALDASSARE: Non so. - AVVOCATO BONGIORNO: Non ricorda. - PERNICE BALDASSARE: Non ne ho discusso.>>).

La stessa iniziativa, però, sembra da connettere al (a lei noto almeno fin dall’epoca – 1987 - della inaugurazione della chiesa parrocchiale di Cristo Re, alla quale avevano partecipato, come documentato fotograficamente, sia Andreotti che i congiunti del Pernice) rapporto di amicizia che legava il sacerdote all’uomo politico ed alla esigenza di quest’ultimo di essere preavvisato della acquisizione delle dichiarazioni dello Stramandino, ma non già alle supposte esigenze di garantire il segreto, che certamente non potevano essere soddisfatte dalla semplice comunicazione di quella notizia – ma, semmai, nella violenta logica della mafia, anticipando cruentemente il prossimo decesso del povero Stramandino -.

D’altronde, che la medesima iniziativa non sia inquadrabile in un’ottica di appartenenza a Cosa Nostra è suggerito, altresì, dalla seguente considerazione: secondo le stesse parole del Sinacori, Andreotti fin dalla fine del 1991 era stato individuato come un nemico di Cosa Nostra, tanto che erano stati perfino vagheggiati progetti di sopprimerlo (<<PM NATOLI: ho capito. Lei ha sentito parlare al di là di queste due fonti che ci ha ricordato di... da parte di altri del Senatore Andreotti o comunque ha altre notizie? Ovviamente... - SINACORI V.: io, altre notizie in merito al Senatore Andreotti, ce li ho... durante... prima della sentenza del Maxi-Processo o subito dopo la sentenza del Maxi-Processo, perché Andreotti era diventa... il Senatore Andreotti era diventato un obiettivo da colpire ad ogni costo, perché lo ritenevano responsabile sia della sentenza che delle... che si era inasprito molto contro di noi. Inasprito nel senso che siccome ricordo che lui e... aveva firmato un decreto per fare ri... rincarcerare persone che erano uscite, siccome era una cosa che se lui voleva, poteva giocare, perché siccome si trovava fuori, si trovava all'estero, pensavamo tutti che non... che non riusciva a firmare questo decreto. Invece lo ha firmato, le persone sono state nuovamente arrestate. Questo era un fatto, poi ricordo pure che si parlava che sia il Senatore Andreotti  che l'Onore... che l'Onorevole Lima in un articolo in un giornale, adesso non so se era un "Panorama"... se era un settimanale o un quotidiano, erano indirizzati a... dicevano che i mafiosi li dovevano portare tutto all'isola,  dovevano stare tutti isolati in un'isola. Quindi era un obiettivo da colpire, tanto è vero che se parlò anche nel... nella strategia futura, successiva. Il Senatore Andreotti era un obiettivo da colpire assieme a Martelli e a Falcone. […] SINACORI V.: in quel periodo si parla che Andreotti è una persona cattiva per noi... - PM NATOLI: in quel periodo siamo alla fine del '91? - SINACORI V.: sì, sì, che è una persona cattiva per noi.>>). Ne consegue che, volendo superare la già più volte ribadita insussistenza di prova circa la conoscenza, da parte del Sinacori, della vicenda, non si vede perché nel 1993 un esponente di primo piano del sodalizio mafioso dovesse prendere a cuore le sorti processuali dell’imputato.

Né, infine, sembra logico sostenere che la iniziativa della “Nuccia” potesse essere volta a tutelare Cosa Nostra o qualche affiliato alla stessa, posto che dovrebbe ipotizzarsi che i mafiosi fossero persuasi (contro il vero) che lo Stramandino avesse serbato segreti suscettibili di compromettere taluno di loro o la organizzazione e si fosse determinato a rivelarli solo in punto di morte.

Sostenere, dunque, come fanno i PM appellanti, che nella fattispecie si era realizzata “una perfetta sinergia tra il circuito mafioso e l’imputato (essendosi il primo preoccupato di coprire Andreotti, ed il secondo preoccupato di tutelare le sue fonti di informazione all’interno dell’organizzazione)” non appare in linea con una congrua lettura dei fatti acquisiti.

Da ultimo, accantonando le difficoltà di ricostruzione dei contenuti del colloquio fra l’imputato ed il Manciaracina e le relative refluenze, ci si deve soffermare brevemente sul valore sintomatico che potrebbe essere attribuito all’episodio in vista del giudizio sulla complessiva condotta dell’imputato.

Volendo conferire al colloquio medesimo sicuro contenuto mafioso, ad un primo approccio potrebbe attribuirsi all’accesso diretto ad Andreotti di un giovane esponente di Cosa Nostra, legato al Riina, un significato confermativo della ipotizzata disponibilità dell’imputato verso il sodalizio criminale.

Tuttavia, tenendo conto delle rassegnate modalità di svolgimento dell’episodio, la estemporanea iniziativa del Manciaracina e dei suoi eventuali mandanti, che, peraltro, ha pretermesso le cautele che sarebbe stato ragionevole attendersi dagli scaltri e riservati “uomini d’onore”, troverebbe adeguata spiegazione nel richiamo di quanto già considerato a proposito della influenza del retaggio del passato sulle opinioni e sui comportamenti degli esponenti di Cosa Nostra e sulla ritenuta “accessibilità” di Andreotti.

Al retaggio dei pregressi atteggiamenti di Andreotti, poi, si potrebbe aggiungere, se letto dal punto di vista degli esponenti di Cosa Nostra, l’episodio del trasferimento del Bagarella dal carcere di Pianosa a quello di Novara: lo svolgimento e, soprattutto, l’esito positivo dello stesso, invero, a prescindere dalla effettività dell’intervento dell’imputato, può aver convalidato nei mafiosi il convincimento (erroneo) della astratta disponibilità del medesimo, convincimento sulla cui reale fondatezza, alla stregua di quanto verrà illustrato, di lì a poco sarebbero emersi negli “uomini d’onore” dubbi sempre più consistenti.

Si potrebbe, ancora, obiettare che l’imputato, benché sollecitato, in ipotesi, su temi mafiosi, non abbia assunto la doverosa iniziativa di allontanare bruscamente il Manciaracina: il rilievo è legittimo, ma non appare pregnante ai fini che qui interessano.

Un atteggiamento del genere implicherebbe, infatti, una intransigenza, una capacità di indignata veemenza ed anche una sorta di teatralità di modi che si possono a buon diritto disconoscere al compassatissimo e navigato uomo politico, non certo alieno da relazioni spregiudicate, avvezzo ad ascoltare le perorazioni di tutti e, potrebbe aggiungersi, disponibile ad impegnarsi fattivamente per pochi.

Inoltre, non deve trascurarsi il peso della consapevolezza degli errori passati, che, in qualche modo, esponevano l’imputato a sollecitazioni del genere, errori dai quali era consigliabile, per il medesimo, uscire percorrendo una, a lui congeniale, via “politica” e, dunque, non con bruschi ed anche pericolosi strappi, ma attraverso comportamenti concludenti, che gradualmente avrebbero indotto nei mafiosi la consapevolezza del venir meno della sua, ormai datata, disponibilità.

Gli elementi acquisiti, in conclusione, autorizzano, tutt’al più, a reputare che Andreotti, sollecitato dal Sindaco di Mazara del Vallo, si sia limitato ad accordare al Manciaracina un colloquio ed ad ascoltare il predetto, ma non consentono neppure di affermare che egli abbia formulato la benché minima assicurazione di qualsivoglia interessamento e, men che meno, permettono di ritenere che l’imputato si sia, in qualche modo, attivato per agevolare il perseguimento di interessi lato sensu mafiosi.

Occorre, dunque, ancora una volta rimandare a future verifiche la ipotesi che l’imputato abbia effettivamente rinnovato nei confronti della Cosa Nostra dei “corleonesi” la – ormai risalente – amicizia già dimostrata in anni passati al Bontate, al Badalamenti ed ai loro sodali.

A parte tutte le riserve già espresse in merito alla valutazione del semplice contesto, occorre, comunque, riconoscere che quello desumibile dai fatti del 1980 e da quelli successivi fin qui analizzati non conforti la ipotesi di una persistente disponibilità di Andreotti nei confronti dei mafiosi, cosicché, in definitiva, è la lettura dei fatti prospettata dai PM appellanti che appare “decontestualizzata”.

E’ alla luce dello stesso contesto, il quale, si ribadisce, priva di conducenza – se non addirittura ribalta - le insistite argomentazioni con cui i PM appellanti hanno lamentato la valutazione “atomistica” del compendio probatorio, che ci si deve accostare all’esame dell’eclatante episodio del presunto incontro fra Giulio Andreotti ed il boss Salvatore Riina.

 

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5) IL PRESUNTO INCONTRO TRA GIULIO ANDREOTTI E SALVATORE RIINA A PALERMO.

 

1. Nell’accingersi ad esaminare l’episodio in questione, occorre brevemente rimarcare come quanto fin qui accertato confermi la più volte richiamata indicazione del Marino Mannoia circa le difficoltà incontrate dai tentativi dei “corleonesi” di “agganciare” Andreotti e come il contesto complessivo non comprovi affatto una disponibilità dell’imputato verso i nuovi ed assoluti dominatori del sodalizio mafioso.

Alla stregua di quanto si è venuto evidenziando, sintomo chiaro di tali difficoltà e, potrebbe dirsi, più in generale, della situazione di crisi dei rapporti fra le fazioni mafiose uscite vincenti dal cruento conflitto dei primi anni ’80 ed il partito politico di maggioranza relativa è la accertata decisione del Riina di orientare, alla vigilia delle elezioni politiche del giugno 1987, i voti mafiosi verso il P.S.I. per “dare uno schiaffo” alla D.C., decisione di cui, come ricordato, hanno parlato svariati collaboratori di giustizia.

Lo stesso Marino Mannoia, anzi, ha esplicitamente collegato tale decisione del Riina proprio al venir meno della disponibilità di Andreotti (si vedano le dichiarazioni già riportate allorché si è introdotta la trattazione dell’incontro fra l’imputato ed il Bontate della primavera del 1980, ribadite dal collaboratore nel corso del prosieguo del suo esame dibattimentale: <<P.M. SCARPIN.: Signor Mannoia, quando è stata l'ultima volta che ha sentito parlare di Andreotti all'interno di "Cosa Nostra"? - MANNOIA F.: l'ultima volta che sento parlare di Andreotti all'interno di "Cosa Nostra" è durante le elezioni del 1987. - P.M. SCARPIN.: da chi ne sente parlare? - MANNOIA F.: da Nenè Geraci, il quale, come avevo già detto  prima, era arrivato l'ordine da Salvatore Riina, un ordine tassativo, di votare esclusivamente per io socialisti, e poiché il Senatore Andreotti non si interessava, aveva preso delle distanze e... da "Cosa Nostra" e non... non aveva, diciamo, più manifestato il suo interessamento nei confronti di "Cosa Nostra". - P.M. SCARPIN.: questo fatto da chi lo apprende? Chi glielo dice? - MANNOIA F.: a me me lo dice personalmente Nenè Geraci, il  vecchio, perché come ho già detto, noi eravamo della "famiglia" di Stefano Bontade. Dopo la sua morte la "famiglia" fu sciolta e fu creata una reggenza. E fummo aggregati alla "famiglia" di Nenè Geraci, di Partinico. E quindi Nenè Geraci era era, diciamo, la persona, il nostro referente, la persona che rappresentava a noi, diciamo, come un rappresentante, diciamo. - P.M. SCARPIN.: siamo quindi nel 1987. Dopo questa data lei sa se vi fu una continuazione dei rapporti tra Andreotti e "Cosa Nostra" oppure se questi rapporti si ruppero? Sa niente altro? - MANNOIA F.: no, io non so se i rapporti furono migliorati o  peggiorarono. Io non sono in condizioni di... di riferire niente. - P.M. SCARPIN.:  quindi lei si ferma al 1987. - MANNOIA F.: sì. - P.M. SCARPIN.:  va bene.>>).

Del tutto irragionevole sarebbe ritenere che i risultati di quella tornata elettorale abbiano potuto influire sull’imputato e convincerlo ad incontrarsi con il Riina, così come sarebbe stato prospettato da quest’ultimo, secondo le dichiarazioni di Emanuele Brusca, sulla cui inaffidabilità in merito al presunto incontro fra l’imputato ed il capomafia, radicata anche dalla incongruità di tale, riferito antefatto, si ritornerà più avanti: <<BRUSCA: Allora, in seguito alle votazioni politiche dell’87, quindi quando votammo per il partito socialista, in seguito ebbi modo di incontrarmi con Riina S. tra l’altro, non ricordo per quale motivo particolare mi incontrai, se era questione di affari, se era questione di interessi, nel corso del discorso mi dice “vedi che all’Onorevole Andreotti è venuto l’interesse di incontrarmi” quindi in seguito al risultato elettorale avuto dal partito socialista e quindi c’era questo interesse disse lui di incontrarsi. - PM: Mi scusi, Riina glielo disse così parlando in italiano, o glielo disse in dialetto? – BRUSCA: No, mi disse una frase in siciliano. - PM: E la vuole dire in siciliano com’è? – BRUSCA: “U viri a chiddu ci vinni a ntisa di incuntrarimi!” ad Andreotti.>>. Non può, pertanto, non stupire che il Brusca non abbia fatto alcuna menzione dell’effettivo esito (disastroso) del piano elettorale del Riina ed abbia, con la sua indicazione, collegato ad esso (accreditando, in qualche modo, le parole del Riina) la esigenza di Andreotti di incontrare il capomafia: anche tale aspetto va messo nel conto della totale inattendibilità del Brusca, sulla quale, come avvertito, ci si intratterrà infra.   

Benché, come già ricordato in altra parte del presente elaborato, sull’esito del piano elettorale del Riina abbiano inciso defezioni e deroghe, tuttavia deve riconoscersi che il disegno del boss, fondato su illusorie aspettative (si rammentino le già riportate, esplicite indicazioni del Giuffrè), si sia oggettivamente risolto in un fallimento, posto che, ad onta di tutti i luoghi comuni, la decisione di spostare i voti mafiosi aveva, alla prova dei fatti, determinato una flessione della D.C. tutto sommato modesta, specie nella provincia di Palermo, di gran lunga la più importante e popolosa della intera regione.

Ed invero, richiamando brevemente quanto sopra già illustrato, si può ricordare che, se si eccettua il risultato, assolutamente irrilevante nel contesto generale ma in qualche modo indicativo della circoscritta influenza elettorale della mafia, del seggio speciale della Casa Circondariale dell'Ucciardone, nel quale, in effetti, lo spostamento è stato sensibile (la D.C. passò, quanto alla Camera dei Deputati, dai 168 voti del 1983 ai 107 voti del 1987 ed il P.S.I. dai 30 voti del 1983 ai 122 del 1987, mentre, quanto al Senato, la D.C. vide diminuire i suffragi da 109 a 70 ed il P.S.I. conobbe un incremento di consensi da 24 a 76), per il resto i dati riferiti dal teste isp. Bosco comprovano che la D.C. nella provincia di Palermo ha incrementato il numero dei consensi (da 275.177 a 280.020) ed ha perduto in percentuale un modesto 0,6%.

A parte le già accennate ragioni storiche suscettibili di spiegare, almeno in parte, il forte  incremento del P.S.I., appare assolutamente evidente – come del resto, esplicitamente evidenziato dal teste on. Mario D’Acquisto – che la flessione della D.C. non poteva destare particolari preoccupazioni nei suoi esponenti.

Anzi, approfondendo doverosamente la analisi dell’evento elettorale, occorre considerare che il medesimo D’Acquisto non ha nascosto le difficoltà incontrate nel corso di quella campagna elettorale dalla D.C. in alcuni particolari quartieri a più alta densità mafiosa ed, in sostanza, la consapevolezza della esistenza dell’orientamento della mafia di privilegiare il P.S.I. (si vedano le dichiarazioni del predetto già testualmente riportate in precedenza).

Inoltre, alla stregua della, già riportata, affermazione del collaboratore Angelo Siino, anche il Lima era ben consapevole della scelta della mafia di appoggiare elettoralmente il P.S.I. (<<PM: Senta, lei ebbe modo di parlare con Lima di questo impegno di Cosa Nostra per il partito socialista? Del risultato delle elezioni del 1987? - SIINO A.: Sì, praticamente parlammo con Lima di questa cosa  che aveva avuto già sentore di questa cosa, e lui pensava che fosse una alzata di ingegno di Ciancimino.>>).

Si può, allora, ragionevolmente ritenere: a) che gli esponenti democristiani – e fra di essi, ovviamente, quelli appartenenti alla corrente andreottiana - avevano consapevolezza che sul risultato elettorale aveva pesato anche la scelta dei mafiosi di non votare il partito e di preferire il P.S.I.; b) che, conseguentemente, i medesimi esponenti democristiani avevano avuto la possibilità di verificare la incidenza tutt’altro che determinante ed, invece, circoscritta del voto controllato dalla mafia.

In tale ambito appare una incontestabile forzatura sostenere che l’esito delle elezioni del 1987 possa aver indotto Andreotti a correre ai ripari accettando di incontrare il Riina. Al contrario, i risultati delle votazioni del 1987 potevano, in astratto, indurre in qualsiasi esponente politico il legittimo convincimento che la influenza elettorale della mafia in Sicilia fosse largamente sopravvalutata: in definitiva, perfino un cinico esponente del partito di maggioranza relativa che non disdegnasse compromessi pur di garantirsi consistenti suffragi poteva, tutto sommato, concludere che procurarsi o conservare la benevolenza dei mafiosi non era condizione imprescindibile per conseguire un buon risultato elettorale. In altri termini, la, ormai risalente, arrogante ammonizione che all’imputato era stata rivolta dal boss Stefano Bontate, il quale aveva condizionato al favore dei mafiosi il successo elettorale della D.C. nel Sud del Paese, aveva ricevuto sul campo una clamorosa smentita.  

Dalle dichiarazioni rese dal Giuffrè il 7 novembre 2002 si ricava, poi, una indicazione che contrasta con la ipotesi che sia stata sanata in occasione del presunto incontro in casa di Ignazio Salvo la frattura che si sarebbe creata, per effetto della decisione di spostare i voti mafiosi sul P.S.I., fra Cosa Nostra, da una parte, e la D.C. ed, in particolare, Andreotti, dall’altra: la storica scelta elettorale era, infatti, dipesa dalla declinante attenzione dei vecchi referenti politici e dalla ricerca di nuovi punti di riferimento, che si era ritenuto di individuare negli on.li Craxi e Martelli, ma il risultato era stato l’allargamento della spaccatura, già presente, fra mafia e politica in quanto il Martelli si era schierato con il dr. Falcone ed Andreotti si era rifatto una verginità a scapito di Cosa Nostra emanando provvedimenti legislativi che avevano danneggiato il sodalizio (<PM: Perché voi siete perfettamente dalla parte di Provenzano e quindi assistete in Commissione invece ai discorsi che fanno gli altri componenti della Commissione, questo vuole dire. Senta, ma nel corso di quella riunione così storica a cui lei dà questa importanza così… - GIUFFRE’: Ma è storica vero questa! - PM: … ma espose Riina i motivi di, spiegò a tutti i presenti perché si doveva fare questo, li chiarì specificatamente o comunicò la decisione? - GIUFFRE’: Il discorso era che ormai ne avevamo tutti presa coscienza, signor Procuratore, chi prima chi dopo, ormai avevamo le idee chiare che ci si incamminava in un periodo buio, brutto, era, la prova provata che diciamo iniziava un periodo brutto, la prova provata che alcune persone politicamente si cominciavano completamente a distaccare da noi diciamo e non trovavamo più diciamo quell’appoggio che si trovava prima e Totò Riina trapelava dal suo sguardo, dal suo modo di esprimersi, di parlare anche sempre con una certa arroganza perché lui era convinto che era Gesù Cristo, Dio in terra, cioè facendo questo riusciva a convincerli perché appositamente lui era al di sopra di tutte le parti quello che faceva; lui era presente, era giusto che comandava lui e che poi questo doveva essere un monito a coloro che avevano orecchie da intendere, di intendere. Cioè diciamo che era una minaccia, cioè con questa mossa faceva due cose, da un lato minacciava i signori notabili della Democrazia Cristiana, dall’altro cercava di mettersi nuovi referenti. Il discorso non è che sia, in modo particolare diciamo, agganciarsi alle persone influenti di allora: Craxi e Martelli in modo particolare del Partito Socialista; solo che purtroppo, diciamo, il discorso non, la strategia non gli è riuscita e diciamo che ulteriormente anche questa spaccatura tra mafia e politica si è ulteriormente allargata perché poi successivamente troveremo una reazione sia della Democrazia Cristiana, sia dei Socialisti e poi siamo negli anni ’90, appositamente contro di noi, troviamo a Martelli contro, ad Andreotti contro, cioè ce li troviamo (inc.) - PM: Ma contro in che cosa? - GIUFFRE’: Legislativamente, cioè Martelli si schiera, si schiera pure apertamente con, appoggiando Falcone, Andreotti non so se posso usare sta frase, si fa la verginità a discapito nostro facendo dei decreti apposta per mandare tutti dentro quelli che sono, se ricordo bene, non è stato precedentemente messo agli arresti domiciliari, cioè non è stato… il così detto boomerang, cioè un colpo da k.o. sul vero senso della parola che poi giustamente…>).

Come si è visto, negativi sono i risultati della indagine fin qui svolta alla ricerca di concreti segnali da cui desumere una eventuale disponibilità manifestata, beninteso dopo la primavera del 1980, da Andreotti nei confronti dei mafiosi e nessun particolare evento poteva giustificare, anche nella fase successiva alle elezioni del 1987, una condiscendenza del predetto verso una ipotetica richiesta del Riina di incontrarlo, richiesta che, ad ammetterne la esistenza, poteva essere stata originata dal più volte richiamato retaggio dei precedenti, ormai risalenti, comportamenti dell’imputato e del suo persistente legame con il Lima e – sia pure con le riserve già esposte – con il superstite dei cugini Salvo, Ignazio.

Qui, per inciso, va ricordato che, secondo quanto riferito da Giovanni Brusca, il Riina, ben prima dell’esito negativo del maxiprocesso, aveva deciso la uccisione di Ignazio Salvo: ora, tenendo conto che all’epoca indicata dal Brusca non erano ancora intaccate le speranze di un “aggiustamento” del maxiprocesso, se si ammettesse che Ignazio Salvo si era con successo attivato per ottenere che, come richiesto dal Riina, Andreotti si incontrasse con lui, rimarrebbe scarsamente comprensibile la ragione per cui il capomafia ne avesse decretato la morte. Per contro, la ritorsione del Riina troverebbe giustificazione se si opinasse che il Salvo non si era adoperato o, comunque, non era riuscito ad ottenere l’incontro che gli era stato espressamente richiesto, cosicché la affermazione del Brusca potrebbe interpretarsi come una controindicazione della tesi accusatoria.

Ma, anche tralasciando tali, pur plausibili, ipotesi, si osserva che il soddisfacimento, da parte dell’imputato, della eventuale richiesta del Riina implicava un grave passo che non poteva essere compiuto con leggerezza e senza più che importanti ragioni, cosicché deve riconoscersi che il quadro che si presentava alla vigilia del presunto incontro non giustifica un approccio compiacente alle dichiarazioni accusatorie del Di Maggio, ma, al contrario, induce a valutarle con ogni possibile cautela e rigore.

Insomma, contrariamente a quanto dedotto dai PM appellanti, una lettura non “decontestualizzata” della situazione fin qui delineata non conforta affatto l’assunto accusatorio.

Peraltro, la Corte, soprattutto per le ragioni esposte nelle premesse introduttive, non riterrebbe, comunque, possibile, data anche la peculiarità dell’eclatante episodio (che avrebbe visto un eminente uomo politico nazionale incontrare, in casa di un imputato sottoposto agli arresti domiciliari, il famigerato capo assoluto di Cosa Nostra, da lungo tempo latitante, che, abbandonando i tradizionali metodi mafiosi, aveva decisamente orientato la attività del sodalizio verso una dura contrapposizione frontale allo Stato ed ai suoi rappresentanti, molti dei quali erano stati assassinati), trarre spunti corroborativi per le affermazioni del Di Maggio da indicazioni indirette, suggerite dal semplice contesto.

In buona sostanza, per ritenerlo provato occorre che l’incontro fra Andreotti e Riina trovi negli specifici apporti ad esso inerenti – e, perciò, in primo luogo nelle dichiarazioni del Di Maggio - adeguata e rigorosa dimostrazione.

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2. Come è stato già ricordato nel riepilogo dei motivi di gravame, i PM appellanti, nell’occuparsene, hanno ribaltato l’ordine cronologico dei contributi dei vari collaboratori di giustizia, nell’enunciato intento di dimostrare che le indicazioni del Di Maggio si inserivano in un quadro probatorio già, di per sé, pregnante.

In verità, legittimo è il sospetto che gli appellanti, con la loro singolare operazione – che ha posposto all’esame delle propalazioni di altri collaboratori quello delle originarie e fondamentali dichiarazioni del Di Maggio -, abbiano, in realtà, inteso sottrarre gli apporti solo successivi alla obiezione che su di essi avessero esercitato una impropria incidenza le notizie concernenti le affermazioni dello stesso Di Maggio, ampiamente diffuse dai mezzi di comunicazione: in altri termini, hanno sottilmente inteso prevenire il rilievo che le indicazioni cronologicamente successive fossero state ispirate o, comunque, in larga misura condizionate dalla conoscenza delle precedenti dichiarazioni del Di Maggio.

Ma, la anteriorità e la diffusione delle affermazioni del Di Maggio e la potenzialità inquinante della pubblicazione delle stesse su apporti solo successivi sono dati di fatto ineliminabili e che devono essere debitamente considerati, cosicché un corretto e prudente metodo di indagine non può che prendere le mosse dall’analisi delle propalazioni del medesimo Di Maggio e tener conto della possibile incidenza della diffusione delle stesse su indicazioni sopravvenute.

Passando, dunque, ad esaminare l’apporto di quest’ultimo, non si ripeteranno in questa sede i contenuti delle dichiarazioni del medesimo, per i quali si rinvia all’esauriente riepilogo delle motivazioni della appellata sentenza e dei motivi di gravame.

Ora, anche a voler essere particolarmente inclini con le ragioni dell’Accusa, si deve riconoscere che la attendibilità personale del collaboratore non sia immune da consistenti rilievi.

Innegabili, invero, appaiono alcune contraddizioni nelle quali il predetto è incorso nonché una certa inclinazione a raccontare fatti inesistenti e, comunque, a non limitare rigorosamente la sua narrazione a fatti effettivamente esistenti (al riguardo si può fare rinvio al superiore resoconto delle motivazioni della appellata sentenza).

Tali atteggiamenti e dette contraddizioni, poi, non possono trovare esauriente spiegazione nella originaria volontà di non parlare dell’eclatante episodio in trattazione, giacché, in primo luogo, sarebbe stato, all’uopo, sufficiente non fare menzione dei fatti che anche solo indirettamente potessero richiamarlo, sui quali nessuno lo aveva specificamente interrogato. 

Non si vede, poi, come detto intendimento del Di Maggio possa giustificare, per esempio, le contraddittorie indicazioni fornite in ordine ai rapporti ed ai contatti con i Salvo e, soprattutto, la storia dello spostamento del maxiprocesso ad altra sezione della Corte di Assise, spontaneamente riferita nel corso della prima deposizione del 9 gennaio 1993.

Fuori dal medesimo, possibile intendimento sono, inoltre, le contraddittorie affermazioni riguardanti la collocazione temporale dell’asserito incontro fra l’imputato ed il Riina, che nella specie non si limitano, come in altri casi, ad una indicazione comprensibilmente solo approssimativa ma costante, ma si caratterizzano per rilevantissime oscillazioni che investono addirittura la individuazione dell’anno in cui l’episodio si svolse.

Su questo punto specifico la Corte non ritiene di doversi soffermare particolarmente, se non per rilevare che la erroneità del collegamento temporale dell’asserito incontro Andreotti-Riina con l’omicidio Dragotta, consumato nel settembre 1988, non appare sufficientemente giustificata dalla possibile confusione con altri fatti di sangue, avvenuti effettivamente nell’autunno del 1987 (epoca in cui, secondo l’Accusa, va collocato l’incontro medesimo). Il Dragotta, infatti, venne assassinato il 22 settembre 1988 e, per di più, era stato già oggetto delle attenzioni dei killer, avendo in precedenza - il 28 febbraio 1988 – subito un attentato, cosicché la peculiarità della sua vicenda riduce la possibilità di sovrapporla nel ricordo ad altri ed anteriori fatti di sangue consumati dal Di Maggio nel 1987, con i quali, secondo i PM, il predetto la avrebbe confusa. Inoltre, i PM hanno individuato tali ulteriori fatti di sangue nell’omicidio di Emilio Di Carlo, nel tentato omicidio di Giuseppe Saputo e nel duplice omicidio dei fratelli Giuseppe e Castrenze Balsano, tutti commessi il 23 ottobre 1987: ora, per quanto si possa concedere ad un frequente assassino, quale era, per sua stessa ammissione, il Di Maggio, una difficoltà di distinguere nel ricordo l’epoca delle svariate azioni omicidiarie da lui commesse, appare, però, davvero anomalo confondere una singola uccisione con la vicenda di ben quattro episodi delittuosi consumati nello stesso giorno, quasi un anno prima. In altri termini, se, come opinano i PM appellanti, il Di Maggio avesse voluto, in realtà, indicare che l’incontro Andreotti-Riina era avvenuto nel settembre 1987, sarebbe stato naturale, volendolo cronologicamente avvicinare a qualcuno dei numerosi fatti di sangue di cui si era macchiato, associarlo agli episodi del 23 ottobre 1987, peculiari anche per uno sperimentato killer.

Ma è, in particolare, il ricordato, falso riferimento allo spostamento del maxiprocesso che appare alla Corte di notevole importanza: esso, infatti, rivela non solo uno scarso rigore ricostruttivo, ma anche una capacità di inventare, senza uno scopo preciso (quale poteva essere, per esempio, quello iniziale di screditare il Di Maggio che animava Giovanni Brusca), che esuli dalla volontà di rivelare fatti eclatanti, dati ed episodi del tutto inesistenti.

Giova precisare che la falsa informazione de qua non può essere adeguatamente giustificata dalla stanchezza per il lungo interrogatorio del 9 gennaio 1993, posto che una eventualità del genere può plausibilmente spiegare un appannamento della memoria e, dunque, un affievolirsi dei ricordi, ma non, al contrario, la invenzione di un fatto inesistente (la analoga, lunga durata dell’interrogatorio, pure contraddistinto dalla enumerazione degli svariati fatti di sangue di cui il propalante si era reso protagonista, richiama quello reso il 3 ed il 4 aprile 1993 dal Marino Mannoia, al quale, appunto, si può rimproverare qualche deficit di memoria solo successivamente colmato, ma non già la ingiustificata invenzione di fatti inesistenti).

Deve, pertanto, prendersi atto che, a tutto volere concedere alla Accusa, fin dall’esordio il Di Maggio ha dato prova, nel riferire i fatti, di una certa disinvoltura e di un insufficiente rigore.

A ciò deve aggiungersi che il collaboratore, come egli stesso, infine, ha, sia pure con qualche sintomatica resistenza, riconosciuto, ha parlato per la prima volta del riferito incontro Andreotti-Riina soltanto il 16 aprile 1993, solo dopo aver appreso che era stata ritualmente avviata, con grande strepito, la inchiesta giudiziaria a carico dell’uomo politico (<<AVV. COPPI: senta, non è che per caso nella sua decisione di  incominciare a fare il nome del Senatore Andreotti il 16 aprile, abbia influito il fatto che nel frattempo Mannoia e Buscetta avevano già parlato del Senatore Andreotti? - DI MAGGIO B.: no! - AVV. COPPI: lei non ne sapeva nulla di queste dichiarazioni? - DI MAGGIO B.: no! - AVV. COPPI: lei non legge i giornali? - DI MAGGIO B.: ma qualche volta sì, qualche volta no. - AVV. COPPI: qualche volta, no. La televisione?... Qualche volta  sì, qualche volta no. - DI MAGGIO B.: ma, c'è mio figlio che gioca che al computer, perciò non mi fa guardare neanche il telegiornale. - AVV. COPPI: e quindi non può vedere neppure il telegiornale. Quindi lei non sapeva quando ha reso le dichiarazioni che il nome del Senatore Andreotti era già stato fatto, in relazione a Cosa Nostra? - DI MAGGIO B.: l'avrò sentito! - AVV. COPPI: come? - DI MAGGIO B.: l'avrò sentito. - AVV. COPPI: l'avrà sentito, l'avrà o lo ha sentito, perché sa  questo avrà, avrò non significa niente. - DI MAGGIO B.: mah, ho sentito! - AVV. COPPI: lo ha sentito. Quindi quando lei  reso le sue dichiarazioni del 16 aprile, già sapeva che il Senatore Andreotti era stato coinvolto, sia pure ingiustamente a nostro avviso, nelle cose di Cosa Nostra. - PRESIDENTE: lo sapeva o non lo sapeva? - DI MAGGIO B.: l'ho saputo tramite telegiornale... - PRESIDENTE: e allora lo vede il telegiornale, lei? - DI MAGGIO B.: sì, qualche volta lo vedo. - AVV. COPPI: ecco, e aveva visto evidentemente anche quello in cui si parlava del Senatore Andreotti. - PRESIDENTE: va be' questo è un commento Avvocato Coppi! - AVV. COPPI: no, è una domanda, dico quindi ha visto anche, ha visto quindi anche i telegiornali che riguardavano il Senatore Andreotti? - DI MAGGIO B.: eh, l'avrò visto. - AVV. COPPI: lo avrà, o lo ha... - DI MAGGIO B.: l'avrò visto.>>).

Ne deriva che grava, altresì, sullo stesso Di Maggio il sospetto di aver preso lo spunto dalla recentissima, clamorosa notizia dell’avvio della inchiesta giudiziaria a carico dell’imputato, dalle inaudite indicazioni con cui il Marino Mannoia ed il Buscetta avevano recentemente parlato di personali incontri di Andreotti con alcuni capimafia e da alcuni fatti di cui era al corrente per assumere un atteggiamento processuale strumentalmente compiacente verso le esigenze investigative degli inquirenti e volto a acquisire la peculiarissima importanza che la rivelazione dell’eclatante incontro dell’imputato con il Riina avrebbe presumibilmente procurato alla sua figura di collaboratore.

Tale sospetto, come si è rimarcato nelle premesse introduttive, deve sempre coltivarsi nel valutare, nella vicenda giudiziaria di cui ci si occupa, le dichiarazioni accusatorie provenienti, in special modo, dai collaboratori di giustizia e la esigenza tanto più deve tenersi presente se si considera che sicure indicazioni dimostrano, da un lato, come si è detto, un incerto rigore narrativo del Di Maggio e, dall’altro, anche con riferimento a comportamenti successivi, come più ampiamente evidenziato dal Tribunale, una propensione del medesimo a mentire, a calunniare, a concordare dichiarazioni con altri “pentiti” e perfino a sfruttare la posizione di importantissima fonte accusatoria addirittura per perseguire la propria impunità il relazione ai delitti, anche gravissimi, commessi nel corso della collaborazione con la giustizia.

Se si tiene conto che il Di Maggio si determinò a collaborare solo per sfuggire alla sua paventata soppressione decretata dai mafiosi, tanto che, successivamente, riprese a delinquere commettendo ulteriori, gravissimi reati, convinto che le sue propalazioni gli potessero procurare una sorta di impunità, si può concludere che una, anche solo elementare, analisi della personalità del predetto non soltanto non mostra affatto un sincero ravvedimento per il suo passato di mafioso di spicco e di pericolosissimo killer, ravvedimento al quale saldamente ancorare la genuinità delle dichiarazioni del medesimo, ma rivela anche un atteggiamento strumentale, attento ai benefici ricavabili dalla sua posizione di collaboratore essenziale in quella che era intuitivamente la più eclatante inchiesta giudiziaria avviata dalla Procura della Repubblica di Palermo.

Anche volendo non disconoscere qualche fondamento agli articolati ragionamenti che i PM sono stati costretti a svolgere per difendere la attendibilità delle propalazioni del Di Maggio e per giustificare le oscillazioni del medesimo, ed anche volendo concedere, per converso, che il Tribunale abbia eccessivamente enfatizzato il significato di alcune discordanze, non si può, tuttavia, non ammettere che dati certi impongano di nutrire serie riserve sulla specifica affidabilità del predetto e di valutare con ogni circospezione le sue dichiarazioni.

Come si è avvertito, la Corte non intende soffermarsi particolarmente sul contenuto delle medesime dichiarazioni ed insistere su tutti i rilievi già sollevati dal Tribunale e contestati dai PM appellanti, ma ritiene sia sufficiente formulare solo alcune osservazioni di incontestabile, oggettiva valenza, idonee di per sé a consolidare la già profilata impossibilità di accogliere le indicazioni del Di Maggio alla stregua di elementi di sicura efficacia dimostrativa, atti a concorrere a provare il fatto con l’ausilio di un riscontro anche solo generico e non particolarmente pregnante.     

Nel riepilogare i motivi di gravame è stato dato conto che i PM nella loro argomentazione assegnano alle indicazioni del Di Maggio, rispetto a quelle degli altri collaboratori (i fratelli Enzo Salvatore ed Emanuele Brusca, Antonio Calvaruso, Salvatore Cancemi, Tullio Cannella), prese in anticipata considerazione, la funzione di colmare la carenza di alcuni dettagli quali: a) i canali attraverso i quali era stato concordato l’appuntamento fra Andreotti e Riina; b) l’orario in cui l’incontro si era svolto; c) la indicazione delle persone che avevano partecipato allo stesso.

Ma, a ben vedere, nella ricostruzione del Di Maggio il primo punto è significativamente incompleto.

In particolare, alla stregua di quanto riferito dal collaboratore, egli stesso avrebbe recato ad Ignazio Salvo la richiesta del Riina di incontrare Andreotti e, quindi, dopo circa quindici/trenta giorni, sarebbe stato incaricato da Angelo La Barbera di andare a prelevare lo stesso Riina e di vestirsi in modo decoroso, senza neppure essere informato specificamente del contenuto della missione, di cui – dato l’asserito riserbo del Riina - è ragionevole ritenere che neppure il latore del messaggio fosse al corrente: è, pertanto, evidente che la indicazione del Di Maggio non precisa affatto i canali a mezzo dei quali venne concordato il presunto appuntamento, atteso che egli ha esclusivamente riferito di aver comunicato al Salvo la richiesta del Riina.

La lacuna appare particolarmente significativa, posto che non constano altri canali a mezzo dei quali il Riina tenesse i contatti con il Salvo al di fuori dei Brusca e del Di Maggio, il cui intervento in questa fase deve essere escluso, atteso che costoro hanno tutti collaborato con la giustizia e nessuno di essi ha parlato delle modalità con cui venne perfezionato e comunicato il presunto appuntamento. A questo riguardo è utile richiamare le dichiarazioni con cui Emanuele Brusca, a seguito di specifica domanda della Difesa, ha negato di aver ricevuto dal Riina incarico di prendere contatto con Ignazio Salvo con riferimento al presunto incontro con Andreotti: <<AVV.COPPI: Benissimo. Le risulta che Riina le abbia dato incarico di prendere contatto con I. Salvo? Di sentire I. Salvo se era disponibile a mettere a disposizione l’appartamento e via dicendo? Su questo specifico fatto, lasciamo stare le altre cose! Cioè, lei ha avuto l’incarico da Riina di andare da I. Salvo e di parlargli di questo incontro? – BRUSCA: Io nella ricostruzione che ho fatto non ricordo il fatto che Riina mi disse “l’incontro sarà da I. Salvo”! - AVV.COPPI: No, lei risponda, stia attento, perchè la mia domanda è questa: Riina le disse di andare da I. Salvo e parlare di questo incontro? Lei ha avuto un incarico di questo genere? – BRUSCA: No, non credo.>>.

Del resto, se si vuole dare retta alle dichiarazioni del Cancemi, sulle quali si ritornerà più avanti, in quel periodo era proprio il Di Maggio a svolgere l’incarico di fare da tramite fra il Riina ed Ignazio Salvo; inoltre, deve ragionevolmente ritenersi che il Riina non avrebbe affidato la sua latitanza – e, dunque, la possibilità di reperirlo – che ad una ristrettissima cerchia di persone nelle quali riponeva la massima fiducia, sicché deve dubitarsi che Ignazio Salvo disponesse di canali per raggiungere il Riina e per fargli pervenire una comunicazione al di fuori dei fidatissimi Di Maggio e Brusca, i quali, del resto, erano coloro che con lui intrattenevano i relativi rapporti e gli recavano i messaggi del boss (si ricordino, a titolo esemplificativo, le dichiarazioni, sopra testualmente riportate, di Emanuele Brusca, concernenti i contatti con Ignazio Salvo relativi ad una raccomandazione del Riina destinata al Lima).

Ancora, alla stregua della narrazione del Di Maggio e della asserita, estrema riservatezza che sarebbe stata conferita alla faccenda dal Riina - il quale avrebbe addirittura imposto al futuro collaboratore di non comunicare al Salvo la richiesta dell’appuntamento alla presenza di Emanuele Brusca ed avrebbe, inoltre, espressamente raccomandato al medesimo di non parlare con nessuno dell’avvenuto incontro -, deve ragionevolmente individuarsi nello stesso Di Maggio il soggetto al quale il Salvo avrebbe dovuto fare riferimento (si ritornerà più avanti sul possibile significato della presunta, particolare riservatezza del Riina, che trova oggettivo riscontro nella circostanza che la conoscenza dell’episodio non era, a tutto concedere, niente affatto diffusa in Cosa Nostra).

Degno di nota è, poi, che, alla stregua delle stesse dichiarazioni del collaboratore, il Rabito – uomo di fiducia di Ignazio Salvo e presumibile tramite fra costui ed i mafiosi nella ipotizzata vicenda – era perfettamente in grado di reperire sia i Brusca che il Di Maggio medesimo, che gli era stato “ritualmente” presentato proprio da Giovanni Brusca, circa sei mesi prima, all’interno della officina dello stesso Di Maggio (<<PM LO FORTE: ritornando a Paolo Rabito. Lei ha detto poc'anzi, che fu Paolo Rabito a condurre lei e Riina nell'appartamento di Ignazio Salvo. Ha anche detto, se la memoria non mi inganna, ha anche già detto che Paolo Rabito era uomo d'onore della “famiglia” di Salemi. Ecco, lei conosceva già da prima Paolo Rabito o lo ha conosciuto in quella circostanza? - DI MAGGIO B.: no, io lo conoscevo sei mesi prima di quell'incontro, dove venne con Giovanni Brusca nella mia officina, presentandomi a Paolo Rabito come uomo d'onore e della “famiglia” di Salemi. Dice: “se avete bisogno di qualsiasi cosa, ci si mette a disposizione”.>>).

E, del resto, lo stesso Ignazio Salvo era perfettamente in grado di indirizzare il Rabito dal Di Maggio, che era stato il latore della presunta richiesta del Riina ed era, quindi, il naturale destinatario della relativa risposta, specie se si considera che il predetto non ha affatto riferito di aver raccomandato al Salvo di utilizzare un diverso canale di comunicazione: il Salvo ed il cugino Antonino erano stati, infatti, in una precedente occasione accompagnati da Giovanni Brusca presso la officina del collaboratore (<<DI MAGGIO B.: eh, io incontrai, diciamo a Nino e Ignazio Salvo che vennero un giorno con Giovanni Brusca, accompagnati da Giovanni Brusca, in officina, e l'accompagnai in Contrada Dammuse. Uno... […] PM SCARPIN.: Signor Di Maggio, in questa occasione, quindi se ho capito bene, i cugini Salvo vennero nella sua officina? - DI MAGGIO B.: sì. - PM SCARPIN.: accompagnati da Giovanni Brusca? - DI MAGGIO B.: sì.>>).

Sulla stessa linea si collocano le dichiarazioni con cui Giovanni Brusca (udienza del 29 luglio 1997) ha precisato il ruolo di intermediario ordinariamente curato dal Rabito, specificando anche che i Salvo facevano costantemente riferimento, per le loro comunicazioni, proprio alla “famiglia” di San Giuseppe Jato - alla quale, come è noto, appartenevano i Brusca ed il Di Maggio - (<<PM: Ho capito, va bene, non le risulta ed è sufficiente per noi in questo momento. Perché lei aveva rapporti con Paolo Rabito, se ne aveva, se lo vuole spiegare, sempre in maniera sintetica, poi l'approfondimento glielo faccio io. - BRUSCA G.: Paolo Rabito era la persona, la principale persona che ci creava i contatti con i Salvo, cioè quello che veniva a San Giuseppe Jato e... per creare gli appuntamenti con i Salvo o che noi andavamo a Salemi per cercare i Salvo per poi andare o a Palermo o nella stessa Salemi. - PM: Questa funzione il Rabito l'ha espletata sempre o ci sono stati dei periodi, per quello che lei sa, in cui è stato sostituito da altri? - BRUSCA G.: No, sempre. Veniva sostituito da altri per... o per motivi banali o perché non si trovava al momento, ma la prima persona era lui e poi tutti gli altri. […] PM: Ed allora... quindi dicevo se componenti della famiglia di Salemi, cioè i cugini Salvo, Antonio Salvo figlio di un fratello di Ignazio, del quale non facciamo il nome, e Paolo Rabito... - BRUSCA G.: Sì. - PM: In che rapporti erano col mandamento di Mazara del Vallo, per quello che lei sa. - BRUSCA G.: Ufficiosamente... - PM: Iniziamo intanto in questa maniera. - BRUSCA G.: Ufficiosamente e apparentemente buoni. Se vuole gli spiego perchè gli dico ufficiosamente e apparentemente buoni. - PM: Sì, dica. Che significa ufficiosamente buoni? - BRUSCA G.: Siccome il Paolo Rabito, dopo la morte di Ignazio Salvo, non sapendo o immaginando per quale motivo sarebbe morto Ignazio Salvo e conoscendo un po' le strategie di Cosa Nostra, con la scusa di... della cattura o perlomeno che il Di Maggio l'avrebbe potuto chiamare in causa, quindi accusandolo di essere uomo d'onore, si allontanò, ma si allontanò anche per fuggire ad un'eventuale ritorsione nei suoi confronti. - PM: No, mi scusi, non sono stato chiaro nella domanda, perchè non la potevo porre in maniera più esplicita. Allora gliela pongo in quest'altra maniera. Quando dovevano parlare con uomini d'onore di Palermo, informavano i rispettivi... i rispettivi capo famiglia di Salemi e capo mandamento di Mazara oppure no? - BRUSCA G.: No, no, direttamente venivano a cercare a noi di San Giuseppe Jato. Questo, credo, lo avevo... pensavo di averlo spiegato questa mattina. - PRESIDENTE: I soggetti chi sono, i soggetti? - PM: I soggetti sono gli uomini d'onore della famiglia di Salemi, dei quali ho fatto i nomi: i cugini Salvo, l'Antonio Salvo, che poi abbiamo identificato, e Paolo Rabito. Quindi si rivolgevano direttamente a voi di San Giuseppe Jato. - BRUSCA G.: Di San Giuseppe Jato. - PM: Questa per quella che è la sua esperienza di Cosa Nostra era un fatto normale o un fatto eccezionale? - BRUSCA G.: No, un fatto eccezionale che riguardava i cugini Salvo e, quindi, di riflesso Paolo Rabito o il nipote.>>).

Ancora, mette conto evidenziare come lo stesso Emanuele Brusca abbia parlato, sia pure non ricordandone lo specifico oggetto, di alcune occasioni in cui Ignazio Salvo ebbe a contattarlo per comunicare qualche messaggio al Riina (<<AVV.COPPI: Quindi lei non ha riscontri di queste raccomandazioni che lei inoltrava. Senta, è accaduto l’incontrario? Cioè che I. Salvo abbia cercato lei per avere dei contatti con Riina per mandare delle comunicazioni a Riina, o era sempre Riina che mandava lei da Salvo? – BRUSCA: Qualche volta è capitato, però non riesco a focalizzare in questo momento per quale motivo. - AVV.COPPI: Quindi non ci sa dire neppure le occasioni, neppure i periodi? – BRUSCA: Siamo sempre in quei periodi, però non riesco a focalizzare quale fatto, cioè qual è il motivo per cui I. Salvo mi abbia chiamato per riferire qualche cosa, però è capitato diciamo.>>).

Il P.G., del resto, ha mostrato di condividere l’evidenziato monopolio dei rapporti con il Salvo detenuto dai mafiosi di San Giuseppe Jato ed, in particolare, dal Di Maggio e dai fratelli Emanuele e Giovanni Brusca: nell’ambito di un intervento (udienza del 4 aprile 2003) teso a screditare la attendibilità delle dichiarazioni di Giuseppe Lipari, il P.G. ha, infatti, rilevato come costui non avesse potuto fare a meno di ammettere che i Brusca ed il Di Maggio erano gelosissimi di tale funzione di tramiti fra il Riina ed Ignazio Salvo.

D’altronde, malgrado ci si possa avvalere di numerosi apporti collaborativi di svariati soggetti che hanno anche ricoperto posizioni di spicco in Cosa Nostra, non si intravede, al di fuori del Di Maggio e dei Brusca, altro personaggio al quale plausibilmente attribuire la eventuale funzione di tramite fra il Salvo ed il Riina. Anche a voler dare credito al Cancemi, il tramite non potrebbe neppure individuarsi nel boss Raffaele Ganci – assai vicino al Riina - o in altro mafioso della cosca del medesimo, posto che lo stesso Ganci avrebbe, a dire del Cancemi, asseverato la veridicità di quanto il Di Maggio andava raccontando facendo riferimento proprio alla funzione di collegamento fra il Riina ed il Salvo dal medesimo svolta e non, dunque, ad interventi nella vicenda di terzi di cui era a conoscenza (<<CANCEMI S.: sì, lui ha detto proprio così, ripeto le parole che ha detto lui, si è levato gli occhiali, dice, “sta minchia”, dice bugie, Salvatore... Baldassare Di Maggio, dice quello che sta dicendo, dice è la verità, perché i rapporti con i cugini Salvo, l'Onorevole Lima, e poi Andreotti, dice “‘U Zi’ Totuccio”, ci fa tenere a Balduccio Di Maggio.>>).

Dunque, contrariamente a quanto apoditticamente assumono i PM appellanti, il Di Maggio non ha affatto colmato la lacuna in questione precisando le modalità con cui venne fissato il presunto appuntamento e, per di più, per le brevi considerazioni esposte, la totale assenza di indicazioni al riguardo induce ad affacciare la ipotesi che il collaboratore, magari prendendo spunto dalla richiesta del Riina da lui recata al Salvo (evento che potrebbe essere effettivamente avvenuto) e, in ipotesi, anche da una possibile visita resa dal Riina allo stesso Salvo, in occasione della quale egli lo aveva accompagnato (evento che potrebbe essere effettivamente avvenuto), abbia inventato l’incontro dell’imputato con il capomafia senza curare di completare il proprio fantasioso racconto corredandolo di quello snodo essenziale.

Anche volendo superare la obiezione testé formulata ed ipotizzare, ad onta del contesto che indicherebbe proprio lo stesso Di Maggio, un misterioso, diverso tramite fra Ignazio Salvo ed il Riina, non si potrebbe, comunque, negare che la congruenza complessiva del racconto del collaboratore esca menomata dalla evidenziata lacuna, che getta una ulteriore ombra sulla specifica affidabilità del medesimo.

Proseguendo nella ricerca di elementi che consentano valutare la attendibilità del Di Maggio e che possano, al contempo, allontanare la possibilità che egli abbia semplicemente inventato l’episodio, la Corte osserva che una verifica essenziale riguarda la coerenza della relativa narrazione.

In proposito si deve considerare che, rispetto al nucleo essenziale della vicenda, il Di Maggio sarebbe stato testimone oculare di pochi istanti cruciali: a suo dire, infatti, egli stesso ed il Riina sono stati accolti dal Rabito presso il cancello che chiudeva l’ingresso secondario dello stabile in cui abitava Ignazio Salvo, sono stati condotti tramite l’ascensore interno direttamente fino al piano attico, sono stati introdotti nell’appartamento di Ignazio Salvo e, percorso un corridoio, sono entrati in una sala dove hanno trovato Andreotti e Lima; il Di Maggio ha salutato e si è appartato in altro vano (dove è rimasto ad aspettare in compagnia del Rabito); quindi, è stato chiamato, ha salutato e si è allontanato con il Riina.

Ebbene, in relazione alla, ben delimitata, diretta osservazione dei pochi istanti in questione ci si sarebbe attesi una narrazione costante e priva di contraddizioni, sennonché, come rilevato dai primi giudici, le dichiarazioni del collaboratore hanno oscillato su un particolare apparentemente secondario, ma che non manca di incidere profondamente sulla coerenza del circoscritto racconto: esso è costituito dalla presenza di Ignazio Salvo sull’uscio dell’appartamento all’arrivo del collaboratore e del capomafia, accompagnati dal Rabito.

Sul punto occorre brevemente ricordare che la presenza del Salvo sull’uscio è stata affermata nella prima dichiarazione del 16 aprile 1993 [<Con l'ascensore io, il Riina ed il Rabito salimmo nella casa del Salvo, il quale ci fece entrare, facendoci percorrere un corridoio in fondo al quale, sulla destra, c'era una stanza nella quale ci fece entrare. Al nostro arrivare, le persone presenti, che io riconobbi senza ombra di dubbio essere l'On. Andreotti Giulio e l'On. Lima Salvo, si alzarono e ci salutarono. In particolare, io strinsi la mano ai due deputati e baciai Salvo Ignazio, che pure avevo già salutato al mio arrivo. Il Riina, invece, salutò con un bacio tutte e tre le persone (Andreotti, Lima e Salvo)>], negata nella seconda dichiarazione del 13 dicembre 1993 [<Dopo che Riina ed io, accompagnati da Rabito Paolo, giungemmo all’interno dell’appartamento del Salvo, fummo introdotti in un ampio salone che ho già descritto. Il Rabito non entrò nel salone. Entrammo il Riina ed io, e Salvo Ignazio venne incontro a noi e ci salutò entrambi con un bacio. Nel salone su un ampio divano erano seduti il Sen. Andreotti e l’On.le Lima.>] e riaffermata, quindi, in sede dibattimentale sia dinanzi ai giudici di Palermo che davanti a quelli di Perugia, cosicché, almeno con riguardo alle prime tre deposizioni del Di Maggio, non è possibile riscontrare una sequenza di indicazioni costanti e coerenti, interrotta accidentalmente da altra discordante, frutto di un occasionale appannamento della memoria o di un contingente errore.

Inoltre, come si può agevolmente evincere dai brani nuovamente riportati in modo testuale, il resoconto in entrambi i casi è fluido ed articolato: per essere più chiari, il collaboratore non si è limitato il 16 aprile 1993 a collocare incidentalmente e fugacemente il Salvo sull’uscio dell’appartamento, ma, al contrario, ha articolato il suo racconto, riferendo specificamente che lo stesso Salvo aveva accompagnato lui ed il Riina lungo un corridoio e li aveva introdotti nella sala dove si trovavano Andreotti e Lima; allo stesso modo, però, il 13 dicembre 1993 il propalante non si è limitato a collocare incidentalmente e fugacemente il Salvo all’interno del salone anziché sull’uscio dell’appartamento, ma, al contrario, ha dettagliato il suo racconto precisando specificamente che il predetto, all’ingresso nel salone dello stesso dichiarante e del Riina, era andato loro incontro e li aveva salutati entrambi baciandoli.

Ancora, sempre dalla lettura dei brani suddetti si ricava in termini incontestabili che il dichiarante non palesa la benché minima incertezza nella ricostruzione di quei brevi momenti, ricostruzione che, del resto, non è legata alla, possibilmente fallace, memoria di una parola anziché un’altra o di una espressione anziché un’altra o di un fugace gesto anziché un altro, ma a un movimento ben definito del Salvo, direttamente osservato dal collaboratore.

Insomma, alla stregua delle formulate notazioni si dovrebbe concludere che il Di Maggio abbia in entrambi i casi (16 aprile e 13 dicembre 1993) rappresentato lo svolgimento dei fatti sulla scorta di un ricordo sicuro e vivido, immune da qualunque possibile errore.

La palese discordanza, però, inevitabilmente dimostra che, a tutto concedere, il Di Maggio ha, in termini obiettivi, mentito almeno in una delle due occasioni e la evidenziata, sicura ed articolata ricostruzione offerta in ambedue le circostanze rende difficile ipotizzare che l’oggettivo mendacio sia espressione di un cattivo ricordo su quanto in effetti sarebbe avvenuto in quei pochi istanti, cattivo ricordo che il collaboratore avrebbe, di volta in volta, colmato a casaccio: nel già profilato quadro di incerta attendibilità del Di Maggio si è piuttosto indotti a pensare che il cattivo ricordo abbia, in realtà, investito, in occasione della seconda e della terza deposizione, la fantasiosa ricostruzione fornita nella circostanza immediatamente precedente, il che spiegherebbe in modo congruo le oscillazioni del collaboratore.

Anche a non voler giungere a tale drastica conclusione, non può, comunque, negarsi che la discrasia – sulla quale i PM appellanti, che pur hanno profuso nella elaborazione del gravame una scrupolosissima cura, sintomaticamente sorvolano - costituisca oggettivamente un ulteriore elemento di perplessità sulla specifica attendibilità del Di Maggio, che si aggiunge a quelli già ricordati.

Notazioni analoghe possono essere formulate a proposito della discordanza ravvisabile nelle diverse indicazioni con cui il Di Maggio ha descritto (ma, sarebbe più proprio dire, ha definito) il vano nel quale egli sarebbe rimasto in attesa nel corso del presunto colloquio fra l’imputato ed il capomafia.

Deve rilevarsi, in proposito, che il predetto, a suo dire, sarebbe rimasto per parecchio tempo (secondo la versione più limitata, due ore) all’interno di quel vano, cosicché si deve ritenere che il medesimo abbia avuto inevitabilmente modo di osservarlo con attenzione e che non sia, pertanto, ipotizzabile un cattivo ricordo.

Posto ciò, si deve brevemente rammentare che il collaboratore, in occasione della deposizione del 16 aprile 1993, ha parlato di una sorta di stanza da pranzo, collegando la definizione alla presenza di un grande tavolo e di alcune sedie (“L’altra stanza dove io rimasi ad aspettare con il Rabito doveva invece essere una stanza da pranzo, dato che c'era un tavolo grande con delle sedie”). Nelle successive dichiarazioni, per contro, egli ha parlato di una cucina e, in particolare, nel corso del dibattimento, sollecitato dalla Difesa, ha precisato che la stanza era corredata degli elementi strutturali e degli arredi tipici di un vano adibito a cucina (<<PM SCARPIN.: ho capito. Abbastanza alto. Senta, vuole descrivere ora la stanza nella quale lei attese, insieme a Paolo  Rabito che si concludesse l'incontro? - DI MAGGIO B.: una grande cucina, con un grande tavolo... una, diciamo, una stanza, una cucina da pranzo.[…] AVV. COPPI: ritorniamo un momento sull'episodio del bacio. Lei ha detto che si trovava dove, mentre i personaggi parlavano nella casa di Ignazio Salvo? - DI MAGGIO B.: sì. - AVV. COPPI: dove si trovava, dico? - DI MAGGIO B.: nella casa di Ignazio Salvo. - AVV. COPPI: e grazie! - PRESIDENTE: dove, dove, in quale stanza? Questo è il... - DI MAGGIO B.: ah! In quale stanza? - PRESIDENTE: sì. - DI MAGGIO B.: e... in cucina. - AVV. COPPI: in cucina. Però lei, altre volte, ha detto invece  che non si trovava in cucina, ma che si trovava in una stanza da pranzo. - DI MAGGIO B.: cucina e stanza da pranzo è uguale, per me. - AVV. COPPI: quindi, nella casa di Ignazio Salvo c'era una cucina adibita a stanza da pranzo? - DI MAGGIO B.: sì, sì. […] AVV. COPPI: ah, e allora, questo tavolo con sedie è una sala da  pranzo o no? C'è una separazione tra il salone e la sala da pranzo o no? - DI MAGGIO B.: e... per me la sala da pranzo e cucina è dove c'è la cucina, per me quello è un salone e un salotto. - AVV. COPPI: benissimo! Perché allora lei nel descrivere il luogo dove rimase ad aspettare con Rabito, dobbiamo pensare, qui c'era ancora un omissis, lei dice che quella stanza doveva essere  una stanza da pranzo, dato che c'era un tavolo grande con delle sedie, "non ricordo se il pavimento in parchè..."... etc., etc., faccio riferimento al 16... - PRESIDENTE: sì, sì, questo... - AVV. COPPI: ... al 16 aprile. - PRESIDENTE: ce l'abbiamo. - AVV. COPPI: la stanza dove lei ha aspettato, era una stanza in  cui c'erano anche frigoriferi? In cui c'erano lavelli etc., etc., o no? - DI MAGGIO B.: sì, sì.>>).

Se così è e se, pertanto, nella stanza esistevano segni inequivocabili della sua destinazione a cucina, alla quale, alla stregua della comune esperienza, non può certo considerarsi estranea la presenza di un tavolo e di alcune sedie, risulta difficile comprendere la ragione per cui nella prima dichiarazione il collaboratore abbia parlato, nei termini nuovamente sopra riportati, di una stanza da pranzo e non abbia immediatamente precisato che si trattava di una cucina.

In ogni caso, alla luce del ricordato contesto e delle dichiarazioni testualmente riportate, appare palesemente forzata la deduzione con cui i PM appellanti – significativamente sorvolando sulla evidenziata discrasia - hanno sostenuto che il collaboratore avrebbe fornito una esatta descrizione anche del vano adibito a cucina, dimostrando di conoscere un luogo dell’abitazione del Salvo normalmente precluso a visitatori occasionali: in primo luogo, infatti, non è detto che il Di Maggio, che in altre occasioni si era recato presso la abitazione di Ignazio Salvo, non abbia potuto fugacemente percepire la esistenza della cucina; in secondo luogo, la descrizione del vano fornita dal Di Maggio, che, si ribadisce, secondo il suo racconto sarebbe rimasto all’interno dello stesso per almeno due ore, appare piuttosto generica e niente affatto dettagliata ed individualizzante.

Si deve convenire con il Tribunale che la specifica discordanza non sia, in sé, determinante, avendo, a differenza della prima considerata, un contenuto in qualche misura definitorio e, dunque, un significato non del tutto univoco, ma non è possibile non tener conto che la stessa si inserisce nel già evidenziato quadro di incerta attendibilità del dichiarante, al quale, conseguentemente, si aggiunge un ulteriore motivo di sospetto.

Rinunciando ad approfondite considerazioni critiche sulla evenienza, che appare difficile da credere, che il Riina abbia salutato l’imputato ed il Lima baciandoli – non consta, invero, che essi si conoscessero ed intrattenessero rapporti affettuosi (cfr. le seguenti dichiarazioni di Emanuele Brusca, vicino al Riina: <<AVV.COPPI: Ma a lei risulta che Riina conoscesse Lima? – BRUSCA: A me non risulta. - AVV.COPPI: Ma a lei risulta che era Lima che doveva occuparsi di questa raccomandazione? – BRUSCA: Che ci entrasse Lima si, perchè il Lima aveva il fratello come Presidente del consiglio di amministrazione. […] AVV.COPPI: E a lei risulta... badi, lasci stare l’incontro e quello che lei ha sentito raccontare da altri, ma a lei risulta che Riina conoscesse Andreotti? A parte la questione dell’incontro su cui torneremo. – BRUSCA: A me risulta se Riina conoscesse... no, a me non risulta.>>) -, si osserva conclusivamente che se la funzione dell’interprete è quella di verificare o escludere, con rigorosa valutazione, la presenza di elementi astrattamente idonei ad autorizzare il convincimento che il propalante abbia inventato i fatti narrati, a tutto volere concedere la indagine fin qui svolta attenendosi a temi oggettivi e trascurando argomenti di valenza maggiormente opinabile – quali quelli legati al significato delle oscillazioni delle indicazioni temporali o delle contraddizioni concernenti i contatti con i Salvo -, non consente affatto di dissolvere il relativo sospetto.

Va da sé che, per via della evidenziata, incerta attendibilità delle indicazioni del Di Maggio, per tradurre le stesse in prova sicura e compiuta dell’episodio in trattazione occorrono riscontri di particolarissima pregnanza, provenienti da fonti immuni da ogni sospetto di inaffidabilità e di compiacenza verso gli inquirenti e da elementi indiziari di univoca interpretazione.

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3. Venendo, dunque, all’esame degli elementi di riscontro addotti dalla Accusa, prima di passare alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia appare opportuno soffermarsi brevemente sulla conversazione telefonica, intervenuta fra il già citato Rabito e la madre, Maria Scimemi, intercettata alle ore 13,08 del 13 maggio 1993.

Rinviando, come di consueto, alla esposizione delle motivazioni della appellata sentenza e dei motivi di gravame per il contenuto e le circostanze della medesima conversazione, la Corte non ha difficoltà a riconoscere che nella fattispecie non manchino di pregio le articolate deduzioni con cui i PM appellanti hanno sostenuto la efficacia confermativa della telefonata.

Le stesse deduzioni si incentrano in gran parte sulla inattendibilità delle reticenti dichiarazioni del Rabito e della Scimemi, la cui conducenza probatoria è, tuttavia, limitata dalla circostanza che detto atteggiamento processuale non riguarda esclusivamente e specificamente la conversazione telefonica in questione e le circostanze della stessa, ma, come ricordato dagli stessi PM, investe, in qualche modo, tutta la deposizione dei predetti, spinti a negare qualsiasi elemento che potesse convalidare il racconto dei Brusca e del Di Maggio, che avevano indicato il Rabito come affiliato a Cosa Nostra ed uomo di fiducia di Ignazio Salvo (e, così, è stata negata perfino la conoscenza da parte del Rabito degli stessi Brusca e Di Maggio).

In buona sostanza, gli argomenti dei PM appellanti non riescono a superare la sostanziale equivocità della complessiva vicenda evidenziata dal Tribunale, che ha correttamente osservato che, dato il ruolo (di “portinaio”) pacificamente svolto dal Rabito in casa di Ignazio Salvo, il predetto poteva legittimamente attendersi che qualsiasi propalazione avente ad oggetto illeciti rapporti o incontri dello stesso Salvo avvenuti nella abitazione del medesimo lo avrebbe inevitabilmente chiamato in causa. Ne consegue che, diffusasi la notizia che il Di Maggio, già frequentatore della abitazione di Ignazio Salvo e noto anche per tale motivo al Rabito, aveva iniziato a collaborare con la giustizia ed aveva anche parlato di un incontro fra Andreotti e Riina avvenuto nella medesima abitazione, lo stesso Rabito non poteva che aspettarsi che il propalante avrebbe fatto inevitabilmente riferimento nel suo racconto – a prescindere dalla veridicità o meno dello stesso – alle consuete modalità riservate con cui era stato da lui più di una volta introdotto in quella casa.

Si spiega, dunque, il fatto che il Rabito, appreso del “pentimento” del Di Maggio, si fosse allontanato da Palermo e si spiega, del pari, che egli abbia potuto commentare con la Scimemi anche le propalazioni del predetto concernenti il presunto incontro fra Andreotti ed il Riina e che, insieme alla madre, sia stato indotto a seguire con particolare attenzione e preoccupazione la relativa vicenda (proprio al fine di cogliere segnali di eventuali indicazioni a suo carico del collaboratore).

In altri termini, il Rabito poteva nutrire la ragionevole certezza che il Di Maggio lo avrebbe coinvolto nelle sue indicazioni accusatorie, così come, in effetti, anche a prescindere dallo specifico episodio, è avvenuto.

Giova precisare che è impensabile che il Di Maggio avrebbe potuto elaborare un racconto dotato di un minimo di attendibilità senza fare menzione delle sperimentate modalità di ingresso riservate in casa di Ignazio Salvo, che, si rammenti, era sottoposto agli arresti domiciliari: a tacer d’altro, non si vede proprio come avrebbe potuto essere ritenuto credibile che Andreotti e lo stesso Riina fossero entrati in quello stabile dall’ingresso principale e senza la adozione di alcuna cautela.

Difficile era, dunque, per il Di Maggio, il quale aveva a disposizione immediata una collaudata ed abituale procedura di accesso riservato in casa del Salvo, che vedeva il Rabito protagonista e che avrebbe potuto essere confermata anche da altri possibili collaboratori di giustizia (così come è, successivamente, avvenuto), non si fosse ispirato ad essa.

A questo riguardo deve registrarsi una incongruenza logica nell’argomentare dei PM appellanti, i quali, da un lato, deducono che il Di Maggio, se consapevole della falsità del suo racconto, avrebbe dovuto preoccuparsi della eventualità (invece non verificatasi) che il Rabito avrebbe potuto smentirlo dopo aver intrapreso, come è avvenuto in quel periodo a tanti altri “uomini d’onore” di qualsiasi rango, la strada della collaborazione con la giustizia e, dall’altro, negano congruenza alla eventuale preoccupazione dello stesso Di Maggio di elaborare il suo (in ipotesi, fantasioso) racconto riferendo modalità di accesso in casa di Ignazio Salvo che avrebbero potuto essere confermate da futuri collaboratori, i quali, peraltro, avrebbero segnalato proprio il Rabito quale abituale “portinaio” del Salvo, precisando che la circostanza era ben nota al Di Maggio e creando, dunque, un contesto che avrebbe consentito di respingere agevolmente una eventuale, difforme indicazione dello stesso Rabito ed avrebbe reso sospetta anche una diversa indicazione dello stesso Di Maggio.

In ogni caso, appaiono troppo categoriche le considerazioni dei PM appellanti vertenti sulla superfluità e financo sulla pericolosità della eventuale, falsa chiamata in causa del Rabito: ed invero, anche nella ipotesi in cui il collaboratore avesse semplicemente inventato l’episodio, meramente teorica era la possibilità che il Rabito intraprendesse la collaborazione con la giustizia e smentisse il Di Maggio e, comunque, nulla dimostra che quest’ultimo, prima di decidersi a raccontare la vicenda, si sia effettivamente posto tale problema, così come, si può riconoscere, nulla prova che egli abbia specificamente considerato la eventuale conferma sul ruolo del Rabito che avrebbe potuto provenire da altre collaborazioni (e che - si ribadisce - avrebbe costituito un forte argomento per confutare la possibile smentita di quest’ultimo).

In definitiva, non è possibile affermare in termini certi, come fanno i PM appellanti, che il motivo della reticenza del Rabito e della Scimemi vada individuato nella consapevolezza di entrambi del coinvolgimento del primo nella specifica vicenda che riguardava Andreotti e, per quanto illustrato, non può conferirsi, al riguardo, valenza dirimente alla circostanza che, all’epoca della conversazione telefonica del 13 maggio 1993, il nome del Rabito non era ancora comparso nei verbali degli interrogatori del Di Maggio allegati alla richiesta di autorizzazione a procedere a carico dell’imputato, ma solo in uno stralcio di verbale rimasto chiuso in una busta sigillata inviata al Senato a corredo della richiesta di autorizzazione a procedere.

Insomma, il singolare interesse manifestato dal Rabito e dalla Scimemi a seguire l’evoluzione degli eventi ed a tenersi aggiornati poteva ben essere giustificato dal timore che il primo venisse coinvolto dal Di Maggio, timore che non era necessariamente collegato alla consapevolezza della veridicità dello specifico episodio. E, sempre in tale ottica, è comprensibile che la ammissione del particolare interesse a seguire sul telegiornale la vicenda Andreotti, contrariamente a quanto assumono i PM, potesse essere considerata dal Rabito potenzialmente pregiudizievole per la sua personale posizione, giacché lo stesso interesse poteva essere interpretato proprio nel senso proposto dalla Accusa ed assunto, pertanto, a conferma di tutto il racconto del Di Maggio e, dunque, anche della veste di “uomo d’onore” del Rabito medesimo.

Per quanto possa apparire non determinante, mette conto ricordare che, secondo quanto riferito da Giovanni Brusca, sia pure con una indicazione che lascia spazio alla eventualità di una reticenza del Rabito, costui, da lui interpellato sulle propalazioni del Di Maggio, ebbe a rispondere di non sapere nulla dello specifico, eclatante episodio (<<PM: Lei di un incontro, di cui ha parlato il collaboratore Baldassare Di Maggio, tra Riina e Andreotti, ha mai chiesto informazioni all'interno di Cosa Nostra? - BRUSCA G.: No, l'unica volta che io ho chiesto informazioni di questo fatto fu quando io mi sono incontrato in prima... in una e seconda occasione con Paolo Rabito, dopo che i giornali ne avevano dato una grande diffusione. - PM: Uh! E cosa è successo? - BRUSCA G.: E' successo che io in quella occasione, quando io mi incontravo con Antonino Salvo, Antonino Salvo cioè veniva da me per.... Scusi se io sto partendo un pochettino lontano, perchè... da lontano perchè c'è il piede per poi andare a finire a questi incontri. Quindi io mi incontro con Antonino Salvo, Antonino Salvo per come stavo dicendo poco fa'... - PRESIDENTE: Antonino o Antonio? - BRUSCA G.: Antonio Salvo, chiedo scusa. […] Dopodichè facciamo l'incontro un'altra volta con Paolo Rabito e gli dico "Paolo, Paolo, Antonio, Gaetano" - cioè perchè faccio un appuntamento con tutti e tre, al che cominciamo a... cioè faccio l'appuntamento con Antonio Salvo, con Gaetano Sangiorgi e con Paolo Rabito ed io. […] Al che con Paolo Rabito abbiamo preso questo particolare, ci dissi "ti ricordi quando noi ne abbiamo parlato?" Dice "e come se mi ricordo!" Dopodichè nel frattempo... passa del tempo, all'ultimo ci dico "ma com'è questo fatto di questo incontro?" - PM: Di quale? - BRUSCA G.: Dell'incontro tra Baldassare Di Maggio e Riina a casa di Ignazio Salvo. - PM: E Andreotti quindi? - BRUSCA G.: E Andreotti, cioè a casa di Ignazio Salvo.... cioè scusi, tra Riina, Andreotti a casa di Ignazio Salvo. Al che... Perchè gli dico questo? Perchè i giornali ne avevano parlato diffusamente, siccome si parlava di un omissis e io, per mia deduzione, ci arrivo subito, per dire "ma chi potrebbe essere la persona che abbia fatto l'incontro, quello che abbia potuto aprire il cancello, quello che abbia accompagnato sopra il... il Riina?"  - PM: Quindi la persona il cui nome era coperto da omissis? - BRUSCA G.: La persona di cui... da omissis. Io, siccome ero a conoscenza di tutti i particolari, ci arrivo per deduzione, per dire per me tu sei la persona che hai fatto questo... questo... ti sei adoperato per questo particolare, se realmente è avvenuto o non è avvenuto, questo poi lo sanno loro. Al che il Paolo Rabito gli dico "ma per me sei tu". Lui fa dice "dice, ma può essere". Ci dico "ma è vero questo fatto, non è vero?" Al che mi risponde "dice no, ne so quanto ne sai tu". Al che a quel punto io gli dico "Paolo, ma è possibile, non è possibile?" Al che il Paolo, per non mettermi in difficoltà e per non mettersi in difficoltà, mi dice senti dice, io ne so quanto ne sai tu, dice non ne so più di tanto, ne so quanto ne sai tu ne so io". Al che io per non metterlo in difficoltà più di tanto, più di quanto già era avvenuto, cioè mi blocco, non lo forzo più, perchè se la stessa cosa sarebbe successo a me, io a prima domanda gli avrei risposto "ma a te che ti interessa, cioè tu che vuoi sapere in particolare?" Anzi Paolo Rabito, se è vero o non è vero, mi ha risposto in maniera molto educata. Dopodichè finito. - PM: Scusi, vorrei capire meglio il passaggio... - BRUSCA G.: Sì. - PM: "Io per non metterlo in difficoltà", mi può spiegare meglio? Quindi lei per non mettere in difficoltà non fa altre domande? - BRUSCA G.: Sì, io per non metterlo in difficoltà... - PM: Mi può chiarire questo concetto "per non metterlo in difficoltà", che vuol dire? - BRUSCA G.: Per non mettere in difficoltà Paolo Rabito, essendo che Paolo Rabito potrebbe avere avuto degli ordini tassativi e dire non devi dire niente o perlomeno non sapendo se io sapevo, dice dico giusto, dico male, se questo fatto sia realmente avvenuto o non sia avvenuto, quindi non mi dice più niente, mi dice "ne sai tu ... ne so io quanto ne sai tu". Può significare che l'appuntamento sia avvenuto, cioè l'incontro sia avvenuto, come può essere pure che l'incontro sia avvenuto quindi io non per forza devo sapere o venire a conoscenza... - PRESIDENTE: Senta, non faccia ipotesi. Lei racconti quello che le ha detto Rabito. - BRUSCA G.: Signor Presidente, chiedo scusa, Paolo Rabito mi ha detto "ne so quanto ne sai tu". Stop.>>).

Da ultimo, può essere rilevato, con tutte le opportune riserve giustificate da quanto già illustrato a proposito della precaria attendibilità del Lipari, che costui, come già ricordato, ha fornito indicazioni conformi a quelle del Brusca, riferendo di un suo colloquio in carcere con il Rabito nel corso del quale quest’ultimo avrebbe risposto negativamente al quesito rivoltogli in merito alla effettiva esistenza dell’episodio del “bacio” (la effettiva, comune detenzione nella seconda sezione della carcere palermitano dell’Ucciardone del Lipari, del Rabito e di Salvatore Miceli, che, secondo lo stesso Lipari, avrebbe presentato i primi due, risulta dal prospetto allegato alla nota della Questura di Palermo del 13 gennaio 2003, a sua volta acclusa alla nota del Procuratore della Repubblica del 17 gennaio 2003 – la citata nota del 13 gennaio 2003 è stata formalmente acquisita, ad integrazione della produzione del 31 gennaio 2003, con il consenso di tutte le parti, nella udienza del 4 aprile 2003 -).

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4. Accantonata, dunque, la telefonata fra il Rabito e la madre, che non concretizza una indicazione di certa conducenza dimostrativa, nell’esaminare le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia conviene iniziare da quelle dei fratelli Enzo Salvatore ed Emanuele Brusca, per i cui contenuti, come di consueto, si rinvia al resoconto delle motivazioni della sentenza e dei motivi di appello.

La relativa valutazione non può che essere necessariamente rigorosa, posto che, anche a prescindere dagli specifici contenuti dei loro apporti, i due Brusca all’epoca delle loro propalazioni – come, del resto, tutti gli altri collaboratori che hanno, in proposito, fornito indicazioni - erano già a conoscenza delle dichiarazioni del Di Maggio, almeno alla pari di quasi tutti i cittadini italiani che avessero avvertito un minimo di interesse per la eclatante vicenda – interesse che, evidentemente, era assai più sentito da soggetti che appartenevano a Cosa Nostra e, nel caso dei Brusca, ad una delle più importanti “famiglie” del sodalizio criminale, alla quale, per di più, lo stesso Di Maggio era stato affiliato -.

La analisi, ad avviso della Corte, non merita che alcuni, pregnanti rilievi, a fronte dei quali, a tutto volere concedere, deve cedere ogni tentativo di argomentare sulla attendibilità dei predetti, che rimarrebbe, comunque, proprio per le svariate incongruenze ravvisabili, irrimediabilmente compromessa. 

Notevoli sono stati gli sforzi argomentativi profusi dai PM appellanti al fine di salvaguardare la attendibilità dei fratelli Brusca e di trovare una logica spiegazione alle svariate anomalie e discordanze evidenziate dal Tribunale, ma, alla stregua di quanto esposto e di quanto si esporrà, gli stessi sforzi finiscono con l’obliterare il particolarissimo rigore valutativo che la peculiarità del procedimento a carico di Andreotti richiede, rigore la cui incidenza deve rafforzarsi nel caso di apporti largamente contraddittori e, per di più, scopertamente interessati.

La Corte, al riguardo, deve pienamente condividere il giudizio negativo in ordine alla specifica attendibilità dei due fratelli Brusca espresso dal Tribunale, alle cui corrette considerazioni può farsi largo rinvio, non potendo in alcun modo essere trascurati:

- il già evidenziato, spiccato interesse dei predetti ad acquisire un benevolo trattamento processuale, certamente agevolato dalle propalazioni a carico dell’imputato. A fronte dello stesso interesse appare davvero inconsistente il rilievo dei PM appellanti secondo cui dovrebbe escludersi l’ipotesi che Enzo Salvatore ed Emanuele Brusca abbiano reso dichiarazioni false allo scopo di avvalorare le affermazioni dell’odiato Di Maggio;

- le enormi ed evidenti contraddizioni intrinseche ravvisabili nelle loro, rispettive, dichiarazioni, in parte dettate, secondo quanto ammesso dallo stesso Enzo Salvatore Brusca, proprio da un iniziale atteggiamento strumentale, volto a salvaguardare la posizione del fratello – il che suggerisce, comunque, una inclinazione a mentire per il perseguimento di un vantaggio personale -;

- le palesi contraddizioni fra le rispettive propalazioni, ben evidenziate dal Tribunale, e, in quest’ambito,