Emergenza sociale da instabilità del lavoro

Aborti per lavoro precario  

I dati dei Consultori familiari di Modena

 

Di Vincenzo Brancatisano

 

25 GIU 2005 - Costrette ad abortire a causa del loro lavoro precario. Un numero alto e crescente di donne modenesi interrompe volontariamente la gravidanza per colpa dell’instabilità del lavoro. Altro che inseminazione artificiale, ormai è un lusso anche mettere al mondo un figlio che sta per arrivare. E’ quanto emerge dai colloqui preliminari all’interruzione volontaria di gravidanza, secondo quanto ci rivela la ginecologa Silvana Borsari, responsabile dei consultori familiari del Distretto 3 dell’Ausl di Modena. E a ulteriore riprova di una odiosa discriminazione sociale che non è politicamente corretto affrontare nei dibattiti televisivi, eppure sempre più concreta, si registra un aumento di gravidanze portate a termine, sempre a Modena, tra le famiglie agiate, dove molto spesso fa la comparsa anche il quarto figlio. Riferendosi alle motivazioni addotte dalle donne che chiedono di abortire, Borsari spiega che “la precarietà del lavoro ricorre tantissimo tra le giovani gravide ma anche tra le donne che hanno oltre 35 anni, prossime alla sterilità, e che hanno contratti di lavoro a termine o precario”. La precarietà del lavoro, aggiunge la ginecologa, “è certamente una delle cause che spingono ad abortire oppure a rendere disagevole la maternità. Rispetto a vent’anni fa, ma anche rispetto agli anni ’90, non c’è alcun paragone”. Dai dati emerge come proprio negli ultimi anni la precarietà del lavoro delle donne e di quello dei loro compagni, titolari di contratti con denominazione avveniristica ma privi di norme minime di tutela della maternità, stia incidendo in maniera decisamente importante nella scelta di abortire delle donne modenesi. Questo succede anche nelle coppie che arrivano dal Sud, che siano prive di una rete sociale e private della sicurezza del lavoro. L’instabilità crescente del lavoro, che introduce un nuovo allarme sociale, non incide sulla scelta di avere un figlio quando si tratta di coppie di immigrati stranieri, meno abituati, per cultura, a fare un po’ di conti prima di progettare una maternità. Ed è grazie a loro se le nascite a Modena non smettono più di salire a partire dal 1997, anno d’inizio delle massicce immigrazioni extracomunitarie. “Loro decidono di avere figli anche in situazioni difficili, vivono alla giornata – commenta Borsari –  Noi tendiamo a progettare, a programmare, ad aspettare. Certo, è un segno di responsabilità verso la genitorialità. Ma così il figlio arriva in età avanzata perché prima c’è la laurea, poi la ricerca del lavoro, poi il lavoro, e spesso arriva prima la sterilità”. Approfondendo l’indagine si scopre che una quota di donne straniere che invece sceglie di abortire proviene dai Paesi dell’Est. Sono donne per le quali il bisogno di inviare le rimesse alla famiglia lasciata in patria non si concilia con una gravidanza. Che fa perdere il lavoro e magari anche il permesso di soggiorno. 



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