Attacchi alla moglie di Matteo Renzi

“Agnese, va’ a morire!”

Le colleghe le contestano i permessi



 

Di Vincenzo Brancatisano

 

21 NOVEMBRE 2014 - Sanno di penosa caduta di stile gli attacchi alla moglie del presidente del Consiglio da parte dei propri colleghi di lavoro. Molti docenti precari non hanno perdonato alla professoressa Agnese Landini, titolare precarissima di un contratto a tempo determinato per l’insegnamento di Lettere presso l’Istituto Balducci di Pontassieve, di avere accompagnato il marito Matteo Renzi nel proprio viaggio diplomatico prima in Australia (a Brisbane per il G20 il 15 e 16 novembre) e poi in Türkmenistan come primo capo di governo occidentale a recarsi nel Paese centroasiatico, peraltro anche nella veste di presidente di turno dell'Ue. “Ma la nostra collega moglie di Renzi, precaria, come ha fatto ad avere tutti quei giorni di permesso per accompagnare il marito?” La domanda, declinata in varie forme più o meno nobili sulle tante pagine Facebook, personali o intestate a gruppi organizzati di insegnanti, ha ricevuto nel giro di pochi giorni, giusto il tempo del viaggio diplomatico, centinaia di risposte che si collocano tra lo sprezzante e l’ironico, tra il patetico e il sarcastico. E meno male che domande capziose e  degne risposte provengono soprattutto da insegnanti femmine, altrimenti saremmo qui a interrogarci sullo strano motivo per il quale il movimento femminile, magari con la presidente Boldrini a capo, non sia sceso in campo per difendere la dignità di una professoressa, di una moglie, di una lavoratrice, per giunta precaria. Femmina. Eh sì, perché i commenti più cattivi provengono dalla tastiera di colleghe di sventura – il precariato di lungo corso – che vedono in Agnese o la continuazione di Matteo con altri mezzi: e allora ogni occasione è buona per colpire il governo ladro che sta per immettere in ruolo 149.000 docenti sotto ricatto e sotto schiaffo. Oppure la titolare femmina di privilegi ingiusti ai quali non si sa perché le comuni mortali (mamme insegnanti, mogli insegnanti, donne insegnanti) non possono accedere. Ed è proprio qui che si localizza la caduta di stile. In realtà la professoressa Agnese, per gunta precaria e per giunta moglie del premier oltre che mamma di tre figli di cui uno poco più che seienne, gode di diritti e di permessi previsti da quelle stesse fonti giuridiche quele il contratto collettivo di lavoro (per difendere il quale uomini e donne di questo strano Paese si dicono pronti a darsi fuoco) e le leggi ordinarie del Parlamento, anch’esse sacre per il nostro popolo, ché “se toccate l’art. 18 piuttosto ci diamo fuoco”, o che “se toccate la parità dei sessi dovrete passare sui nostri cadaveri”. Da quello che si conosce dalle cronache recenti, la professoressa Agnese è titolare di un contratto di lavoro di sole quattro ore a settimana. Con un supplemento di indagine scopriamo che insegna Lettere nelle classi 1B e 2B di due distinti indirizzi della scuola Balducci. “Le poteva lasciare ai poveri (precari), visto che lei non ha certo bisogno”, urla con caratteri maiuscoli, una collega professoressa precaria. Qualcuno, una o due su centinaia di commentatori e soprattutto commentatrici, la difende e fa notare che la signora aspira a mantenere la propria posizione in graduatoria. Perché oltre a moglie e mamma vorrebbe coltivare il sogno di fare la lavoratrice indipendente e, come succede alle rivali dell’ultima ora, la titolarità di un contratto anche di sole due ore settimanali consente di mettere da parte i dodici punti che tutti conoscono. Tanto più che molte professoresse e molti professori sanno di essere disposti a tutto pur di fare punti: altro che fare avanti e indietro da Roma a Pontassieve con tre figli minori ai quali badare e un marito ingombrante a cui pensare. Si è pure disposti, pare, a lavorare gratis in scuole private che rilasciano buste paga fasulle, come denuncia il coraggioso Unicobas Paolo Latella da Palizzi (e poi dicono che i reggini sono omertosi…) nel suo “Libro nero della scuola italiana”, o a sbracciarsi nel frequentare corsi telematici, e per tacer d’altro. Le colleghe e i colleghi non perdonano alla moglie di Renzi di essere andata via dall’Italia per qualche giorno lasciando scoperte le classi (“Non è da persone responsabili”, “non è etico”, “io non lo avrei fatto mai”), quando chiunque sia pratico dei forum scolastici dedicati ai permessi a vario titolo può testimoniare della spregiudicatezza con la quale schiere di professoresse si confrontano pubblicamente sul come stare a casa per mesi interi programmando con mesi di anticipo permessi per gravidanza a rischio da unire a congedo obbligatorio, astensione facoltativa,  malattia del bambino, giorno libero, malattia propria. Tanto, “faccio lavorare un’altra figlia del popolo”, una supplente, questa sì, vera precaria. C’è pure chi si candida alle elezioni del paesello, che cascano a fagiolo proprio nel momento del bisogno, per usufruire del lungo permesso per campagna elettorale. “State tranquilli che sicuramente avrà la 104!”, si ironizza in un altro forum. Da che pulpito! Ma da che pulpito! Non sappiamo ovviamente quale sia la natura del permesso chiesto e ottenuto dalla professoressa Agnese per assentarsi da scuola, né francamente ci interessa. Alla base dei permessi previsti dalla legge e dai contratti collettivi c’è una ratio, e il fatto che una o più motivazioni abbiano spinto il legislatore a prevedere che un lavoratore o una lavoratrice possano assentarsi dal lavoro avrebbe dovuto spingere tanti al silenzio e al rispetto. La circostanza che la lavoratrice in questione è la moglie di un capo di governo avrebbe dovuto poi spingere tutti a un recupero di intelligenza, poiché è normale che qualunque sia il lavoro della propria moglie è nella prassi istituzionale che lei segua lo statista nei momenti più importanti della sua vita istituzionale. Ma la stessa intelligenza avrebbe dovuto indurre a maggior cautela, ben sapendo che la signora in questione ha un contratto di lavoro a tempo determinato di sole 4 ore settimanali su due classi, che potrebbero vederla impegnata anche solo un giorno alla settimana e dunque lei potrebbe aver chiesto solo un giorno di permesso. Un giorno di assenza dal lavoro che, immaginiamo, le sue contestatrici non avrebbero osato chiedere per alcuna ragione al mondo.  Ma vediamo quali sono queste opportunità che la legge e il contratto prevedono in favore degli insegnanti e delle insegnanti. Si parte dai 6 giorni non retribuiti per motivi personali. Si aggiungano i 6 giorni di ferie con sostituzione e pure  l’aspettativa non retribuita per motivi di famiglia e personali. Si prosegua con i sei mesi di congedo parentale per ogni figlio da utilizzare entro il compimento degli otto anni: c’è gente che non ha ancora usufruito dei trenta giorni retribuiti, utilizzabili entro l’ottavo anno e magari lo scoprirà oggi leggendo queste righe. Ma c’è anche gente che ha fatto man bassa di questi permessi, rimanendo via da scuola per anni (mantenendo la possibilità di maturare il punteggio), tanti quanti sono i figli che consentono ai genitori di accudirli al meglio e tenere unita la famiglia. Una conquista del lavoro apprezzata da tutti, che spesso sfocia nell’abuso, e che però si pretende di negare a una collega insegnante precaria, mamma di tre minori, che si è intestardita a fare la lavoratrice invece che godersi lo status di moglie. Evidentemente molti compagne e compagni, di lavoro e di lotta, al nome Agnese preferiscono altri più discreti e meno precari, come Veronica…

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